Lontano, il tempo si scioglie nel crogiolo delle tue pupille! Sino a quando i silenzi avranno parole nelle nasse dei pesci d’oro, dimenticati dai pescatori sull’arenile. Scende scalza anche la luna dalla sua biga d’argento, avvolta come femme fatale in uno scialle di lamè! Cammina a piedi nudi, la luna lasciando scie luminose briciole di sorrisi e lacrime per catturare sciami di stelle. orme lucenti mi abbagliano quando il sonno tarda a venire e conto ad uno ad uno i tuoi versi d’amore, sospesi come diamanti, tagliati con una lama lucente e mutevole, come taglia la lontananza.
LA CADUTA DEGLI ANGELI / POESIE/ di ANNA MARINELLI/ Portofranco Editore
RECENSIONE del Prof. COSIMO FORNARO
Parlare di Anna Marinelli,non è cosa facile. E’ conosciuta specialmente per le sue opere “Animismo Domestico”,” La Panchina delle Muse”,e la sua ultima fatica “La Caduta Degli Angeli” sul quale vorrei soffermarmi. E’ un libro strano con tanti disegni di angeli, puttini, ali, fiori e semi di fiori. C’è,infatti, incluso nel libro un rametto di semi di lavanda. Profumo, sapore di donna, odori ed effluvi purissimi di candido amore che non è ancora passione.
Il testo di Anna Marinelli ha tanti angioletti disegnati dalla brava Rosaria Cipriano.
E’ un cofanetto che serra i segreti femminili come i monili, gli anelli, le perle, ricordi di un’anima amante che ha creduto e crede nell’amore. Ci sono ricordi che restano e ricordi che fuggono via. La memoria ferita tenta di raccoglierli, di farne un fagottino, un scrigno, appunto, per conservarli nel tempo. La stesura del testo è semplice:” il volo e lacaduta”. Si intende: Il volo dei primissimi sentimenti e poi la delusione della loro perdita. La trama consiste in 23 sospiri d’amore nella prima parte ed in 21 sussulti d’amore nella seconda parte. Così descritta la tessitura sembra un’esperienza sentimentale finita male nella vita reale. Ma non è così, brevi sono i componimenti poetici, io li ho chiamati sospiri e sussulti d’amore. Attenti. Non è la banale storia d’amore di un «Lui» e di una «Lei». Non è il gioco psicologico di un approccio d’Amore. Non si deve chiamare in causa nè Ovidio voluttuoso e pagano, nè il Filostrato del Boccaccio, quanto la filotea di Francesco di Sales, che dà all’Amore l’esatta dimensione dell’essere persona.
Il valore poetico è che Marinelli offre pagine che nutrono “di profumi e di odori il tempo delle parole”. E’ il capovolgimento dell’aspetto espressivo della poesia d’oggi, che dagli anni settanta sino ai nostri giorni è presente in brevi testi poco conosciuti, ma non per questo meno validi. Insomma non è poesia come esercizio di versificazione, ma il canto dell’anima innocente assetata d’amore e di luce
“Mi palesavo per te
metafora di luce e fuoco
esplosione di Sole sulla pelle…”
Si tratta di un amore che non è trasgressione d’innocenza, ma è ansia e attesa di volare insieme per abbeverarsi all’innocenza.
“A volte mi chiedo
Se non fosse appartenuta ad un’aquila
La mia precedente vita”
La poesie, allora, può cantare l’amore senza l’ombra del peccato
Il punto focale dell’immaginazione di Anna Marinelli, quello dell’approccio, è docile docile, sensibile sensibile, puro puro come la scelta delle sue parole
“Il tuo parlare
il mantice che arrossava
bracieri di desiderio”
Le parole suonano semplici e generano stupori e tremori, palpiti sentiti come già in Catullo e più ancora in Saffo.
Si potrebbe pensare all’Amore come violenza e sottomissione della persona
amata. Qui si tratta di estrema linearità e castità d’accenti.
Anna è la Saffo d’ oggi, il cui cuore è purezza di vita senza rinunciare a trasalimenti fisici.
“ Le tue mani/erano l’alito del vento
che increspava i miei seni/ come dune”
Saffo aveva già scritto che non ci si vergogna del puro amore, ma solo delle cose turpi e rimproverava Alceo che non apriva il suo animo per il troppo pudore.
La poetessa ritiene di avere questo suo dono poetico non dall’eros dionisiaco,
ma da quello elegiaco. Tuttavia non è l’eros trovadorico o petrarchesco, quanto piuttosto le frenesie amorose che la giovane Saffo sperimentò come stupore, tremore, affannosa ricerca nel ritmo della vita.
“ Amore mi scioglie le membra
amore sottile e invincibile…( Saffo)
Certamente Anna Marinelli discende la sua poesia dal calore mediterraneo
dove si alternano visioni marine e sabbie infuocate, slanci di desideri
batticuori e trasalimenti reali. Per questo abbiamo scomodato Saffo, perché
nessuno dei suoi critici, sino ad oggi, ha evidenziato quell’aspetto della poesia
greca insita nella produzione artistica e poetica della Marinelli.
Secondo me la grecità che è riconoscibile nelle poesie della nostra poetessa è solo nell’afflato poetico dei melici monodici da Saffo a Alceo, nella sensibilità degli epigrammi antichi.
Nel libro “La caduta degli Angeli” c’è poi la seconda parte. Ossia la delusione che segue quando i sentimenti d’amore sono scemati.
“Ti resero grande i giorni del delirio,/ poi da quali altezze cadesti
solo allora misurai la tua statura/ eri piccolo, pavido, poco più di un’ombra
nel suo involucro di carne”…
Non credo che si possano fare accostamenti con altre realtà poetiche. Marinelli non và alla ventura, paga solo di musica e di versi aperti senza assonanze e rime forzate. Il rimpianto dei sentimenti amorosi finiti non fa perdere l’equilibrio interiore alla poetessa.
Originale, sentita, amata la Vita e l’Amore. La poetessa conserva nel ricordo
dei sentimenti passati la malinconia “ come inquilina abusiva” nelle sue vene.
Il ricordo dell’amato è passato ma rimane un’infinita nostalgia.
Struggente e qualche volta disperata, la poesia dei rimpianti si carica di forza
commemorativa.
“ Quanto più alto il volo
tanto più rovinosa
la caduta…”
E il ritorno alle altezze del passato è avvertito come bilancio esistenziale.
Nei cupi abbandoni del cuore la poetessa si sforza di approfondire la propria
miseria di vita precipitata come gli Angeli condannati da Dio.
“Nei giorni della ragione
ritrovata, mi collocavo
tra gli angeli caduti
del Giudizio..”
Dramma esistenziale si, ma anche sogno, enigma, che si avverte nel limite della propria capacità,ma soprattutto nell’altrui capacità di amare.
Questi brevi sospiri poetici esprimono e cantano l’amore in uno “stato di grazia”,
in una sorta di limbo che non è inferno.
Tale stato felice dell’amore è tipico atteggiamento della poetessa. Per lei la giovinezza non è un errore. L’infanzia non è turbata dal male, la sua innocenza è pura. Il piccolo libro “La Caduta degli Angeli” è un cofanetto, uno scrigno dove pensieri e ricordi segreti di una femminilità sono conservati con pudore e modestia. Raramente la poesia amorosa, nella poesia contemporanea, ha prodotto ritmi così vivi, puri ed intensi nel ricordare chi si è tanto amato.
Ieri su Facebook ho condiviso un video di tre anni fa dicendo che “non avendo nulla di nuovo” da offrire avevo optato per una cosa passata, e ne sono rimasta contenta anche perché il video in streaming stato apprezzato da nuovi utenti ed estimatori del nostro dialetto.
Ma nel pomeriggio alcuni VERI Amici, mi hanno fatto una bella tirata di orecchi.
Come, che non hai niente! E il libro? Quando ti decidi a muoverti e organizzare una Presentazione coi fiocchi? Cosa stai aspettando? Mena, mè!!!
E ora sono grata a questi amici, perché quando mi è stato consegnato il libro, me lo sono tenuto Caštru caštru quasi un mese.
Sono stata assalita da paure insensate, da ansia, da insicurezza che ancora mi percuotono come brividi di febbre.
Ormai è fatta. Il libro è pronto e non posso tenerlo tutto per me. Il mio Libro è di tutti. Il mio libro è del Luogo. Il mio libro è per i sangiorgesi. Quelli veri.
Da qualche anno mi sto inventando diverse forme di comunicazione per fare cultura. Per comunicare valori e sentimenti, per trasmettere emozioni, per invitare i timidi ad aprire quel cassetto segreto in cui hanno deposto come in una bara le bella pagine scritte in adolescenza, quando le ragazze scrivevano in un diario munito di lucchetto le loro prime emozioni d’amore, le loro cose segrete, che dovevano restare segrete soprattutto alle sorelle maggiori, ai fratelli gelosi e soprattutto alla mamma!!!
Questo progetto, che si rinnova di volta in volta, mi sta riuscendo talmente bene che ve ne vorrei parlare. A ben pensare gli incontri si stanno svolgendo da qualche anno, e la location cambia di volta in volta, in quanto gli amici poeti e scrittori invitati da me e restando colpiti dai lusinghieri risultati, hanno sempre desiderato che avrebbero avuto piacere ricambiare l’ospitalità presso le loro case, dentro i loro luminosi salotti. E così sta avvenendo, con mia somma gioia. Non ci sono manifesti, non ci sono autorità che presiedono e hanno diritto ad intervenire, come succede nelle serata culturali “ufficiali”.
Ci sentiamo tutti a nostro agio, tra anime che hanno tanto in comune e che, come vasi comunicanti, si scambiano le proprie emozioni, leggono pagine scelte e che amano leggere agli ospiti, perchè quella pagina scelta, quale significato sottende.
Dopo essere stati accolti amabilmente dalla padrona di casa, e fatte le presentazioni dei nuovi amici, la regia degli incontri tocca a me. E’ un privilegio che mi spetta di diritto che mi viene riconosciuto amabilmente da tutti. Bontà loro. Non manca mai la nota musicale, Brani scelti da suonare al pianoforte, la voce di un’amica soprano che ci trasporta in paradiso, una canzone da cantare insieme a chiusura di tutto, prima di gustare un buon caffè, prima di scambiarci l’ultimo sorriso.
Non come critico d’arte, giacchè non lo sono, ma come appassionato cultore di poesia ardisco presentare l’autrice di questa raccolta di liriche intitolata “Alle sorgenti del cuore” che segue a distanza di un ventennio a quella di un altro sangiorgese, il professor Francesco D’Errico, il quale con “Sorrisi d’alba” ha per primo onorato il nostro paese. E’ stato detto, a ragione, che si può diventare oratori esercitandosi nella dialettica dell’eloquenza, ma che poeti si nasce, così come pittori, scultori, musicisti, per quel misterioso dono che madre natura si compiace di largire ai suoi prediletti.
Tra questi c’è Anna Marinelli, nata in San Giorgio Jonico il 7 Agosto 1945, anno che vide la fine del più terrificante conflitto mondiale. Trascorsa tranquillamente la fanciullezza nel tempietto degli affetti familiari, segnatamente quello della e per la sua mamma, per cause indipendenti dalla sua volontà, dovette abbandonare gli studi e, divenuta giovanetta, cominciò a sentire i primi fermenti della poesia, che sino ad allora era rimasta nel suo bocciolo. I primi versi meravigliarono anche lei stessa e la turbarono suscitando però un’intima gioia nel suo cuore.
La rosa era sbocciata, in tutto lo splendore del suo fascino. Più per cimentarsi con se stessa, ha partecipato a numerosi concorsi di poesia, nei quali ha ottenuto notevoli riconoscimenti e numerosissimi premi. Intanto, consapevole dell’incompletezza della sua cultura, facendo leva sulla notevole intelligenza, ha colmato tale lacuna conseguendo il diploma di maestra d’asilo. Ho avuto il piacere di conoscerla per caso nella libreria della distinta signora Maria Festa, che mi aveva già parlato di lei e del suo talento. Da quel tempo sono trascorsi cinque anni, durante i quali ho letto tutte le sue poesie, ho avuto diverse conversazioni con lei, e un notevole scambio di lettere. Questo mi ha dato la possibilità di rendermi conto dello spirito e della personalità di Anna; ho scoperto la sua straordinaria sensibilità, la squisita bontà, una dolcezza pensosa, talvolta soffusa di malinconia; i suoi stupori al cospetto delle meraviglie dell’universo, le vibrazioni del suo essere delicato: tutte doti elette, che si manifestano prendendo corpo nelle incantate e incantevoli liriche, limpide e splendenti come diamanti attraversati da una luce ancestrale, come quella del primo giorno della nostra realtà umana. Dalla loro attenta lettura, si coglie l’immenso amore che Anna nutre per il paese natìo, e per i compaesani, segnatamente per chi porta ancora impressi nella carne e nello spirito i segni della sofferenza e della rassegnata pazienza; per chi grida senza parlare il bisogno di affetto, di solidarietà, di conforto, di comprensione. Talvolta, durante qualche colloquio avuto con lei in merito, alle brutture di questa società tanto avanzata industrialmente e tecnologicamente, quanto arretrata dal punto di vista umano, schiva comè della cupidigia di ricchezza e di potere, le ho visto gli occhi di colomba sul punto di cedere alla commozione. Per lei ogni fenomeno oggettivo non è solo uno spettacolo che colpisce i sensi determinando ammirazione, o stupore, o paura, secondo i casi; ma è un messaggio che ella accoglie nel suo profondo, dove esso, permeato dal suo fluido inconscio, per una sorta di superconcezioni spirituale, viene trasformato in fiore di poesia, in lirica iridescente. I versi di Anna Marinelli non sono, almeno per me, classificabili mediante una definizione arida, anche se forbita: si può solo affermare che ella non è una poetessa di maniera, ma di primo getto, pura come acqua sgorgata da limpidissima sorgente.
Un ricordo d’infanzia, l’incanto di un primo pomeriggio estivo nella penombra silente trafitta da una lama di luce, la fioritura di un mandorlo, di un pesco, un frullare di ali, i profumi portati dal vento, un viso di bimbo, l’incerto andare di un vecchio, il canto lontano di un gallo, la percezione di uno sciacquio d’onda, la violenza di una tempesta: tutto si trasforma in lei in un canto poetico. Ha scritto centinaia di liriche, ha partecipato a numerosi concorsi di poesia nazionale, nei quali ha ottenuto consensi, lusinghieri apprezzamenti e significativi premi, fino a conseguire il primo nel 1987 con “Temporale d’Agosto” nel concorso di poesia inedita organizzato dal gruppo letterario “Casa Nostra” in quel di Cecina, Livorno.
Mi arreca gioia e piacere accennare qui ad alcune tra le più significative liriche di Anna Marinelli, tracciando di esse un’incastico commento estetico, mi si scusi la presunzione senza tuttavia neanche sfiorare l’idea della critica letteraria, ma così: alla buona, come mi detta dentro e con l’intento di eseguire un più dettagliato ritratto dell’autrice di questa raccolta. Comincio con la lirica “Quel giorno”. In essa l’autrice svela un palpitante anelito per l’infinito che stando sul San Bernardo, vorrebbe toccare con le mani tese, e dove il vento la libera da tutte le paure; forse quelle da lei recepite nel grembo materno, negli orridi anni dell’immane conflitto mondiale: e si sente abitante di un altro pianeta immersa nell’incommensurabile.
Anche in una breve composizione Anna riesce a condensare concetti sublimi, come in “fossi come te”, rivolta alla luna, della quale invidia la freddezza, il distacco glaciale, l’indifferenza quasi irridente, che rimane insensibile anche a una coltellata di Sole, mente se lei fosse trafitta da uno sguardo, sanguinerebbe dal cuore. Ed eccoci a “Cantare la mia Terra” nella quale Anna leva quasi con durezza una vibrante protesta “…lasciatemi cantare i pregi della mia terra ferrigna, lasciatemi cantare i dolori della mia gente” ed esprime con versi di fuoco, pur scevri di sensi ostili, il suo rammarico contro il silenzio e l’indifferenza delle classi privilegiate nei riguardi degli umili, che ella presenta dignitosi, sereni, erti nel plasmato bronzo di uomini del sud. Qui l’amore per la gente semplice e degna assume toni di commovente esaltazione, espressi con accenti di energica compostezza. E che dire de “I vecchi del mio paese”?: dico solo che potrebbe ispirare un grande pittore, tanto viva e palpitante è la sua descrizione. “Seduti su panchine sverniciate, dipanando gomitoli di memorie” ella li contempla, rimane colpita dai loro “volti di pergamena” e una commozione filiale si desta in lei e si fa poesia.
Li vede deboli, ridiventati quasi bambini; e li conta, come scolari “ad uno ad uno, che non se ne perda nessuno”. Segue ora la lirica che le ha valso il primo premio: Temporale d’Agosto, nella quale, con un mirabile gioco di ritmi felici, di assonanze e di rime agili, che si sviluppa in una progressione armoniosa di movenze aggraziate, la nostra poetessa animizza le nubi, che gareggiano, si rincorrono, si scontrano, s’incendiano e brontolando si sciolgono infine in pioggia benefica che disseta la terra riarsa e cosparge di fresche gocciole iridescenti le erbe, le foglie, i fiori assetati, cui ridona vivezza di colori e vigore di linfe: ed ecco la Natura vestita di nuovo.
Si è svolta nei giorni scorsi la venticinquesima edizione della Rassegna d’Arte visiva
Città di San Giorgio organizzata dall’Associazione culturale LINO AGNINI. 25 anni sono un traguardo di tutto rispetto per una Associazione Culturale, in quanto ne nascono tante ma nel volgere di alcuni anni non reggono più alla fatica e all’impegno che costa Organizzare Eventi.
Quest’anno, in occasione della festa patronale che ricorre il 23 Aprile, io e la mia amica poetessa Nunzia Piccinni, siamo state invitate dal presidente dell’Associazione signor Cataldo Piccoli a commentare con i nostri versi le opere partecipanti. Gli Artisti che vi hanno aderito sono stati 30, ognuno del quali ha presentato due opere. Una più bella dell’altra.
Una sera prima dell’inaugurazione (Vernissage) ci siamo recate presso la sede dell’Associazione per fotografare le opere e associare ad ognuna il nome dell’artista.
Sembrava tutto facile, le opere erano belle, non avevamo alcun dubbio sulla riuscita del nostro compito.
Il tempo però non giocava a nostro favore, avevamo solo una settimana. Dovevamo consegnare al più presto i nostri elaborati per essere stampate su pergamena e donate agli Artisti la sera conclusiva della Rassegna. La ND Elisa Silvatici, Socia onoraria e Critico d’Arte, ha fornito i commenti critici dei dipinti che sono stati letti dalle socie Giuseppina Meo e Ilenia Nocera. Il pianista Giuseppe Curci ha allietato la serata con coinvolgenti brani musicali.
P.S. Siamo state brave, io e Nunzia, abbiamo condensato in poesia la magia della pittura. Complimenti a noi e a tutti.
✓ Un giorno camminavo per le vie di Taranto e l’eco della poesia di Anna Marinelli mi accompagnava per le strade, come si accompagna un’amica a prendere un caffè.
La mia mente sorrideva e forse anche il mio volto, inconsapevolmente, la seguiva, come se io fossi realmente in compagnia di qualcuno con il quale scambiare parole d’affetto.
In questa piccola raccolta dal titolo Una panchina vicino al mare la poetessa mi raccontava una storia bellissima: lei mi parlava del suo profondo rapporto con questa città.
Tra le pieghe delle onde in movimento e la panchina statica di fronte al mare, nella mia conversazione immaginaria, c’era Taranto, una città, una storia, un amore: l’amore.
Le poesie che compongo questa breve raccolta sono dei gesti di affetto verso una città che si ama profondamente. Tutto intorno a me, nei miei pensieri, nella mia mente, e tra le righe, nelle parole di questa raccolta di versi, riecheggia Taranto.
Io sento il nome nascosto, celato come un segreto, io vedo Taranto e sento il profumo del mare, e odo il rumore del porto e vedo i gabbiani diventare delfini a cavalcare la millenaria storia di questa stupenda città.
E intanto Taras appare potente come un dio. Taras, amore nostalgico che non tornerà mai più, Taras, anelito verso l’infinito e attesa di un giorno in cui avverrà finalmente il ricongiungimento.
Così su questa panchina di fronte al mare passano gli anni e passano le stagioni: i papaveri fanno primavera, la pioggia violenta dell’estate, la pioggerella d’autunno, il vento d’ottobre si alternano nel vortice della vita.
E le ore del giorno inseguono quelle della notte e i pensieri danzano di fronte all’insonnia, al tormento che non è mai disperazione ma pura rassegnazione.
Ma la freschezza della penna di questa adolescente quasi ottantenne rompe senza indugio il tema della rassegnazione perché la signora Marinelli dimostra di avere negli occhi aperti quel sogno che le fa dire sempre Amore, avanti, avanti! ◦
Penso, e ne sono convinta, potrei impazzire in questo silenzio potrei perdermi in questo spazio di cattedrale trapassata dalla luce. grido forte nel mutismo labiale, chiamo tutti per nome. parlo allo specchio e mi rispondo per pietà di me stessa smarrita nell’ingresso della casa, amplissimo. sfoglio l’album dei mille volti e dai mille nomi, caleidoscopio delle voci perdute. “Potessero le mie mani sfogliare la luna” mentre intorno è desertica pianura e le voci del passato sono tutte lontane. dove siete bambini dalle gaie risate. chi vi canta ora la serie dei numeri, e la ninna-nanna di Brahms, le sole capaci di convincere il sonno a dimorare nei vostri occhi. lo stesso sonno che ora diserta i miei? ————————— *Garcia Lorca
Il mio blog di recente stava reclamando vivacemente perchè non lo stavo curando più, lo aveva un pochino abbandonato, quella passione dei primi anni si stava, anzi, si era affievolita. Possibile che non stavo facendo più niente? Possibile che mi fossi arresa? Mai è poi mai! Il 13 febbraio scorso, a motivo del fatto che San Valentino cadeva il giorno del Mercoledì delle Ceneri. ho organizzato una serata all’insegna dell’Amore, presso la mia abitazione. Non vi dico quanti giorni prima ho iniziato ad allestire la sala, Aggiungere sedie, spostare poltrone, spolverare il lampadario, lucidare qualche oggetto d’argento che si era un pò scurito. Ho sfoderato una tovaglia pregiatissima, tutta ricamata ad intaglio…e per stirarla mi si è atrofizzato il braccio… insomma, la fine del mondo.
E del buffet non vi dico, chiacchiere di Carnevale, ciambelle, crostate e Baci, baci Perugina a profusione. Non ultimo, ho preparato una squisita sangria servendola in una coppa di cristallo che mi portai in aereo da Berlino 20 ani fa. La fine del Mondo!!!