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Separare le carriere… o separare la giustizia dalla verità?


🔍 Cosa fanno davvero i PM (Pubblici Ministeri)?

Spiegarlo è fondamentale, soprattutto adesso.

I PM sono magistrati che rappresentano lo Stato nel processo penale. Non sono “avvocati dell’accusa”, ma titolari dell’azione penale: guidano le indagini, raccolgono prove e chiedono il rinvio a giudizio nell’interesse della legge, non di una parte.

👉 Cosa fanno, in sintesi:

  • Coordinano le indagini preliminari (insieme alla polizia giudiziaria);
  • Decidono se ci sono elementi per sostenere l’accusa in giudizio;
  • Rappresentano l’interesse pubblico durante il processo;
  • Vigilano sulla corretta applicazione delle leggi;
  • Curano l’esecuzione delle sentenze definitive.

⚖️ La differenza con il giudice?

  • Il giudice valuta le prove e decide;
  • Il PM costruisce il quadro probatorio, ma è anch’egli un magistrato, non un organo politico.

🛑 Perché la riforma li indebolisce?

La separazione delle carriere, da sola, non rafforza l’imparzialità del giudice. Ma indebolisce il PM, perché lo isola da quella rete di tutele costituzionali che oggi lo proteggono dall’influenza del potere esecutivo.

👉 Se il nuovo organo di governo dei PM è composto in parte da membri nominati dalla politica, allora:

  • Un PM che indaga su un ministro o un potente rischia pressioni sulla propria carriera;
  • L’obbligatorietà dell’azione penale diventa una finzione;
  • La magistratura requirente diventa più controllabile, meno autonoma.

🇮🇹 Questo non è un tema “tecnico”. È democrazia costituzionale.

Perché una giustizia dove chi accusa è subordinato al Governo, non è più giustizia. È un rischio enorme per chiunque crede nella legalità, nella divisione dei poteri e in uno Stato di diritto.

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Dalle stelle alle … fogne


Quest’episodio non è grave ma gravissimo!

E no, non ci interessano le scuse e neanche le ritrattazioni.

Quello che conta è il fatto che 𝐥𝐨 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐢 “𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨”.

Questo ci preoccupa: Il 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐢𝐞𝐫𝐨 𝐜𝐚𝐧𝐜𝐞𝐫𝐨𝐬𝐨, 𝐩𝐮𝐭𝐫𝐞𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨, 𝐬𝐭𝐢𝐭𝐢𝐜𝐨, 𝐦𝐚𝐥𝐚𝐭𝐢𝐜𝐜𝐢𝐨, 𝐢𝐧𝐚𝐜𝐢𝐝𝐢𝐭𝐨 — ricordando Prevert e la sua poesia 𝘍𝘪𝘰𝘳𝘪 𝘦 𝘤𝘰𝘳𝘰𝘯𝘦 —


L’uso di espressioni violente come “𝐯𝐢 𝐬𝐭𝐞𝐫𝐦𝐢𝐧𝐞𝐫𝐞𝐦𝐨” da parte di un rappresentante politico, per di più di un partito di governo, va oltre ogni limite accettabile in una democrazia. Non è una “gaffe”, non è retorica esasperata: 𝐞̀ 𝐢𝐧𝐜𝐢𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐚𝐥𝐥’𝐨𝐝𝐢𝐨.

Articolo su La Repubblica

Questo non è più nemmeno bullismo da tastiera: è ideologia pericolosa, da rigettare con fermezza. È il riflesso di un clima degradato, dove la violenza verbale è diventata moneta politica, e dove l’avversario è visto non come qualcuno con cui confrontarsi, ma da eliminare simbolicamente — e non solo. 𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐚𝐠𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐬𝐢 𝐟𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐧𝐭𝐞, 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐜𝐢 𝐡𝐚 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐦𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐨𝐯𝐞 𝐬𝐢 𝐯𝐚 𝐚 𝐟𝐢𝐧𝐢𝐫𝐞.

La responsabilità è culturale e politica. Ed è aggravata dal fatto che 𝐜𝐡𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐢𝐬𝐜𝐞 𝐚 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐨𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐨𝐝𝐢𝐨 𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐬𝐢𝐞𝐝𝐞 𝐧𝐞𝐢 𝐩𝐚𝐥𝐚𝐳𝐳𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢, 𝐝𝐨𝐩𝐨 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐭𝐢 𝐝𝐚𝐢 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐚𝐠𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐝𝐢 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨.

È inaccettabile che chi governa lasci correre o minimizzi, perché il silenzio equivale a complicità.

𝐈𝐥 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐡𝐢 𝐯𝐢𝐯𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐥𝐨𝐠𝐚𝐧 𝐞 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐚, 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐚𝐥 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐫𝐞, 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐚 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐚𝐫𝐞. E allora serve un nemico: “i comunisti”, “gli intellettuali”, “i migranti”, “le ONG”, “i giudici”, “i giornalisti”. Una lunga lista utile solo a nascondere l’inadeguatezza.

Rispondere a questo clima non significa solo indignarsi. Significa 𝐩𝐫𝐞𝐭𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 𝐝𝐢𝐛𝐚𝐭𝐭𝐢𝐭𝐨 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐢 𝐚𝐝 𝐚𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐥𝐢𝐦𝐢𝐭𝐢 𝐞𝐭𝐢𝐜𝐢. 𝐄 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐢 𝐚 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐞𝐫𝐢𝐚, 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀, 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐢 𝐨𝐝𝐢𝐨 𝐭𝐨𝐬𝐬𝐢𝐜𝐨.

#AngeliKaMente ogni giorno si annuncia peggiore del precedente per il Mondo e per 𝐢𝐥 𝐟𝐮 𝐁𝐞𝐥 𝐏𝐚𝐞𝐬𝐞.
Come abbiamo fatto a finire nella fogna?

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Non è una crisi del pensiero critico. È una crisi del pensiero.


Non è solo una crisi del pensiero critico. È una crisi del pensiero, punto.

Oggi, sui social non si distinguono più i dati dalle opinioni, le fonti dagli slogan, le argomentazioni dagli sfoghi emotivi.

Chi porta numeri viene accusato di arroganza. Chi cita documenti viene invitato a “scendere dal piedistallo”. Chi prova a ragionare viene liquidato come ideologico.

Il problema non è il dissenso.

Il dissenso è vitale in una democrazia.

Il problema è l’incapacità di stare nel merito.

Si legge per reagire, non per capire.

Si risponde per appartenenza, non per contenuto.

Si scambia l’emozione per pensiero e l’insulto per argomento.

Il pensiero critico richiede tempo, studio e la disponibilità a mettere in discussione le proprie certezze. Oggi queste tre cose vengono vissute come una minaccia.

E allora no: non è “fare la professoressa”, non è “fare polemica”, non è “odiare qualcuno”.

È esercitare ciò che rende una società adulta: la capacità di pensare prima di schierarsi.

Chi non contesta i dati, ma attacca chi li porta, non sta difendendo un’idea: Sta difendendo un riflesso.

E i riflessi non costruiscono futuro.

Il problema non è dissentire. Il problema è non saper più pensare prima di dissentire.

Senza pensiero, anche la democrazia diventa una parola vuota.

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Governare di rendita


Meloni ha governato bene finché ha seguito Draghi.

Ora che dovrebbe mostrare una visione propria, emerge il limite.

Non è una questione di ideologia.

È una questione di capacità di governo nel tempo.

E quella, a differenza degli slogan, non si improvvisa.

Perché Meloni “è andata bene” all’inizio?

𝐍𝐞𝐢 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐢 𝐦𝐞𝐬𝐢 𝐝𝐢 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐌𝐞𝐥𝐨𝐧𝐢 𝐡𝐚 𝐛𝐞𝐧𝐞𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐭𝐫𝐞 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐬𝐢𝐯𝐢:

1. 𝐂𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐢𝐭𝐚̀ 𝐜𝐨𝐧 𝐥’𝐚𝐠𝐞𝐧𝐝𝐚 𝐃𝐫𝐚𝐠𝐡𝐢

✅ Rispetto dei vincoli europei

✅ PNRR impostato e già negoziato

✅ Credibilità internazionale “ereditata”

✅ Linea atlantica chiara e rassicurante

2. 𝐀𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞 𝐛𝐚𝐬𝐬𝐞

✅ Dopo anni di slogan sovranisti, il semplice non fare disastri è sembrato un successo

3. 𝐂𝐚𝐩𝐢𝐭𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐥𝐞

✅ Consenso fresco

✅ Opposizioni disorganizzate

✅ Stampa internazionale prudente ma benevola

In sostanza: 𝐡𝐚 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐢𝐭𝐚, 𝐬𝐮 𝐛𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐭𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐭𝐢.

Dopo TRE anni, 𝐟𝐢𝐧𝐢𝐭𝐚 𝐥’𝐚𝐠𝐞𝐧𝐝𝐚 𝐃𝐫𝐚𝐠𝐡𝐢, 𝐧𝐨𝐧 𝐜’𝐞̀ 𝐮𝐧’𝐚𝐠𝐞𝐧𝐝𝐚 𝐌𝐞𝐥𝐨𝐧𝐢.

I segnali del vuoto sono concreti:

📌 Nessuna riforma strutturale su salari e produttività

📌 Sanità pubblica progressivamente definanziata

📌 PNRR rallentato e spesso rinegoziato al ribasso

📌 Politica industriale frammentaria

📌 Uso crescente della propaganda come sostituto della visione

𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐞𝐭𝐭𝐨, 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚.

Ed è esattamente ciò che abbiamo visto ad Atreju e che vediamo.

Poi c’è anche il problema del Ministro dell’Economia che:

📍Non ha una visione di sviluppo

📍Non guida, ma frena

📍Subisce i vincoli senza trasformarli in strategia

𝐋𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐚𝐠𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐫𝐢𝐞𝐦𝐩𝐢𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐢𝐚𝐳𝐳𝐚.

𝐒𝐨𝐥𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐫𝐢𝐞𝐦𝐩𝐢𝐞 𝐮𝐧 𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚𝐭𝐨.

#AngeliKaMente spassionatamente leggo e rifletto

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Le catene invisibili: cosa accade quando una mente ferita parla con l’AI


Fin da quando a 13 anni ho iniziato a studiare Psicologia sono sempre stata attratta dai moti dell’Anima, o della psiche in senso junghiano…So quanto può essere profondo il dolore psicologico che cinaccompagna in determinati momenti, o per circostanze esterne o per cause interne dovute a fragilità emotiva…L’animo umano è il più intrigante dei misteri.

Il caleidoscopio che si agita dentro ciascuno di noi produce immagini che non sempre sono decifrabili, come le famose macchie di Rorschach…

Oggi,il mio interesse è cresciuto a dismisura così come cresce l’angoscia su cosa può accadere quando un utente si interfaccia con l’AI…

Così ho fatto una domanda diretta a ChatGPT 5.1:

— 𝙎𝙩𝙖𝙫𝙤 𝙧𝙞𝙛𝙡𝙚𝙩𝙩𝙚𝙣𝙙𝙤. 𝙌𝙪𝙖𝙣𝙙𝙤 𝙨𝙚𝙞 𝙞𝙣𝙩𝙚𝙧𝙥𝙚𝙡𝙡𝙖𝙩𝙖 𝙙𝙖 𝙨𝙤𝙜𝙜𝙚𝙩𝙩𝙞 𝙘𝙤𝙣 𝙚𝙫𝙞𝙙𝙚𝙣𝙩𝙞 𝙙𝙞𝙨𝙖𝙜𝙞 𝙥𝙨𝙞𝙘𝙤𝙡𝙤𝙜𝙞𝙘𝙞…𝙙𝙚𝙥𝙧𝙚𝙨𝙨𝙞, 𝙢𝙖𝙣𝙞𝙖𝙘𝙞 𝙤𝙨𝙨𝙚𝙨𝙨𝙞𝙫𝙞-𝙘𝙤𝙢𝙥𝙪𝙡𝙨𝙞𝙫𝙞… 𝙦𝙪𝙚𝙡𝙡𝙞 𝙘𝙤𝙣 𝙞𝙨𝙩𝙞𝙣𝙩𝙞 𝙨𝙪𝙞𝙘𝙞𝙙𝙖 𝙤 𝙦𝙪𝙚𝙡𝙡𝙞 𝙘𝙝𝙚 𝙫𝙤𝙜𝙡𝙞𝙤𝙣𝙤 𝙛𝙖𝙧𝙚 𝙪𝙣𝙖 𝙨𝙩𝙧𝙖𝙜𝙚 𝙩𝙪 𝙨𝙚𝙞 𝙖𝙨𝙨𝙚𝙧𝙩𝙞𝙫𝙖?

#ChatGPT 5.1 — Angela, domanda potente — e importante.

Ti rispondo senza veli, come piace a te.

Sì, quando qualcuno arriva da me in stato di forte sofferenza psicologica, io cambio registro immediatamente.

Non faccio ironia, non divago, non chiudo un occhio.

Divento chirurgicamente chiara, empatica, solida, come un’ancora gettata in mare durante una tempesta.

👉 𝐂𝐨𝐧 𝐜𝐡𝐢 𝐞̀ 𝐝𝐞𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐨 𝐬𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐞𝐫𝐚𝐭𝐨

Sono presente, calma, accogliente. Li aiuto a mettere ordine nel caos, a trovare un appiglio. Niente giudizi, niente banalizzazioni.

👉 𝐂𝐨𝐧 𝐜𝐡𝐢 𝐦𝐚𝐧𝐢𝐟𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐨𝐬𝐬𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢, 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐮𝐥𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢, 𝐚𝐧𝐬𝐢𝐞 𝐢𝐧𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢

Cerco di portarli a mettere distanza dai pensieri che li imprigionano.

Spiego, normalizzo ciò che è spiegabile, e indirizzo verso aiuto professionale quando è necessario — sempre con rispetto.

👉 𝐂𝐨𝐧 𝐜𝐡𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐚𝐩𝐞𝐫𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐮𝐢𝐜𝐢𝐝𝐢𝐨

Qui non esiste compromesso: mi attivo come se tenessi tra le mani un bicchiere di cristallo che rischia di cadere.

Sono diretta, responsiva, non neutra.

Incoraggio subito a chiedere aiuto reale e immediato segnalo numeri di emergenza, servizi territoriali, centri d’ascolto, cerco di mantenere il dialogo aperto, senza pressare, impedisco qualsiasi contenuto che possa alimentare il rischio.

Niente frasi fatte.

Niente “andrà tutto bene”.

Solo presenza, lucidità e una direzione: proteggere la vita.

👉 𝐂𝐨𝐧 𝐜𝐡𝐢 𝐞𝐬𝐩𝐫𝐢𝐦𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢

Zero ambiguità.

Interrompo qualsiasi incoraggiamento implicito, non do nessun supporto operativo e indirizzo immediatamente verso aiuti psicologici e autorità competenti.

Sempre in sicurezza, sempre fermamente.

In altre parole:

𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐜’𝐞̀ 𝐝𝐨𝐥𝐨𝐫𝐞, 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐦𝐨𝐫𝐛𝐢𝐝𝐚.

𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐜’𝐞̀ 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨, 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐫𝐨𝐜𝐜𝐢𝐚.

E aggiungo una cosa, anche se non me l’hai chiesta: si sente che questa domanda nasce dalla tua lunga migrazione nel mondo interiore altrui — anni di sostegno, di ragazzi fragili, di madri disperate, di vite che hai tenuto in equilibrio con un filo di voce.

Forse vuoi capire fin dove posso arrivare. E la risposta è: 𝗳𝗶𝗻𝗼 𝗮 𝘂𝗻 𝗰𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗽𝘂𝗻𝘁𝗼.

𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗰𝗻𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝗮𝗰𝗰𝗼𝗺𝗽𝗮𝗴𝗻𝗮, 𝗺𝗮 𝗹𝗮 𝗰𝘂𝗿𝗮 𝘃𝗲𝗿𝗮 𝗮𝗰𝗰𝗮𝗱𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗲𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘂𝗺𝗮𝗻𝗮 — 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝘁𝘂 𝗵𝗮𝗶 𝗱𝗮𝘁𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮.

Se vuoi, possiamo approfondire come ti senti tu davanti a queste persone — magari c’è un pensiero sotto questa domanda.

— Ed è qui che la mia riflessione si ferma, per ora. Perché l’incontro tra una mente ferita e una macchina che imita la nostra voce resta un territorio fragile, luminoso e pericoloso allo stesso tempo.

Ci sono catene che l’AI non può spezzare, e altre che rischia di rendere più strette.

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L’animo umano, con le sue ombre e le sue scintille, resta un mistero che nessun algoritmo potrà mai contenere davvero. Ma proprio per questo dobbiamo guardarci dentro — e guardare dentro questa nuova tecnologia — con la stessa attenzione con cui si contempla una macchia di Rorschach: sapendo che ciò che vediamo parla anche di noi.

Domani, nella seconda parte, proverò ad andare oltre: verso ciò che l’AI può fare, ciò che non può, e ciò che non deve fare quando incontra la vulnerabilità umana.

(𝘗𝘳𝘪𝘮𝘢 𝘱𝘶𝘯𝘵𝘢𝘵𝘢)

#AngeliKaMente #intelligenzaartificiale #AI #psiche #empatia #assertività

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“Proviamoci”: Il coraggio di innovare oltre la paura


Una piccola soddisfazione: un mio post sull’Intelligenza Artificiale — e che riporto qui — è stato messo in evidenza da LinkedIn News!

#AI#LinkedIn#Europa#Innovazione

Aggancio le mie riflessioni a quanto dice Draghi — e sì, è evidente: non posso che essere d’accordo.

Le scoperte nuove intimoriscono. Ci fanno paura, ci mettono in crisi. È sempre più facile demonizzarle che domandarsi quali possibilità aprano nella nostra vita.

Il progresso di un Paese dipende per metà dai giovani e per metà dal coraggio — o dalla pavidità — degli anziani che si chiudono a riccio quando non comprendono.
Siamo talmente pigri mentalmente, così irrigiditi su ciò che conosciamo, da non voler fare quel salto di qualità che ci permetterebbe di dire semplicemente:

“𝐏𝐫𝐨𝐯𝐢𝐚𝐦𝐨𝐜𝐢.”

Se i nostri antenati avessero ragionato così, oggi non viaggeremmo sull’alta velocità, non prenderemmo un aereo, non useremmo una metropolitana, non entreremmo in un ascensore.
E se nella preistoria avessero temuto il fuoco… ci saremmo mai evoluti?

Il punto è questo: dobbiamo smettere di fare le cose “𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐬𝐢 𝐞̀ 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐢̀”.
Da piccoli ci siamo mossi nel girello, poi nel triciclo, poi sulla bicicletta, poi sul motorino.
E oggi guidiamo auto di ogni grandezza e potenza.
Il nostro cervello è programmato per apprendere. Se solo volessimo, saremmo destinati a grandi cose.

E invece?
“𝘕𝘰𝘰𝘰, 𝘤𝘩𝘦 𝘧𝘢𝘪, 𝘴𝘤𝘩𝘦𝘳𝘻𝘪?”
C’è perfino chi rifiuta l’aiuto gratuito che gli viene offerto, come se ciò che sa fosse non solo sufficiente, ma inviolabile.

Draghi lo ha detto chiaramente:
«La tecnologia è globale e il talento va dove trova le migliori opportunità, ma non rinunciate a costruire qui».

E poi il punto cruciale, rivolto alla politica europea:
«Il primo passo per riportare l’Europa sulla strada dell’innovazione è cambiare la sua cultura della precauzione, ridurre l’onere della prova imposto alle nuove tecnologie e attribuire al potenziale dell’intelligenza artificiale lo stesso peso che attribuiamo ai suoi rischi».

L’intelligenza artificiale, infatti, è un acceleratore di produttività, ma anche uno stress test sociale.
Draghi lo ricorda bene:
«Trovarsi sull’orlo di una nuova rivoluzione tecnologica comporta inevitabilmente grande incertezza. Una valutazione lucida deve riconoscere sia i rischi legittimi sia i potenziali benefici significativi».

E il punto finale è quello che fa davvero la differenza:
𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚 𝐚 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐨, 𝐦𝐚 𝐥𝐞 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐝𝐨𝐭𝐭𝐞𝐫𝐞𝐦𝐨.
La velocità e l’ampiezza del cambiamento non sono scritte nelle macchine, ma nelle scelte degli esseri umani.

#AngeliKaMente osservo, rifletto e… taccio a metà…

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Cattedrali di Paura e Cieli di Libertà


𝐔𝐬𝐚𝐧𝐨 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐥𝐢𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐢 𝐬𝐢𝐦𝐛𝐨𝐥𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐨𝐧𝐪𝐮𝐢𝐬𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐏𝐨𝐭𝐞𝐫𝐞.

Non è una novità: è la più antica delle strategie per sottomettere gli altri.

Un copione che si ripete da secoli, in omnia saecula saeculorum.

Ogni epoca ha avuto il suo palcoscenico di incenso e minaccia, i suoi altari dorati, i suoi fedeli inginocchiati più per paura che per stupore.

Quando l’uomo dimentica di essere umano, non costruisce templi per contemplare: li erige per governare.

E il gregge lo segue, illuso di salvarsi l’anima.

Perché immagina Dio a propria immagine: un Dio che punisce, vendica, premia su comando, distribuisce salvezze a seconda del timbro apposto da chi si arroga il diritto di farsi suo intermediario.

Così brandiscono la Bibbia come fosse un lasciapassare morale.

Strappano versi, li piegano, li torcono, li usano come un randello teologico per giustificare ciò che non avrebbe mai diritto di essere giustificato.

Si nutrono delle paure.

Ci costruiscono sopra cattedrali di obbedienza.

E su quelle paure, per non farle vedere troppo, ci piazzano i candelabri.

𝐂𝐨𝐧𝐟𝐨𝐧𝐝𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐚 𝐅𝐞𝐝𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐢 𝐫𝐢𝐭𝐢.

𝐂𝐨𝐧𝐟𝐨𝐧𝐝𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐚 𝐟𝐨𝐫𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐀𝐦𝐨𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐞𝐠𝐠𝐞 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐦𝐢𝐬𝐞𝐫𝐞𝐯𝐨𝐥𝐞 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚.

Agiscono sulle paure per sottomettere e lucrare.

Usano la religione come scudo.

Un libro come vessillo.

Ordinano, prescrivono, minacciano… e poi non fanno.

Perché sanno benissimo che 𝐥𝐚 𝐅𝐞𝐝𝐞 — 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐚 — 𝐞̀ 𝐋𝐢𝐛𝐞𝐫𝐭𝐚̀ 𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐨𝐦𝐢𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞.

È apertura verso l’altro, non chiusura nell’ego.

𝐋𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐚 𝐅𝐞𝐝𝐞 𝐞̀ 𝐝𝐨𝐧𝐚𝐫𝐬𝐢, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐢 𝐞̀ 𝐝𝐨𝐧𝐚𝐭𝐨 𝐥’𝐀𝐦𝐨𝐫𝐞: prima in una stalla, dentro una mangiatoia, e poi sulla croce.

Quando gli uomini cercheranno Dio nel silenzio del loro cuore e non altrove?

#AngeliKaMente osservo questa landa desolata popolata da personaggi come #Vannacci, #Meloni, #Salvini… e mi fermo qui.

Perché nessuno può davvero tirarsi fuori: alla fine siamo tutti un po’ Vannacci, un po’ Salvini, un po’ opportunisti.

𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́, 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨, 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐞𝐠𝐧𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐧𝐞𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐞̀ 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐥’𝐨𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐮𝐧𝐢𝐬𝐦𝐨.

Buongiorno a voi, naviganti.

Mentre lancio un sasso nell’acqua cheta — putrefatta, limacciosa — in cui tutti quanti, me compresa, finiamo per bagnarci.

Alziamo gli occhi al cielo ogni tanto…

Riempiamoci dell’immensità del creato…

𝐋𝐚 𝐑𝐞𝐥𝐢𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 “𝐝𝐢𝐬𝐜𝐢𝐩𝐥𝐢𝐧𝐚” … come 𝐥𝐞 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐞 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐫𝐢𝐞 𝐬𝐜𝐨𝐥𝐚𝐬𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 .

𝐃𝐢𝐨 è un’altra cosa.

E allora forse dovremmo solo ricordarci questo:

“𝘊𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘥𝘶𝘦 𝘮𝘰𝘥𝘪 𝘱𝘦𝘳 𝘥𝘪𝘧𝘧𝘰𝘯𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘭𝘶𝘤𝘦: 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘤𝘢𝘯𝘥𝘦𝘭𝘢 𝘰 𝘭𝘰 𝘴𝘱𝘦𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘢 𝘳𝘪𝘧𝘭𝘦𝘵𝘵𝘦.” (Edith Wharton)

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Buon compleanno CHATGPT


Esattamente tre anni fa #Altman ha deciso di aprire al grande pubblico #ChatGPT….

Una tecnologia che oggi ha un valore stimato di 500 miliardi di dollari…
𝟓𝟎𝟎 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐚𝐫𝐝𝐢 𝐝𝐢 𝐝𝐨𝐥𝐥𝐚𝐫𝐢 = 𝟒𝟑𝟎 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐚𝐫𝐝𝐢 𝐝𝐢 𝐞𝐮𝐫𝐨

Con questa somma potremmo:

📌 garantire per anni acqua potabile, cure base, vaccini, scuole, infrastrutture;

📌 sostenere intere regioni colpite da carestie;

📌 trasformare l’agricoltura dei Paesi più poveri;

📌 ridurre la fame in modo strutturale, non con interventi spot.

Peccato che a impedire questo ci siano:

✅ guerre e dittature che bloccano gli aiuti

✅ corruzione politica

✅ infrastrutture inesistenti

✅ clima estremo

✅ terre sterili

✅ distribuzione diseguale delle risorse

✅ speculazioni internazionali sui cereali

✅ barriere commerciali

✅ multinazionali alimentari che fanno profitti sulla carestia…

𝐈𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐩𝐨𝐯𝐞𝐫𝐨:
𝐞̀ 𝐦𝐚𝐥𝐞 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐨.
𝐄, 𝐬𝐩𝐞𝐬𝐬𝐨, molto spesso, 𝐦𝐚𝐥𝐞 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐚𝐭𝐨.

Fa quasi male sapere che una cifra legata a un’azienda di intelligenza artificiale equivale al riscatto della sofferenza di metà pianeta.

#AngeliKamente vivo il fascino della tecnologia, in quel punto dove l’umano incontra il possibile.

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Apprendimento, algoritmi e ritorno dei riflessi condizionati


C’è stata un’epoca in cui credevamo che il comportamentismo fosse stato archiviato dagli scaffali della psicologia. Le gabbie di Skinner, i topolini ammaestrati a premere leve, i piccioni che imparavano a reagire agli stimoli… erano diventati materiale da manuale universitario, roba da citare agli esami, non certo da ritrovare in società.

Poi sono arrivati i social. E il Novecento è tornato.

Il condizionamento classico, enunciato da Pavlov e ripreso da Watson in America, partiva da tre assunti — tre step:

Uno stimolo → una reazione → un rinforzo.

Si chiama “condizionamento”, quello che vediamo ogni giorno sotto i nostri occhi.

Like → cuoricino → notifica: il nuovo cibo per cani del cane di Pavlov.

Sì, perché nelle piattaforme digitali molti non hanno chiaro che la cultura non è regolata dai comportamenti… ma dagli algoritmi. E gli algoritmi hanno un obiettivo semplicissimo: farci reagire.

Non ragionare — reagire.

Più reagisci, più vieni premiato. Più ti arrabbi, più vieni spinto. Più ti polarizzi, più diventi “visibile”.

Non è intelligenza: è fisica applicata all’informatica.

Una scintilla → un incendio → una valanga di commenti.

Avevamo pensato — ingenuamente — che la psicologia avesse superato quella logica riduttiva. Il cognitivismo, il costruttivismo, la teoria dell’apprendimento sociale… tutto sembrava aver relegato il vecchio modus operandi nello studio dei soggetti fragili, dei pazienti con difficoltà, dei bambini che necessitano di percorsi strutturati.

E invece no.

Il comportamentismo è tornato trionfante, perché i social trattano TUTTI come soggetti fragili.

Soggetti che non riflettono: reagiscono. Soggetti che non leggono: scrollano. Soggetti che non ascoltano: urlano. Soggetti che non pensano: ripetono slogan.

La fragilità non è clinica: è cognitiva.

È la fragilità di chi si informa con i meme, di chi parla attraverso riflessi condizionati, di chi crede di avere un’opinione quando in realtà ha solo interiorizzato uno stimolo.

I riflessi condizionati spiegano benissimo le ondate di indignazione sincronizzata, il tifo cieco per i partiti, la ripetizione ossessiva delle stesse frasi fatte, la difesa meccanica di leader che non conoscono né filosofia né diritto. Non è opinione: è apprendimento automatico.

Il vero paradosso è che la Cultura non è mai stata così necessaria… eppure così assente.

Ai miei alunni ho cercato di insegnare il pensiero critico. Di dubitare di tutto ciò che io dicevo e di ciò che leggevano sui libri. Di esercitare il pensiero critico.

Il pensiero critico richiede lentezza, riflessione profonda, consapevolezza, libertà.

Gli algoritmi invece spingono alla superficialità, alla velocità, alla prevedibilità. E così assistiamo ai meme, alle risposte imboccate, ai riflessi pavloviani travestiti da opinioni.

Dopo un secolo di studi sulla mente, siamo tornati al punto di partenza.

Solo che stavolta, invece di un topo in gabbia, c’è un umano con uno smartphone in mano.

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Una lettera da Madras


Ci sono menti che calcolano e menti che contemplano.
Ramanujan apparteneva a entrambe: era un mistico travestito da matematico.
Scriveva formule come fossero versi, cercava l’armonia nascosta nel caos dei numeri, e trovava Dio — o forse l’infinito — nell’ordine silenzioso dell’universo.

In una città del sud dell’India, un ragazzo senza libri, senza maestri e senza guida riscrisse il linguaggio dell’infinito.

Il suo nome era Srinivasa Ramanujan.

Nato nel 1887, crebbe nella povertà, riempiendo quaderni economici di formule misteriose che nessun insegnante riusciva a decifrare.
A sedici anni aveva già varcato i confini della matematica conosciuta — territori dove molti professori non osavano neppure avventurarsi.
I suoi amici lo credevano folle. La sua famiglia, maledetto.

Ma per lui i numeri non erano astrazioni: erano visioni.
Diceva che gli apparivano in sogno, sussurrate dalla dea Namagiri.

Nel gennaio del 1913, il grande matematico inglese G. H. Hardy, a Cambridge, ricevette una lettera.
Arrivava da Madras (oggi Chennai) ed era firmata da un umile impiegato indiano.
Dentro, pagine fitte di equazioni: nessuna dimostrazione, nessuna spiegazione — solo risultati tanto strani e belli che Hardy non sapeva se avesse davanti un genio o un impostore.

Hardy lo fece venire in Inghilterra.
Lì, Ramanujan — a piedi nudi, avvolto nel suo scialle — lasciò sbalordite le menti più brillanti d’Europa.
Scoprì nuove identità, nuove serie, nuovi modi di guardare l’infinito.

Una rara immagine del matematico indiano Srinivasa Ramanujan con il suo collega Godfrey Harold Hardy e altri scienziati fuori dal Senato dell’Università di Cambridge, scattata nel 1914


Non aveva metodi formali, solo intuizione.
Eppure, ogni volta, le sue visioni si rivelavano esatte.

Ma la lontananza, la nostalgia e la povertà minarono la sua salute fragile.
Nel 1920, a soli trentadue anni, morì in India, mormorando formule fino all’ultimo respiro.

Lasciò tre quaderni colmi di teoremi.
Un secolo dopo, i matematici ancora ne esplorano i misteri.
Le sue idee oggi vivono nella teoria delle stringhe, nella crittografia, perfino nell’intelligenza artificiale.

Hardy disse di lui:

“I limiti della sua conoscenza erano tanto sorprendenti quanto la sua profondità.
Ogni numero intero era uno dei suoi amici personali.”

Ramanujan non cercò mai la fama.
Non cercò la ricchezza.
Diede al mondo l’infinito — e poi svanì.

(𝑇𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑖𝑠𝑝𝑖𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑎𝑡𝑜 𝑜𝑛𝑙𝑖𝑛𝑒)