
Lungo la strada che sale su per la montagna, grandi alberi di castagno, noci e noccioli si incontrano e allungano i rami come a cercare l’abbraccio di chi sta dall’atra parte o sporgersi per consegnare una confidenza che può dirsi solo a bassa voce.
Fa freddo in questi giorni ma loro, gli alberi, non sembrano soffrirne. La neve è caduta copiosa sulla montagna e un vento gelido ha attraversato i boschi fitti di fusti e rami che si sono stretti l’uno l’altro per non farsi abbattere.
-Conosci la storia della Madonna della Vena? Sai del piccolo borgo dove una vena d’acqua porta ristoro e pace nei cuori della gente?
Era il 575 o il 580 (il vento da queste parti porta via anche stracci di tempo). Alcuni monaci basiliani avevano obbedito al volere di papa Gregorio I di fondare un monastero sul versante orientale dell’Etna dove la madre, Santa Silvia, aveva dei possedimenti.
Molti monaci basiliani erano fuggiti dal lontano oriente per scampare alle persecuzioni e avevano trovato rifugio in Italia meridionale e in Sicilia, fondando monasteri e dedicandosi alla preghiera, al lavoro e alla carità. Mascali, paese pedemontano affacciato al mare Ionio, contava un certo numero di monaci basiliani a cui il papa aveva affidato il compito della costruzione di un nuovo monastero. Dal paese etneo erano partiti in groppa a degli asini, portandosi dietro vettovaglie, arnesi da lavoro e una preziosa icona bizantina della Madonna con Bambino su tavola di cedro del Libano che avrebbe dovuto intensificare, nel nuovo monastero, il culto e l’adorazione alla Vergine.
La scalata della montagna si rivelò ardua, ripida e piena di insidie: rocce scoscese, rami divelti, avvallamenti improvvisi. Ma nulla fece desistere quegli uomini di fede dal portare a termine la missione affidata loro dal papa. Gli asini avanzavano con prudenza quando ad un tratto uno di loro, quello che trasportava l’icona della Madonna, si fermò. Una leggenda narra che il somaro iniziò a scavare il terreno con gli zoccoli fino a che non uscì fuori una “vena” di acqua. I monaci attribuirono l’evento a un miracolo operato dalla Madonna: era stato l’asino che portava sul dorso l’icona a scavare perché la polla d’acqua uscisse fuori. Era il momento di fermarsi, era quello il luogo dove sarebbe sorto il monastero che il papa avrebbe dedicato a Sant’Andrea, il primo dei dodici apostoli. Attorno alla comunità dei monaci si raccolsero famiglie di contadini che attorno alla “vena” miracolosa costruirono le loro case e il borgo che si formò prese il nome di Vena.
Qui si formarono tanti aspiranti monaci. Tra essi, Teofane Cerameo nato nel borgo circondato da viti e attraversato dal gorgoglio dell’acqua della Madonna. Teofane divenne un celebre oratore e come scrittore non mancò di citare la leggenda legata al suo paese di origine. Si dice fosse diventato anche vescovo di Taormina, città collinare nota agli abitanti di Vena.
Nelle giornate di cielo terso, quando il vento ha spazzato via tutte le nuvole, dall’affaccio che era stato preposto davanti al convento, la vista si allunga fino a Taormina, la costa calabra e poi il mare, immenso, azzurro.
Il monastero, nei secoli subì tanti cambiamenti: l’antico monastero fu distrutto e divenne, molti anni dopo, Abbazia della Madonna della Vena. In seguito anche questa cessò di esistere e solo nel 1879, si tornò a nominare un rettore del Santuario per curarne il culto. Terremoti e colate laviche misero in serio pericolo la chiesetta che era rimasta a testimonianza dell’esistenza di un antico monastero che aveva visto nascere quel borgo. Nel corso degli anni l’interesse per la ristrutturazione dell’intero bene è aumentato fino a realizzare un santuario. Ogni anno tanti visitatori accorrono per bere l’acqua miracolosa e prostrarsi ai piedi dell’icona della Madonna che nei secoli è rimasta lì, a conservare il ricordo di una storia di devozione e laboriosità.






