2084 – Germinazione

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Un’ulteriore versione del lungo processo di scrittura del racconto Semi nel cemento

Frattamaggiore, 13 agosto 2084

Il sensore biometrico del palazzo di cristallo e marmo emise un bip acuto e prolungato. “Accesso negato”, lampeggiò in rosso sul display olografico. Sossio ritirò il pollice con un sospiro. Come tutti i suoi coetanei dei casermoni, aveva imparato presto dove finiva il suo mondo e dove iniziava quello degli altri, ma non riusciva a cedere alla tentazione di provare ad entrare. Soprattutto quando aveva calato qualche pasticca di troppo.

Era mezzanotte passata e l’afa rendeva l’aria densa e irrespirabile. Nei palazzi nuovi le unità di condizionamento climatico mantenevano una temperatura perfetta, ma fuori, sui balconi, gocciolavano come androidi grondanti di sudore. Nei casermoni di cemento, le finestre spalancate in cerca di ventilazione, lasciavano entrare solo più calore e il rumore incessante del traffico dei droni di Amazon che infestavano il mondo e la città.

Torri di marmo bianco che tagliavano il cielo accanto a edifici di cemento armato che si sgretolavano metro dopo metro, anno dopo anno. Le strade pubbliche, piene di buche, assomigliavano a una superficie lunare ricoperta di polvere grigia che si alzava a ogni passaggio di veicolo.

Mentre si faceva spazio nella polvere camminando senza una meta, Sossio pensava a suo nonno. “Sai cosa c’era qui prima, ragazzo?” gli diceva sempre, indicando i palazzi nuovi. “Campi di canapa che si estendevano fino all’orizzonte. E la villa comunale aveva più di cento alberi. Tigli, querce, oleandri e pini marittimi.”

All’angolo tra Corso Durante e Via Cumana, una luce tremolante attirò la sua attenzione. Non la solita illuminazione a LED che trasformava la notte in giorno nel quartiere dei ricchi, ma qualcosa di più caldo, più umano. Forse una di quelle fiamme di cera che aveva visto nei documentari sulla vita dello scorso millennio.

Attraverso la finestra del piano terra, intravide una donna anziana china su un computer portatile, circondata da pile di veri libri di carta, un autentico lusso nel 2084. Quando lei alzò lo sguardo e i loro occhi si incontrarono, Sossio si aspettava irritazione o paura. Invece, la donna gli sorrise facendogli cenno di avvicinarsi.

“Non stare lì fuori”, disse con voce ferma ma gentile. “Se qualcuno ti vede, inizierà a fare domande. Entra.”

Sossio esitò solo un momento. La porta cigolante lo stava trasportando in un’altra dimensione dello spazio e del tempo.
L’interno profumava di libri e cera d’api. Sulle pareti, scaffali carichi di volumi alternati a stampe che mostravano Frattamaggiore in epoche diverse. La donna aveva i capelli completamente bianchi raccolti in una crocchia disordinata e occhi azzurri che sembravano aver visto troppo e troppo vissuto.

“Io sono Stefania”, si presentò, chiudendo il laptop con gesto deciso. “Archivista urbana, sezione memoria collettiva. E tu sei Sossio Di Costanzo, nipote di Carmine.”

“Come fai a…?”

“Tuo nonno veniva qui spesso negli ultimi mesi.” Stefania si alzò, rivelando una statura minuta ma una postura dritta, da ufficiale militare. “Mi parlava di te. Diceva che eri l’unico della famiglia che si faceva ancora delle domande.”

Lo sguardo di Sossio rimbalzò dai libri sugli scaffali alle mani di Stefania: “Che tipo di archivista sei?”

“Del tipo che documenta quello che vogliono farci dimenticare.” Stefania indicò lo schermo del computer. “Guarda qua.”

Sullo schermo apparve una mappa di Frattamaggiore del 1966: un mosaico verde punteggiato di case basse, attraversato da stradine che seguivano tracciati antichi e dimenticati.

“Questo è quello che hanno cancellato con centinaia di speculazioni edilizie culminate con la Grande Ricostruzione del 2060”, disse Stefania. “Migliaia di metri quadri di verde pubblico, centotrentadue edifici storici, quattro chilometri di canali naturali. Tutto spazzato via per far posto agli investimenti delle megacorporazioni.”

“Perché me lo stai mostrando?”

Stefania spense il computer e prese una torcia. “Per te, per noi tutti, per tuo nonno. Lui mi aveva fatto promettere che ti avrei coinvolto.”

“Coinvolto in cosa?”

“Nel dare nuova vita a questo posto morente. Seguimi e capirai.”

Lo condusse fuori, attraverso vicoli che Sossio conosceva solo di vista, fino a raggiungere il vasto parcheggio del megacentro commerciale Maricada.

“Qui c’era la villa comunale”, disse Stefania, illuminando con una torcia laser quello che sembrava solo asfalto crepato. “Ma osserva meglio.”

Sossio si inginocchiò dove indicava il fascio di luce. Minuscole foglie a forma di cuore spuntavano dalle fessure dell’asfalto.

“Tigli”, spiegò Stefania. “Le radici sono sopravvissute sotto il cemento per venticinque anni. Stanno cercando di tornare alla superficie.”

Nel resto della loro esplorazione notturna Stefania gli mostrò un muro di tufo nascosto dietro una facciata di vetro, dove un’edera centenaria aveva ricominciato a crescere; una sorgente d’acqua che sgorgava tra i mattoni di un edificio abbandonato; un giardino segreto sul tetto di una palazzina, dove qualcuno coltivava pomodori e basilico in contenitori di recupero.

“La città originale non è morta”, disse, fermandosi davanti a un murale che Sossio non aveva mai notato. Rappresentava Frattamaggiore com’era un tempo: bambini che giocavano tra gli alberi, mercati colorati, strade piene di vita. “È solo sepolta sotto una coltre di marmo e cemento. E noi lavoriamo per riportarla in superficie.”

“Noi chi?”

“Architetti che progettano in segreto spazi verdi. Biologi che studiano come la natura può riconquistare il cemento. Artisti che dipingono la memoria sui muri. Hacker che alterano i sistemi di controllo urbano per creare ‘malfunzionamenti’ che favoriscono la crescita delle piante.”

Per la prima volta da mesi, Sossio sentì qualcosa che assomigliava alla speranza. “Cosa posso fare io?”

Stefania estrasse dalla tasca un piccolo cilindro delle dimensioni di una batteria, con una superficie metallica che rifletteva la luce della luna. “Questo è un bio-catalizzatore organico. Contiene enzimi che accelerano la decomposizione del cemento e liberano i nutrienti intrappolati. In settantadue ore crea fessure abbastanza ampie per permettere la germinazione.”

“Ma… si può fare? È legale?”

“Tecnicamente è classificato come ‘acceleratore di compostaggio urbano’ secondo le normative ambientali del 2078.” Stefania fece una pausa. “Ma se le autorità capissero cosa fa realmente a un marciapiede…”

Mentre tornavano verso i casermoni, Stefania spiegò come funzionava la rete dei loro interventi: droni modificati che di notte inserivano spore nelle crepe degli edifici, proiettori olografici che creavano immagini di verde sui muri grigi per risvegliare nei passanti l’amore per la natura e virus informatici che alteravano i dati climatici nei sistemi di controllo per sfavorire la realizzazione di altre strutture di marmo e cemento.

Arrivati davanti al palazzo di Sossio, Stefania si fermò. La sua espressione si fece più grave.

“C’è qualcos’altro che devi sapere. Tuo nonno non è morto per cause naturali.”

Il sangue si gelò nelle vene di Sossio. “Cosa?”

“Carmine era uno di noi. Aveva scoperto documenti che provavano come la Grande Ricostruzione del 2060 fosse stata pianificata già negli anni ’20 da un consorzio di famiglie che gestivano la cementificazione selvaggia e il traffico di rifiuti tossici. Le stesse famiglie che oggi controllano le megacorporazioni e governano la città.” Stefania estrasse un cristallo di memoria delle dimensioni di un’unghia. “Tre giorni prima di morire, mi diede questo. Disse che conteneva abbastanza prove da mandare in galera mezza amministrazione cittadina.”

Sossio prese il cristallo con mani che tremavano leggermente. “Perché me lo dai adesso?”

“Perché domani mattina il bio-catalizzatore che ti ho dato inizierà a lavorare. Quando vedrai le prime crepe nel cemento, dovrai scegliere: accontentarti di far crescere qualche pianta o usare quello che sappiamo per riprenderci davvero la nostra città.”

Stefania si allontanò nella penombra, lasciando Sossio solo con due segreti che potevano cambiare tutto.

Quella notte Sossio non chiuse occhio. Ogni rumore nella strada lo faceva trasalire. Ogni luce che filtrava dalla finestra poteva essere un drone di sorveglianza. All’alba, quando scese per andare al lavoro, notò la prima sottile crepa che attraversava il marciapiede davanti al suo palazzo.

Il cemento aveva iniziato a cedere.

E lui doveva decidere da che parte stare.

Germinazione – Distopia Frattese

In sottofondo, “Abusi di potere“, brano di Jennà Romano tratto dalla colonna sonora del film “Trentatré” di Lorenzo Cammisa (2024-2025).

Con questo racconto si chiude il processo di riscrittura di questa storia fantascientifica ambientata a Frattamaggiore, la cittadina dove sono nato e vivo e che è una delle più cementificate e trafficate del mondo: poco più di cinque chilometri quadrati con oltre 28mila abitanti; il che fa del nostro paesello uno dei trenta comuni più densamente popolati d’Italia, in buona compagnia – si fa per dire – con molti paesi limitrofi dell’area a Nord di Napoli (alcuni dei quali si posizionano ai primissimi posti in questa scellerata classifica di luoghi ipercementificati e privi di spazi verdi pubblici e privati).

Se volete leggere gli altri racconti di questa serie “seminale” li trovate qui:

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è una pura catena di cause ed effetti.

Dopo, non aggiunse altra parola

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Dialogo ottocentesco

“Cerchi il silenzio?”

“No”, mi rispose, “Voglio sentire
il fruscio del vento tra le foglie,
lo svolazzare di ali nel cielo,
il frinire delle cicale e
lo scroscio delle onde
sulla scogliera.

Quello che non voglio
più ascoltare
è il nostro rumore
e il suono della mia voce”.


Un dialogo tardo-ottocentesco sulle note di Chopin (il video)

In sottofondo, Fryderyk Franciszek Chopin a.k.a., Frédéric François Chopin (1810-1849), “Notturno Op.9 n.2in Mi bemolle maggiore, nell’interpretazione di Pio Palumbo

Il video è stato realizzato integrando strumenti di intelligenza artificiale generativa – come Nano Banana, Veo e Flow – con PicsArt ed Edit per il montaggio e per l’editing delle immagini statiche e della grafica dei singoli frame.

Il mio intento era dare un tono romantico e vagamente ottocentesco a una clip realizzata con strumenti del XXI secolo. Spero di esserci riuscito senza risultare troppo melenso e caramelloso.


Julie la Rossa (che fa dimenticare il mondo intero)

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Da una prostituta francese a una prostituta brasiliana, attraverso schiere di puttane di De André e un’appendice femminista.

Fais-nous danser, Julie la Rousse 
Toi dont les baisers font oublier 

Petit’ gueule d’amour t’es à croquer 
Quand tu trimballes ton éventaire 
Ton arsenal sans fair’ de chiqué 
A vaincu plus d’un grand militaire 

La incontro così, per caso, scorrendo parole di vecchie chansons francesi: una ragazza dai capelli rossi che “fa ballare” un intero quartiere e, soprattutto, “fa dimenticare” le miserie, le frustrazioni, le guerre, perfino i grandi militari che il suo “arsenale” di seduzione ha già sconfitto da un pezzo.

Provo a portarla in italiano, senza tradirne del tutto la musica:

Facci ballare, Julie la Rossa, 
tu, i cui baci fanno dimenticare ogni cosa. 

Piccola faccia d’amore, sei da mangiare di baci, 
quando ti porti in giro il tuo banchetto, 
il tuo arsenale, senza fare la preziosa, 
ha sconfitto più di un grande militare.

Siamo nel lontano 1956 e l’autore di questa canzone si chiama René-Louis Lafforgue: attore, autore, cantautore, figura appartata ma decisiva della chanson réaliste del dopoguerra, quella che guarda Parigi non dalle terrazze dei caffè letterari, ma dai marciapiedi, dai bistrot, dalle camere ammobiliate dove si sopravvive più che vivere. 
La sua Julie la Rousse, interpretata anche da Colette Renard, Anny Flore e Philippe Clay, appartiene a questa tradizione di ritratti umani che mescolano tenerezza, ironia e una feroce lucidità sociale.

Julie non è una musa angelicata. È una prostituta della Place Blanche, regina non incoronata di un angolo di Parigi dove i clienti passano, fumano, trattano, dimenticano. I passanti la giudicano “mauvaise graine”, cattiva erba, perché “a ogni uomo dà un’imbeccata”, eppure il testo le rende omaggio definendola “vraie citoyenne”: una vera cittadina che, senza proclami e senza rivendicazioni, “dà sollievo alle arsure extra-repubblicane” dei maschi francesi. Se la Repubblica proclama égalité e fraternité, è anche grazie a corpi come il suo che certe pulsioni trovano una via d’uscita meno violenta e mortale. In questo senso, quello di Lafforgue è anche un canto antimilitarista.

C’è un verso che mi piace particolarmente, quello che ricorda che Julie, a volte, lavora da artista:

Car parfois tu travailles en artiste
Ton corps tu l’prêt’s sans rien fair’ casquer 
À tous les gars qu’ont le regard triste 

A volte, insomma, Julie non chiede nemmeno una ricompensa economica: presta il suo corpo “da artista” a tutti ragazzi che hanno lo sguardo triste. Il commercio del sesso si incrina per un attimo e lascia passare un’altra logica: quella della cura, della compassione, della consolazione quasi materna. Nei baci di una prostituta di quartiere, la canzone arriva a dire che si può “abbracciare il mondo intero”. Non è poco.

Uno sguardo sulle prostitute, senza moralismo e senza sconti, che mi riporta a De André. 
Penso, ovviamente, a “Bocca di Rosa“, la forestiera che “metteva l’amore sopra ogni cosa” e che per questo viene prima idolatrata e poi cacciata dal paese dalle pie donne offese. Penso alla “Città vecchia“, dove “se ti inoltri lungo le calate / dei vecchi moli, tra la gente che viene e che va…”, incontri “la puttana, il ladro, l’ubriacone” e tutta quella fauna umana che la borghesia preferisce tenere a distanza di sicurezza. Penso a “Via Del Campo“, alle passeggiate festive delle prostitute di “A Dumenega“, e a “Prinçesa“, trans e prostituta brasiliana.

De André ha dichiarato spesso il suo debito verso la canzone francese: Brassens, Brel, Ferré, ma anche questo sottobosco di autori meno celebrati che hanno insegnato a guardare in faccia i “perdenti” della storia, a restituire dignità narrativa a chi vive ai margini. Julie la Rossa potrebbe tranquillamente camminare tenendo sottobraccio Bocca di Rosa lungo una via tra Pigalle e un anonimo paese dell’entroterra ligure: due donne di mala fama, due sante laiche che ricordano agli uomini il prezzo e la grazia del desiderio.

A partire da questi versi e da questa immaginaria sorellanza tra Lafforgue e De André, ho provato a dare un volto alla mia Julie. Il risultato è il ritratto che accompagna questo post: una ragazza dalla chioma rosso fuoco, pelle quasi di gesso, occhi verdi e sguardo laterale, un po’ ironico e un po’ diffidente. Non è la Julie di Parigi, non è Bocca di Rosa, non è nessuna delle due: è la loro cugina che passa per il mio bloc-notes, si lascia colorare e poi scappa di nuovo nella notte.

Per chi fosse curioso di sapere come è nata questa Julie la Rossa a matita e colori digitali, ho montato un piccolo video di making of: il disegno che prende forma a poco a poco, dalla prima linea incerta fino alla colata di rame dei capelli, con in sottofondo proprio la canzone di René-Louis Lafforgue. 

“Julie la rousse” canta Anny Flore, 1957

Così, mentre la mano traccia ombre e contorni, è la voce della chanson a ricordarci che, a volte, per capire un’epoca non bisogna ascoltare i discorsi dei ministri, ma le storie di chi, come Julie, “fa ballare” e “fa dimenticare” il mondo intero per qualche minuto rubato alla notte.


Perché a volte lavori come le artiste
Il tuo corpo lo offri senza chiedere nulla
A tutti i ragazzi dallo sguardo triste

Ma…, proprio qui, nel momento in cui la canzone di Lafforgue tocca le corde più alte della compassione e della bellezza, mi viene da fermarmi a chiedermi se questa visione della prostituzione non sia troppo romanticizzata, e comincio a dubitare (mi capita molto spesso). Non è, in fondo, uno sguardo tutto maschile che proietta sulla figura della prostituta i propri bisogni di consolazione, la propria nostalgia, il proprio sentimentalismo?


Il Movimento Femminista Romano se lo chiese già negli anni Settanta, quando riscrisse “La Canzone di Marinella” di De André (che pure raccontava la storia di una giovane prostituta morta ammazzata) in questi termini:

Questa di Marinella è la storia vera,
lavava i piatti da mattina a sera
e un uomo che la vide così brava
pensò di farne a vita la sua schiava.

Così, con l’illusione dell’amore,
che le faceva batter forte il cuore,
s’inginocchiò davanti a quell’altare
e disse tre volte “sì” per non sbagliare.

Lui ti guardava mentre pulivi,
forse leggeva mentre cucinavi;
te ne accorgesti senza una ragione
che la sua casa era la tua prigione.

C’era la luna e ancora non dormivi,
dopo l’amor no, tu non dormivi:
sentisti solo sfiorare la tua pelle,
lui ebbe tutto e ti girò le spalle.

Dicono che spesso con cipiglio
lui ti chiedesse un figlio;
tu eri stanca, grassa ed avvilita,
avevi solo figlie dalla vita.

Ma un giorno, mentre a casa ritornava,
vide una mostra che la riguardava:
cambiare poteva la sua condizione
col Movimento di Liberazione
cambiare poteva la sua condizione
col Movimento di Liberazione

Da Vettori Giuseppe, Canzoni italiane di protesta 1794 – 1974, Roma, Newton Compton, 1975

Insomma, se da un lato è giusto diffidare della mitologia maschile sul “cuore d’oro” delle prostitute, dall’altro non si può negare che canzoni come Julie la Rousse o Bocca di Rosa abbiano compiuto un gesto politicamente rilevante: hanno restituito visibilità e dignità narrativa a figure che la società benpensante voleva cancellare. Hanno detto: queste donne esistono, meritano di essere raccontate, hanno una storia, una dignità e uno spessore poetico.

Quando la ribellione diventa icona: una sigaretta accesa con la foto di Khamenei

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Tra realtà e intelligenza artificiale, il gesto di sfida di una giovane iraniana a Toronto e la mia affrettata sperimentazione con Flow di Google

Ha una carica simbolica e una forza iconica tremenda l’immagine di questa bellezza iraniana che si accende una sigaretta facendosi fuoco con una foto dell’ayatollah Ali Khamenei.

Debbo dire che all’inizio avevo capito che compisse il suo gesto in Iran e la cosa mi era sembrata così improbabile che avevo pensato che fosse una clip creata con l’IA generativa. Poi, però, ho letto che questa stupenda, sfrontata e libera ragazza vivrebbe a Toronto. Così la cosa mi è parsa più probabile.

Cfr.
https://www.lastampa.it/esteri/2026/01/10/video/la_scintilla_della_ribellione_giovane_iraniana_si_accende_una_sigaretta_con_la_foto_di_khamenei-15463148

(Difficile fare un serio fact checking sull’autenticità di questo ed altri video simili. Da quanto ho visto, però, su Tik Tok tra i primi ad averlo pubblicato c’è il Jerusalem Post; il che qualche lecito dubbio lo fa venire. Ma ormai poco importa. Le immagini oggi non debbono essere vere, e nemmeno debbono non esserlo. Debbono essere credute, riconosciute e condivise. Nascono per farsi meme).

In ogni modo non ho resistito alla tentazione di chiedere all’intelligenza artificiale di Flow di crearmi uno short video simile.
L’AI ha generato le immagini in movimento che gli ho richiesto con la consueta sollecitudine e con qualche evidente difetto che non mi sono peritato nemmeno di correggere manualmente né di chiedere, alla macchina, di far correggere artificialmente.

fumata bianca, fumata nera, fumata falsa, fumata vera e fumata AI (fumata Anti-Imperialista)

Va bè, che vadano in fumo tutti gli Stati assoluti e tutti gli autoritarismi!
Fuck out of this world!

#AI #Antimperialism #ArtificialIntelligence #AmericaIran #Ai+Tan

Il video in versione sintetica

In sottofondo, un frammento del valzer “Je te veux” di Erik Satie, arrangiato per arpa da Valerie Saint Martin.

“Fai spazio allo stupore”

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L’assassinio di Renee Nicole Good e la risposta ancora timida degli Stati Uniti d’America

A Minneapolis, un ufficiale federale della polizia anti-immigrazione (ICE), ha ammazzato con tre colpi di pistola puntati sulla faccia, Renee Nicole Good.
Renee nel 2020 aveva vinto il premio di poesia dell’Academy of American Poets con il componimento “On Learning to Dissect Fetal Pigs” (“Sull’imparare a sezionare i feti di maiale”).

Mi sono andato a cercare questa poesia.
Nella parte finale si legge:

now i can’t believe—

that the bible and qur’an and bhagavad gita are sliding long hairs behind my ear like mom used to & exhaling from their mouths “make room for wonder”

che traduco in modo approssimativo con

ora non riesco a credere—

che la bibbia e il corano e la bhagavad gita stiano scostando lunghi capelli dietro il mio orecchio come faceva mamma ed esalando dalle loro bocche “fai spazio allo stupore”.

E, mentre leggo, faccio spazio a tutto il mio scandalizzato stupore: non riesco a credere, I can’t believe, che sia ancora così timida la protesta contro questo assassinio. E che non si sentano voci forti di intellettuali, artisti e donne e uomini pubblici che protestino contro questo uso spropositato della forza dentro e fuori dalle mura degli Stati Uniti d’America.

Renee Nicole Good aveva 37 anni e 3 figli, il più piccolo di 6 anni.
Trump e l’amministrazione federale l’hanno descritta come una esagitata, hanno dichiarato che stava compiendo un atto di terrorismo interno (“domestic terrorism“) e hanno difeso a oltranza il suo massacratore (il vicepresidente Vance si è spinto fino a dichiarare che l’agente godrà di una “absolute immunity“). Checché se ne dica, svariati video testimoniano che Renee non stava in alcun modo attentando alla vita degli agenti dell’ICE che l’hanno brutalmente giustiziata davanti a decine di cittadini americani.*

Lei sul suo account Instagram si autodefiniva come “poetessa, scrittrice, moglie, mamma e chitarrista da quattro soldi”.
Io tendo a crederle.

E continuo a scandalizzarmi per la timidezza delle proteste interne.

Continuo a chiedermi: Dove caspita è finita l’America del dissenso e del non conformismo?

«Dove sono i Ginsberg, gli Huxley e i Vonnegut?
Dove i Dylan, i Mingus, gli Zappa e gli Shepp di oggi e di domani?
Dove sono i James Baldwin, le Toni Morrison e le Nina Simone?
Che fanno i Noam Chomsky, le Patti Smith, i Tom Waits, i John Irving, i Philip Roth e i Paul Auster in questo letamaio?
Dove sono finiti i Thoreau, i Burroughs,
i Coltrane, i Lou Reed, gli Zack de la Rocha e i Chaplin; e dove cavolo stanno gli Orson Welles, i Robert Altman, i Dennis Hopper, i John Cassavetes, gli Oliver Stone, gli Spike Lee, gli Art Ensemble of Chicago, gli Henry Threadgill, i Woody Allen, i Marlon Brando, le Jane Fonda, gli Sean Penn, le Susan Sarandon e perfino i Clint Eastwood che alimentarono il nostro sogno americano.

All, all are sleeping on the hill“, e le loro figlie e i loro figli stanno a guardare, a quanto pare, mentre là fuori infuocano le trumpate e il giorno si fa buio.»

Short Video in memoria di Renee Nicole Good

In sottofondo, qualche nota di “Requiem for a Revolution” di Marc Ribot (2010)

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* Qui un link che documenta il massacro (fonte: The New York Times):

Aggiungo che, dopo questo efferato delitto, la voce più netta che ci è arrivata dall’America non è stata quella di un intellettuale o di un artista, ma quella di un politico locale: il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, che ha rilasciato queste inequivocabili dichiarazioni:

To ICE: Get the fuck out of Minneapolis. We do not want you here. Your stated reason for being in this city is to create some kind of safety and you are doing exactly the opposite.”
In italiano: “All’ICE: andatevene a fare in culo fuori da Minneapolis. Non vi vogliamo qui. La vostra motivazione dichiarata per essere in questa città è di creare una sorta di sicurezza e state facendo esattamente il contrario.”

Having seen the video myself, I want to tell everybody directly: that is bullshit.”
In italiano: “Avendo visto il video di persona, voglio dire a tutti direttamente: questo è una grossa stronzata.”

This was an agent recklessly using power that resulted in somebody dying.”
In italiano: “Questo è un agente che ha usato il potere in modo sconsiderato con il risultato che qualcuno è morto.”

We are calling for a clear and transparent process that includes state investigating agencies.”
In italiano: “Stiamo chiedendo un processo chiaro e trasparente che includa le agenzie investigative statali.”

(Fonti: The Guardian, The Standard, CBS News e Time)

Mi pare che il sindaco Frey abbia detto tutto quello che si doveva dire.
Una piccola luce tra le tenebre a stelle e strisce.

Dal Golfo di Napoli a un museo tedesco: un Grand Tour in miniatura all’Alte Nationalgalerie

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Paesaggi campani restituiti a Berlino da occhi di Düsseldorf

Ti giri quasi per caso verso una sala laterale e trovi Napoli appesa al muro di un museo di Berlino. Non è una metafora: è proprio Napoli. Sorrento, Capri, Pozzuoli, il golfo al tramonto. Tutto lì, in una stanza che non ti aspettavi di attraversare.

Si dica, si racconti o si dipinga quel che si vuole ma qui ogni attesa è superata. Queste rive, golfi, insenature… Siano perdonati tutti coloro che a Napoli escono fuori di senno!
Johann Wolfgang Goethe, Italienische Reise, 1787

Nel video che condivido oggi provo a restituire questo piccolo cortocircuito geografico: siamo a Berlino, all’Alte Nationalgalerie, eppure, quadro dopo quadro, sembra di camminare tra Sorrento, Capri, Pozzuoli, Miseno, immersi in una luce pienamente mediterranea.

Ho girato il minivideo durante una visita a una mostra temporanea dedicata alla Collezione Scharf, con nomi come Goya, Monet, Cézanne, Bonnard, Degas, Toulouse-Lautrec. Un percorso ricchissimo, quasi “da museo dei sogni”. Eppure mi sono fermato in questa sala laterale, meno celebrata, dove alcuni artisti della Scuola di Düsseldorf raccontavano Napoli e dintorni attraverso lo sguardo del paesaggismo romantico europeo.


Nel video si attraversano luoghi che hanno alimentato a lungo l’immaginario continentale: Sorrento, Capri con i suoi pescatori e la Grotta Azzurra, Pozzuoli, il Golfo di Napoli al tramonto, fino a Miseno e Miliscola. Tra i pittori esposti compaiono Carl August Zimmer, August Wilhelm Ahlborn, Carl Friedrich Seiffert, Carl Blechen, August Kopisch e Joseph Rebel. Nomi non “pop”, quasi laterali, ma capaci di dire molto su un’epoca e su uno sguardo.
La Scuola di Düsseldorf fu uno dei principali centri artistici tedeschi dell’Ottocento, attiva soprattutto tra gli anni Trenta e la fine del secolo. La sua pittura unisce rigore accademico, cura del disegno e una forte tensione narrativa. I paesaggi sono spesso idealizzati, ma fondati su uno studio attento dal vero. Una miscela perfetta per il “tema Italia”: precisione e immaginazione, osservazione e mito.
Queste opere si collocano pienamente nel solco del Grand Tour, il viaggio di formazione che tra Sette e Ottocento portava artisti e intellettuali europei in Italia. Se Roma rappresentava la classicità, Napoli era spesso la rivelazione sensoriale: la luce del golfo, il mare, i promontori, il Vesuvio sempre presente. Un luogo in cui il quotidiano e il sublime convivevano senza separazioni nette.
Guardando quei quadri si ha l’impressione che Napoli non venga semplicemente ritratta. Viene cercata. Non come città, ma come esperienza, come soglia percettiva, come spazio capace di modificare lo sguardo di chi arriva.
È questo che amo delle sale “minori”: non chiedono venerazione, chiedono attenzione. E se gliela concedi, aprono mondi. In questo caso uno inaspettato: il Golfo di Napoli appeso a Berlino, testimonianza concreta di quanto il Sud d’Italia abbia inciso sull’immaginazione europea.
Se vi va, guardate il video così: non come una carrellata di quadri, ma come un Grand Tour compresso. Un viaggio da parete, con dentro il mare.
Perché forse è questo che facciamo davanti a certe opere: non cerchiamo un luogo. Cerchiamo un modo di vedere.

Ritorno alla gabbia del quotidiano

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Strofetta dell’Epifania che ogni gioia si porta via (in appendice, Chet Baker, “The Party is over”)

So’ arrivate Gaspare, Melchiorre e Baldassarre
E’ fernuta a zezzenella e se torna areta ‘e sbarre

Affianco il mio piccolo presepe con tre capolavori del Rinascimento e del Barocco.
Tre Adorazioni dei Re Magi di (nell’ordine cronologico e di scrollaggio) Jeroen Anthoniszoon van Aken, più noto come Hieronymus Bosch (1450 circa –1516), Bartolomeo Suardi detto Bramantino (1465-1530) e Domínikos Theotokópoulos a.k.a. El Greco (1541–1614).


Tutti nomi d’arte avevano questi artisti.
Parola di Gaetano Vergara, altrimenti conosciuto come Aitan. Ma je nun so’ n’artista, je so’ sulo nu masto scuncecatore.

Strofetta dell’Epifania – L’esaurimento della zezzenella

In sottofondo, qualche nota di “E’ Fernuta ‘a Zezzenella“, brano di Mimmo e Michele Taurino che comincia con un dialogo che fa
– Amore, sai che sono senza mutandine?
– Uffà, ancora cu sti spese, o vvuò capì ch’è fernuta ‘a zezzenella!!!

E continua con l’immortale strofa che fa:
E’ fernuta a zezzenella
sò passate e tiempe bbeeeelle
Piglia e fierre e a cardareeellaaa
è o’ mumento ‘e faticààààà


The party is over…

Concludo questo post sconclusionato e saltellante con “In a Sentimental Mood“e “The party is over“, brani tratti dall’album CHET ON POETRY, Italia 1989.

Nel gennaio del 1988 Baker partecipò ad un’incisione per un disco rimasto incompiuto a causa della sua prematura e tragica morta.
L’album fu successivamente completato e mixato a cura di Nicola Stilo per l’etichetta Novus.

Questo il testo dei versi introduttivi di Gianluca Manzi

But now it has happened,
No use in talking
The silence between me and you
Has never had meaning.
It was, love it, that was all
That was asked.
But now it has happened,
No words for the foretime,
The desperation has made me the same,
Has made me another.
Who looks at the shape of the fish
Grow giant on the side of his bowl,
Who walks on the terrace
Observing foliage from above,
Who hears the snapping of plastic
That wraps like cellophane
Bare branches of climbers?
You don’t know, and I
Who descend the stairs neither,
I am the same, I am another.


Chet Baker – tromba e voce
Nicola Stilo – flauto, chitarra, piano e sintetizzatore
Enzo Pietropaoli – contrabbasso
Roberto Gatto – batteria
Alfredo Minotti – percussioni
Carla Marcotulli e Alfredo Minotti – coro in “The Party Is Over”

Registrato da Franco Finetti e Sergio Marcotulli ai Forum Studios di Roma, a gennaio del 1988.

Chet Baker sarebbe morto pochi mesi dopo, il 13 maggio di quello stesso anno. Lo trovarono sfracellato al suolo ad Amsterdam. Era precipitato giù dalla finestra di un hotel. Non sapremo mai se fu un suicidio, una caduta accidentale sotto l’effetto di droghe o se qualcuno lo spinse giù volontariamente.

Fuori dall’albergo di Amsterdam una targa commemorativa recita:
Il trombettista e cantante Chet Baker morì in questo luogo il 13 maggio 1988. Egli vivrà nella sua musica per tutti quelli che vorranno ascoltarla e capirla“.

Auguri da Monaco

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Riti di passaggio e la fatica di credere nel rinnovamento aspettando sia un volo verso casa che un anno migliore

Vi lascio i miei più affettuosi auguri di buon anno dall’aeroporto di Monaco, in transito da Berlino; ma non riesco a fare a meno di aggiungere ai miei desideri di un anno migliore le stesse perplessità di sempre.


Perché diciamocelo: io con questi riti collettivi dettati dai calendari non ho mai avuto un buon rapporto. So benissimo che le cose non cambieranno in virtù di un numero che avanza nel computo degli anni che conteggiamo dalla presunta nascita di Cristo.
Mentre scrivo, mi torna in mente mia cugina Tiziana che, a quattro anni appena compiuti, si guardò allo specchio e disse delusa: “Ma sono la stessa di ieri!”.
Ecco, il punto è proprio questo. Non abbiamo passato una mano di pittura sui problemi nella notte di San Silvestro. Il tempo scorre fluido e continuo lungo il declivio delle nostre vite, lo sappiamo. Eppure c’è qualcosa di stranamente consolante in questo rituale collettivo di illudersi che le cose possano andare meglio, che si possa ricominciare e diventare migliori ad ogni cambio di calendario. Che il fuoco e il frastuono dei botti di capodanno abbiano annullato il male dalle nostre case e dalle città assediate.
Un proverbio indios che ho inventato qualche anno fa diceva: “Anche quelli che non ci credevano si misero a danzare, e quando arrivò la pioggia ridevano più forte degli altri.”
Quindi, va bene, balliamo. Facciamo finta che questo incremento di cifra significhi qualcosa. Perché forse, alla fine, l’unico modo per rendere quest’anno veramente nuovo e più bello che pria è smettere di aspettare che lo diventi da solo.

L’anno nuovo sarà veramente nuovo se sapremo rinnovarlo, se sapremo rinnovarci.

Buon 2026, muchas felicidades e tante cose belle a tutti e ad ognuno.


“Un anno è andato via” (il video)

In sottofondo, “Il tema” di Francesco Guccini (1970)

Il mio modesto contributo al muro berlinese

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East Side Gallery, 29. Dezember 2025

Per sottolineare il mio gesto anarcoide e moderatamente criminale di imbrattare un muro senza previa autorizzazione delle autorità competenti, ho scelto, in sottofondo, qualche secondo di “Smooth Criminal” di Michael (Novembre 1988). Un criminale fluido…, liscio, non gasato, elegante, perfino; un ladro gentiluomo; uno sberleffatore dei potenti, mi sento; mentre scaccolo solo il loro naso fetente.

Anyway, come era scritto ben distante da quel muro, make art not marketing.

Fuori programma

Quando Karl mi disse come cambiare il mondo; ma io restai dubbioso e andai a parlare con Michail dall’altro lato del muro.

Memorie di Guerra tra le Mura di Berlino

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Tre artisti ci ricordano che la guerra non è mai finita.

Los Desastres de la Guerra

*

e

Den Opfern von Krieg und Gewaltherrschaft

**

È vacanza ma la guerra incombe con la sua ingombrante e spietata presenza.

***

Alle Vittime della Guerra e della Tirannia

**

I Disastri della Guerra

*

La guerra incombe e mi scova tra le mura mai abbattute di Berlino in opere di Goya*, Käthe Kollwitz** e Toulouse-Lautrec*** che rifà Goya con il suo carico di disastri e distruzione.

/ *** Collezione Scharf in esposizione temporanea nella Alte Nationalgalerie

** Monumento neoclassico alla Neue Wache (Nuova Guardia)

Berlino, fine dicembre 2025 – Vacanze e Memorie di Guerra

In sottofondo, la prima strofa di “Wie lange noch?” (“Per quanto tempo ancora?”), brano pubblicato lo scorso anno dagli Einstürzende Neubauten.

Alles schon geschrieben
Alles schon gesagt
Das Innere der Zwiebel
Längsschnitt
Ausgelesen und vertagt

Tutto già scritto
Tutto già detto
L’interno della cipolla
Sezione longitudinale;
letto a fondo e rimandato.

La creatività e il pensiero critico non sono più un lusso: sono le competenza decisive nell’era dell’intelligenza artificiale (Parte 3 di 3)

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La revisione umana come competenza centrale – Didattica, scuola e studenti “registi del futuro”

Questo post chiude una mia riflessione iniziata qui nella Parte Prima e proseguita qua nella Parte Seconda su creatività, IA ed educazione.

Dopo aver visto il paradosso educativo e il ruolo insostituibile della creatività umana nel dare senso al lavoro delle macchine, qui provo a entrare in classe: come possiamo usare l’IA come palestra di pensiero critico? E che tipo di scuola serve per formare non meri esecutori, ma registi ed architetti del futuro?

La revisione umana come competenza centrale

Nel dibattito sull’uso dell’intelligenza artificiale a scuola e in ambito lavorativo, il confronto si polarizza spesso su due posizioni opposte. Da un lato l’entusiasmo acritico per uno strumento che promette di semplificare tutto; dall’altro il rifiuto difensivo, che vede nell’IA una minaccia alla creatività, al pensiero autonomo, perfino all’apprendimento stesso.
Entrambe queste letture condividono un presupposto implicito: l’IA come sostituto del lavoro umano, del pensiero, dell’immaginazione. È da questa idea che occorre prendere le distanze.
Esiste infatti un’alternativa radicalmente diversa: usare l’IA come palestra per il pensiero critico e per esercitare la propria immaginazione creativa. Non come sostituto del nostro cervello, ma come sparring partner che ci costringe a pensare meglio, più a fondo, in modo più articolato e come manovalanza al servizio della nostra immaginazione.

Se assumiamo davvero questa prospettiva, allora entra in gioco un concetto fondamentale: la revisione umana non è un’appendice facoltativa, ma il cuore stesso del processo creativo e formativo nell’era digitale.

Quando un’IA genera un testo, un’immagine, un codice, una proposta di soluzione, quel risultato non è mai un prodotto finito da accettare passivamente e consegnare come proprio. È una bozza da interrogare, da mettere alla prova, da smontare e rimontare, da trasformare. Ed è proprio in questo processo di revisione critica che si manifesta e si allena la creatività umana.

Proprio per questo, l’uso dell’IA deve essere dichiarato. Non per stigmatizzarlo, ma per renderlo visibile, discutibile, valutabile. Dichiarare quando e come si è fatto ricorso all’IA significa spostare l’attenzione dal “chi ha scritto cosa” al “come è stato costruito il pensiero”. È una condizione necessaria perché la revisione critica abbia senso e perché il processo di apprendimento possa essere osservato, guidato e valutato.

Revisionare il lavoro di un’IA significa:

1. Verificare l’accuratezza fattuale 
L’IA può inventare dati, citazioni inesistenti, eventi mai accaduti (il fenomeno delle “allucinazioni”). La revisione umana deve controllare ogni affermazione fattuale: questa data è corretta? Questa persona ha davvero detto questo? Questo studio esiste veramente? È un lavoro investigativo che richiede competenze di fact-checking e ricerca autonoma.

2. Individuare stereotipi e semplificazioni
L’IA apprende dai dati su cui è stata addestrata, che riflettono inevitabilmente i pregiudizi della società. Un testo generato automaticamente può contenere stereotipi di genere, etnici, culturali. Può semplificare eccessivamente questioni complesse. Può riprodurre il punto di vista dominante trascurando voci minoritarie. La revisione umana deve saper riconoscere questi bias e correggerli.

3. Valutare la coerenza e la profondità argomentativa
L’IA è bravissima a produrre testi che suonano convincenti, ma che a un esame attento rivelano salti logici, contraddizioni interne, ragionamenti circolari. La revisione critica deve smascherare questi difetti: l’argomento regge? Le premesse sono solide? Le conclusioni seguono logicamente? Mancano passaggi essenziali?

4. Riconoscere la voce personale (o la sua assenza)
I testi generati dall’IA hanno un tono caratteristico: competente ma generico, informativo ma impersonale. Manca la voce unica dell’autore, le scelte stilistiche che rivelano una personalità, le sfumature che nascono da un’esperienza diretta. La revisione creativa deve trasformare il testo standard in qualcosa di personale, aggiungendo esempi vissuti, prospettive originali, un tono riconoscibile.

5. Chiedersi cosa manca
Forse l’aspetto più sofisticato della revisione: l’IA non sa cosa non sa. Produce contenuti basati sui pattern più comuni nei suoi dati di addestramento. Ma cosa hanno lasciato fuori? Quali prospettive alternative esistono? Quali domande importanti non vengono poste? La revisione umana deve colmare questi silenzi, portare alla luce ciò che l’algoritmo ha omesso.

6. Interrogare presupposti e implicazioni
Da dove vengono questi dati? Quale modello di mondo sottendono? Quali valori incorporano? Se adottassimo questa soluzione, chi ne beneficerebbe e chi ne soffrirebbe? La revisione critica è anche riflessione etica: non solo “funziona?”, ma “è giusto?”, “è in linea con il mio pensiero e la mia visione del mondo?”, “può essere offensivo o lesivo dell’immagine di qualcuno?”.

Tutto questo richiede competenze che vanno ben oltre il semplice “saper usare” l’IA. Richiede:

– Conoscenza approfondita dell’ambito in cui si lavora 
– Capacità di ricerca autonoma e critica 
– Sensibilità culturale e consapevolezza dei propri bias 
– Abilità argomentativa per costruire ragionamenti solidi 
– Esperienza personale da cui attingere per arricchire il contenuto 
– Coraggio intellettuale per mettere in discussione ciò che sembra autorevole e magari prendersi anche la responsabilità di dire cose che possano suscitare scandalo o accese discussioni.

In altre parole: per revisionare bene il lavoro dell’IA, bisogna essere competenti esattamente in ciò che l’IA produce. Non si può correggere un testo di storia senza sapere storia. Non si può valutare un codice senza saper programmare. Non si può migliorare un’argomentazione filosofica senza conoscere filosofia.

Ecco perché l’IA non può essere una scorciatoia nell’apprendimento: se usiamo l’IA per evitare di imparare, non svilupperemo mai le competenze necessarie per usarla bene. È un circolo vizioso che produce incompetenza mascherata da produttività.
Paradossalmente, potremmo dire che non dovremmo mai chiedere all’IA di fare qualcosa che non sapremmo fare da soli impiegando molto più tempo e risorse.

La revisione come didattica: trasformare ogni output in occasione di apprendimento

Nel contesto educativo, questo significa che ogni interazione con l’IA dovrebbe diventare un’occasione di apprendimento attivo, non di delega passiva.

Un esempio concreto: il tema di storia

Approccio tradizionale
“Scrivi un tema sulla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Minimo 2 pagine, massimo 3. Valutazione: correttezza delle date, completezza delle informazioni, forma.” 

Lo studente consulta il libro, magari Wikipedia, copia-incolla mentalmente informazioni standard, le riordina più o meno coerentemente. Il tema che consegna è pressoché identico a decine di altri. L’insegnante corregge gli errori di ortografia e segnala eventuali imprecisioni storiche. Voto: 7. 
Competenze sviluppate: memoria a breve termine, capacità di riassumere testi altrui.

Approccio integrato con l’IA
“Chiedi a cinque diversi chatbot (ChatGPT, Claude, Gemini, DeepSeek, Mistral) di spiegarti le cause della caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Confronta le risposte: quali cause vengono menzionate da tutti? Quali solo da uno? Verifica ogni affermazione fattuale controllando almeno due fonti storiche autorevoli. Individua almeno un’omissione significativa: quale prospettiva manca (ad esempio, quella dei popoli ‘barbari’)? Infine, scrivi la tua interpretazione integrando le fonti dell’IA con le tue ricerche e il tuo punto di vista critico.” 

Lo studente lavora attivamente: confronta versioni diverse, verifica fonti, ragiona su cosa manca, formula una propria tesi. Il tema che consegna è unico perché integra ricerca, analisi critica e voce personale. L’insegnante valuta la qualità del processo documentato e l’originalità dell’interpretazione. 

Ovviamente, in questo contesto, l’uso dell’IA non è nascosto né penalizzato: è esplicitamente richiesto, documentato e dichiarato. Lo studente deve indicare quali strumenti ha usato, con quali prompt e in quali fasi del lavoro, rendendo trasparente il processo che lo ha portato al prodotto finale.

Competenze sviluppate: pensiero critico, ricerca, confronto di fonti, consapevolezza dei bias, scrittura argomentativa originale.

Strategie concrete per un uso didattico attivo dell’IA

– “Trova l’errore
Dare agli studenti un testo generato dall’IA su un argomento studiato e chiedere di individuare imprecisioni, semplificazioni, affermazioni dubbie.

– “Confronta le versioni
Chiedere all’IA di produrre più versioni dello stesso contenuto (con prompt diversi) e confrontarle criticamente.

– “Confronta i modelli di IA
Proporre lo stesso prompt a diversi chatbot e mettere a confronto i risultati.

– “Dal generico al personale
Partire da un testo generato dall’IA e trasformarlo aggiungendo esempi personali, esperienze dirette, un punto di vista originale.

– “Decostruisci il prompt” 
Far riflettere su come la formulazione della richiesta influenza il risultato: cosa succede se cambio una parola chiave, se aggiungo un vincolo, se specifico un pubblico diverso?

– “Verifica le fonti
Per ogni affermazione fattuale in un testo generato dall’IA, cercare fonti primarie che la confermino o la smentiscano.

– “Mappa i bias
Analizzare un output dell’IA cercando presupposti impliciti, stereotipi, punti di vista dominanti.

Cfr. https://sites.google.com/isisfilangieri.it/html/dopo-lai/scopri-il-bias

In tutti questi casi, l’IA si propone come strumento didattico, non una scorciatoia. Genera materiale su cui esercitare il pensiero critico, non sostituisce il pensiero stesso.

Non basta saper usare l’IA, bisogna saperla mettere in discussione

C’è una differenza abissale tra “alfabetizzazione digitale” intesa come capacità tecnica di usare uno strumento, e “competenza critica” intesa come capacità di valutare quello strumento, metterlo in discussione, riconoscerne limiti e pericoli.

La formazione deve insistere su questo livello più profondo:

Trasparenza algoritmica
Come funziona davvero un’IA? Su quali dati è stata addestrata? Chi l’ha progettata e con quali obiettivi?

Economia politica dell’IA
Chi guadagna dalla diffusione di questi strumenti? Perché alcuni servizi sono “gratuiti”? Cosa significa quando il prodotto sono i nostri dati?

Implicazioni sociali
Come cambia il lavoro intellettuale? Quali professioni sono a rischio? Quali nuove forme di esclusione e discriminazione si creano?

Dimensione etica
È giusto usare l’IA per questo scopo? Chi ne beneficia e chi ne è danneggiato? Quali valori stiamo incorporando nella tecnologia?

Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di sviluppare una cittadinanza digitale consapevole, capace di usare gli strumenti senza esserne usata.

Come può cambiare concretamente la scuola

Se accettiamo che creatività, pensiero critico e revisione umana siano centrali, allora alcune scelte didattiche diventano quasi inevitabili:

1. Dare spazio a compiti aperti e autentici
Attività che non si esauriscono in una risposta esatta, ma chiedono di progettare, raccontare, argomentare, prendere posizione, immaginare scenari alternativi.

2. Integrare l’IA come strumento, non come scorciatoia
Usarla in classe per generare bozze, proposte, varianti da confrontare, smontare, migliorare. Rendere visibile il processo di revisione: “L’IA ha prodotto questo, ora noi lo trasformiamo insieme”.

3. Valutare il processo, non solo il prodotto
Osservare come uno studente arriva a una soluzione, quali domande pone, quali alternative considera, come modifica la propria idea iniziale.

4. Promuovere il lavoro collaborativo
L’aula come laboratorio in cui gli studenti dialogano tra loro e con la macchina, confrontano risposte, le mettono in crisi e le superano in modo corale.

5. Insegnare esplicitamente la revisione critica 
Fare della revisione non un momento finale ma una pratica continua, un’abitudine mentale.

6. Educare alla responsabilità digitale ed etica
Ogni uso dell’IA è una scelta con conseguenze: interrogarsi su implicazioni sociali, ambientali, culturali delle tecnologie.

7. Privilegiare la profondità sulla copertura
Meglio pochi temi ben esplorati che programmi enciclopedici dove nulla viene davvero compreso.

8. Valorizzare le domande oltre le risposte
In un mondo dove l’IA può fornire risposte su quasi tutto, la capacità di porre domande significative diventa cruciale.

Conclusione: non formare operatori della macchina, ma registi del futuro

Gli automi e l’insieme complesso di algoritmi che chiamiamo intelligenza artificiale sono strumenti potentissimi per svolgere compiti ripetitivi e standardizzabili. In questo sono, e saranno sempre più, superiori a noi.

Ma contenuti veramente nuovi, visioni originali, narrazioni significative, innovazioni inattese, scelte etiche, revisioni critiche restano appannaggio dell’essere umano.

È la persona che decide quando deviare dal copione, come “scartare di lato”, quali fili intrecciare tra passato, presente e futuro. È la persona che guida la macchina, che ne controlla gli esiti, che revisiona il prodotto finale alla luce di valori e responsabilità che nessun algoritmo può incorporare pienamente.

Per questo, nell’epoca dell’IA, la missione più urgente dell’educazione è chiara: non addestrare esecutori obbedienti, non formare utenti passivi di tecnologie altrui, ma coltivare creatori critici, capaci di dialogare con le tecnologie senza esserne schiacciati, di usarle senza dipenderne, di guidarle senza subirle.

Solo così le nuove generazioni potranno abitare il futuro non come ingranaggi sostituibili in una macchina progettata da altri, ma come protagonisti consapevoli che decidono quale futuro vale la pena costruire.

‘Tutti gli usi della parola a tutti’ mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo.” 
Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, 1973

Creatività e pensiero critico a scuola nei tempi dell’IA (il video-riassunto)

In sottofondo, Johann Sebastian Bach, “Cello Suite N. 2 in D Minor, BWV 1008: IV. Sarabande

Nota sull’uso dichiarato dell’IA

Tutte e tre le parti di queste riflessioni critiche sono state realizzate con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale generativa.
Sono partito da un mio testo originario, più ampio, che ho chiesto a Claude, ChatGPT e Gemini di sintetizzare. A partire dalle tre sintesi ho selezionato gli elementi che ritenevo più efficaci e ho costruito un nuovo testo tripartito. Questo testo è stato poi sottoposto a un ulteriore giudizio critico da parte degli stessi chatbot e anche di Copilot, Mistral, DeepSeek e Perplexity. Di questi feedback ho accolto alcuni suggerimenti; altri li ho scartati perché non coerenti con i miei obiettivi o eccessivamente banalizzanti.
Per le immagini mi sono servito di ChatLLM, un aggregatore di LLM e di strumenti di generazione grafica. Anche in questo caso il materiale prodotto automaticamente non è stato utilizzato in modo diretto, ma è stato oggetto di una revisione manuale approfondita, realizzata con PicsArt e Canva, per uniformare gli stili, correggere frequenti errori ortografici e sistemare problemi di layout, come immagini centrate in modo errato o elementi grafici spezzati.
Testi e immagini finali sono quindi il risultato di un processo di selezione, revisione critica e rielaborazione umana consapevole, in rispondenza ai criteri contenuti nei tre testi pubblicati.

Concerto delle due Sicilie allo Spazio Maccus Officina delle Arti di Sant’Arpino

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Domenica 21 dicembre 2025 – Musica di confine in un teatro di frontiera.

Nello spazio piccolo, accogliente, intimo, fuori tendenza e necessario dello SMODA, quella scatola magica tirata su da Gianni Aversano “quando tutti chiudevano”, a due passi dalla cattedrale nel deserto del Cinema Teatro Lendi, è andato in scena un esperimento riuscito di musica e canzoni dalle radici etniche ma proiettate nel futuro: il Concerto delle due Sicilie.
Sul palco quattro artisti che, a vario titolo, hanno attraversato da un quarto a mezzo secolo di musica italiana e mediterranea:
Amedeo Ronga, sensibile contrabbassista napoletano trapiantato da oltre trent’anni nel Chiantishire ma con le radici ben piantate nel Sud Italia;
Patrizio Trampetti, voce e chitarra, ex colonna della Nuova Compagnia di Canto Popolare, attore teatrale e cantautore ostinato e resistente che continua a lottare con onestà e pervicacia contro l’indifferenza e la sciatteria del presente;
Alfio Antico, voce e tamburi a cornice, il più grande e visionario suonatore (e costruttore) di tammorre in circolazione, con un passato remoto da pastore di Lentini, cresciuto tra pelli di pecora e storie millenarie, e un passato prossimo fatto di prestigiose collaborazioni con artisti del calibro di Lucio Dalla, Fabrizio De André, Eugenio ed Edoardo Bennato, Giorgio Albertazzi, Ottavia Piccolo, Maurizio Scaparro e Roberto de Simone;
Jennà Romano, voce e chitarre, polistrumentista e compositore provinciale e sconfinato, capace di far convivere Piero Ciampi con Jeff Beck e la tammurriata con i riverberi anni Settanta.

L’idea dichiarata è quella di unire in un’unica trama sonora le tradizioni napoletane e siciliane, la forma-canzone e l’oralità popolare, i tamburi millenari e le chitarre elettrificate, le villanelle e il rock psichedelico, le ballate d’amore e l’invettiva sociale. Quella che un tempo si divideva pigramente in “generi” prova qui a sciogliersi in un’unica pentola di fusione meridionale e universale.

ANIMA / VULUMBRELLA
Si parte con una dichiarazione di poetica: un brano etnico-psichedelico di Alfio Antico, che affonda le mani nella tradizione arcaica e ancestrale, si fonde con lo spirito di “Vulumbrella”, una villanella ischitana del ‘500 cantata da Trampetti come un monito ad assaporare la vita prima che arrivi la stagione del rinsecchimento. Patrizio intona i versi di questo canto antico con la stessa verve e la stessa carica popolare e tagliente dei suoi vent’anni.
La sua voce resta popolare e rock, quella di Jennà si intreccia sulle armonie, mentre i tamburi di Alfio e le corde di Amedeo allargano il suono. Il risultato è un piccolo rito di passaggio, un apripista che chiarisce subito che la serata sarà radicata nella terra, ma con la testa tra le nuvole psichedeliche dei Settanta e gli orizzonti del XXI secolo.

L’IDEALE
Subito dopo arriva la title track dell’ultimo album di Patrizio, realizzato in sodalizio con Jennà Romano.
Sul palco, la storia dell’incendiario diventato pompiere, l’ex capellone rivoluzionario trasformatosi in direttore di banca, acquista una forza teatrale ancora più suadente: la chitarra in levare accarezza e punzecchia, Alfio Antico percuote una padella a tempo di reggae e la voce graffiata di Patrizio alterna amarezza e sberleffo.
È un pezzo combat, ma senza slogan facili; più confessione dolente che comizio.

LETTERA D’AMMURI
Quando Alfio intona “Lettera d’ammuri”, l’atmosfera cambia. Il tamburo diventa un cuore amplificato, il canto assume una piega sospesa tra invocazione e racconto. È una canzone d’amore filtrata dallo sguardo di chi ha trascorso la vita a parlare con la terra e con il vento.
Le percussioni non accompagnano soltanto: respirano. I colpi sul tamburo diventano segni di punteggiatura incisi nella pelle. Le corde di Amedeo e Jennà disegnano uno sfondo discreto e suggestivo, con la lingua che si fa corpo e la melodia che ondeggia tra nenia e preghiera laica.

‘O SUD È FESSO
Torna Trampetti per ricordarci che, in fondo in fondo, ‘O Sud è fesso.
In tempi di autonomia differenziata, migrazioni forzate, precarietà strutturale, corruzioni piccole e grandi e melonismi diffusi, il brano suona come una diagnosi del presente lucida e dolorosa.
Nel live del Concerto delle due Sicilie, la presenza di Alfio e di Amedeo allarga il quadro a un intero Paese spaccato, ferito, rimbambito e, aggiungerei, anche un po’ complice dei propri carnefici. Il ritmo coinvolge, ma le parole graffiano. È quella dimensione “sentipensante” che riconosco da sempre a Patrizio e Jennà: ti muovi sul ritmo, ma sei costretto anche a fermarti a pensare sulle parole.

INNU A LU CORI (‘A Sicilia senza ponti)
Brano inedito scritto da Jennà Romano e tradotto in siciliano da Alfio per un album in lavorazione, che, probabilmente, sarà intitolato “Anime delle due Sicilie“.
Qui, tra le note d’un canto d’amore, il discorso politico si fa esplicito con il richiamo a una “Sicilia senza ponti” e a un’“America senza bastimenti”. Perché la grande isola non ha bisogno di essere cucita a forza a un continente che la considera periferia o serbatoio da sfruttare. Nessuna nostalgia folcloristico-borbonica, ma una rivendicazione identitaria che guarda avanti.

INTERLUDIO COLLOQUIANTE di Amedeo e Alfio
Uno dei momenti più ipnotici della serata è il fitto colloquio tra contrabbasso e tamburo. Un piccolo capolavoro di interplay. Le corde profonde di Amedeo Ronga e la pelle tesa di Alfio Antico sembrano parlarsi per davvero. Si inseguono, si interrompono, si sfidano, si consolano. È come assistere a una conversazione tra due vecchi amici che si capiscono anche quando tacciono.

N’ATU SUONNE
Con “N’atu suonne”, tratto dal recente album L’ideale, torniamo nei territori della delusione e del sogno utopico. Dal vivo, con la complicità dei tamburi di Alfio e del contrabbasso di Amedeo, il brano si apre a nuove prospettive oniriche. Resta il fantasma di una rivoluzione mai compiuta, ma anche la voglia ostinata di non arrendersi al cinismo. Il sogno come categoria dello spirito.

RE BUFÈ (Vespri siciliani)
Con “Re Bufè”, Alfio Antico ci trascina nel cuore di una filastrocca antifrancese che affonda le radici nei Vespri siciliani (1282) e arriva come una bomba sonora contemporanea. È un pezzo che alterna narrazione epica, invettiva e stornello, con i tamburi che imitano marce, danze e tumulti. Una rivolta medievale che suona terribilmente attuale. Il controcanto popolare a ogni forma di occupazione, dagli angioini agli eserciti di Napoleone, dai garibaldini ai sabaudi e ai savoiardi.

FESTE DI PIAZZA
Quando parte “Feste di piazza”, il tempo scivola all’indietro negli anni Settanta, ma senza patine nostalgiche. Il brano, scritto da Patrizio per Edoardo Bennato, racconta il dietro le quinte delle allegrie collettive, la festa che lascia a terra “vuoti a perdere mentali abbandonati dalla gente”.
Nella versione delle due Sicilie la coda si infiamma: la voce di Patrizio si fa più rock e ruvida, i cori sostengono un crescendo quasi prog mediterraneo, i tamburi portano un respiro paganeggiante. Un promemoria sonoro di quanto la canzone d’autore italiana debba a questo gran signore che, all’epoca, scriveva per “l’imperatore” Bennato e oggi continua a cantarsela da solo o in buona compagnia, con inalterata urgenza.

NUN ERANO 1000
Brano nuovo, pensato per il prossimo album, “Nun erano 1000” è una piccola bomba ironica contro la retorica risorgimentale cantata da Alfio e da Patrizio intrecciando siciliano e napoletano. 
Il mito del Generale Garibaldi viene rivoltato come un calzino: dietro i mille, ci sono interessi, manipolazioni, narrazioni di comodo, uomini e territori del Sud sacrificati in nome dell’Italia una e indivisibile ma sperequata. 
La musica ricorda certe invenzioni dei cantautori anni ’70 radicate nella tradizione con deviazioni inattese verso sonorità più nervose. 
È la versione meridionale della “contro‑storia”: Garibaldi non è demonizzato, è semplicemente riportato a terra, spogliato della patina oleografica dei sussidiari.
E poi la voce narrante che era lì, testimone diretto dello sbarco, assicura che non erano mille ed è certa la cosa perché li ha contati pure zia Rosa.

AMMORE CHE NUN PAREVA AMMORE
“Ammore che nun pareva ammore” è una piccola e preziosa gemma di Jennà Romano, interpretata qualche anno fa anche da Peppe Lanzetta e riscoperta oggi attraverso la colonna sonora di “Trentatré“, recente film di Lorenzo Cammisa.
Qui viene interpretata da Romano alla voce e da Ronga al contrabbasso, con un meraviglioso solo di Amedeo che sembra una confessione mormorata a bassa voce.
Il bolero napoletano, già di per sé delicato e urticante, acquista qui una dimensione ancora più intima: il contrabbasso accarezza, pizzica, sospira; la voce di Jennà si tiene sul filo.

CANTO DEI SANFEDISTI
Cambio radicale di atmosfera con il “Canto dei Sanfedisti”, uno di quei brani che Patrizio porta con sé fin dai tempi della Nuova Compagnia di Canto Popolare: un’antica canzone contro la dominazione francese e il loro tradimento degli ideali rivoluzionari.

So’ venute li Francise,
ati tasse ‘nc’hanno mise

Liberté, egalité…
tu arruobbe a ‘mme
je arrobbo a ‘ttè…

Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunzigli
viva ‘o rre
cu la Famiglia.

Nella versione del Concerto delle due Sicilie, il brano acquista una doppia stratigrafia: da un lato la memoria dei moti controrivoluzionari, dall’altro l’allusione a tutte le volte in cui il popolo viene usato come clava da un potere contro un altro potere. 
I tamburi di Alfio qui diventano metronomo di rabbia, mentre le corde tengono un bordone quasi marziale. 
Il popolo parla, ma chi lo sta facendo parlare davvero? Chi suggerisce la rabbia e le parole?

‘O VINO (Ciampi secondo Jennà)
Non poteva mancare lo spirito (e l’alcol) di Piero Ciampi, nume tutelare di tante traversate musicali di JR. 
La versione napoletana de “Il vino”, che già conoscevamo in altre situazioni (“ha tutte le carte in regola” per diventare un classico del repertorio di Jennà), qui si inserisce in maniera quasi catartica: dopo tanti brani di lotta, storia e politica, arriva la confessione sbronza, la poesia ubriaca di un livornese trapiantato idealmente al Sud della penisola.
Il pubblico riconosce il ritornello e fa il coro con crescente partecipazione, la band si diverte nei cambi di dinamica. 
È un brindisi collettivo, sì, ma anche un modo per ricordare quanto la nostra musica debba ai poeti maledetti di provincia, italiani, mediterranei e senza confini.

LA FOGLIA
Con “La foglia” rientriamo nel mondo poetico di Alfio Antico con un brano d’amore delicato e struggente in cui la foglia è, al tempo stesso, corpo e destino: qualcosa che cade, vola, viene trascinato dai venti eppure, fino all’ultimo, trattiene in sé il ricordo della linfa amorosa che lo ha alimentato (almeno questo è arrivato a me di questo bel brano, senza conoscere a sufficienza le tante varianti del dialetto siciliano).
Il contrabbasso disegna linee semplici, quasi cameristiche, la chitarra accompagna con rispetto, il tamburo si limita a piccoli sospiri, più che a veri colpi. 
Canzone apparentemente minima, in realtà capace di infilarsi sotto pelle come una malinconia dolce.

TAMMURRIATA ALLI UNO… ALLI UNO
Il classico della NCCP, qui ripensato in versione bilingue napoletano‑siciliana, è, per me, il momento più “problematico” della serata. 
L’idea di affiancare le due lingue è coerente con il progetto delle due Sicilie, ma l’esito – almeno per il mio orecchio – risulta un po’ forzato: la naturalezza della tammurriata originaria sembra frenata dal gioco di specchi linguistici.
Il ritmo c’è, i tamburi lavorano bene, il pubblico si lascia trascinare; ma resta una leggera impressione di esperimento più interessante sulla carta che nella resa complessiva. 
Càpita, nei percorsi di ricerca: non tutti i ponti costruiti tra tradizioni reggono allo stesso modo.

SUONNE FUJENTE
“Suonne fujente” nasce come brano di Trampetti pensato per una  collaborazione mai portata a termine tra Pino Daniele e la NCCP. 
Dal vivo il pezzo prende il volo: il sogno che fugge diventa occasione per una lunga coda antimilitarista e antibellica affidata alla voce e ai tamburi di Alfio. 
È come se il sogno si aprisse a contenere tutti i conflitti che attraversano il nostro presente: dalla Palestina all’Ucraina, dallo Yemen alla Libia.

UN GIORNO CREDI
Eccoci a un’ulteriore pietra miliare di PT. 
“Un giorno credi” – scritto da Patrizio per Edoardo Bennato – è un’altra canzone che travalica gli steccati e i confini. 
Cantata dall’autore, con il sostegno delle altre voci e delle trame strumentali di questo concerto, la canzone assume un tono quasi autobiografico: l’uomo che ci dice di “non lasciare” e di “insistere di più” ha superato da un pezzo i settant’anni, ma non ha intenzione di smettere.
C’è un momento, durante il ritornello, in cui si ha la sensazione che allo SMODA non ci sia più distinzione tra palco e platea: è una storia di disillusioni e ripartenze che tocca generazioni diverse, dagli adolescenti degli anni ’70 ai loro nipoti spaesati in questo presente liquido, gassoso ed evanescente.

SILENZIO D’AMURI
Con “Silenzio d’amuri” di Alfio Antico, il discorso torna a toccare le corde dell’idillio amoroso, ma declinato nel registro tipico dell’artista siciliano: non è la ballata edulcorata, è un amore che passa attraverso il dolore, il non detto, il tempo che mangia e restituisce solo frammenti. 
Il tamburo diventa battito cardiaco, la voce si fa lamentazione trattenuta, quasi sussurrata. 
È una canzone che chiede silenzio – come suggerisce il titolo – più che cori di applausi: un piccolo rito intimo in mezzo a una serata di resistenza e lotta.

TAMMURRIATA NERA
Gran finale con il classico dei classici della Nuova Compagnia di Canto Popolare, la “Tammurriata nera”, brano che ha segnato una stagione intera della nostra musica e delle nostre riflessioni sul meticciato, il razzismo, il dopoguerra. 
Nella versione del Concerto delle due Sicilie, la tammurriata suona inevitabilmente come un ulteriore ritorno a casa per Trampetti, ma allo stesso tempo si colora delle esperienze accumulate: ci sono le corde psichedeliche, i tamburi ancestrali, il contrabbasso danzante. 
È un congedo rituale, un modo per dire che questa storia non è finita: continua ogni volta che qualcuno prende un tamburo, accorda una chitarra, decide di cantare il Sud non come cartolina ma come ferita aperta e possibilità.

Uscendo dallo SMODA, con nelle orecchie ancora gli echi delle corde e dei tamburi e nella testa i versi su ideali traditi, sogni fuggenti e Sud gabbati, ho avuto la sensazione che questo Concerto delle due Sicilie sia stato molto più di un semplice omaggio alla memoria: un atto di resistenza sonora, un laboratorio di provincia universale in cui Napoli e Sicilia si sono guardate allo specchio e, almeno per una sera, si sono riconosciute parti di uno stesso, ostinato, Mediterraneo fatto per creare vita, non per affondare i corpi morti di chi non è riuscito a rendere compiuta la traversata.

I 4 sanfedisti delle 2 Sicilie

Riprese video di Gianni Aversano

Fino a che punto la poesia fa male alla città?

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Appunti, chiarimenti e inviti allo studio di un pomeriggio neo-platonico ma non troppo

Oggi pomeriggio, nell’Aula Consiliare della Casa Comunale di Frattamaggiore, ho assistito – insieme a mia figlia quattordicenne – alla conferenza del prof. Eduardo Federico, docente di Storia greca all’Università “Federico II” di Napoli, dal titolo programmatico e un po’ provocatorio: “La poesia fa male alla città”.

Dopo i saluti istituzionali di rito e l’introduzione della prof.ssa Teresa Maiello, la voce del professore ha cominciato a muoversi con grande verve tra l’italiano, il greco antico e un napoletano colto, luminoso, che alleggeriva e insieme rendeva più concreta la materia platonica.


Platone contro i poeti (ma non contro la poesia tout court)

Il punto di partenza era il Libro X della Repubblica, che il professore ha presentato come una sorta di compendio dei nove libri precedenti. Lì Platone porta alle estreme conseguenze il suo sospetto verso la poesia; i poeti – Omero in testa, ma anche i lirici – vengono accusati di fare male alla città perché:

  • parlano alle passioni più che alla ragione
  • mettono in scena il lato lamentoso, impulsivo, irrazionale dell’anima, proprio quello che nella città ideale andrebbe tenuto a bada
  • imitano non la verità, ma una terza copia del reale, già lontana dall’Idea (il famoso esempio del letto: c’è il letto-idea, il letto-fabbricato, e poi il letto-dipinto; come dire, il letto, il letto di seconda mano e il letto poetizzato di terza mano).

La poesia, così intesa, più che educare diseduca: invece di prosciugare le passioni, le eccita; invece di rendere i cittadini più capaci di giustizia, li trascina dietro a pianti, vendette, furori.

Ma mentre il prof. sottolineava il rigore razionalistico di Platone, dentro di me pensavo alla quasi paradossale densità figurale del suo linguaggio.
Platone bandisce i poeti, ma per farlo usa metafore, metonimie, immagini, rappresentazioni sceniche: un modo di argomentare che, visto con gli occhi di oggi, sfiora proprio ciò che chiamiamo “poesia”.
E poi, da quello che ricordo io, c’è una profonda creatività e una fervida immaginazione in quei dialoghi…

Il professore ha giustamente insistito anche su un punto spesso banalizzato:
Platone non è contro la poesia in assoluto.
È contro quel tipo di poesia che vuole educare la città attraverso il mito omerico e le suggestioni dei poeti lirici, lasciando incontrollata la parte più emotiva dell’anima. In controluce, però, si intravede la possibilità di un’altra poesia: una parola più vicina al logos, capace di accompagnare l’eros verso il vero e il bene. Una poesia, diremmo oggi, più “filosofica”, o forse più autenticamente platonica.


L’aggettivo consumato: “platonico”

Proprio su questo aggettivo, “platonico”, il prof. Federico ha espresso parole decise e decisive.
Noi moderni lo usiamo quasi sempre in modo sviato: “amore platonico” diventa sinonimo di amore puramente spirituale, disincarnato, non consumato.
Eppure, ha ricordato il professore, Platone conosceva benissimo l’amore sensuale e il suo vocabolario è pieno di parole dal forte contenuto erotico. E infatti (καὶ γὰρ) nel Simposio e nel Fedro l’ascesa verso la Bellezza in sé passa attraverso gli occhi, i corpi, il desiderio, non sopra ma attraverso l’esperienza dei sensi.

Per questo, diceva Federico, l’aggettivo platonico è ormai consumato dall’uso: porta con sé una patina di spiritualità che non corrisponde più al testo di Platone.
La sua proposta, tanto semplice quanto spiazzante, è di evitare l’aggettivo “platonico” ogni volta che si può dire invece:

  • non “amore platonico”, ma “amore di Platone”;
  • non “pensiero platonico”, ma “pensiero di Platone”.

Spogliando l’aggettivo, si torna al corpo vivo dell’autore, ai suoi dialoghi, alle sue frasi, al nocciolo del suo lessico e delle sue metafore.


Un equivoco antico: Platone, platonico… e Plotino

Quando il professore ha pronunciato questa piccola scomunica del termine platonico, a me è tornato alla mente un episodio lontano.

Avevo più o meno l’età che ha oggi mia figlia, che sedeva accanto a me in sala, e seguivo – accompagnato dalla mia professoressa di filosofia e da alcuni compagni di classe – una conferenza all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, a Napoli.
Il relatore era Hans-Georg Gadamer.

Con il suo marcato accento tedesco, Gadamer esordì con una frase che al mio orecchio suonò come: “Era Platone un platonico?”. Nella mia testa cominciava ad avvitarsi una domanda:
“Chi caspita può essere chiamato platonico, se il termine va stretto persino a Platone?”
Poi cominciai a pensare che la domanda di Gadamer stesse a significare che l’interpretazione del pensiero di Platone aveva tradito tanto il suo autore che, su questa scia, non si poteva considerare nemmeno Platone stesso un platonico.

Solo alla fine, grazie a qualche riferimento bibliografico più chiaro, mi accorsi che non si parlava affatto di Platone, ma di Plotino.
Il mio orecchio aveva tradotto Plotino in Platone e ci aveva costruito sopra una riflessione del tutto fuori tema e, in qualche modo, anticipatrice di quella che il prof. Federico avrebbe svolto molti anni dopo.

Mi sono scoperto a sorridere: a volte i nostri equivoci acustici sono più fedeli al problema filosofico di tante letture corrette. Un caso di serendipità, si direbbe oggi.


Platone, mia figlia e la città distratta

Mentre ascoltavo Federico smontare il senso comune su poesia e amore platonico, guardavo di sottecchi mia figlia, seduta accanto a me, alle soglie dei suoi studi classici. Lei viveva quella conferenza come io avevo vissuto, decenni fa, Gadamer: un ingresso quasi casuale, e allo stesso tempo decisivo, nel territorio un po’ ostico ma seducente della filosofia classica greca.

E intanto mi colpiva il fatto che una serata intitolata “La poesia fa male alla città” si svolgesse in un’aula consiliare, con il gonfalone del Comune sullo sfondo.
Platone avrebbe forse approvato: la città che discute pubblicamente di che cosa le fa bene o male, di quali parole educano e quali corrompono.

Oggi, però, la nostra città non è solo quella di Frattamaggiore o di Atene, ma quella più sfuggente delle bacheche, delle notifiche, dei video che ci inseguono ovunque.
Se per Platone il pericolo erano i rapsodi che recitavano Omero, per noi il danno alla città passa forse per altre forme di mimesi incessante, altrettanto capaci di solleticare le passioni basse, di farci piangere e indignare senza mai fermarci davvero a pensare.

Saramago ha detto da qualche parte che non siamo mai stati così addentrati nella caverna di Platone come di questi tempi, perché, mai come oggi, le stesse immagini che ci mostrano la realtà, la sostituiscono.
Davanti ai nostri schermi, stiamo ripetendo la situazione di quelle persone imprigionate e legate nell’oscurità. Guardiamo davanti a noi, intravediamo delle ombre e crediamo che queste ombre siano la realtà.
Ci siamo persi in un mondo audiovisivo, senza sapere chi siamo, perché viviamo e quale sia il senso del nostro vivere.
Ma continuiamo a distrarci, scorrendo le dita sullo schermo alla ricerca di non sappiamo più cosa.


Studiare (e studiare criticamente e poeticamente)

Il prof. Federico ha concluso invitando i presenti, soprattutto gli studenti, a studiare i classici e a studiare qualsiasi altra cosa con attenzione e concentrazione, misurandosi con il testo, riga per riga, senza accontentarsi di etichette consumate e… comode.

È un invito che mi sento di abbracciare completamente in questa nostra epoca di crescenti distrazioni, in cui tutto ci spinge a scorrere, saltare, dimenticare.

A questo, però, aggiungerei – da insegnante, da padre e da lettore – che allo studio servono anche:

  • una certa dose di spirito critico, per non prendere neanche Platone come un dogma
  • e sì, perfino un po’ di poesia: quella capacità di lasciarsi toccare dalle parole, di coglierne i doppi sensi, i paradossi, gli equivoci che spesso aprono più mondi di tante spiegazioni.

Perché io, contrariamente a quanto affermato dal prof. nella parte finale della conferenza, credo che alla creatività non si possa rinunciare. A qualsiasi età. Anche se condivido l’idea che la creatività debba essere materiata di buone letture e disciplina.
Anche l’ispirazione deve coglierti mentre stai lavorando, secondo me.

E in fondo, la poesia – come pure la filosofia, in fondo – fa male ai cittadini e alla città solo quando smettiamo di pensarla, leggerla e discuterla con la serietà densa e giocosa che, per una sera, Platone e il prof. Federico hanno riportato nell’aula consiliare della mia cittadina di periferia.

Perché, caro Prof, c’è della poesia anche nell’interpretare con tanta acribia un breve testo di 2400 anni fa, riportandolo in vita davanti a un pubblico rapito da tanta teatralità e partecipazione emotiva.

La poesia fa male alla città? 
Versione Video

In sottofondo, Giorgio Gaber canta “Com’è bella la città”.

L’elefante che camminava restando fermo allo stesso posto

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Un microracconto scaturito da uno short video venuto fuori da un disegno arrivato da chissà dove

Elgar era un elefante viola che viveva in una radura color pastello. Ogni mattina si svegliava, allungava la proboscide verso il sole nascente e cominciava a camminare.
Camminava per ore, sollevando sempre la stessa zampa. La polvere si alzava sotto i suoi piedi, le foglie frusciavano al suo passaggio, la luce del giorno cambiava intorno a lui. Eppure, alla sera, quando si fermava esausto, si trovava sempre nello stesso posto da cui era partito.
Gli altri animali lo prendevano in giro. “Stupido elefante,” ridacchiava la scimmia, “cammini tutto il giorno e non vai da nessuna parte!”
Ma Elgar non si arrabbiava. Continuava a camminare, giorno dopo giorno, anno dopo anno.


Un giorno arrivò nella radura un gufo saggio. Osservò Elgar per ore, poi sorrise. “Tu non cammini per arrivare da qualche parte,” disse. “Tu cammini per vedere come cambia il mondo intorno a te.”
Elgar annuì mestamente. Perché lui sapeva che il mondo intero girava sotto i suoi piedi, che la terra compiva il suo viaggio mentre lui restava fedele al suo passo. Ogni momento l’ombra delle sue zampe cadeva in un modo nuovo. Ogni giorno il verde sotto di lui si faceva un po’ più chiaro o un po’ più scuro. E poi ci sei tu che leggi e che guardi e che ieri non c’eri e oggi sì.
Il posto è sempre lo stesso, ma il tempo lo cambia in ogni momento. Pure con te. Fuori o dentro.

Il video di Elgar

Music by Henry Threadgill (“I Can’t Wait Till I Get Home“, 1987).
Images by Gaetano Aitan Vergara, 2025.

La creatività e il pensiero critico non sono più un lusso: sono le competenza decisive nell’era dell’intelligenza artificiale (Parte 2 di 3)

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Un mondo ideale in cui le macchine eseguono e l’uomo decide il senso e la direzione.

Questo post prosegue e approfondisce una riflessione sulla creatività nell’era dell’intelligenza artificiale, avviata lo scorso martedì su questo blog di periferia.

Se lì ho descritto il paradosso di una scuola ancora basata su un modello di formazione industriale in un mondo sempre più automatizzato, qui entro nel nodo centrale: il rapporto tra creatività umana e intelligenza artificiale. Chi decide il senso. Dove si colloca la responsabilità. E cosa rischiamo quando trasformiamo l’IA in una scorciatoia cognitiva.

Le macchine eseguono. L’uomo conferisce senso.

L’intelligenza artificiale non decide nulla: calcola, combina, ottimizza. La direzione, il significato e la responsabilità restano interamente nelle nostre mani.

In un uso maturo e consapevole dell’IA spetta all’essere umano:

  • decidere quali domande vale davvero la pena porre
  • rompere gli schemi, “scartare di lato” e leggere gli stessi dati da prospettive diverse e inattese
  • stabilire criteri etici, finalità e limiti dell’azione delle macchine
  • revisionare criticamente gli output
  • decidere cosa è buono, giusto, bello, significativo: categorie che sfuggono al calcolo algoritmico
  • chiedere una eventuale riformulazione delle risposte date dalla macchina.

L’IA genera possibilità. Solo l’essere umano può trasformarle in senso. Ed è qui che la creatività smette di essere un ornamento e diventa una competenza decisiva.

Creatività: non un talento, una competenza vitale

Per decenni la creatività è stata relegata ai margini. Un dono per pochi o un passatempo per le ore “meno serie”: arte, musica, scrittura creativa, momenti di ozio improduttivo. “Con l’arte non si mangia”, secondo una vecchia visione economicistica della realtà.

Nell’era dell’IA questa visione crolla.

Oggi la creatività è:

  • una competenza trasversale, indispensabile in ogni ambito
  • una risorsa preziosa, in quanto non automatizzabile
  • ciò che rende una persona non sostituibile da un algoritmo, il valore umano irriducibile
  • la chiave per usare l’IA in modo attivo e generativo
  • un grimaldello per non restare passivi e servili nei confronti delle macchine e di chi ha in mano le leve e preme i bottoni.

Usare l’IA creativamente non significa solo chiedere le giuste risposte. Significa progettare domande, combinare idee, riscrivere, ribaltare, mettere in crisi ciò che la macchina propone.

Non è più un lusso. È una necessità. In ingegneria come in medicina, nella ricerca come nell’impresa, nella scuola come nel lavoro. Ovunque servano innovazione, problem solving non convenzionale e visione strategica, la creatività fa la differenza.

Cosa significa davvero creatività oggi

La differenza umana non sta nella velocità né nella quantità, ma in alcune capacità precise.

Generare il nuovo
Non semplici ricombinazioni dell’esistente, che l’IA padroneggia già molto bene, ma connessioni inedite tra idee lontane. I “binomi fantastici” di rodariana memoria, i salti di prospettiva, le intuizioni che cambiano il modo di vedere un problema.
Questi salti cognitivi nascono da esperienze vissute, emozioni elaborate, valori interiorizzati, conflitti attraversati. Da una storia incarnata. Da un corpo e da una coscienza. Tutto ciò che un algoritmo non possiede e non può possedere.

Esercitare giudizio critico
L’IA riconosce pattern. Non decide la direzione.
Scegliere quando fidarsi dei dati e quando metterli in discussione è un atto umano. Cambiare le regole del gioco comporta rischio, responsabilità, esposizione all’errore: tutte cose che una macchina non può assumersi.

Guidare e revisionare la macchina
La creatività oggi è anche saper dialogare con strumenti intelligenti: progettare cosa chiedere all’IA, valutare i risultati, correggerli, migliorarli, orientarli verso un’intenzione e un valore.

Il punto non è contrapporre uomo e macchina. Il punto è evitare che la macchina pensi al posto nostro. L’IA deve restare uno strumento di bottega, una cassetta degli attrezzi potenziata, non una protesi mentale che sostituisce il pensiero e l’immaginazione umana.

DigComp 3.0: una conferma istituzionale

Questa visione trova conferma nel DigComp 3.0 (*), il Quadro Europeo per le Competenze Digitali, che include esplicitamente l’IA generativa e la revisione critica degli output algoritmici.
Il messaggio è chiaro: essere alfabetizzati digitalmente non significa saper usare gli strumenti, ma saperli comprendere, saperli valutare e saperli orientare secondo criteri etici e sociali.
Servono cittadini capaci di giudizio, non semplici utenti efficienti. Persone in grado di decidere come usare la tecnologia e quando fermarsi.
Questo implica porsi domande che nessun algoritmo si porrà mai:

  • questo risultato è giusto?
  • serve davvero?
  • a chi giova?
  • chi viene escluso?
  • quali voci non stiamo ascoltando?
  • cosa trascuriamo concentrandoci su questo aspetto?
  • quali conseguenze non stiamo prevedendo?

L’IA non è una scorciatoia

Il rischio più grave dell’era dell’IA non è tecnologico, è cognitivo: usarla come stampella per evitare lo sforzo del pensiero.

Scrivimi il tema.” “Fammi il riassunto.” “Risolvimi il problema.” “Preparami le slide.” “Dimmi cosa debbo dire e cosa debbo fare.”

Così l’IA non potenzia le competenze, le atrofizza. È come prendere sempre l’ascensore: all’inizio è comodo, alla lunga indebolisce.

Chi delega sistematicamente alla macchina non impara a scrivere, non sviluppa capacità di sintesi, non allena il problem solving, non sa riconoscere errori o allucinazioni. Ottiene risultati rapidi, ma perde competenze profonde.

L’IA usata come scorciatoia produce dipendenza, non autonomia. E quando lo strumento manca, o quando serve un pensiero autenticamente umano, queste persone restano disarmate e sole davanti ai loro dispositivi.

Nella terza e ultima parte proverò a mostrare come tradurre tutte queste considerazioni in didattica concreta: la revisione umana come pratica centrale, l’uso creativo è critico della macchina, esempi operativi e un’idea di scuola capace di formare registi del futuro, non semplici operatori del sistema.

Tra #IA e #Creatività (il video)


In sottofondo, un frammento de “L’illusionista” di Nino Rota, una musichetta già usata da un tale Federico Fellini come colonna sonora delle “Notti di Cabiria” (1957) e di “Otto e mezzo” (1963). Due filmetti di poco conto, mica roba seria come questo post!

(*) Nota di approfondimento sul DigComp 3.0

DigComp 3.0 è il quadro europeo che definisce le competenze digitali essenziali per cittadini, studenti e lavoratori. Organizza le abilità in cinque aree:

1. Informazione e media: cercare, valutare e usare dati e contenuti in modo critico.
2. Comunicazione: interagire online, collaborare, gestire identità e cittadinanza digitale.
3. Creazione: produrre contenuti, rispettare diritti d’autore, comprendere basi della programmazione.
4. Sicurezza: proteggere dispositivi, dati e benessere personale.
5. Problem solving: scegliere strumenti, risolvere problemi e comprendere logiche algoritmiche.

Le novità principali riguardano l’integrazione dell’IA generativa, l’attenzione a bias, trasparenza, etica e una maggiore enfasi sul pensiero critico.
È uno strumento utile per progettare percorsi educativi coerenti e aggiornati per formare i cittadini consapevoli, creativi e responsabili che auspico in questo testo.

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