29 giugno 2024 – Genetliaco di Giacomo Leopardi

Bella ed amabile illusione è quella per la quale i dì anniversari di un avvenimento, che per verità non ha a fare con essi più che con qualunque altro dì dell’anno, paiono avere con quello un’attinenza particolare, e che quasi un’ombra del passato risorga e ritorni sempre in quei giorni, e ci sia davanti: onde è medicato in parte il tristo pensiero dell’annullamento di ciò che fu, e sollevato il dolore di molte perdite, parendo che quelle ricorrenze facciano che ciò che è passato, e che più non torna, non sia spento né perduto del tutto. Come trovandoci in luoghi dove sieno accadute cose o per se stesse o verso di noi memorabili, e dicendo, qui avvenne questo, e qui questo, ci reputiamo, per modo di dire, più vicini a quegli avvenimenti, che quando ci troviamo altrove; così quando diciamo, oggi è l’anno, o tanti anni, accadde la tal cosa, ovvero la tale, questa ci pare, per dir così, più presente, o meno passata, che negli altri giorni. E tale immaginazione è sì radicata nell’uomo, che a fatica pare che si possa credere che l’anniversario sia così alieno dalla cosa come ogni altro dì: onde il celebrare annualmente le ricordanze importanti, sì religiose come civili, sì pubbliche come private, i dì natalizi e quelli delle morti delle persone care, ed altri simili, fu comune, ed è, a tutte le nazioni che hanno, ovvero ebbero, ricordanze e calendario. Ed ho notato, interrogando in tal proposito parecchi, che gli uomini sensibili, ed usati alla solitudine, o a conversare internamente, sogliono essere studiosissimi degli anniversari, e vivere, per dir così, di rimembranze di tal genere, sempre riandando, e dicendo fra sé: in un giorno dell’anno come il presente mi accadde questa o questa cosa.

(Pensieri, XIII)

Qual è il mistero che consente agli spiriti di varcare i limiti che si chiamano tempo e spazio?

Foscolo l’aveva chiamato “corrispondenza d’amorosi sensi”, dote divina negli umani…

E’ vero che non “tocchiamo o vediamo” ma, pure, l’anima “sente” e “tocca” e “vede” sia pure per brevissimi attimi. Percepisce e non riesce a ridire ciò che ha “sentito”… Ma sa che l’altro è là…

Come si fa a negare che esiste lo spirito?

BUON COMPLEANNO MIO CARO GIACOMO!

14.6.1837 – 14.6.2024

Città di Napoli – Quartiere Stella

Uffizio dello Stato Civile

Estratto dai registri degli Atti di Morte dell’anno 1837

Numero d’ordine 568

L’anno mille ottocento trentasette, il dì quindici del mese di Giugno, alle ore 5 ½, avanti a noi Antonio Candida, legale ed ufficiale dello stato civile del Circondario Stella, Comune di Napoli, Provincia di Napoli, sono comparsi Don Giuseppe Ranieri, di anni ventiquattro, di professione impiegato, domiciliato Via S. Giacomo n.° 65, e Lucio Ranieri, di Napoli, di anni 22, di professione legale, domiciliato come sopra. I quali han dichiarato che nel giorno quattordici del mese suddetto, anno corrente, ad ore venti, è morto Don Giacomo Leopardi Conte di Recanati, di anni trentotto, di professione proprietario, domiciliato Vico Pero, n. 2, figlio celibe di D. Monaldo, proprietario, e D. Adelaide Antici. Per esecuzione della legge ci siamo trasferiti insieme co’ detti testimoni presso la persona defunta, e ne abbiamo riconosciuta la sua effettiva morte. Abbiamo indi formato il presente atto, che abbiamo inscritto sopra i due registri, e, datane lettura ai dichiaranti, si è, nel giorno, mese ed anno come sopra, segnato da Noi e da essi dichiaranti Giuseppe Ranieri, Antonio Candida, Lucio Ranieri, Ferdinando Riccardi.

Per copia conforme ecc…

Uno scarno Atto di morte, simile a quello di tutti gli uomini, quello che testimonia il passaggio dal finito all’Infinito del poeta-filosofo Giacomo Leopardi. Privo di ogni speranza egli agognava da tempo il giorno in cui avrebbe incontrato la morte, trasfigurata nella sua poesia nella sorella dell’amore, «bellissima fanciulla»[1] dal «virgineo seno»  su cui piegare l’«addormentato […] volto». La morte di un Grande è sempre un evento importante e intorno ai suoi ultimi respiri vige l’obbligo morale di una rispettosa e doverosa verità da consegnare alla storia.

Sembra, invece, che la sorte di Giacomo Leopardi, che patì in vita e patì nella tomba (e tuttora forse patisce), sia stata davvero unica.[2] Sono trascorsi ormai più di 170 anni dalla sua morte eppure la verità intorno ai suoi ultimi istanti di vita e alla sepoltura ancora non si conosce limpidamente e scientificamente, anzi, il mistero è sempre fittissimo e probabilmente tale rimarrà. E chi ama Giacomo (e non solo lo studia) non può non interrogarsi sulla sua storia terrena e sul suo percorso esistenziale.  Questi, infatti, potrebbero far apparire quasi scontato tutto ciò che è avvenuto dopo la sua morte. Sull’intricatissima vicenda (esempio di come la realtà superi la finzione letteraria), resa tale grazie alle menzogne e alle contraddizioni di colui che Giacomo considerava il suo più grande amico, molto è stato scritto fin dall’inizio.

Così il De Sanctis: «seppi che il gran poeta era morto. Come, quando, dove non si sapeva. Pareva che un’ombra oscura lo avvolgesse e ce lo rubasse alla vista. Le immaginazioni, percosse da tante morti, poco rimasero impressionate di quella morte misteriosa». In tempi diversi, da punti di vista differenti più o meno viziati da ideologie, sono state avanzate più tesi peraltro non sempre suffragate da fonti inoppugnabili. Eppure quell’evento, forse perché difficilmente accertabile nei suoi particolari, rimane sempre avvolto dalla cappa oscura dell’ enigma. Il mistero, che forse non potrà mai essere sciolto totalmente, non si giustifica unicamente per la difficoltà oggettiva di ricostruzione storica ma anche – e questa è la cosa più sorprendente – a causa dell’ostruzionismo di certa critica che sembra ignorare gli stessi documenti ritrovati nel corso del tempo da coloro che pazientemente si sono messi alla ricerca della verità. Si ritiene forse che la questione degli ultimi giorni di vita di Leopardi e del periodo che li seguì non sia rilevante al fini dell’approfondimento dell’Opera. Chi scrive pensa invece che, come già è stato detto, «de’ grandi uomini non solo sono da ritenere in gran conto le opere, ma sono da ricercare le notizie più minute, più intime della loro vita».[3]

Tanto più che «un capitolo non trascurabile della biografia del Recanatese è costituito dagli ultimi suoi giorni […] non può non riuscire d’alto interesse il momento più drammatico di quella vita, il momento cioè supremo in cui la grande anima si trovò prossima finalmente a risolvere il formidabile problema dell’oltre tomba».[4]

Ricordando che «in critica non ci ha nulla di peggio che il giudicare, come suol dirsi, a partito preso, quando, cioè, l’animo è ingombro da preconcetti o pregiudizii»[5] e mantenendo la mente scevra da vane o banali curiosità, sembra «lecito e utile stabilire, in omaggio alla storia, la verità dei fatti stessi, e anche di quelli che seguirono, in quanto, oltre a compiere la biografia del Grande, essi possono anche essere non trascurabile indizio della varia fortuna toccata nel succedersi dei tempi al sommo scrittore».[6]

Il nostro percorso – nato principalmente da un desiderio personale di verità   e che ci ha portato verso strade talvolta impensate – non ha la pretesa di rivelare eclatanti e/o definitive scoperte, ma intende invece evidenziare particolari e circostanze che avvalorati da nuovi documenti, potrebbero suggerire nuove ipotesi e piste di ricerca. Tali ipotesi potrebbero suggerire uno spostamento della prospettiva finora seguita e portare alla riapertura del caso Leopardi, ravvivando la discussione intorno a ciò che potrebbe essere avvenuto il giorno della morte di Giacomo e ciò che, probabilmente, ne è seguito successivamente.

Facciamo nostro il pensiero che Gioacchino Taglialatela, primo studioso ad occuparsi approfonditamente di questa questione, espresse nella sua opera:

«quando, su solido fondamento e su ragionevoli congetture, uno scrittore onesto s’è proposto un fine, a quello debba correre difilato, senza dare urtoni, è vero, ma neppure guardando a destra e a sinistra per domandare il permesso a tutti, ché sarebbe un voler rimanere per la strada».[7]

La nostra ricerca si concentrerà su un periodo ristretto e riproporrà, per essere riesaminati, soltanto quei fatti e quei documenti che sono apparsi indispensabili e pertinenti alle questioni che andremo a trattare e che forse potranno stimolare quanti amano il poeta-filosofo di Recanati a riprendere quello che è diventato un caso spesso riaperto e subito rinchiuso.


[1]  Amore e morte, vv. 123-124 e v. 10. Secondo il Pascoli Leopardi avrebbe ripreso  l’immagine  della «fanciulla» dalla figura della giovane donna vestita di bianco, figura della morte, apparsa in sogno a Socrate nel Critone di Platone. (G. Pascoli, Saggi e lezioni leopardiane, edizione critica a cura di M. Castoldi, Agorà, La Spezia 1999, p. LXI.

[2]  Il caso di Leopardi sembra essere unico per i vari particolari aspetti della vicenda che cercheremo di esaminare. Ma la sparizione dei resti mortali non è solo di Leopardi, ma anche, ad esempio, di Ugo Foscolo la cui salma fu trafugata in Inghilterra. E pure a Mozart toccò una sorte simile. Infatti, quello che viene considerato come uno dei più grandi geni della musica non ebbe una tomba ma venne gettato in una fossa comune dopo un funerale affrettato, celebrato sotto un furioso temporale che costrinse i pochi intervenuti ad arrestarsi fuori dal cancello del cimitero così che i becchini calarono le spoglie del musicista nella fossa comune e nessuno ne seppe più nulla. Anche in questo caso rimane una domanda sul come sia possibile che nessuno abbia pensato a dargli degna sepoltura. Secondo la tradizione storica dunque, non si conosce quale sia stato il luogo che accolse il corpo di Mozart. Tuttavia il Mozarteum di Salisburgo custodisce un teschio che si suppone sia quello del compositore e che medici legali europei affermano adesso essere autentico. Si dice che il teschio sia stato recuperato dalla fossa comune dal sacrestano di San Marco, Joseph Rothmayer. Questi identificò il cadavere di Mozart e avvolse intorno al collo un pezzo di robusto filo metallico. Conservò il teschio come una reliquia che nel 1868 fu presentata al professor Joseph Hyrtl, eminente studioso di anatomia viennese. Hyrtl ritenne che Rothmayer si fosse procurato il reperto nel 1801, quando il terreno fu dissodato per preparare nuove tombe. Nel 1875 Hyrtl pose il teschio su un cuscino di velluto in una teca di vetro e scrisse su di un’etichetta: «Wolfgang Amadeus Mozart, Gestorben 1791, Geboren 1756 Musa vitat mori horaz».

[3] G. Taglialatela, La conversione e la tomba di Giacomo Leopardi, M. D’Auria Tipografo Editore Pontificio, Napoli 1909, p. 47. 

[4] F. Moroncini, La morte, il seppellimento e la tomba di Leopardi, Roma, «La Nuova Antologia», 1 Marzo 1934, XII, pp. 50-51. 

[5]  Taglialatela, La conversione…, cit., p. 111.

[6]  Moroncini, La morte, cit., pp. 50-51. 

[7]  Taglialatela, La conversione…, cit., p. 94.

(da: Un giallo a Napoli. La seconda morte di Giacomo Leopardi, Guida, Napoli 2017, 3 edizione)

Punto a capo. Lettera maiuscola… (Bertoni 2024)

PRESENTAZIONE

Un racconto «fatto a spizzichi e compiuto senza pretese e in totale semplicità», così Loretta Marcon definisce il suo “Punto a capo”. E aggiunge nella pagina finale qualche suo verso ricordando «solitudini perdute/ e giorni vogliosi di un riso/beffardo/Ora/ perché incontro l’adesso».

L’ «adesso» sono proprio queste pagine che leggiamo piacevolmente con il segno e il tono quieto e insieme scorrevole di chi -una Lei- vuole raccontarsi dentro una parabola assai significativa, la simulazione di un percorso d’esistenza che dalla “remissione” approda ad una “sorta di ribellione”. Ma “Punto a capo” non è un “memoir” e neppure un libro di prevedibile autobiografia che segue le vicende di una vita che, ad un certo punto, esce da un “tunnel” e scopre una «ripartenza, una nuova nascita». In realtà Loretta Marcon, che conosciamo e molto stimiamo per tutto quello che ha fatto e scritto intorno alla figura di Giacomo Leopardi, è nascosta dietro la maschera di una “Lei” di cui sono ricostruite le vicende personali. Una maschera che ben si sovrappone e si identifica nella sua esperienza esistenziale e culturale, ma la salva dal difetto più rischioso in simili imprese. Un io superegotico, esorbitante o al contrario ridotto alla sua minimalità insignificante. Proprio perché vuole «introdurre il valore che oggi appare in disuso del far memoria, del tramandare», questa Lei-Loretta passa in rassegna i contenuti o meglio il sentimento stesso del suo viaggio nel “fare memoria”, come affidato ad una controfigura lieve e vagante. Nel suo itinerario a tappe attraverso il ricordo delinea un prima e un dopo: il passaggio da un’Esistenza che diverrà Vita, una conversione radicale verso una continua progettualità.

I momenti dell’ esistenza vengono allineati come su un tavolo ideale su cui pescare, amalgamare, ricavare un flusso di evidenza storica e sociologica appena marcate. Il ricordo della propria vita passata. Un’educazione borghese negli anni cinquanta e sessanta, la scuola per signorine per bene, il primo lavoro, la conquista dell’Olivetti ( un flash narrativo particolarmente felice) , una madre che tanto somiglia a quella di Leopardi «occupata ad amministrare più che a comprendere». Poi il matrimonio , «una specie di fuga in un mondo di libertà che mai aveva conosciuto». Tutto un itinerario che sembra segnato passo dopo passo fino all’immancabile depressione: il sole nero, l’abisso di tristezza , il dolore incomunicabile che talora ci assorbe, fino a farci perdere il gusto di qualsiasi atto, il gusto della vita. Ma la Lei sa con Simone De Beauvoir che non si trasforma la propria vita senza trasformare sé stessi, sa con George Eliot che non è mai troppo tardi per essere ciò che avresti voluto essere. E comincia a trasformare sé stessa, capisce che può essere quella che voleva essere. Si è trovata come dinnanzi ad una specie di incrocio, quello di cui parla Wittgenstein. Più vie, ma bisogna indovinare quella giusta, quella che la porta dove sente di andare, quella per cui il caso che regge le sorti dell’uomo può diventare un destino, il proprio destino. Loretta Marcon scopre la bellezza e la perseveranza di una vita di studi e di ricerca, ritrova Leopardi e su di lui si laurea e con lui inizia un cammino di conoscenza e di scrittura. E anche un’opera di divulgazione che si prolunga nel tempo, con la prima visita a Recanati, la frequentazione della biblioteca di Casa Leopardi, la presenza della contessa Anna che è l’ultima custode delle memorie del poeta ritratta in poche felicissime righe e poi… Poi «un cerchio dentro al quale lei veniva a trovarsi oltre la corrispondenza d’amorosi sensi , insieme a Lui, nel suo secolo, nella sua casa, ma soprattutto vicino alla sua anima».

Dunque Leopardi, poeta di una vita, “angelo dalla spada sguainata”, con la sua opera “di prudenza per i ribelli”. Leopardi eroico e titanico, pessimista e ribelle, resistente a una realtà che dal dolore estrae una linea di solidarietà, la “disperata forza fraterna tra uomini“.

Loretta Marcon è così a tal punto immedesimata nelle parole di Leopardi quasi come il collezionista fuso con i suoi oggetti di Walter Benjamin e potrebbe ricordare il proprio vissuto infantile di «disidratazione delle parole», quando cioè si attenuava la corrispondenza tra la parola e l’oggetto da essa designato. Capiamo meglio il desiderio che la abbaglia, il sogno che la alimenta, il mito che vuole elaborare: muoversi tra gli amati segni leopardiani come tra i giocattoli della sua infanzia per protrarla all’infinito. Vera leopardiana appassionata e non leopardista come qualcuno, frigido e opportunista, e in barba agli specialisti che compilano bibliografie.

“Punto a capo” racconta in modo assai persuasivo una metamorfosi che è impegno continuo e una scelta di vita che diventa una vera e propria visione del mondo, nel modo in cui la intendeva Lucien Goldmann.

Renato Minore

Con l’editore Jean Luc Bertoni al Salone del Libro di Torino – 9 maggio 2024

La chiave biblica. Per una diversa interpretazione di Leopardi

La chiave biblica, poco adoperata nella critica leopardiana, rappresenta una possibilità diversa di interpretare Leopardi. Nel Poeta, che si dichiarava “difensore” di Giobbe e Salomone, davvero possono essere ritrovate la fede interrogante di Giobbe e l’infinita vanità del vero di Qohélet (o Ecclesiaste). Questo libro raccoglie gli studi biblico-leopardiani dell’autrice, riferiti soprattutto all’analisi dei libri di Giobbe e di Qohélet comparati con la vita e l’opera di Leopardi. Le due monografie Giobbe e Leopardi (2005) e Qohélet e Leopardi (2007), successivamente riunite in seconda edizione (2014), sono da tempo esaurite e vengono qui riproposte con nuove acquisizioni e note aggiornate. A queste si aggiungono due brevi saggi che completano l’analisi Giobbe-Leopardi. Il primo: La Lettera “bella e giudiziosa” di Luigi Uberto Giordani è stato da poco pubblicato su una prestigiosa Rivista scientifica. Il secondo: La Religione, il pregiudizio e il biblico “teorema contributivo” nella vita e nell’opera di Giacomo Leopardi è inedito e sviluppa ulteriormente il tema, centrale in Giobbe, cui l’autrice si sta dedicando negli ultimi anni. Infine, in Appendice, e accompagnata da poche note introduttive, viene proposta una lettera inedita di Monaldo Leopardi a dimostrazione dell’importanza che la religione, le pratiche devote e la stessa gestione “materiale” delle stesse, da sempre rivestivano per la famiglia Leopardi.

Presentazione il 9 maggio 2024 al Salone del Libro di Torino.

Prima e dopo l’Incontro con Giacomo Leopardi… (Presentazione di Renato Minore)

Loretta Marcon si racconta. Un c’era una volta che diviene psicoanalisi lieve e liberatoria. Apre nuovamente la sua scatola di latta (Loretta Marcon LA SCATOLA DI LATTA Versi e Pensieri – luglio 2013) e lo fa in punta di piedi, muovendo i fili di una “Lei” che cresce man mano che si sfogliano le pagine dei racconti brevi, regalati alla carta e a se stessa.

Poi, lo spartiacque, Giacomo Leopardi che le si presenta quando “Lei”, donna matura, è consapevole di voler dare un taglio ad un prima non appagante. Il taglio è definitivo ed è il dopo.

“Lei”, di cui si narra, è pronta ad aprirsi definitivamente a ciò che le piace, che la fa sentire bene e le permette di crescere nel pensiero e nel cuore.

L’incontro con Giacomo, come ama chiamarlo – anche noi poi ci rivolgeremo al Poeta di Recanati chiamandolo amichevolmente Giacomo – le aprirà orizzonti fisici e psicologici definitivi, una strada sana di non ritorno. Sarà il suo balsamo, il suo rifugio, i futuri studi, la via che la condurrà nell’Infinito leopardiano e in quello personale, privo di condizionamenti… tutti.

Il percorso recanatese intrapreso, se pur difficile e non senza nei, diverrà consuetudine per approfondire la conoscenza del Poeta e la conseguente divulgazione.

Inevitabile riflettere sul mistero di un destino che si manifesta contro la nostra volontà e che non è facile comprendere, se non gli andiamo incontro in libertà. Questo Loretta lo sa bene, perché lo ha imparato con la fatica del tempo che l’accoglie inesorabile.

(Luciana Interlenghi, Recanati)

La Befana di Giacomo Leopardi (1810)

A Volumnia Roberti
Carissima signora
Giacché mi trovo in viaggio volevo fare una visita a Voi e a tutti li Signori Ragazzi della Vostra Conversazione, ma la Neve mi ha rotto le Tappe e non mi posso trattenere. Ho pensato dunque di fermarmi un momento per fare la Piscia nel vostro Portone, e poi tirare avanti il mio viaggio. Bensì vi mando certe bagattelle per cotesti figliuoli, acciocché siano buoni ma ditegli che se sentirò cattive relazioni di loro, quest’altro Anno gli porterò un po’ di Merda. Veramente io voleva destinare a ognuno il suo regalo, per esempio a chi un corno, a chi un altro, ma ho temuto di dimostrare parzialità, e che quello il quale avesse li corni curti invidiasse li corni lunghi. Ho pensato dunque di rimettere le cose alla ventura, e farete così. Dentro l’anessa cartina trovarete tanti biglietti con altrettanti Numeri. Mettete tutti questi biglietti dentro un Orinale, e mischiateli bene bene con le vostre mani. Poi ognuno pigli il suo biglietto, e veda il suo numero. Poi con l’anessa chiave aprite il Baulle. Prima di tutto ci trovarete certa cosetta da godere in comune e credo che cotesti Signori la gradiranno perche (sic) sono un branco di ghiotti. Poi ci trovarete tutti li corni segnati col rispettivo numero. Ognuno pigli il suo, e vada in pace. Chi non è contento del Corno che gli tocca, faccia a baratto con li Corni delli Compagni. Se avvanza qualche corno lo riprenderò al mio ritorno. Un altr’Anno poi si vedrà di far meglio.
Voi poi Signora Carissima avvertite in tutto quest’Anno di trattare bene cotesti Signori, non solo col Caffè che già si intende, ma ancora con Pasticci, Crostate, Cialde, Cialdoni, ed altri regali, e non siate stitica, e non vi fate pregare, perche (sic) chi vuole la conversazione deve allargare la mano, e se darete un Pasticcio per sera sarete meglio lodata, e la vostra Conversazione si chiamarà la Conversazione del Pasticcio. Frattanto state allegri, e andate tutti dove io vi mando, e restateci finche (sic) non torno ghiotti, indiscreti, somari scrocconi dal primo fino all’ultimo.
La Befana

(lettera senza data ma Recanati, 6 gennaio 1810)

Nota: trovandosi in casa Leopardi, può darsi che questa lettera non sia mai stata recapitata, come Moroncini dà per certo allegando “la soverchia libertà del dettato, e specialmente alcune parole di crudo realismo”, che avrebbero trattenuto i genitori di Giacomo “dal dare esecuzione allo scherzo, per quanto innocente”; come può darsi che vi sia tornata in tempo successivo, essendo stato Monaldo “erede fiduciario universale” della marchesa.

Egloga scritta da Monaldo Leopardi

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EGLOGA scritta da Monaldo Leopardi in occasione del Santo Natale 1806 e recitata in famiglia dai piccoli Giacomo e Carlo (pubblicata da Anna Leopardi in occasione del S. Natale 2006, dedicandola agli amici per augurar loro un anno felice e sereno).

EGLOGA PER IL SANTO NATALE

Giacomo: Carluccio

Carlo: Giacomuccio

Giacomo: Perché siete svegliato?

Carlo: Finora le campane a festa hanno sonato:

dormivo tanto bene: proprio m’ha fatto male!

Giacomo: Vogliamo dir che sia la notte di Natale?

Carlo: Oibò! Fu anno passato. Non lo sapete?

Giacomo: E bene

La notte di Natale in tutti gli anni viene.

Carlo: Ma, dunque, Giacomuccio, il nostro Redentore

In tutti gli anni nasce, in tutti gli anni muore.

Giacomo: Eh, via! Sol una volta per noi morì Gesù:

Adesso vive in cielo, né morirà mai più.

Bensì la Santa Chiesa, con festa principale,

Celebra tutti gli anni la Notte di Natale.

Carlo: Dunque, senz’altro è questa. Babbo…

Giacomo: Mamma; sentite

Il nostro Salvatore è nato e voi dormite.

Carlo: Eh, altro che dormire! Loro si sono alzati.

Giacomo: Saranno andati in Chiesa, e a noi ci hanno piantati.

Carlo: Alziamoci noi pure.

Giacomo: Ci avessero a gridare?

Carlo: Eh no! Gesù Bambino andiamo a salutare.

Giacomo: Oh! Via, per questa volta. Non lo faremo più.

Carlo: Si tratta che ci alziamo per adorar Gesù.

Giacomo: Andiamo nel presepio a fargli compagnia.

Carlo: Diremo il Pater noster, e poi l’Ave Maria.

Giacomo: Sì; e poi gli canteremo tutta la canzoncina.

Carlo: Quella che fece Babbo per noi quella mattina?

Giacomo: Quella per ottenere felicità e contenti

A nonna, a babbo, a mamma e a tutti li parenti.

Carlo: Eccoci dunque. Attenti.

Giacono: Allegramente, a noi.

Su, cominciate.

Carlo: E’ meglio che cominciate voi.

Giacomo: Ti lodo, e t’adoro,

O Figlio divino,

Che fatto bambino

Scendesti dal ciel.

Carlo: Ti lodo, e t’adoro,

O verbo increato,

Che in terra sei nato

Fra i stenti e fra ‘l gel.

Giacomo: E tu, bella mamma,

Di tanto Signore

Presenta il mio cuore

Al caro Gesù.

Carlo: E tu, che qui in terra

Gli servi da Padre,

Al Figlio e alla Madre

Presentami tu.

Giacomo: Se poco è questo cuore,

Altro, Gesù, non ho.

Carlo: Accettami, Signore,

Che tutto a te mi do.

Diacono: A voi raccomandiamo,

Gesù, la casa nostra;

Donate a quanti siamo

Gesù, la grazia vostra;

E fateci contenti

Per una eternità.

Carlo: A babbo nostro e a mamma

Felicità donate;

A Nonna che va a Pesaro

Un buon viaggio date;

Ma non si faccia monaca

E torni in sanità.

Giacomo: Pace, salute e bene,

Gesù, date a zio Vito;

Date a zio Pietro ancora

Salute ed appetito:

Ma questo non sia tanto,

Gesù, per carità!

Carlo: A zio Ernesto pure

Date contenti ognora;

E fate che zio Ettore

Viva felice ancora.

Se non ci ha dati i brevi

Pazienza ci vorrà!

Giacomo: Il signor Don Giuseppe

Fate felice e santo;

Ma faccia poca scuola,

Ché se la slunga tanto,

Come successe a babbo

A noi succederà!

Carlo: Deh! Fate che viviamo

Sempre con pace e riso.

Giacomo: E fate che veniamo

Con voi in paradiso.

Giacomo e Carlo: A giubilare, a vivere

Per una eternità.