Stranger things, finale di serie, fine di un’epoca

PREMESSA: non sono esperta di serie, di fantasy, di giochi di ruolo e il fatto che mi sia appassionata a #strangerthings è già un bel successo😆

CONSIDERAZIONI LIBERE:

– difficile scrivere un finale, figuriamoci quello di una serie così. È il miglior finale possibile? A ognuno i suoi ragionamenti, e il suo cuore. È coerente con l’idea forte di narrazione che hanno avuto i Duffer fin dall’ inizio, come le scelte dei personaggi sempre credibili e ben strutturati elementi calamita con la sottoscritta.

– la centralità del raccontare storie apre e chiude la trama: come gioco, come modo di stare insieme ma anche come vita che ci si racconta per poterla accettare e celebrare (d’altronde il momento di neverending Story è stato epico nelle stagioni precedenti). Le storie che analizzano, inventano la realtà e le vite che hanno diritto al racconto.

– l’amicizia oltre le differenze come valore primario, il riscatto di chi sceglie di essere fuori dalla massa e lo continua ad essere. E soprattutto, in un’epoca di indivudualismo come la nostra, il gruppo, essere comunità che vince su tutto.

– I mostri da combattere alla fine sono sopratutto interiori, creati nel nostro inconscio da esperienze, pensieri e considerazioni su di noi nati dagli sguardi altrui, traumi.

-L’elaborazione del trauma e delle paure come vero viaggio.

– il ruolo delle madri, forte e determinante, ovviamente commovente.

– il ruolo dello spettatore: la quarta parete è abbattuta e allo spettatore è chiesto di credere a quel che ritiene o, meglio, sente.

– un finale parziale che apre la possibilità di nuove strade narrative e che lascia qualcosa di irrisolto (evocato nella cross medialità scelta come nel caso dello spettacolo teatrale).

– la musica che vince e ti trova sempre

– il cerchio che si chiude perché è una storia di formazione e i bimbi crescono, passano il testimone e si chiudono anche gli anni 80… L’epilogo tra piazza Tienanmen e il muro di Berlino, il mondo non sarebbe più stato lo stesso.

– Ne consegue una grande nostalgia: nella scena finale dello scantinato dove si gioca l’ultima partita, si chiude una porta che non è solo fisica. Tutti abbiamo un momento esatto in cui la porta sull’infanzia si è chiusa per sempre e sappiamo che da quel momento non si torna più indietro, come per i personaggi della saga. Così come loro sono cresciuti, anche le nostre vite sono cambiate in quasi 10 anni di stagioni tv.

– la centralità della radio

– i miei personaggi. Robin e il suo essere se stessa, Max e la sua lotta con i pensieri negativi, Dustin e Steve per il loro arco di sviluppo e cambiamento.

– il dubbio dei meravigliosi titoli di coda: se fosse tutto un grande RPG?😅

CONCLUSIONE siamo stati spettatori arrivati solo alla quarta stagione ma non è stata solo una visione collettiva e condivisa con amici e in famiglia. Era da Twin Peaks che non mi accadeva🤣 ho anche pianto , mi mancherà 😭❣️

M, il figlio del secolo (miniserie)

M, il figlio del secolo

La serie “M, il figlio del secolo” diretta da J. Wright e tratta dal romanzo di Scurati, è sicuramente un’opera prodigiosa. Forse perché nel mare magnum delle serie che continuamente costellano le varie piattaforme, si distingue per cifra autoriale e cura della narrazione cinematografica, spicca insomma come un prodotto di alta qualità, ben  fatto e con idee originali e interessanti. Non ho letto le opere di Scurati, ma dal punto di vista della narrazione ci sono elementi che  rendono l’opera televisiva interessante e sicuramente da vedere.

Innanzitutto, la bravura artistica degli attori, in primis Marinelli, interprete di Mussolini. La regia, supportata da superlavita fotografia e ottima scenografia, propone una sintassi ben precisa nella continua ricerca del pubblico, come se in qualche modo il prodigio di sfondamento della quarta parete fosse qui indispensabile. Il protagonista, il Duce, si rivolge spesso direttamente allo spettatore, ma con tono ammiccante e complice, mostrando la sua natura meno strutturata fuori della conversazioni convenevoli, formali o sentimentali. È una  narrazione che ha un’anima profondamente moderna: Mussolini e la sua presa al potere nella seduzione della masse viene rappresentato come una vera star capace di essere seguita dal grande pubblico. La musica credo che sia uno degli elementi che più mi ha colpito in questa opera così completa: a lei sono affidati, soprattutto negli utlizzi extradiegetici, i climax dei momenti più concitati e più drammatici della nostra rapida perdita della libertà.

Ma la cosa più moderna è sicuramente la capacità di aver saputo rappresentare la pericolosità dei poteri forti e la duttilità delle masse.

Si assiste a un crescendo narrativo parallelo della storia narrata. Gli assalti ai giornali e ai sindacati, la violenza crudele e gratuita verso esponenti del socialismo sono scene agghiaccianti, proposte, a volte in modo tarantiniano, senza sconti. Il gioco del parlamento e l’instaurazione della dittatura sono ben spiegati e efficaci nelle sequenze che seguono l’ascesa al potere di Mussolini. Credo, infatti, che il grande valore di questa narrazione sia proprio in questo: partire da una vicenda della nostra storia nazionale per proporre il paradigma del consenso, della presa del potere, ma anche del silenzio in cui tutto ciò avviene.
Probabilmente è, in alcune sfaccettature, rappresentato come macchietta, come un giocoliere, e probabilmente lo è stato come molti altri politici nazionali e internazionali che hanno saputo conquistarsi il consenso e imporsi a caro prezzo in ogni epoca. Tuttavia ho riscontrato riduttivo lo spessore di alcuni personaggi femminili, come Sarfatti e Donna Rachele, che, in modo ovviamente diverso, sono proposte in modo un po’ parziale rispetto alla realtà storica delle loro personalità. Una serie consigliata che, al di là di ogni dibattito, fa stare anche male. Le puntate su Matteotti andrebbero fatte vedere a scuola, e non solo. La drammaticità e il contesto in cui tutto ciò avviene e le relative conseguenze, credo che rappresentino il cuore più palpitante di questa opera.

Disclaimer (recensione serie)

Disclaimer

Ho guardo la serie “Disclaimer” di Cuaron  su Apple Tv con particolare curiosità per diversi motivi.

La serie è stata in buon parte girata in Versilia, dove abito, e questo è un elemento che nella rappresentazione fa piacere: scoprire come il regista ha utilizzato lo “spazio” a te familiare. Questo elemento ha portato al secondo motivo della mia curiosità, visto che nel casting delle comparse ci sono molte persone che  conosco, fra cui mio figlio che appare fugacemente nel terzo episodio con un pallone in mano in spiaggia. Dettaglio non irrilevante perché mi ha dato la possibilità, essendo la sua accompagnatrice in quanto minorenne, di trascorre un giorno intero nei paraggi del set e, da appassionata e ex studentessa di cinema, mi ha esaltato moltissimo sia vedere quel giorno di settembre attrezzature, manovalanze, lavoratori, costruzione di sequenze dopo vari e numerosi tentativi. E quindi vedere come tutto ciò a cui ho assistito, si è realizzato nel prodotto finale. Ultimo motivo, ma non meno importante, è che ho veramente amato il romanzo da cui è tratto “La vita perfetta” di R. Knight, una trama originale soprattutto per la struttura e, confesso, uno dei romanzi che avrei voluto scrivere io.

Come rendere la complessità della trama del libro nel film è un tema che mi ha affascinato molto e devo dire che Cuaròn ci è riuscito in pieno perché la complessità della struttura non è solo una declinazione stilistica ma il cuore della storia. Protagonista è Catherine, affermata giornalista investigativa che vive un rapporto conflittuale con il giovane figlio, afflitto da tante fragilità. La relazione con il marito, personaggio esistenziale in secondo piano, è superficiale. La vita affettiva e lavorativa di Catherine viene sconvolta dalla pubblicazione del libro “Un perfetto sconosciuto” scritto da un anziano il cui figlio è morto in giovane età. Nel libro ci sono indiretti riferimenti alla vacanza in Italia fatta da Catherine con il figlio piccolo, occasione in cui l’incontro con uno sconosciuto si rivelerà morboso e inquietante.

È una storia dove verità e finzione si intrecciano, si avvicendano, si rincorrono. La posta in gioco è la coesistenza di varie verità, quelle effettive e quelle raccontate. In questo il regista è stato molto bravo gestendo di fatto tre piani narrativi differenti con abilità e portando lentamente lo spettatore a considerazioni e ipotesi nel dipanare le fila della storia. Eros e vendetta sono i motori che muovono la storia anche  visivamente, connotata nei gesti e nelle inquadrature dalla preminenza della crudeltà e dalla reputazione fra apparenza e inganno. L’estetica di Cuaròn si rivela nella cura dei dettagli dalla messa in scena alle inquadrature, dalle similitudini pittoriche alla profondità psicologica dei personaggi e dei loro cambiamenti alla scelta della musica. Ciò che spicca è la capacità di non tradire l’essenza della storia ma valorizzarla con il linguaggio cinematografico portato ad alti livelli. Una serie “cinematografica” con temi forti e attuali che animano molti dibattiti, una serie che spicca, rispetto a tante proposte, per eccezionale personalità: da vedere.

“Ma come mai non ci avevamo mai pensato?”

Diamanti (recensione film)

“Così sparpagliando gli avanzi di stoffa, rovistando tra ritagli di scampoli caduti sotto le forbici… ride e infuria tra le toppe e i rammendi, manda in pezzi e tagliuzza la figura del mondo, sovrappone il rovescio al diritto e riduce punto per punto il tessuto vivente continuo come il filo che passa e ripassa e connette i velluti broccati , gli stracci, salda i labbri feriti, punge con aghi d’incantesimo il vortice e lo cattura in una screziata spirale”

Ho letto questo passaggio di Italo Calvino su Bona de Pisis il giorno dopo aver visto “Diamanti” e ho pensato che queste parole potessero calzare benissimo anche sull’ultima opera di Ozpetek.

Una storia che si svolge negli anni Settanta proprio all’interno di una prestigiosa sartoria teatrale gestita da due sorelle e dove lavorano costumiste, sarte, tingitrici, modelliste, uno stuolo di donne che rappresentano l’universo variegato, scintillante, tagliente del film.

Al centro della storia c’è la realizzazione di costumi per un premio Oscar, attività complessa e esigente.

Sul bordo della storia le due sorelle, Alberta e Gabriella, profondamente diverse e ognuna col peso di un dramma personale, si scontrano e cercano di ritrovarsi. Nella tessitura della storia i nodi sono rappresentati dalle storie delle varie donne che animano questo luogo di lavoro e che permette al regista di puntare lo sguardo sull’ambizione lavorativa, l’emancipazione, la violenza domestica, la perdita, l’elaborazione del lutto, la depressione giovanile, le lotte studentesche. Se il film di Ozpetek ha il sapore di una fiaba, anche per la metafora sul cinema che si intreccia con quella del cucito, ha in sé profondi valori politici soprattutto per quanto riguarda il tema del lavoro femminile, della violenza, della sorellanza.

Ognuna è niente e tutto e solo insieme si trova il valore aggiunto di ogni esistenza. Attusle e multiforme questo universo di donne che lavorano e che sono alle prese con sfide epiche e quotidiane. Ecco, la centralità del lavoro femminile è un accento che ho apprezzato molto.

Un film corale che è anche una profonda dichiarazione d’amore verso il cinema, così palese e ben evidenziata che forse non sarebbe occorso spiegarla nel finale.

La storia prende il volo grazie alla bravura delle attrici in particolare Jasmine Trinca, Lusia Ranieri e Vanessa Scalera che conferiscono ai loro personaggi un impatto psicologico profondo e multiforme. Ottima anche Geppi Cucciari, punto luce di tutto il film.  In genere tutto il cast è al massimo delle prestazioni e ogni personaggi è talmente ben rappresentato da ritagliarsi uno spazio importante nella messa in scena.

Per la narrazione cinematografica Opztek si ispira ai grandi film del neorealismo grazie al gioco di primi piani spinti, campi e controcampi e campi lunghi nelle sequenze più dinamiche. La centralità del costume di scena è una dichiarata ispirazione a Visconti. La musica, come sempre nei film del regista, ha un ruolo importante: dalle canzoni di Mina a quelle di Patty Pravo le canzoni sono momento aggregante del film come i pasti convivali preparati da Silvana-Mara Venier, un personaggio caldo e amabile.

Un bel film, forse il più completo del regista che conferma la sua abilità e sensibilità cinematografica nell’approfondire l’universo femminile con adeguatezza e realismo, fino a farne caleidoscopio per analizzare la realtà complessa anche dei giorni nostri.

Incasinarsi a Natale/10

Episodio  10: Il decollo

Decollare mi fa sempre un po’ paura, fin da quando ero piccolo e partivamo  per le vacanze e anche dopo nei viaggi con amici e fidanzate. Pensare che il primo decollo da solo è stato nel volo per New York, per la borsa di studio. Mi ha salutato al gate e mi hai detto “Non ti voltare, non ti far prendere dalla nostalgia, vola, vola in alto figlio mio!” Avevo 23 anni, stavo iniziando a realizzare il mio sogno e lei mi ha lasciato andare, anche se so le è costato tantissimo. Entrambi sapevamo che quel volo sarebbe stato un punto di non ritorno. Anche se ero molto grande, ho preso il portachiavi che mi aveva  regalato da piccolo in una delle cacce al tesoro che organizzava  per noi e l’ho stretto forte come se fosse la sua mano. Tuttora in certi momenti lo continuo a stringere, come un amuleto, come la forza che  ti dà chi crede in te.

Lei mi ha trasmesso l’amore per il cinema, lei mi ha dato le ali per volare e mi  ha permesso di farlo e io so quanto dolore e solitudine le è costato.

Sono passati tanti anni da quel decollo, ho  faticato certo ma faccio quello che amo: scrivo per cinema, serie tv e lei, anche se non capisce bene l’inglese, non se ne perde una. Torno a casa una volta l’anno ormai, con la mia famiglia e sto un po’ con lei, con i miei fratelli. Mi manca molto la nostra famiglia e mia mamma non lo sa che ogni tanto la nostalgia mi morde il cuore, ma probabilmente lo immagina.

Non sa che stiamo arrivando, le ho voluto fare una sorpresa.

Vorrei che questo aereo volasse ancora più veloce per poterla stringere tra le mie braccia, come faceva lei con me quando ero bambino.

So che è felice e orgogliosa di me, so che le costa tanto vivere con metà anima dall’altra parte dell’Oceano, credo che amore più grande non ci sia: lasciare liberi, lasciare andare.

Ma io adesso ho voglia di tornare, di abbracciarla, di  sentire il profumo della mia mamma: anche se un rete di rughe e stanchezza le orna il viso, per me lei è sempre bellissima.

E mi brontolerà all’inizio perché non l’ho avvisata e poi piangerà e riderà allo stesso tempo come quando è tanto felice e sembrerà ubriaca senza aver toccato vino, lo faceva anche da giovane e a noi piaceva tanto vedere mamma così felice e un po’ matterella.

E poi mangerò le sue lasagne, il pandoro con la crema chantilly, scartando regali sotto quell’albero dove ogni pallina è un ricordo speciale.

Cercherò di parlare con Sandy e le gemelle, e in qualche modo si capiranno. E poi canteremo le canzoni di Natale che ama tanto, anche se siamo stonatissimi e vorrà fare centinaia di foto per riguardarsele quando arriverà la nostalgia.

Il più bel regalo di Natale è tornare a casa, tornare con quella voglia che ti prende di non ripartire più.

Incasinarsi il Natale/9

Episodio  9: La sorpresa di Natale

Giorgia si asciuga le lacrime, si sistema il trucco per l’ennesima volta, vuole essere ineccepibile, il primo impatto è importante.

Umberto  guida veloce, ogni semaforo sembra durare un’eternità.

Il 24 è così: tutti impazziscono di frenesia, le ultime spese, le ultime compere, le ultime visite per gli auguri. E il risultato è che ora sono imbottigliati sulla circonvallazione e non possono fare  tardi.

Giorgia sospira: “Ma dopo tanti anni, tanti tentativi, tante illusioni proprio il giorno della vigilia dovevano chiamarci?”

Umberto: “Dai, pensa quanto ci divertiremo…”

Giorgia: “Ci divertiremo? Io non sono pronta, non ho preparato niente, non me l’aspettavo proprio così adesso…”

Umberto: “Senti Giorgia, è la cosa che più desideriamo da quando ci conosciamo, stai calma, l’essenziale c’è, il resto ci organizziamo…”
Giorgia: “Ma io me lo aspettavo diversamente. Pensavo che sarebbe accaduto un giorno qualunque e non la vigilia di Natale!”

Umberto: “è capitato quando doveva capitare…stai tranquilla, andrà benissimo… non sei  emozionata?”

Giorgia: “Certo che sono emozionata, ma non ho nemmeno il pigiama da dargli…”
Umberto: “O Giorgia, rilassati. Quella cameretta col letto a castello è anni che è pronta. Un letto e del cibo ce l’hanno, il resto lo prenderemo, intanto pensiamo a conoscerli!”

Giorgia: “Ma io avrei voluto che fosse un giorno perfetto: prendergli dei giochi, dei libri, dei vestiti…farli sentire subito a casa…”

Umberto: “A parte che sono anni che ogni tanto un peluche, ogni tanto un libro…insomma la camera è già accogliente, ma loro hanno bisogno di noi, dei nostri abbracci, dei nostri sguardi… prima di tutto il resto.”
Giorgia: “Si, lo so, è giù un giorno perfetto oggi…ma saremo all’altezza?”

Umberto: “Nessun genitore è all’altezza, si impara giorno per giorno… che credi che non ho  paura anche io?”
Giorgia: “Scusa, lo so che anche tu te la stai facendo sotto… non credo ancora sia vero…due fratellini in affido, un miracolo!”

Umberto: “E allora vedi che è un giorno perfetto? Anche se abbiamo una paura fottuta, pensa che Natale speciale che gli potremmo far passare…”

Natale 2025, un anno dopo.

“Mamma Mattia mi ha preso l’unicorno giallo e l’ha messo nel presepe”

“Dillo a papà che finisco di fare la doccia e arrivo.”

“Giorgia perché hai messo l’unicorno nel presepe?” tuonò Umberto.

Mattia ridendo disse  “Sono stato io papà” e scoppiarono tutti a ridere, come se da sempre fosse stato così.

Come incasinarsi il Natale/8

Episodio  8: Tutta questione del rosso

Nastro, carta, forbici, scotch.

Piegatura, adesivo. In alcuni casi, segni di riconoscimento

E poi si ricomincia.

Nastro, carta, forbici, scotch.

Piegatura, adesivo

Marta sospirò per l’ennesimo pacchetto  da assemblare, ormai erano le 20,20 di domenica, quasi un’ora dopo la chiusura prevista del negozio, ma si sa per le feste è così. Nel 2025 saranno ben trenta anni che lavora commessa, ha spaziato in diversi settori dai profumi alla biancheria intima, dalle porcellane alla musica. Già, la musica, all’inizio della sua carriera quando ancora c’erano i negozi di cd e musicassette.

Si sente un po’ stanca Marta, ma sorride all’ultima cliente, arriccia il nastro, imbusta i pacchettini scintillanti e augura buone feste. A volte si sente un automa, ma sa che la maggior parte del fatturato viene realizzato nel periodo di Natale, e quindi, anche se commercialmente è una giostra folle, bisogna stringere i denti, cambiare turni all’ultimo minuto, fare straordinari che non saranno retribuire. Tutto ciò è faticoso ma fattibile, ci sono mali e lavori peggiori, non può lamentarsi. In giro non c’è nessuno, ma secondo Marta quest’anno la gente ha comprato poco perché, probabilmente, i soldi mancano nella maggior parte delle famiglie. Tira giù la serranda, si guarda intorno, le luminare luccicano e i suoi occhi bruciano di stanchezza, ha voglia  di silenzio. Le arriva un messaggio, i capi hanno deciso: apertura speciale anche il 26. Ecco, ora Marta vorrebbe urlare, così in mezzo alla strada tre giorni prima di Natale. Il 26. Proprio il giorno in cui aveva invitato i genitori di Sandro, tutti i nipoti, le sue due amiche con le figlie, ecco il Natale rovinato! Altro che preavviso, altro che solidarietà ai lavoratori, e non parla di salari ma di dignità. Possibile che nemmeno nei giorni di festa si possa stare tranquilli a organizzare un pranzo coi propri cari? Certo, se si avvantaggia il giorno prima sicuramente può farcela, scappando poi alle 15 per aprire il negozio… che poi chi è che compra qualcosa il 26 dicembre, dopo il Natale e prima dei saldi? Una stupida apertura per rompere le scatole e basta. Vorrebbe piangere, a più di 50 anni non è la vita che sognava, sperava che almeno nelle piccole cose almeno ci fosse una solida serenità di base. E invece niente. Tutta una questione di rosso. Anni fa nei giorni rossi non si lavorava, poi è tutto cambiato e nemmeno ce ne  siamo accorti di essere entrati in un tritacarne collettivo dove la qualità della vita è pari a zero. Ma il 2025 sarà diverso, si guarderà intorno, cercherà qualcosa con meno contatto col pubblico, meno frenesia, e, soprattutto, dove i giorni rossi contano ancora qualcosa ché  il tempo è prezioso e non si può più vivere per lavorare, come se fosse facile ricominciare dopo i cinquanta anni. Intanto una morsa l’attanaglia intorno al cuore. Fra 12 ore si ricomincia.

Nastro, carta, forbici, scotch.

Piegatura, adesivo.

Incasinarsi il Natale/07

Episodio  7: L’appostamento

Questa volta ho studiato tutto nei minimi dettagli. Sono mesi che sto preparando il mio appostamento di Natale.

Lo desidero da anni e credo che sia giunto il momento di fermarlo e dirgli in faccia cosa penso di lui e chiedergli le spiegazioni che mi deve.

Spero di non fare troppo rumore, non vorrei dare troppo nell’occhio.

Innanzitutto, cercherò di bere il caffè che di solito mia mamma prepara la vigilia per fare il suo squisito tiramisù, dovrebbe bastare per stare ben sveglio.

La trappola vera e propria sta tutta nel piatto che solitamente lascio per lui: carota per le renne, biscotti al burro e un bel bicchiere di latte per lui, nel cartone del “Grinch” funziona…

Ho messo la rete dei giochi che uso al mare sopra il lampadario, ben nascosta tra tutti gli addobbi di Natale.

In teoria quando prende il biscotto dovrebbe aprirsi e cadergli in testa.

Speriamo non si spaventi, in fondo è pur sempre un signore anziano.

Da piccolo mi faceva abbastanza paura, però anche tenerezza, questo signore che se ne va in giro a regalare doni per tutti con delle renne volanti è fantastico. In realtà gli voglio bene e io con Babbo Natale ci parlo spesso, anche quando non siamo sotto le feste. Certo, poi gli scrivo la letterina, ora che ho sette anni da solo, sono già grande. Però mi piace pensare che mi ascolti anche quando non è Natale. D’altronde fondamentalmente lui ascolta. Ok, sì legge anche… tutta quella montagna di letterine che gli arrivano in tutte le lingue del mondo, è davvero bravo. Io già con l’italiano e l’inglese vado in tilt! Legge e ascolta i nostri desideri, è generoso, affettuoso, ma io devo parlargli. Per questo sto organizzando l’appostamento. Ho bisogno di guardarlo negli occhi e chiedergli una cosa. Non metto in dubbio la sua esistenza, è logico che lui esista. Ma non capisco perché, malgrado le mie richieste chiarissime e il fatto che cerchi di essere abbastanza bravo.

Sono tre anni che gli chiedo una cosa, una soltanto e non capisco perché non si adoperi per farla. Non costa niente, non è introvabile, ed è l’unica cosa che voglio davvero, perché senza di questa libri, giocattoli e videogiochi non mi servano a un accidente.

Sono tre anni che gli chiedo che  papà lavori meno così sta di più con me. Va via la mattina presto e torna che di solito dormo già. In realtà, prima di ricorrere a Babbo Natale, ne ho parlato con mamma che non ha la magia di Babbo Natale ma in genere se la cava bene a risolvere problemi. Mi ha fatto una ramanzina per dirmi che il babbo lavora per me, che c’è bisogno  di soldi, che, quando è libero cerca di fare molte cose insieme a noi. Io un po’ questo discorso lo capisco, ma poi vorrei che mi venisse  a prendere a scuola, a giocare a calcio nel campetto dietro casa, che si annoiasse con me nei giorni qualsiasi e non solo in quelli di festa. Io penso che l’unico che possa fare qualcosa per realizzare il mio desiderio sia Babbo Natale, e quindi una spiegazione me la deve dare. Spero che non si arrabbi e sia comprensivo, e che non si faccia male. Al massimo berrò il latte con lui e gli farò compagnia, ma son certo che questa volta riuscirò a parlare con lui!

Incasinarsi a Natale/06

Episodio 6: Spiderman e il Natale

Vaglielo a spiegare alla Cri che stasera per la vigilia non ci sono.

Se l’è presa, legata al dito e me la farà scontare come minimo fino al nuovo anno. Certo è permalosa, e certo forse la dovevo avvisare prima ma gli imprevisti capitano a tutti.

Accidenti che freddo in calzamaglia… altro che super poteri! Be’ poi quando entro dentro ci sarà il solito caldo interno e farò direttamente la sauna. Mi sono anche messo il cappello in testa e fa strano vedere Spiderman con il cappello rosso e il pon pon bianco, ma credo che farà molto ridere.

Poi la Cri mette tutto sul personale, eppure è una brava ragazza. Pensa che stasera lo abbia fatto apposta a non andare al cenone: ha tirato fuori che non voglio stare coi suoi, che non amo andare in casa da lei, tutte queste segate mentali.

Il punto è che qui non c’è un minuto da perdere. Entrerò dalla finestra, al terzo “Jingle Bells rock” che sentirò e tutti diranno “OHHH” e io fieramente avrò il mio sacchettone pieno di regali.

Come fa la Cri a non capire queste cose? Io qui in corsia ci vengo una volta la settimana, ci ho perso il  mio migliore amico quando ero alle elementari. Ok non era previsto che ci fossi per la sera della vigilia, ma il volontario che fa l’uomo ragno è a letto con la febbre. E non si possono lasciare i bambini di oncologia pediatrica senza Spiderman la notte di Natale, non esiste proprio.

Oh Cri, ma sai che significa il Natale in ospedale a sei anni senza sapere se sarà l’ultimo Natale? Mi dispiace, ma questa volta hai esagerato.

Ecco, la canzone è iniziata, entro e tutti mi guardano sbalorditi, qualcuno sorride. Dovrò dare tutto me stesso per sorridere, altro che  discorsi intorno ai tavoli imbanditi di stufati. Non sono un supereroe e onestamente di Spiderman ce ne sono tanti migliori in giro, ma ce la sto mettendo tutta cavolo che spostare più la nera signora, almeno stasera, almeno per un po’.

E il loro sorriso ecco è il mio miglior super potere!

Cri, cavolo, non sai che ti perdi.

Come incasinarsi a Natale/05

Episodio 5: Il bello dell’amicizia

L’orologio della vecchia torre rintocca le 5 del pomeriggio. Sono belle le tradizioni che divengono abitudini, specialmente a Natale: sanno rincuorare e rassicurare.

Le persone corrono con gli ultimi acquisti per poi prepararsi al cenone, uno stesso copione che ognuno vive a modo suo.

Ma la cioccolata al locale dietro la torre è un evento costante e irrinunciabile, un rito che sugella da anni la loro amicizia.

Come sempre Cassiopea l’avrebbe presa fondente con panna e una spolverata di cannella, Tiziano semplice, senza aggiunte. Non sarebbero mancati, come da menù, gli shortbreads a completare la ghiottoneria.

Avrebbero riso insieme, chiacchierato delle imminenti vacanze natalizie, di cenoni, amici, pettegolezzi degli ultimi giorni dell’anno.

Poi si sarebbero scambiati i regali, da aprire nelle rispettive case come sempre a mezzanotte in punto.

Questo era il loro appuntamento ricorrente del Natale che si sommava alle passeggiate della domenica pomeriggio, l’aperitivo del venerdì, il cinema il mercoledì.

Trascorrevano molto tempo insieme ma soprattutto nutrivano reciprocamente un rapporto simbiotico.

D’altronde Marcello, il fidanzato di Cassiopea, non mostrava gelosie. Tiziano era simpatico, affidabile e soprattutto impegnato sentimentalmente. Conviveva con un giovane pasticcere, Roberto, con cui aveva intessuto una relazione profonda ma clandestina. Non si sentiva pronto a vivere pubblicamente ciò che per diverse persone era ancora un tabù. Cassiopea lentamente era riuscita a trovare un suo posto in questo strano intrecci di relazioni, era un posto scomodo ma vicino a Tiziano. Lei aveva bisogno di Tiziano, era tutto ciò che aveva sempre sognato. Non tanto per quello che aveva sognato, ma per ciò che lei poteva essere quando era con lui: una persona libera. Lui, senza accorgersene, sapeva prenderla per mano e condurla a ciò che sognava e desiderava essere. Ma quest’anno sarebbe stato diverso, finita la cioccolata Cassiopea, dopo ben un anno di pensieri e ragionamenti, avrebbe detto la verità a Tiziano e cioè che lei era innamorata e che le risultava sempre più difficile vivere la loro relazione come semplice amica. Sì, era un grande rischio: poteva anche perdere per sempre Tiziano ma doveva concedersi la possibilità di tentare. Sarebbe stato certamente un uragano nel bel mezzo delle feste, ma la sofferenza era tale che non ne poteva più. Avrebbe fatto del male anche a Marcello ma in realtà sapeva che anche la loro storia da anni non aveva più senso se non quello dell’abitudine,

Così ripulì col cucchiaio la tazza, guardò Tiziano sorriderle mentre le raccontava dei progressi di sua nipote nel fare i primi passi, ero uno zio fantastico. Si fermò per cercare le parole giuste per iniziare, si sfilò i guanti e disse: “Tiziano, sai qual è il bello della nostra amicizia?” e avrebbe proseguito fino a dichiarare i suoi sentimenti, quando ecco che da dietro sentì una mano afferrare la sua spalla destra: “Sorpresa! Sapevo di trovarvi qui alla vostra cioccolata!”. La voce di Roberto le risuonò da dietro, trattenne il respiro, avrebbe voluto urlare. Tutto ciò che voleva confessare rimase lì, nel suo cuore e nei suoi polmoni, fino a contagiare tutto di rabbia, tristezza e impossibilità.