Un’ulteriore versione del lungo processo di scrittura del racconto Semi nel cemento
Frattamaggiore, 13 agosto 2084
Il sensore biometrico del palazzo di cristallo e marmo emise un bip acuto e prolungato. “Accesso negato”, lampeggiò in rosso sul display olografico. Sossio ritirò il pollice con un sospiro. Come tutti i suoi coetanei dei casermoni, aveva imparato presto dove finiva il suo mondo e dove iniziava quello degli altri, ma non riusciva a cedere alla tentazione di provare ad entrare. Soprattutto quando aveva calato qualche pasticca di troppo.

Era mezzanotte passata e l’afa rendeva l’aria densa e irrespirabile. Nei palazzi nuovi le unità di condizionamento climatico mantenevano una temperatura perfetta, ma fuori, sui balconi, gocciolavano come androidi grondanti di sudore. Nei casermoni di cemento, le finestre spalancate in cerca di ventilazione, lasciavano entrare solo più calore e il rumore incessante del traffico dei droni di Amazon che infestavano il mondo e la città.
Torri di marmo bianco che tagliavano il cielo accanto a edifici di cemento armato che si sgretolavano metro dopo metro, anno dopo anno. Le strade pubbliche, piene di buche, assomigliavano a una superficie lunare ricoperta di polvere grigia che si alzava a ogni passaggio di veicolo.
Mentre si faceva spazio nella polvere camminando senza una meta, Sossio pensava a suo nonno. “Sai cosa c’era qui prima, ragazzo?” gli diceva sempre, indicando i palazzi nuovi. “Campi di canapa che si estendevano fino all’orizzonte. E la villa comunale aveva più di cento alberi. Tigli, querce, oleandri e pini marittimi.”
All’angolo tra Corso Durante e Via Cumana, una luce tremolante attirò la sua attenzione. Non la solita illuminazione a LED che trasformava la notte in giorno nel quartiere dei ricchi, ma qualcosa di più caldo, più umano. Forse una di quelle fiamme di cera che aveva visto nei documentari sulla vita dello scorso millennio.
Attraverso la finestra del piano terra, intravide una donna anziana china su un computer portatile, circondata da pile di veri libri di carta, un autentico lusso nel 2084. Quando lei alzò lo sguardo e i loro occhi si incontrarono, Sossio si aspettava irritazione o paura. Invece, la donna gli sorrise facendogli cenno di avvicinarsi.
“Non stare lì fuori”, disse con voce ferma ma gentile. “Se qualcuno ti vede, inizierà a fare domande. Entra.”
Sossio esitò solo un momento. La porta cigolante lo stava trasportando in un’altra dimensione dello spazio e del tempo.
L’interno profumava di libri e cera d’api. Sulle pareti, scaffali carichi di volumi alternati a stampe che mostravano Frattamaggiore in epoche diverse. La donna aveva i capelli completamente bianchi raccolti in una crocchia disordinata e occhi azzurri che sembravano aver visto troppo e troppo vissuto.
“Io sono Stefania”, si presentò, chiudendo il laptop con gesto deciso. “Archivista urbana, sezione memoria collettiva. E tu sei Sossio Di Costanzo, nipote di Carmine.”
“Come fai a…?”
“Tuo nonno veniva qui spesso negli ultimi mesi.” Stefania si alzò, rivelando una statura minuta ma una postura dritta, da ufficiale militare. “Mi parlava di te. Diceva che eri l’unico della famiglia che si faceva ancora delle domande.”
Lo sguardo di Sossio rimbalzò dai libri sugli scaffali alle mani di Stefania: “Che tipo di archivista sei?”
“Del tipo che documenta quello che vogliono farci dimenticare.” Stefania indicò lo schermo del computer. “Guarda qua.”
Sullo schermo apparve una mappa di Frattamaggiore del 1966: un mosaico verde punteggiato di case basse, attraversato da stradine che seguivano tracciati antichi e dimenticati.
“Questo è quello che hanno cancellato con centinaia di speculazioni edilizie culminate con la Grande Ricostruzione del 2060”, disse Stefania. “Migliaia di metri quadri di verde pubblico, centotrentadue edifici storici, quattro chilometri di canali naturali. Tutto spazzato via per far posto agli investimenti delle megacorporazioni.”
“Perché me lo stai mostrando?”
Stefania spense il computer e prese una torcia. “Per te, per noi tutti, per tuo nonno. Lui mi aveva fatto promettere che ti avrei coinvolto.”
“Coinvolto in cosa?”
“Nel dare nuova vita a questo posto morente. Seguimi e capirai.”
Lo condusse fuori, attraverso vicoli che Sossio conosceva solo di vista, fino a raggiungere il vasto parcheggio del megacentro commerciale Maricada.

“Qui c’era la villa comunale”, disse Stefania, illuminando con una torcia laser quello che sembrava solo asfalto crepato. “Ma osserva meglio.”
Sossio si inginocchiò dove indicava il fascio di luce. Minuscole foglie a forma di cuore spuntavano dalle fessure dell’asfalto.
“Tigli”, spiegò Stefania. “Le radici sono sopravvissute sotto il cemento per venticinque anni. Stanno cercando di tornare alla superficie.”
Nel resto della loro esplorazione notturna Stefania gli mostrò un muro di tufo nascosto dietro una facciata di vetro, dove un’edera centenaria aveva ricominciato a crescere; una sorgente d’acqua che sgorgava tra i mattoni di un edificio abbandonato; un giardino segreto sul tetto di una palazzina, dove qualcuno coltivava pomodori e basilico in contenitori di recupero.
“La città originale non è morta”, disse, fermandosi davanti a un murale che Sossio non aveva mai notato. Rappresentava Frattamaggiore com’era un tempo: bambini che giocavano tra gli alberi, mercati colorati, strade piene di vita. “È solo sepolta sotto una coltre di marmo e cemento. E noi lavoriamo per riportarla in superficie.”
“Noi chi?”
“Architetti che progettano in segreto spazi verdi. Biologi che studiano come la natura può riconquistare il cemento. Artisti che dipingono la memoria sui muri. Hacker che alterano i sistemi di controllo urbano per creare ‘malfunzionamenti’ che favoriscono la crescita delle piante.”
Per la prima volta da mesi, Sossio sentì qualcosa che assomigliava alla speranza. “Cosa posso fare io?”
Stefania estrasse dalla tasca un piccolo cilindro delle dimensioni di una batteria, con una superficie metallica che rifletteva la luce della luna. “Questo è un bio-catalizzatore organico. Contiene enzimi che accelerano la decomposizione del cemento e liberano i nutrienti intrappolati. In settantadue ore crea fessure abbastanza ampie per permettere la germinazione.”
“Ma… si può fare? È legale?”
“Tecnicamente è classificato come ‘acceleratore di compostaggio urbano’ secondo le normative ambientali del 2078.” Stefania fece una pausa. “Ma se le autorità capissero cosa fa realmente a un marciapiede…”
Mentre tornavano verso i casermoni, Stefania spiegò come funzionava la rete dei loro interventi: droni modificati che di notte inserivano spore nelle crepe degli edifici, proiettori olografici che creavano immagini di verde sui muri grigi per risvegliare nei passanti l’amore per la natura e virus informatici che alteravano i dati climatici nei sistemi di controllo per sfavorire la realizzazione di altre strutture di marmo e cemento.
Arrivati davanti al palazzo di Sossio, Stefania si fermò. La sua espressione si fece più grave.
“C’è qualcos’altro che devi sapere. Tuo nonno non è morto per cause naturali.”
Il sangue si gelò nelle vene di Sossio. “Cosa?”
“Carmine era uno di noi. Aveva scoperto documenti che provavano come la Grande Ricostruzione del 2060 fosse stata pianificata già negli anni ’20 da un consorzio di famiglie che gestivano la cementificazione selvaggia e il traffico di rifiuti tossici. Le stesse famiglie che oggi controllano le megacorporazioni e governano la città.” Stefania estrasse un cristallo di memoria delle dimensioni di un’unghia. “Tre giorni prima di morire, mi diede questo. Disse che conteneva abbastanza prove da mandare in galera mezza amministrazione cittadina.”
Sossio prese il cristallo con mani che tremavano leggermente. “Perché me lo dai adesso?”
“Perché domani mattina il bio-catalizzatore che ti ho dato inizierà a lavorare. Quando vedrai le prime crepe nel cemento, dovrai scegliere: accontentarti di far crescere qualche pianta o usare quello che sappiamo per riprenderci davvero la nostra città.”
Stefania si allontanò nella penombra, lasciando Sossio solo con due segreti che potevano cambiare tutto.
Quella notte Sossio non chiuse occhio. Ogni rumore nella strada lo faceva trasalire. Ogni luce che filtrava dalla finestra poteva essere un drone di sorveglianza. All’alba, quando scese per andare al lavoro, notò la prima sottile crepa che attraversava il marciapiede davanti al suo palazzo.
Il cemento aveva iniziato a cedere.
E lui doveva decidere da che parte stare.
…
Germinazione – Distopia Frattese
In sottofondo, “Abusi di potere“, brano di Jennà Romano tratto dalla colonna sonora del film “Trentatré” di Lorenzo Cammisa (2024-2025).
Con questo racconto si chiude il processo di riscrittura di questa storia fantascientifica ambientata a Frattamaggiore, la cittadina dove sono nato e vivo e che è una delle più cementificate e trafficate del mondo: poco più di cinque chilometri quadrati con oltre 28mila abitanti; il che fa del nostro paesello uno dei trenta comuni più densamente popolati d’Italia, in buona compagnia – si fa per dire – con molti paesi limitrofi dell’area a Nord di Napoli (alcuni dei quali si posizionano ai primissimi posti in questa scellerata classifica di luoghi ipercementificati e privi di spazi verdi pubblici e privati).
Se volete leggere gli altri racconti di questa serie “seminale” li trovate qui:
Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è una pura catena di cause ed effetti.































