Alter Ego – Un podcast sul gioco di ruolo

Quando ero giovane, come si suole dire, durante gli anni universitari fondai con mio fratello e un suo amico una fanzine. Si parlava di giochi di ruolo e di boardgame e usciva, inizialmente, mensilmente, per poi assestarsi su una periodicità basata sul portarla alla mostra di Lucca Comics & Games (quindi semestrale e poi annuale).
L’esperienza fu, come per molte delle cose che ho fatto nella mia vita, divertente, stressante e priva di qualsiasi guadagno dal punto di vista economico, ma sufficientemente ricca di guadagno dal punto di vista pratico e di amicizie.

Nella delirante fase organizzativa della fanzine (che, comunque, realizzo ora, andò avanti per almeno cinque anni) ci fu ovviamente da scegliere il titolo e alla fine la spuntò Alter Ego, per tutta una serie di ragioni con cui non voglio annoiarvi (vi ho sentito che dite “grazie a Dio”, sa?).
Il titolo della fanzine, cosa che probabilmente non sanno manco i miei due soci, mi è sempre rimasto appiccicato tanto da usarlo ogni volta che mi serve un nome per un progetto temporaneo o per qualche struttura in qualche videogioco scemo (tipo mi ricordo che quando giocai a The Movies, la mia casa produttrice era la Alter Ego Productions).

Questo ci porta a oggi e alla mia assoluta incapacità di stare tranquillo e fermo sul posto quando posso complicarmi la vita. Un giorno, mentre andavo al lavoro, ascoltavo il podcast dell’ottimo Jonah Babins, Discourse in Magic, nel quale intervista una lunga serie di maghi sulla loro esperienza con la magia. Jonah (che, per rispettare i cliché, è canadese e di una gentilezza straordinaria) ha impostato il podcast s uno stile molto tranquillo, il genere di chiacchierata che faresti con qualcuno, seduto a un tavolo mentre bevi un caffè o una birra, e oltre a parlare di magia, parla di come questa sia arrivata e abbia cambiato la vita dell’interlocutore.

Essnedo che da qualche anno ho ripreso ad appassionarmi di giochi di ruolo, si è risvegliato in me il desiderio di parlare con coloro che avevo conosciuto ai tempi della fanzine per vedere in che modo si fosse evoluto il mondo del gioco durante gli anni (che sono, inutile negarlo, molti). Ho quindi steso una lista di nomi e, mentre lo facevo, ho aggiunto nomi di persone che non conosco e che chiamo “della nuova guardia”, e cioè molto più giovani di me, cresciuti in un mondo in cui il gioco di ruolo non era visto come una cosa imbarazzante come negli anni ’80 (o almeno considerato meno imbarazzante di allora) ed era più facile da reperire. Ed è lì che il podcast ha cominciato a prendere una strada leggermente diversa e cioè essendo partito da “vediamo un po’ come si è evoluto il GDR dagli anni ’80 a oggi” a “dimmi come lo hai conosciuto, come ha cambiato la tua vita e, soprattutto, dove pensi si trovi, in questo momento, questo hobby così desueto eppure nel mezzo di una delle sue età dell’oro”.

Le interviste sono state divertenti, gli intervistati tutti gentilissimi e interessanti e non vedo l’ora di sentire cosa diranno gli altri. Poi è cominciata il momento di montare gli episodi (cosa che ha richiesto la necessità che il panic monster entrasse in azione) e ora siamo qui, al momento del lancio.

Si chiama “Alter Ego – Un podcast sul gioco di ruolo” e uscirà ogni mercoledì mattina, sulle principali piattaforme di streaming (spero, devo riuscire a capire pure io se è vero, al momento lo trovate su Substack, Spotify e Apple Podcast). Mercoledì 21 ci saranno i primi tre episodi e poi ne uscirà uno al mese. Oggi potete trovare il trailer.

Con tutti i suoi limiti tecnici e di tempo, al momento lo amo molto, perché ha dentro quello spirito fanzinaro che mi porto dietro dagli anni ’90 e quindi, ecco, bene così. Spero che lo ascolterete e che vi piacerà e, se vi piacerà, che ne parlerete ad altre persone che lo ascolteranno e, se gli piacerà, che ne parleranno ad altre persone e così via.

Non so bene dove andrà questo esperimento, come non lo sapevo quando aprii la fanzine. Ma è bello fare qualcosa di nuovo ed è bello risentire voci di persone che conosci da anni e quelle di persone che non conoscevi e che si rivelano essere piacevoli. Spero sarà bello anche per voi.

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“Ohana significa famiglia”

È successo che la piccola di casa si è appassionata a Lilo e Stitch (il cartone originale) come spesso si appassiona ciclicamente a un nuovo cartone della Disney (in ordine: Frozen, Vaiana, Encanto, Peter Pan, Frozen 2, Cenerentola, La Sirenetta, Rapunzel, Peter Pan, Vaiana 2. In posizioni più basse, non raggiungendo lo stesso livello di ripetute visioni: Il libro della giungla, Tarzan, Gli Aristogatti, Aladdin).
È anche successo che, per il suo compleanno, le è stato regalato il peluche di Stitch, che aveva richiesto, e con il quale ha momenti di grande affetto.

Uno di questi momenti è stato stamattina, quando si preparava per andare a scuola e parlava con lui e gli raccontava cose varie (lei era se stessa, una amica di Lilo. Io, a turno, dovevo interpretare il ruolo di Jumba – lo scienziato che crea Stitch, – David – l’amico di Nani, la sorella di Lilo, – e la presidentessa dell’alleanza galattica. È dura la vita dell’attore, c’aveva ragione De Gregori). Poi ha voluto portarlo a scuola con sé, sapendo di non poterlo tenere lì, perché voleva mostrargli dove andava. Al momento di salutarla, si è accomiatata da Stitch dicendogli che doveva tornare a casa e stare con Lilo.

Io ho lavorato, fatto la spesa, cercato di prendermi cura del mio corpo (vorrei dire “allenato”, ma ho sempre questa sensazione di essere un rudere) e poi sono andato a fare la spesa, a cucinare e dovevo andare al lavoro. Ma avendo dieci minuti di tempo libero, ho guardato il pupazzo di Stitch e ho deciso di prenderlo, di metterlo accanto a quello di Lilo e poi mi sono seduto e con matite colorate ho fatto un cartello che ho messo tra i due, per quando mia figlia tornerà a casa e li troverà ad accoglierla.

Ho da finire la quarta stagione di The Bear e ho film da guardare. Dovrei mettere in ordine alcune cose e lavare i bicchieri nuovi, che ancora giacciono nella scatola di imballaggio. Potevo anche solo bermi un caffè, prima di uscire.
Invece mi sono seduto e ho colorato (e non voglio vantarmi, ma il risultato sembra proprio quello di un bambino di cinque ann…no, forse non dovrei proprio vantarmene).

Quando ancora non ero padre, una persona che conosco e che lo era appena diventato, mi raccontò che con un figlio in casa, si era reso conto di quante energie spendeva in cose che non avevano importanza.
Quando stavo ancora decidendo se provare a fare un figlio, parlai con una cara amica (ciao Shanna!) della mia paura di non avere energie per un eventuale bambino in casa, essendo sempre molto stanco. E lei con molta semplicità mi disse “quando avrai un figlio, per lui le troverai sempre”.

Mi sono seduto a disegnare così, di istinto, senza averlo deciso prima. Sono stati dieci minuti che, probabilmente, avranno più importanza per me che per mia figlia, la quale arriverà e vedrà il disegno e le farà piacere, ma non credo che afferrerà tutto quello che c’è dietro. Ma per me è stato un momento importante e, a suo modo, felice, perché l’ho fatto pensando a mia figlia che spiegava a un pupazzo come era la sua classe e dove metteva lo zaino.
Ieri sera, nel corso di una partita di Dungeons & Dragons, ho detto “è giusto ricordarci anche nei momenti bui quanto siamo fortunati a essere ancora in vita e che abbiamo cose belle intorno a noi”.
Credo che, come umanità, stiamo passando un momento particolarmente buio. E disegnare uno stupido cartello, è servito a ricordarmi di almeno una cosa bella.

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Said he’s going back to a simpler place and time…

Ho questa foto qui, di noi due, Mik. E la feci quando ci conoscemmo, anni e anni fa.
Da allora non avevo altre foto insieme perché, quando cercavo di farne una, sparivi o ti mettevi di spalle o mi affondavi la faccia nella spalla o nel collo. Qualsiasi cosa per sedere sempre dall’altra parte.
Eri fatto così.
Abbiamo riso e scherzato e litigato e riso di nuovo. Non ci si sentiva per giorni, poi uno prendeva il telefono e si riprendeva come se fossero passati venti secondi dall’ultimo messaggio.
Dovevi venire a visitarmi. C’è stata la pandemia.
Dovevi venire a visitarmi. C’è stato quel cazzo di male che ti ha fermato.
Dovevi venire a visitarmi quest’anno. “Il 2025 è l’anno in cui finalmente veniamo a Valencia”. E invece no. Neanche stavolta. Avresti davvero fatto di tutto pur di non vedermi, eh?

Ogni tanto mi fermo e penso che non ci sei più e rimango lì a fissare le mani, il vuoto, il tavolo, il pavimento, il punto in cui sono e mi chiedo: ma cosa cazzo ti è venuto in mente, Mik? E manco ti posso cazziare perché comunque hai ragione tu. Avevi ragione su un sacco di cose.

Però niente, ci tenevo a dirtelo, quello che ti ho detto un sacco di volte e che rimane una delle grandi verità della mia vita: sei una testa di cazzo, ma sei la mia testa di cazzo. Pure ora. Soprattutto ora.
E non ti preoccupare, ogni tanto metterò su il nostro video, per ricordarmi di scrivere. E per ricordarmi di te. Non che ce ne sia bisogno, eh? Non che corra il rischio di dimenticarti.
Eppero, Mik, dai. Cosa cazzo ti è venuto in mente?

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Well, it seems like so long ago, but it really ain’t you know…

Quando mi chiedono “ma ti manca Budrio?”, la mia risposta è un “nì”. Ho lasciato Budrio per tutta una serie di ragioni e una di quelle era che Budrio aveva cominciato a starmi stretta. Ricordo di un pomeriggio di una domenica che vagavo per la piazza Filopanti e, per la prima volta, mi sono trovato a pensare “io qui non ci posso più vivere…”.

Però non posso negare che fino a quando ci sono stato bene, Budrio è stata la casa perfetta, per me, il luogo dove volevo tornare e stare ogni volta che potevo.

Il mio appartamento aveva un piccolo terrazzino stretto che dava sulla città. Lì avevano montato il motore dell’aria condizionata ed era diventato il mio nido. Mi ci sedevo sopra e fumavo una sigaretta o bevevo un caffè o un dito di whisky. A volte pioveva, ma la tettoia mi teneva coperto e potevo restarci, avvolto in una giacca in lana.

Su quel macchinario ho scritto molto, pensato molto di più, fatto telefonate a volte belle a volte no…se è vero che si lascia una traccia di noi stessi, nei luoghi in cui si è passati, quel meteo quadro deve essere molto denso.

Non sono riuscito a trovare un posto simile, qui a Valencia è questa è forse la cosa di Budrio che mi manca maggiormente. O, forse, sono io che non sono più quello che poggiava il culo su un motore dell’aria condizionata e si mette a pensare. E non so se sia meglio o no.

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I listen to my words, but they fall far below. I let my music take me where my heart wants to go…

La solita lista di 10 canzoni che ho sentito di più quest’anno, a discapito del fatto che il mio Spotify è ormai in mano a mia figlia, che ne ha fatto il suo piccolo regno di terrore fatto di canzoni di cartoni animati Disney (quest’anno noto una particolare importanza di Rapunzel e Encanto, ma Vaiana va ancora fortissimo).

È stato anche un anno in cui ho sentito pochissima musica, nonostante mi sforzi ogni tanto di dire “dai, cerchiamo qualcosa di nuovo e bello” e fallisca regolarmente per gusti difficili, mancanza di tempo, poca pazienza di sperimentare (tipo, questa Charli xcx meriterà un ascolto, no? E invece.) (ci ho anche messo tre tentativi per scrivere giusto il nome, signora mia).

Comunque, scorrendo molto la lista dei brani più ascoltati del 2024 (ma molto), ho tirato fuori questi titoli. Come al solito metto i link per sentirli su YouTube ché non tutti hanno Spotify e alcuni ci tengono anche a dirti quanto sei stronzo per averlo. Se per caso vi va, segnalatemi album che pensate potrebbero piacermi. Se mi conoscete, sapete in che direzione andare. Se non mi conoscete e la lista qui sotto non vi aiuta sto dalle parti del classic rock, hard rock, folk, americana, cantautoriale e, a volte, pop se divertente. No reggaeton. No trap.

  1. Stella – Bob Martin
    Bob Martin è un cantautore che definirei “dylaniano” per stile e voce, ma che è capace di scrivere versi e sussurrarteli al tuo orecchio con una passione e un trasporto che ti viene la pelle d’oca e ti ritrovi ad ascoltarlo ad anello. L’ho scoperto grazie alla sempre graziosa mailing list sulle canzoni di Luca Sofri (iscrivetevi, se non lo avete già fatto, è per gli abbonati al Il Post) (abbonatevi a Il Post, se non lo avete fatto, e poi iscrivetevi alla newsletter).
  2. could you love me while I ate myself? – Zeph
    Un po’ in quella scia da ragazzino emo che da qualche parte ha attecchito in me e che mi spinge ad ascoltare una ragazza che chiede “puoi amarmi anche se, fondamentalmente, sono un cazzo di accollo?”. Ma certo che posso, Zeph, figurati se non ho già fatto questo errore un miliardo di volte nel corso della mia vita.
  3. The story so far – Flogging Molly
    A fine Agosto sono andato a Dublino per la prima volta, per vedere un concerto dei Flogging Molly, il mio terzo. Complice la botta di fortuna incredibile di tre giorni di sole, sono stato benissimo, ho macinato kilometri ogni giorno, ho visto posti molto belli, fatto amicizia con un buttafuori gigantesco di un pub (ciao Will, spero che tu stia bene) e, soprattutto, goduto di un concerto splendido. Ovviamente ho ascoltato moltissimo le loro canzoni, prima, soprattutto l’ultimo album, ma anche Float, che è il loro disco del 2008. Questa è una loro classica canzone di resoconti, di guardarsi indietro e dirsi “be’, siamo arrivati fino a qui, in un modo o nell’altro”, che poi è una cosa che ho pensato moltissimo, quest’anno.
  4. You better you bet – The who
    Canzone di amore disperato e in bilico tra la follia della passione e la sofferenza del desiderio. A me fa sempre molto ridere il ritornello, quando lui canta “quando ti dico che ti amo, mi rispondi ‘sarà meglio per te'” (poi mi riconosco molto quando dice “so che vesto male e che a volte faccio abbastanza pena”).
  5. Build Me Up Buttercup – The Foundations
    La dico la cosa da vecchio? Madonna, come non li fanno più pezzoni come questo. Dove ti ritrovi a battere il piede per terra e a ballicchiare per una stupidissima canzone d’amore dove lui si lamenta che lei lo illude e lo molla e che “you never come baby when you say you will”, facendoti venire il dubbio su che tipo di “come” stiamo affrontando qui.
  6. The wind – Cat Stevens/Yussuf
    Tra le cose che confesso sempre con un po’ di timore c’è che io adoro Cat Stevens. Magari non tuttissimo, ma una buona parte sì e sono convinto che non gli sia riconosciuta la giusta importanza, nonostante non sia difficile ascoltare “Father and son” o “Peace train” in serie e film. È anche vero che con la sua conversione all’Islam si è tagliato fuori dal mondo, per poi tornare recentemente e, apparentemente, fare pace con il suo passato. Anni fa lessi una sua intervista e ricordo che parlò dell’Islam con delle persone, cercando di far passare il concetto che non era solo quello che ci viene inculcato tramite il terrorismo e le immagini terribili. Non so se mi aveva convinto del tutto, ma ricordo che finii la lettura con l’idea che, tutto sommato, avrei voluto saperne di più. Questa è una canzone sul cercare se stessi e trovare risposte, guidati dal vento e da ciò che si sente dentro. Un po’ qualcosa in cui, credo, tutti ci possiamo riconoscere.
  7. I want love – Elton John
    Ballattona di Elton John sulla ricerca dell’amore e della pace interiore. Il video, che vi mostro, ha come protagonista Robert Downey Jr. che fa lip-synching e ha una bella storia: l’attore era recentemente uscito dall’ennesimo rehab e non trovava lavoro, schiacciato dalla fama di difficile. Elton John lo prese per il suo video, opponendosi ai veti, dandogli una possibilità di ricominciare a lavorare e di rientrare nel giro.
  8. For what it’s worth – Buffalo Springfield
    There’s battle lines being drawn, nobody’s right if everybody’s wrong…
  9. Every rose has its thorn – Poison
    Oh io l’ho scritto, lì sopra, del fatto che mi piace l’hard rock, eh? Certo, questa è una ballata tipica anni ’80 su come l’amore ti faccia soffrire e baby perché mi hai fatto questo a me che ti amavo tanto uh yeah e niente mi piace andate via.
  10. La fotografia – Enzo Jannacci
    Qualche tempo fa, parlavo con una persona che conosco, del periodo che stavo passando e del fatto che non fossi, diciamo, precisamente in forma. E quando mi chiese di spiegarmi meglio, le dissi “non dirò che sono depresso, perché trovo che si usi la parola depressione troppo facilmente. Diciamo semplicemente che io, da sempre, ho dei periodi in cui sono molto triste e non riesco a stare meglio, finché non mi passa”. Quello che mi succede, in quei particolari momenti, è che mi ritrovo ad attaccarmi una canzone che accentua e potenzia il mio senso di tristezza e la ascolto molto, moltissimo. In uno di questi periodo, c’è stato Jannacci e questa terribile storia di un padre di famiglia che parla del figlio morto, durante un qualche crimine, forse un motorino rubato, forse una rapina, e deve fare i conti con il fatto che, essendo lui è un criminale, è colpa sua se è finita così. È un pezzo che ti strizza il cuore e ti lascia sofferente, però è nonostante questo splendido (e, a latere, quanto ancora sentiamo la mancanza di Jannacci?).

BONUS TRACK
(I 10 pezzi più ascoltati da mia figlia)
1. Ho un sogno anch’io – Rapunzel
2. La pressione sale – Encanto
3. Cos’altro farò – Encanto
4. Non si nomina Bruno- Encanto
5. Il mio nuovo sogno – Rapunzel
6. Dos oruguitas – Encanto
7. Un amico come me – Aladdin
8. La mia vera storia – Aladdin
9. La sirenetta – La sirenetta
10. Un miracolo – Encanto
(per i pezzi no cartoni animati, le prime tre posizioni sono L’isola che non c’e- Edoardo Bennato, Happy together – The Turtles e Burning love – Elvis Presley)

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And the rain sounds like a round of applause…

Mi manca andare al cinema e mi manca andare ai concerti.
Anche ora che, forse, non avrei particolari ragioni per non farlo, ma è come se qualcosa mi impedisse di prendere seriamente in considerazione la cosa (e non è per forza quella piccoletta che fa casino di là). Un po’ come se mi sembrasse troppo complicato o appartenente a un periodo della mia vita che non mi appartiene più. Ad Agosto sono stato a Dublino per vedere i Flogging Molly e la variegata composizione del pubblico mi ha un po’ tranquillizzato. Non c’ero solo io con i miei anni (semi cit. di Corinna) e i miei acciacchi e i miei capelli grigi e i miei pensieri davanti a giovani la metà dei miei anni o anche di più, ma c’erano anche persone della mia età e oltre. Alcune ancora estremamente giovanili nel modo di fare e di comportarsi, altre che hanno portato i propri figli al concerto. È stato come sentirsi dire “non sei mica così speciale” e, in questo modo, sentirsi meno fuori posto, ma ho comunque avuto un po’ la sensazione di essere un imbroglione che stava lì a cantare e saltare e pogare, ma che poi doveva tornare al lavoro, alle bollette, alle responsabilità.

Da Agosto a Dicembre viaggerò abbastanza. Grecia, Irlanda, due volte l’Italia. Vedrò amici, facce conosciute, luoghi che amo, ascolterò musica che mi piace, berrò in buona compagnia. Abbraccerò un sacco.
È bello sapere che accadrà. È bello sapere che, dopo quattro intensi anni, sto pian piano ritagliandomi qualche spazio per qualcosa che amo fare.

Quasi due anni fa ho detto ad alcuni amici con cui ho un gruppo su Telegram “E se creassimo dei personaggi per una partita di una sera a Dungeons & Dragons?”.
Dopo quasi due anni siamo ancora lì, a giocare una volta a settimana, a ridere delle fesserie che facciamo e diciamo, a costruire ricordi insieme. Ho comunque sempre quella sensazione, quella dell’essere un imbroglione che alla mia età ancora gioca di ruolo come quando di anni ne avevo 16, mentre ora dovrei pensare a prenotare visite mediche per mia madre, controllare i conti del palazzo di cui sono amministratore o correggere i compiti dei miei alunni.

È una dicotomia tra il me che sono e quello che cerco di salvare del me che ero. Non posso (e, credo, non voglio essere) quello che ero prima, ma mi piace l’idea di riuscire a salvare una parte particolare, quella che mi aiutava a vedere il bello nel mio mondo, anche nei momenti complicati, stancanti e difficili.
Chissà se ci riuscirò.

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People are as they seems on a hot summer night

L’aria calda che ti sbatte in faccia mentre guidi il motorino nel traffico estivo. Le macchine nervose, gli autisti sudati, infastiditi, con la fretta di arrivare chissà dove, ché comunque fa caldo anche lì.
Ti fermi a un semaforo e ti guardi in giro, in quelle strade che hai percorso un’infinità di volte e che, nonostante tutto, sono in qualche modo sempre diverse, perché c’è sempre qualche negozio che apre o che chiude, qualche ristorante che arriva e cerca una fortuna migliore di quello prima.

Parcheggi la moto e stai fermo lì. Fa caldo, sei in anticipo, sei nervoso. Una ragazza passa davanti a te, il suo cane al guinzaglio che, quando ti vede, decide di venirti a salutare. Fai un po’ di carezze mentre ti lecca le mani e i polsi e gli avambracci e qualsiasi parte del corpo gli capiti a tiro.
“È affettuoso…” dici alla padrona.
“Non con tutti” risponde lei, sorridendo, poi se ne vanno dopo un cenno di saluto.

Ti guardi in giro. Hai voglia di una sigaretta, ma decidi di non fumare. Hai voglia di alcol, ma non è il momento giusto per berlo. Senti le gambe inquiete e lasci che ti portino in giro, affidandoti a loro, lasciando che ti portino dove vogliono, che ti facciano anche perdere, in caso, ché hai scoperto un sacco di posti belli, perdendoti.

Attraversi la strada deserta, il sole che ti batte in faccia, una leggera brezza che ti sfiora, e sei all’ingresso di un parco. Gli alberi, nonostante tutto, sono ancora rigogliosi, come una sfida aperta al caldo, alla mancanza dell’acqua, a un mondo che diventa sempre più ostile ogni anno che passa.
Ti fermi all’ingresso e guardi le persone che passano: chi si allena, chi porta i propri cani a fare una passeggiata e a giocare con altri cani, chi passeggia con amici e famiglia e interessi romantici. C’è chi legge o chi siede sull’erba e si gode la terra sotto al culo, la sedia che è stata lì dalla notte dei tempi a darci sicurezza e un luogo dove riposare.
Ed è in quel momento lì che le sento. È forse in quel momento lì che comincia davvero l’estate, per te. È quando vieni avvolto dal canto delle cicale, da quel frinire infinito e continuo e melodico e ipnotico.
È quando vieni risucchiato in un vortice di ricordi e di sensazioni, tutte legati a quel canto, che, finalmente, sorridi.
Prendi il cellulare e ti metti a registrare, le persone che ti guardano un po’ incuriosite, un po’ convinte che tu sia pazzo, ma non ti importa. Ti importa solo che, in quel momento, ascolti quello che, per te, è uno dei suoni più belli della tua esistenza.

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Tutto questo non può finire bene – Director’s cut

(curiosità e robe sceme sul nuovo libro. Ovviamente, se non l’avete letto, ci sono degli spoiler.)

  • La prima versione del libro doveva essere tutta ambientato nel viaggio tra Olbia e Nuoro, il giorno dell’arrivo del protagonista. Sarebbe stato una storia sulla strada, ma un’ora e mezza di viaggio non era un tempo adeguato. Quindi la seconda idea era di alternare capitoli del viaggio in auto, con flashback, ma questo faceva perdere il senso della storia sulla strada e, soprattutto, avrebbe richiamato troppo Fine della corsa, sempre ambientato a Nuoro.
  • Nella prima stesura del libro, veniva raccontata la giovinezza della nonna del protagonista, con alcuni capitoli che ne narravano alcuni momenti salienti. Questa idea è stata lasciata abbastanza presto, perché, da un lato, non apportava molto alla storia in sé e, dall’altro, non ero convinto di saper descrivere bene la Nuoro di quegli anni.
  • Il titolo originale del libro era Casa è ovunque non sia la tua famiglia, una frase che Riccardo pronuncia durante lo svolgimento dei fatti.
  • Dai libri precedenti fanno una comparsata il personaggio di Simona, da Fine della corsa, e si cita Dante, da Nessuno più scrive belle canzoni, che è riuscito alla fine a pubblicare un nuovo album.
  • L’aneddoto di Gesù seduto al tavolo di un bar è nato ascoltando Are you drinkin’ with me Jesus? dei Jello Biafra, dall’album Prairie home invasion.
  • La linea guida del libro è il ritornello di Like a rolling stone di Bob Dylan: “Come ti senti? Come ti senti? A stare per conto tuo, senza una direzione verso casa, un perfetto sconosciuto, come una pietra che rotola”.
  • Il modo in cui Alice guida il motorino è ispirato a un delirante viaggio fatto per Genova, nella macchina guidata dalla mia amica Carlotta.
  • La parte in cui Arianna, Riccardo e Renato raccontano delle proprie disavventure sentimentali, è tratta dai racconti di amici e conoscenti,
  • La canzone di Simon & Garfunkel a cui fa cenno Riccardo è America, dall’album Bookends.
  • La frase “No, aspetta la cosa diventa difficile. Hai detto “un vestito da clown”, vero?” è una parafrasi di una battuta di Harry, ti presento Sally.
  • Il dialogo tra Riccardo e il suo agente su Superman è un richiamo a quello tra Dante e Johnny in Nessuno più scrive belle canzoni.

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Tutto questo non può finire bene (ma un po’ ci si spera)

E quindi, domani esce il nuovo libro per la Blonk.
Come ho già avuto modo di dire, pure troppo, ma si fa così, dicono, si intitola Tutto questo non può finire bene.
La quarta di copertina recita così:

Riccardo torna a Nuoro per il matrimonio della sorella sapendo due cose: odia tutta la sua famiglia e che il vero motivo per cui continua ad averci a che fare è sua nonna, vera figura materna della sua esistenza. Ma al suo arrivo lo accoglie la notizia che l’amata nonna è morta.

Un rocambolesco fine settimana, tre giorni di avvenimenti, persone, momenti imbarazzanti, comici e drammatici. 

La discesa negli inferi di un uomo che cerca disperatamente di capire la sua vita, nonostante la sua vita sembri remargli contro.

Il libro prende spunto dal mio desiderio di scrivere una storia che avvenisse in uno stretto spazio temporale (la prima idea era di farlo svolgere in un viaggio in auto di un’ora e un quarto), per vedere come avrei gestito le tempistiche, il ritmo e gli avvenimenti.
È stata una scrittura lunga, complicata da una serie di variabili inattese come il cambiare paese, una pandemia, un lutto, la nascita di mia figlia e tutta una serie di cose con le quali non voglio annoiarvi perché, chi più, chi meno, ci siamo passati tutti e il fatto che mi paiano tanto importanti è solo perché sono capitati a me.

Mentirei se non dicessi di essere emozionato e nervoso, nonostante tutto, ma devo anche ammettere che la costante carenza di sonno che mi ha accompagnato negli ultimi tre anni e mezzo mi sta anche aiutando ad affrontare la cosa con meno tremarella delle volte precedenti.

Però il libro è qui e sono felice che sia arrivato e sono felice se lo vorrete leggere e dirmi cosa ne pensate, sia se vi è piaciuto sia se no, per carità, ascolta, proprio no.
Ho sempre detto che, quando scrivo, sottoscrivo un tacito patto con il mio lettore: quello di non fargli perdere tempo. Credo di esserci riuscito anche questa volta. Credo che, oltre a non perderlo, sarà anche del tempo ben speso, con alcuni momenti divertenti e altri, forse, commoventi.

Credo che scrivere, amare la scrittura, sia una delle cose più belle che mi sia successa nella vita.
E sono felice di condividerla con voi, chiunque e ovunque voi siate.

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Tutto questo non può finire bene- copertina

(Ciao, questo è la copertina del mio nuovo libro. Si intitola Tutto questo non può finire bene e uscirà per Blonk a fine Gennaio. La data precisa ancora non la sappiamo, ma intanto, oltre alla copertina ecco un altro pezzo del primo capitolo.)

Daniela torna e mi mette davanti una coppetta con delle noccioline. Ringrazio con un cenno del capo e mene infilo una manciata in bocca.
– Un funerale – dice lei, mentre sciacqua bicchieri e piatti che ripone nel cestello della lavastoviglie.
– Come hai detto, scusa? – chiedo.
– Va a un funerale. Per questo sta tornando a casa, perché è morto un suo parente e sta andando alfunerale. Questo spiegherebbe perché è così di cattivo umore.
– Promettimi che anche tu non lascerai il tuo lavoro per cominciare la carriera di veggente.
Sorride e con pochi gesti precisi chiude la lavastoviglie e la fa partire.
– Sto andando al matrimonio di mia sorella. E già questo sarebbe un ottimo motivo per essere di cattivo umore, concordi?
– Perché? Non è felice che si sposi?
– Sono molto felice che si sposi e questo per la semplice ragione che l’argomento “allora, Teresa, quando vi sposate?” che salta fuori a ogni pranzo di famiglia finirà finalmente in archivio.
– Però – dice lei, alzando un dito – ora cominceranno a chiederle quando farà dei figli.
– Oh no, quello non mi preoccupa. È già incinta. Al quarto mese, per la precisione.
– Ah.
– E no, non si sta sposando per quello.
– Non lo pensavo.
– Invece sì. E non devi sentirti in colpa per essere stata così banale e allusiva, è normale, lo hanno pensatotutti. L’ho pensato anche io che so che non lo fa per quello.
– Va bene – dice, ma non sembra convinta. – Allora come mai non è contento?
– Perché odio la mia famiglia. Davvero. Non è una posa, non è un modo di dire. Non li sopporto. Nessuno. I miei genitori, i miei fratelli, i miei zii, giù fino all’ultimo parente acquisito. Non sopporto nessuno di loro.
– Non è possibile.
– Giuro.
– Nessuno odia tutta la sua famiglia.
– Hai davanti a te il primo esemplare della specie, allora. Dovresti farmi una foto e aprire una paginaWikipedia su di me.
Mi studia con attenzione, poi va da un cliente per fargli pagare il conto e io bevo ancora al mio bicchiere,rendendomi conto di essermi sbagliato. Quando fa ritorno, attiro la sua attenzione con un cenno della mano.
– No, in effetti, aspetta, non aprire la pagina di Wikipedia.
– Ah ecco, mi sembrava strano.
– Amo moltissimo mia nonna paterna.
– Vede? Nessuno odia tutta la sua famiglia.
– Sì, è vero, mi sbagliavo.
– Quindi dovrebbe essere contento di vedere almeno lei.
– Lo sono. Lo sono – ripeto, annuendo. – È una persona splendida e la amo da morire. Ho sempre detto che,invecchiando, sarei voluto diventare come lei che è saggia e amabile e amata.
– E invece… – dice lei.
– OK, tanto per cominciare mi offendo moltissimo che tu dica “e invece” perché sottintende che tu non mi riconosca nessuna delle tre caratteristiche qui sopra.
Non dice nulla e arriccia le labbra.
– Almeno “saggio”, forza. Passino gli altri, ma non puoi sapere se sono saggio o meno, ci conosciamo appena.
Continua a non dire niente e sospira, paziente.
– E invece sto diventando come mio padre – ammetto, alla fine, sconfitto.
– Suo padre non può essere così male.
– Come puoi dirlo? Non sai neanche com’è fatto.
– L’ha tirata su e, nonostante lei lo odi, non l’ha ancora uccisa. Deve avere dei lati positivi.
Finisco il whisky, poggio il bicchiere, il ghiaccio che tintinna.
– Ho deciso che ti odio, Daniela. Scordati la mancia.
– Non me l’avrebbe data lo stesso.
– È vero – ammetto.

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