Balcani a Barzanò

La musica di un bouzouki dalle taverne di Salonicco, un ufo di cemento armato caduto sulle montagne bulgare, la base militare di Kolašin, che sembra un campeggio e ha le bandiere della Nato; poi in chiatta lungo il Danubio, verso un raduno di danze popolari rumene, e un bagno nelle tetre acque del delta, a Sulina, dove venne fondata la prima “Commissione Europea”. John che suona “Englishman in New York” nella Valle delle Rose, un villaggio con cento pecore e senza luce elettrica, i gatti di Argirocastro, indicazioni per Titograd, un caffè e una sevdah a Sarajevo, segnalibri e pagine di libri, alla ricerca dei margini poco chiari di quella regione della mente che chiamiamo Balcani.

Per questo e altro, ci vediamo alla Biblioteca di Barzanò il 6 febbraio.

Due appuntamenti con UTE

Consueto appuntamento di inizio anno con gli amici di UTE – Università per tutte le età. Quest’anno proveremo a fare l’abc di due temi grossi: la crisi ecologica che avanza – anche se non fa più tendenza – e i cambiamenti nella geografia, diciamo così, del potere.

Gansu – Xinjiang 2025 – A Turfan il lavoro è concluso

Turfan, città-oasi ai margini del deserto del Taklimakan, sta dentro la depressione omonima (-150 metri slm), la più profonda della Repubblica Popolare Cinese. Uno dei luoghi più caldi del paese, d’estate ogni tanto si toccano i 50 gradi (sorte che a noi, fortunatamente, non è capitata).

Paesaggi dello Xinjiang, qui al limitare del deserto del Taklamakan, agosto 2025

L’oasi si avvista arrivando da lontano, da sterminate piane aride, piene di pale eoliche e qualche rado insediamento umano derelitto. A un tratto, all’orizzonte, compaiono alberi, case, palazzi, emerge Turfan e quella vasta area agricola che ora chiamano “grape valley”, zona di campagna con vigneti, dai quali deriva poco vino e molta uva passa. Il paesaggio rurale di Turfan è dominato da distese di essiccatoi per l’uva a mattoni di fango e paglia. Meno visibili, ma presenti per centinaia di chilometri, le canalizzazioni sotterranee che hanno permesso di gestire parsimoniosamente e intelligentemente le acque di falda e di creare ieri una florida oasi e oggi una città che conta 500.000 abitanti circa.

Turfan by night

Abbiamo lasciato la provincia del Gansu e siamo approdati nella regione autonoma dello Xinjiang, per lungo tempo inquieta a causa della minoranza regionale che la abita: gli uiguri. Musulmani e turcofoni, gli uiguri non hanno mai nascosto una certa voglia di indipendenza.

Da chiarire: l’Islam nelle movimentate dinamiche di questa regione centra solo parzialmente. Qualche giorno fa eravamo a Linxia, comunità autonoma dei cinesi musulmani hui e la vita era un lungo fiume tranquillo.

Qui, come in Tibet, il Partito Comunista non tollera eventuali messe in discussione dei confini e negli anni sono state adottate misure sempre più drastiche per reprimere ogni spinta centrifuga. Quando venimmo qui con Jacopo, Tino e Ludovico, nel 2015, per entrare nella regione era necessario un permesso speciale, alla sera era in vigore il coprifuoco e la città che visitammo, Kashgar, stava subendo un drastico processo di rinnovamento urbano: consueta distruzione della città vecchia per far largo ai palazzoni vetrocemento o a qualche angolo finto antico in pieno stile cinese. Vi metto un link tra i commenti con qualche appunto preso all’epoca.

Dentro il cuore di Turfan rimangono alcuni spazi informali, sono spesso utilizzati dalla popolazione uigura
Preparazione del naan

Oggi niente più coprifuoco e permesso speciale, il lavoro ahimé temo sia stato portato a termine. A Turfan non si intuisce nemmeno più cosa ci fosse prima, la città sembra venuta su negli ultimi vent’anni, dal deserto. Solo in qualche via rimane qualche vecchia abitazione bassa, tradizionale o semi tradizionale, in mezzo a cantieri a venti piani in corso d’opera, che espongono render scintillanti. Gli uiguri di Turfan non ricordano che la copia sbiadita della comunità che presidiava la città vecchia di Kashgar un decennio fa: la città qui è stata ribaltata come un calzino, la vecchia generazione vive forse confinata in casa, la maggior parte delle piccole attività economiche sono ora gestite dalle nuove generazioni. Giovani che per loro natura tendono a omologarsi allo stile corrente e che magari apprezzano anche il nuovo corso e le moderne abitazioni della città verticale.

Poche tracce rimangono dei vecchi quartieri, tra un cantiere e l’altro si ultima il rinnovamento urbano

Chissà, son pensieri, non è con una passeggiata in centro che si può rispondere a queste domande. Poi qui, in queste regioni problema, è difficile trovare informazioni, è difficile avere mezze risposte, mezze impressioni, anche quando ci capita di incontrare qualche uiguro parlante inglese, come ovvio, il discorso devia altrove.

Uscendo da Turfan ci sono diversi siti archeologici, Gaochang e Jiaohe i più importanti, luoghi che visitiamo quasi in solitaria come se il turismo interno, dilagante nei parchi del Gansu, qui si fosse volatilizzato. Che sia dovuto alla propaganda governativa, alla narrazione di questa periferia d’occidente come di un luogo inospitale e poco sicuro, o all’estremo caldo, sta di fatto che qui i numeri si contraggono notevolmente: pochi turisti cinesi e zero turisti d’altre lande.

Il sito archeologico di Jiaohe
Nella valle di Tuyoq, tra villaggi veri e Disneyland
Anche qui i processi di rinnovamento proseguono

Un caso che fa scuola, circa le dinamiche del turismo locale, quello della valle di Tuyoq: una specie di riserva degli uiguri, in cui metà del paese viene preso, recintato, viene istituito un biglietto d’ingresso, la popolazione espulsa, il tutto parzialmente ricostruito in stile Disneyland. Un luogo che vuole celebrare l’architettura e alcuni tratti, quelli folkloristici, della popolazione locale, ma che elimina esattamente il soggetto della conservazione. Per il resto telecamere e passerelle guidano come sempre la visita dentro percorsi obbligati, le deviazioni non sono consentite, sempre debitamente transennate o presidiate. Per vedere il villaggio uiguro bisogna fermarsi al parcheggio della “città museo” e camminare in direzione diametralmente opposta, nella parte di villaggio ancora abitata. Allora lì, dentro a portoni colorati, sotto pergole d’uva, può capitarvi di intravedere qualche eco del vecchio Turkestan, le affascinanti e sgangherate corti interne, con i tapchan, i tavoli letto tipici dell’Asia centrale, per mangiare e riposare, forni tandoori sempre accesi, quel vitale e disperato disordine tipico di un luogo dove si vive in tanti, qualche pecora o gallina che ogni tanto fan capolino.

Gansu – Xinjiang 2025 – Viaggi organizzati

Uno dei motivi per passare da Dunhuang sono le celebri Grotte di Mogao. Peccato che nella nostra sottovalutazione della concorrenza turistica cinese non avessimo nemmeno lontanamente pensato all’esigenza di prenotare la visita. Morale, come per i treni: tutto pieno. La giornata inizia sotto il peso della nostra scarsa attitudine alla pianificazione e nel suo evolversi andrà anche peggio.

Non siamo portati per i programmi a lungo (medio?) termine, ma abbiamo qualche carta da giocarci in termini di problem solving. In pochi minuti stabiliamo un itinerario alternativo, grotte di Xi Qian, e usciamo in cerca di un taxi. Si sta alzando una brezza tesa, il cielo si fa più fosco, dalle altissime dune dietro Dunhuang iniziano a prendere il volo i primi granelli di sabbia. Noi però, incuranti – la fiera degli eccessi di leggerezza – ci dirigiamo verso Xi Qian.

Arrivati alle grotte il vento è più forte e la quantità di sabbia nell’aria inizia a diventare preoccupante, mettiamo occhiali e cappuccio in testa e corriamo verso la biglietteria. Vedendo che sia i tassisti, sia la reception del sito, non fanno una piega decidiamo di iniziare la visita. Mentre perlustriamo le grotte siamo sul fondo di un canyon, quindi al riparo dal vento, e non ci rendiamo conto che là sopra, in superficie, la situazione sta peggiorando. Ci accorgeremo di essere finiti in una vera tempesta di sabbia solo alla fine della visita, quando, lasciate le sicure pareti del canyon, ci toccherà percorrere i 150 metri in salita che riportano al parcheggio: raffiche di vento e sabbia, nubi di polvere, visibilità ridotta a pochi metri. Il vento ci scudiscia con frustate di granelli aguzzi, si respira a fatica, gli occhi si riempiono di sabbia. Avanziamo contro vento senza nemmeno riuscire a guardare dove andiamo, appena alziamo lo sguardo il cappuccio si gonfia e la sabbia si infila ovunque. Arrivati al parcheggio la visibilità ridotta ci nasconde i taxi, non sappiamo in che direzione dirigerci. Ci mettiamo allora alle spalle di un furgone, sottovento; scriviamo ai tassisti di avvicinarsi. Saranno loro a trovarci e a farci salire al riparo dalle sferzate.

Mutti dopo la tempesta

Sentendoci un po’ naufraghi e un po’ ridicoli, ci riavviamo verso il nostro ostello; i tassisti guidano nella polvere come se fosse una bella giornata di sole, scrivono sul traduttore: “tempesta di sabbia, qui la quotidianità”, insomma, anche se voi non vedete la strada niente paura. Non siamo nelle condizioni di ribattere e che il dio dei viaggiatori ce la mandi buona.

Rientrati alla base, impanati come cotolette di sabbia, urgono docce e lavatrici. Ci laviamo, laviamo zaini e vestiti, stendiamo il bucato e andiamo a mangiare qualcosa in attesa che la bufera si plachi.

Poco dopo aver concluso il pranzo, la ragazza dell’ostello chiama alcuni di noi da in fondo al corridoio, la raggiunge Laura. La receptionist molto carinamente ci fa sapere che per loro non ci sono problemi, ma se vogliamo fermarci una notte in più dovremmo pagare. Al suono di quel: “una – notte – in – più” negli occhi di Laura si legge il terrore. Riprende l’ordinatissimo piano d’attacco che avevamo steso qualche giorno prima su un foglietto stropicciato, verifica informazioni e date e prima che un infarto la colga nel mezzo del corridoio, corre, bussa a tutte le stanze dell’equipaggio e urla: “raga, abbiamo l’aereo, l’a-e-r-e-o!”. L’equipaggio esita, ci si guarda l’un l’altro, e in un lampo il terrore dilaga di sguardo in sguardo. Sono le 14 e il volo parte nell’attiguo aeroporto di Dunhuang alle 14:30, ma noi, consuetamente 6 pirla, belli tranquilli, ci eravamo dimenticati che il volo fosse quel giorno lì. Attoniti davanti all’abisso del più grande epic fail della nostra storia di viaggiatori moderatamente esperti, nel giro di 15 secondi ci lanciamo in una disperata corsa a ricomporre i bagagli. Nel caos, un marinaio resta lucido, Viska consulta la sua app di riferimento – flightradar24 – e sentenzia: il check in è già chiuso ma si segnala una approssimativa ora di ritardo. Non tutto è perduto, vedi che magari le tempeste fanno anche cose buone. Tutto il fresco bucato, bello umido, viene infilato nei bagagli senza pietà, ogni secondo è prezioso, intanto sono in arrivo due taxi.

Il nostro rigoroso piano di viaggio

Nel giro di dieci minuti siamo in auto, l’aeroporto di Dunhuang fortunatamente è grande come una cabina del mare e vicinissimo al centro.

Corriamo verso i banchi del check-in, scriviamo sul traduttore delle falsissime scuse, adducendo il motivo del nostro imbarazzante ritardo alla tempesta di sabbia del mattino. Per qualche minuto ci guardano un po’ così, giustamente. L’aereo intanto non è ancora atterrato in aeroporto e si va verso l’ora e mezzo di ritardo. La guardia parla con un responsabile, il responsabile fa segno che si può, la signorina al banco etichetta i bagagli e li fa passare, noi andiamo di corsa a fare il controllo passaporti.

Un’ora dopo – stanchi come se avessimo fatto il Col du Galibier – insperatamente siamo sul volo per Turfan. Spalmati sul sedile salutiamo il Gobi dall’alto nella luce del tardo pomeriggio e ci prepariamo ad atterrare in Xinjiang, provincia dell’estremo occidente cinese, dove personalmente sono di ritorno dopo una decina di anni.

Mentre guardo le aride distese del vecchio Turkestan, rimugino. Che dire di questa giornata, come giustificarsi ai propri occhi e agli occhi del mondo?

Quando si sta bene insieme e le giornate sono vive ci si dimentica del tempo, dei giorni, dei programmi. In ferie è anche giusto, mi dico. Certo, fa eco la coscienza, un po’ meno di così va bene lo stesso.

Gansu – Xinjiang 2025 – Ai margini del Gobi

Attendiamo il treno notturno Zhangye – Dunhuang e, come sempre quando si incrociano binari e stazioni, è una bella serata. Ceniamo in una bettola davanti alla stazione, sono quasi le 11. Ci sono ancora un paio di locali che servono, siamo pochi, noi e qualche altro avventore che aspetta il treno. Il tavolo è lercio sopra e sotto, la signora dai modi ruspanti però sorride e ci avvicina subito due sedie in più: ci sediamo. La sera di Zanghye coi suoi 1500 metri slm è una gradevole sera di prima estate, ci sta anche una camicia.

Cena di strada

Dalla cucina escono maiale in agrodolce, noodles con manzo e verdure, agretti e uova sbattute. Tutto buono e appena in tempo per entrare in stazione.

Come sempre abbondano le code e i controlli: zaini, passaporti, qualcuno le scarpe, veniamo debitamente analizzati. Le telecamere onnipresenti fanno il resto.

Oggi il biglietto nelle stazioni cinesi è inutile: ogni biglietto è legato al documento di identità, da presentare all’atto dell’acquisto. Al controllore basta mostrare il passaporto e lui fa le verifiche del caso. Noi acquistiamo hotel e biglietti per mezzi pubblici tutti tramite un’unica app che si chiama Trip. Lo dico giusto per fare un quadro complessivo della digitalizzazione, su cui il paese è molto più avanti di noi.

La stazione centrale di Zhangye è una di quelle semivecchie, non è derelitta, si vede che son passati trent’anni. Quelle dell’ultima decade hanno proprio l’aria (e le dimensioni) da aeroporti futuristici. Qui invece i bagni, per fare un esempio, sono gravemente insufficienti: per lavare i denti prima di infilarsi in cuccetta, tocca fare la fila a una decina di lavandini in un’area comune tra toilette maschili e femminili. Vapore, umidità, immondo odore di latrina e decine di donne e ragazze in coda per… struccarsi. Tutte intente a levare il cerone bianco che in molte si mettono durante il giorno per millantare un pallore nobile.

Saliamo sul nostro treno di seconda categoria, non è l’inferno, non è il paradiso. Cuccette tutte piene, un po’ di gente in piedi in corridoio, ovviamente qualcuno che nell’attesa del nostro arrivo sta già dormendo nei nostri letti. Il capotreno, sollecitato, interviene: verifica, prende atto, “vi trovo altri tre posti”. E veniamo sistemati nel vagone successivo su tre cuccette al terzo piano. Salire è un’impresa di arrampicata sportiva, mai viste cuccette così difficili.

La notte è breve, alle quattro e mezza del mattino, i controllori passano, accendono bruscamente le luci e ci avvisano (o perlomeno avvisano il pubblico cinese) che, con un’ora di anticipo, siamo in arrivo a Dunhuang. Bene, sbrandamento nel cuore della notte, lotta per accaparrarsi un taxi e via verso il nostro ostello.

Per la prima volta viaggiamo in una Cina buia, lungo strade che, nella notte, senza grattacieli e insegne, sembrano disabitate. Una sensazione comune a casa, qui diventa quasi inquietante.

Abbiamo prenotato un posto proprio ai piedi delle celebri dune di Dunhuang, praticamente siamo finiti a dormire in una specie di ostello per surfer senza mare ma con la sabbia, in mezzo alle stalle dove dormono centinaia di cammelli. Anche nel cuore della notte l’odore non lascia spazi di immaginazione.

All’ostello, dove ovviamente nessuno parla lingue a noi note, ci indicano i divanetti zona bar, state lì in attesa che alle 8:00 arrivi qualcuno alla reception e si possa fare check-in.

Noi, che siamo ormai abbastanza inselvatichiti, occupiamo i divani e, senza fare una piega, dormiamo un paio d’ore.

***

Con la luce dell’alba compaiono le grandi dune bionde del Gobi e molti alberi di pioppo che fanno da confine al nostro ostello. Davanti al cancello di ingresso fin dal primissimo mattino si può assistere allo sfilare dei cammelli: davanti un uomo con lo scooter, dietro una cordata di cammelli al trotto che lasciano i loro ricoveri per andare ai piedi delle dune, dove attenderanno folti gruppi di cinesi per la classica escursione nel deserto. Arriveranno migliaia di cinesi e vedremo muoversi da mane a sera treni di cammelli. Le strade attorno all’ostello, ça va sans dire, sono foderate di sterco e noi ci abitiamo in mezzo.

Cammelli che vanno al lavoro

Al di là dei cammelli e delle dune, meravigliosi entrambi, ma inseriti sempre dentro quel contesto da luna park che squalifica un po’ ogni esperienza turistica da queste parti, Dunhuang – cittadina che non si fila nessuno – è invece un centro dove è piacevole gironzolare esplorando.

Sarà che si tratta di una cittadina piccola (per il contesto cinese) coi suoi 500.000 abitanti, sarà che ha tanti spazi verdi, il lungo fiume passeggiabile, vari mercati popolari, sembra proprio una città a misura d’uomo.

Il bel lungo fiume di Dunhuang e in fondo le dune del Gobi, agosto 2025

Aggiungo che qui in Gansu, una delle cose che segna la maggiore discontinuità rispetto al lungo viaggio che facemmo nel 2014 con Silvia nella Cina interna, è che le città ci appaiono spesso vivibili. Non so dire se sia questione di dimensioni e perifericità o di rapidità del cambiamento, che sta trasformando – nel bene e nel male – la società cinese. Spazi verdi e di socialità, gente che sta complessivamente meglio, quasi completa elettrificazione dei veicoli a due ruote, diminuzione netta di persone che raschiano nella spazzatura in cerca di plastica o cartone, e tanti altri piccoli dettagli del genere.

Passeggiamo lungo il fiume, poi ci fermiamo in una vecchia casa del popolo, dove si gioca a carte o a mahjong. Veniamo invitati a fare due tiri al tavolo da biliardo. La casa è bella, le sue sale affacciano sul fiume, ci intratteniamo per un po’ coi pensionati. È uno dei pochi luoghi dove rivediamo comparire un’immagine di Mao.

Il Visca si cimenta con il biliardo alla Casa del Popolo

Verso il tardo pomeriggio sui marciapiedi della città iniziano a moltiplicarsi i carretti, i motocarri a tre ruote; diventano tutti bancarelle di una specie di festival dello street food permanente. Ci sono spazi più o meno istituzionalizzati. La via ufficiale del food market la sera è illuminata da una miriade di lampade e lustrini. Le zone informali si accontentano dei lampioni e di qualche lanterna rossa. Ravioli, spiedini di pesce e di carne, noodles con frattaglie, gelati artigianali, zucchero filato di vari colori, frittate, quasi ogni sostanza alimentare nella sua versione fritta e prezzi da socialismo reale. L’atmosfera è partecipata, popolare, turisti ce n’è pochi, è un affare della città.

Bancarelle lungo le strade, da un finestrino
Pastaio di Dunhuang
La sera per le strade si gioca

A proposito dei prezzi, una cosa che è rimasta ampiamente a buon mercato anche nella Cina del 2025 è il cibo. Le nostre cene in sei, sempre molto abbondanti, sono variate, a seconda del livello del ristorante, da 15 a 35 euro. Totali eh, non a testa. Anche in ristoranti che se la tiravano, con cameriere al tavolo, saletta privata e altre cose che ci sono capitate un po’ per caso, la spesa è sempre rimasta entro il limite di qualche euro a testa.

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Ultime righe per oggi che suonino come un avvertimento: se pianificate un viaggio in treno in Cina, non fate i brillanti, prenotate i vostri posti per tempo. Noi nel nostro mood sempre poco improntato alla pianificazione, a metà del nostro viaggio, ci siamo resi conto che tutti i treni che supponevamo di prendere erano irrimediabilmente perduti. E, spesso, insieme a loro, anche tutti gli altri, anche i più disastrati, le terze classi, gli orari più scomodi. I biglietti del treno in Cina devono essere contesi con un miliardo abbondante di competitors, e si sente.

Ci siamo salvati da questa superficiale sottovalutazione con una lunga serata di problem solving acrobatico e pianificazione tardiva in cui abbiamo prenotato il prenotabile, e dove, in assenza del treno, abbiamo dovuto mettere una pezza con un volo interno. Avremmo dovuto scegliere tra una 24 ore di pullman e vari cambi e un comodo volo da un’oretta a 60 euro.

E proprio quel volo prenotato con gioia nel cuore dopo attimi di terrore, abbiamo poi rischiato di perderlo. Ma questa cosa per cui potrete prenderci per il culo per il resto delle nostre vite, ve la racconto domani.