Sarah e Silvia

“Allora Sarah, cosa mi racconti di bello…? …..Dopo il ferragosto di fuoco mi sarei aspettato un secondo round, invece sei proprio sparita. Siete.”

“Potrei dire lo stesso di te, ma dai sappiamo come vanno le cose: impegni, cose varie, e passano i mesi che nemmeno ci se ne accorge…”

“Io veramente un paio di messaggi te li ho mandati, ma non avendo ricevuto risposta… insomma, essere insistente non fa parte di me…”

“Comunque mi sono fatta viva adesso. E considerando quanto sei porco, qualcosa di bello da raccontarti ce l’ho…”

“Uh, la cosa si fa interessante… sentiamo”

“Immagino tu non abbia più sentito nemmeno Silvia, altrimenti me l’avrebbe detto. Ecco, del nostro super-ferragosto le ho raccontato tutto, nei minimi dettagli. E il racconto l’ha eccitata parecchio, l’ho sentito da come abbiamo fatto l’amore subito dopo…e poi è tornata sull’argomento altre volte, con lo stesso esito: eccitata come una cagna in calore…ahahahah …Allora, l’altra sera stavamo facendo un gioco di dominazione e mentre la scopavo con lo strapon ha cominciato a ronzarmi nella testa un’idea…”

“Sentiamo cos’ha partorito la tua mente malata…”

“Non è più malata della tua. Comunque si tratta di questo: voglio servirtela su un piatto d’argento. Premessa: lei è raro che abbia rapporti completi con maschi. Fa giochi con le mani, con la bocca, si fa leccare, ma sempre in situazioni in cui ci sono anche io. Quando è il momento di scopare sono io a farlo, lei in quei momenti guarda o si fa leccare e toccare.
L’idea è questa: te la faccio trovare in camera, con mani e caviglie bloccate, bendata e col ball gag. Prima del tuo arrivo le farò il clistere e le farò indossare il plug. Ma attenzione attenzione…non dovrà sapere che sarai tu a farla godere. Ne prima, ne dopo. Filmerò la situazione a sua insaputa. Poi qualche giorno dopo, le proporrò di invitarti a cena e… dopo cena, magia, apparirà il video che guarderemo tutti e tre insieme. Che te ne pare? Ah, ovviamente tu non dovrai dire mezza parola durante il sesso, altrimenti il gioco è rovinato. Potrai farle quello che vuoi, anzi se le torturi i piedi come piace a te vedrai come impazzirà.. e poi, avrai capito che mi piacerebbe vedere come la scopi dietro…io te la preparo, poi vedi te. In caso fai con cura perché lei non è me…”

“Dio, sei una porca malata… Guarda mi hai fatto venire una voglia che se non fossimo in un locale pubblico… L’unico dettaglio che mi convince poco è il video, farmi riprendere non mi va molto. Più che altro non mi va che tu abbia una ripresa del sottoscritto che fa sesso. Però mi rendo conto che togliendo la ripresa video il gioco perde almeno il 50%…”

“Togliendo la ripresa video l’idea muore, quindi non c’è compromesso. Prendere o lasciare, se lasci mi deludi molto. Ma è impossibile che lasci, e almeno accavalla le gambe che hai un bozzo nei pantaloni che lo vedono tutti… ahahahahah…”

“Prendo. Mai fatta una cosa simile…. Però prometti che il video lo vedremo solo noi tre.”

“Ahahahahah…. ero sicura! Facciamo domenica pomeriggio alle tre? Sii puntuale e non citofonare. Ti aprirò alle 15 precise. ”

“Va bene”

“Allora a colazione mangia tre uova, che voglio che la copri di sperma in grande abbondanza… ahahahah…”

Tornai a casa, quella sera, tanto eccitato che dovetti masturbarmi due volte di fila. Ero costantemente eccitato anche nei giorni successivi, non riuscivo a levare il pensiero dalla situazione che di lì a poco avrei vissuto.

Domenica pomeriggio. Come concordato alle 15 scattò l’apriporta e salito all’ultimo piano trovai la porta di casa socchiusa; Sarah indossava corsetto nero e scarpe decolletè con tacchi alti, anch’esse nere, e guardandomi negli occhi mi fece segno di fare silenzio e mi diede un foglio. C’era scritto: ‘Spogliati completamente qui, non fare il minimo rumore nemmeno per respirare, raggiungi la soglia di camera mia. Entrerai senza fare nessun rumore solo quando ti farò cenno, quando comincerai a toccarla potrai far sentire il tuo respiro, ma solo quello. Dopo essere venuto potrai fare una doccia veloce, poi torna in soggiorno, rivestiti e vai. Ti chiamo domani.’
Eseguii le prime istruzioni. Giunto all’ingresso della camera, vidi Silvia sistemata sulle ginocchia su un pouff posto ai piedi del letto col busto appoggiato al materasso, il sedere alto, la schiena ben inarcata. Indossava: benda in seta nera agli occhi, ball gag, manette ai polsi posizionati dietro la schiena, cavigliere in pelle nera agganciate a una barra in ferro che determinava l’apertura delle gambe, e un elegante plug anale. Notai anche due piccole telecamere puntate su di lei da punti di ripresa complementari.
Cominciò Sarah, come previsto. Prese una frusta in cuoio arrotolata sul materasso e la fece schioccare nell’aria due volte: non un innocuo flogger, non uno scudiscio, ma una frusta di circa un metro e mezzo di lunghezza con la quale avrebbe potuto domare un cavallo. La maneggiava con disinvoltura, e posizionatasi a favore di telecamera cominciò a colpirle le natiche senza nessuna pietà. Gli intervalli tra una frustata e l’altra rendevano la situazione eccitante e allo stesso tempo drammatica; gli urli di Silvia, filtrati dalla sfera che le riempiva la bocca, risultavano suoni sordi e il mio cazzo, come il mio stomaco, a ogni colpo aveva un sussulto. Quando le natiche furono sufficientemente rosse e segnate, fece un passo indietro e con un gesto della mano mi invitò ad avvicinarmi a lei.
Mi chinai e notai subito che la fodera in pelle del pouff brillava di umori e schizzi di urina. Cominciai leccandole le labbra e il clitoride lentamente, mentre Sarah aveva preso una delle due telecamere per riprendere dettagli della scena. Scesi con la lingua lungo le gambe fino a raggiungere le increspature delle piante dei piedi, e iniziai a concentrarmi lì: leccavo un piede e solleticavo delicatamente l’altro, e poi il contrario, mentre Silvia si dimenava mugolando e spruzzando altra pipì. Gli odori del suo corpo e del suo sesso mi avvolgevano facendo presa sull’istinto più profondo: mi alzai in piedi e indossai il preservativo. Prima di penetrarla giocai con il plug, tirandolo lentamente fino ad aprirle l’ano, poi facendolo scivolare dentro, poi dandogli movimenti circolari e tirandolo di nuovo verso l’esterno; intanto cominciavo a farle sentire la cappella sulla fessura, introducendola lentamente ed estraendola per portarla a solleticare il grilletto. Fu durante questo preludio che Sarah sedette sul letto e le slacciò il ball gag, e Silvia potette dare pieno sfogo ai suoi gemiti. Affondai all’improvviso. Il canale vaginale risultò molto stretto e i gemiti si trasformarono in un lungo urlo: “oooohhhhddddioooo… chi è… chi è…. diooo..chi è…. sei una troia Saraaaah….”, mentre l’amica le accarezzava la testa rassicurandola in modo dolcemente perverso. Cominciai a scoparla in profondità, e lei a urlare come posseduta dal demonio, mentre Sarah girava intorno a noi riprendendo da ogni possibile angolazione. Dopo il primo violentissimo orgasmo di Silvia, l’amica le tolse le manette, la sdraiò supina, si portò dietro la sua testa e tirò le sue braccia a sé. Afferrai la barra metallica alla quale erano agganciate le cavigliere, le alzai le gambe e ricominciai a scoparla. Lei ricominciò a godere intensamente insultando Sarah e me, e continuando a chiedere chi fossi. Quando sentii i testicoli entrare in ebollizione saltai fuori, gettai il preservativo e aiutandomi con la mano riversai il mio orgasmo coprendole ventre, seno e collo.
Uscito dalla doccia, Sarah la stava accarezzando dolcemente spalmando lo sperma sul suo corpo, Silvia tremava ancora. Mi rivestii in soggiorno e andai.

Il giorno successivo Sarah mi telefonò complimentandosi per la buona riuscita di quanto aveva progettato e dicendomi che anche le riprese erano venute molto bene. Terminato il montaggio avrebbe organizzato la cena.

Fu un paio di settimane dopo. Questa volta mangiammo in soggiorno: fu un convivio piacevole e divertente, nessuna allusione al ferragosto di qualche mese prima.
Terminata la cena Sarah ci fece accomodare sul divano e andò in camera a prendere il notebook. Lo collegò allo schermo della tv, annunciando divertita: “Signore e signori va ora in onda un fuori programma!” e si sedette alla mia sinistra.
Quando il video iniziò, Silvia capì subito di cosa si trattava e arrossì: “No, però non mi pare proprio il caso, Sarah” esclamò imbarazzatissima e nervosa. L’amica la fece tacere: “Non è mica un estraneo, su”.
Dopo la sequenza della frusta entrò nell’inquadratura il sottoscritto: guardai per un istante Silvia ed ebbe una vampata che le rese il viso paonazzo.
Il montaggio e il lavoro di post-produzione sulle immagini era di grande qualità, la visione mi stava eccitando. Rivivevo quei momenti da un punto di vista diverso, e lo stesso stava ovviamente accadendo a lei. Eravamo tutti e tre in silenzio, unici suoni nell’aria i gemiti e gli urli di Silvia riprodotti dai diffusori della tv.
Sentii la mano di Sarah appoggiarsi sulla mia gamba, poi salire lentamente fino al mio sesso e una volta saggiatane l’erezione cominciò a sbottonarmi i pantaloni.
Il filmato stava volgendo al termine: ora Silvia era stesa sulla schiena, trattenuta saldamente per le braccia da Sarah e, con le gambe alzate e aperte, scopata dal sottoscritto.
Sarah mi sfilò i pantaloni e i boxer, fece lo stesso con Silvia. “Spostati sulla poltrona” le disse. Silvia si sedette e aprì le gambe cominciando ad accarezzarsi, mentre l’amica si accucciò a terra iniziando a salire con la lingua dalla base dell’asta alla cappella. L’arte della fellatio, praticata senza tecnicismo e senza frenesia: godevo di piaceri sublimi incrociando lo sguardo eccitato di Silvia che al contempo si masturbava stimolando il clitoride con una mano e penetrandosi con due dita dell’altra.
Quando Sarah sentì che il mio respiro stava aumentando fagocitò la cappella e di lì a poco accolse il mio orgasmo fino all’ultima goccia, mentre anche Silvia si lasciava travolgere dal suo piacere.
Sarah si avvicinò a lei e si appoggiò al bracciolo della poltrona, la prese per il mento, le infilò la lingua in bocca e si persero in un lunghissimo bacio.
Quando si staccarono ci guardammo, Silvia scuotendo la testa con un mezzo sorriso disse: “Quanto sei troia, Sarah…”. “Eh.. non ha tutti i torti sai…” aggiunsi. Ci guardammo e scoppiammo a ridere.
“Va beeene, la troia sono io…. che ne dite di un limoncello e poi nanna?”

Silvia e Sarah

Ormai da diversi anni affitto a studenti fuori sede un appartamento in centro a Firenze. Sono una persona alla mano e non mi piace fare il padrone di casa rompiballe, non disdegno fare due chiacchiere quando capito lì per motivi di ordinaria amministrazione e con alcuni di loro si è stabilito un rapporto di simpatia manifestatomi con graditi inviti a cena, in cui ho potuto gustare prodotti tipici delle loro regioni di provenienza e rivivere il clima della coabitazione tra studenti, che ogni volta mi ha riportato ai bei tempi andati.
Questa storia riguarda una studentessa di filosofia dotata di un’ironia molto intelligente e capace di conversazioni molto sagaci e stimolanti, durante le quali avevo percepito un’intesa strisciante che tuttavia non avevo mai voluto forzare a diventare altro da quello.
Nella primavera del 2016 mi fece sapere che a breve avrebbe discusso la tesi e che il suo relatore l’aveva già indirizzata verso un concorso per una borsa di dottorato di ricerca. Una sua amica nel frattempo aveva individuato un appartamento che si sarebbe liberato in agosto, e sebbene le piacesse molto la mia casa e vi fosse un grande affiatamento con i coinquilini, quella era un’occasione che non poteva perdere: si trattava di una mansarda con due camere, due bagni, un ampio soggiorno con zona cottura/pranzo, ma soprattutto una terrazza enorme sui tetti di Firenze dalla quale sembrava si potesse toccare la cupola del Brunelleschi. Dettaglio che rendeva il tutto assolutamente appetibile: un prezzo decisamente basso, determinato dal fatto che il proprietario desiderava affidare l’immobile a persone di sua stretta fiducia che lo abitassero con cura per i 2 anni in cui avrebbe lavorato all’estero. La sua amica lo era e aveva garantito anche per lei.
Alla fine di luglio ci vedemmo a casa mia per il passaggio di consegne con l’inquilino subentrante e mi disse che avrebbe trascorso i giorni fino a ferragosto nel nuovo alloggio per iniziare a goderne, poi sarebbe andata a casa dei suoi a Cagliari per una decina di giorni di vacanza e sarebbe rientrata presto per cominciare a preparare i nuovi impegni universitari. Era su di giri, raggiante: fresca di laurea cum laude e pronta a vivere l’esperienza di dottoranda e assistente del suo professore, la nuova casa era la cosiddetta ciliegina sulla torta.
“Devi assolutamente venire a vederla, è un gioiello, una ristrutturazione di grande gusto e un arredamento che sembra una casa da film. E poi la terrazza….Ho avuto una botta di culo che ancora non ci credo!!”
“Ah beh, come darti torto…basterebbe la terrazza e la posizione”
“Tu quando parti per le vacanze? Facciamo una cena in terrazza la settimana prossima?”
“Parto dopo il 20. Per la cena ovviamente si”.
Una settimana dopo ero lì. Mi aprì la porta la sua amica, una mora dalla chioma riccia, che mi accolse come se ci conoscessimo da sempre. Presentandomi, l’occhio mi cadde sulla scollatura del leggero vestitino bianco, prima di cominciare a inquadrare gli spazi, che in effetti erano allestiti con gusto sobrio ed equilibrato.
“Silvia si sta cambiando, arriva subito. Intanto mettiamo in frigo il gelato e ti faccio vedere la casa.”
Cominciò facendomi subito apprezzare l’enorme terrazza che mi lasciò a bocca aperta. Poi, rientrati, mi fece da guida descrivendo ogni particolare dell’appartamento con vivo entusiasmo. Mentre mi mostrava la sua camera con bagno, dalla stanza accanto uscì Silvia che mi salutò con un abbraccio decisamente esuberante. Notai subito che indossava un vestitino identico alla sua amica e trovai questa cosa molto intrigante: parevano due gemelle, entrambe riccie e more, di carnagione piuttosto scura, sebbene di corporatura molto differente: piccola e asciutta con un bel culetto e pochissimo seno la mia ex inquilina, fisico da pin-up l’amica.
La cena a base di pesce fu accompagnata da due bottiglie di vino bianco e da un sottofondo di musica brasiliana degli anni 60. La conversazione fu leggera e intelligente, non priva di ammiccamenti e allusioni sottili agevolate dal vinello. Sarah è una fotografa e videomaker, anche se in quel periodo per campare si occupava principalmente di realizzazione di siti web: fui subito curioso di vedere i suoi lavori e fu ben lieta di mostrarmeli.
“Ho quasi tutto in digitale sul portatile, un minuto che vado a prenderlo”
Non appena si fu allontanata, Silvia mi domandò con sguardo furbetto: “cos’hai capito?”, “non saprei… – risposi – …forse il vostro nuovo padrone di casa ha un rapporto ‘particolare’ con lei?”. Questa mia ipotesi le suscitò ilarità: “direi che anche volendo sarebbe impossibile, lui è gay e con le donne al massimo ama fare shopping….però il rapporto particolare è un altro, se ora hai capito…”.
In quel momento arrivò Sarah e appoggiò il notebook sul tavolo, sparecchiammo velocemente e spostammo le tre sedie sullo stesso lato. La cartella ‘Lavori Fotografici’ conteneva 5 cartelle: ‘Luoghi’, ‘Natura’, ‘Persone’, ‘Erotismo’, ‘Moda’. I singoli lavori erano ben ordinati in una ulteriore nidificazione di cartelle nominate con una data e un titolo breve. Cominciò mostrandomi alcuni reportage di interni londinesi e berlinesi, lavorava molto bene sia col bianco e nero sia col colore, rimasi molto colpito dallo stile asciutto e capace di mettere in risalto senza eccessiva ostentazione dettagli interessanti, e di inquadrare composizioni tutt’altro che banali. Cominciai a essere terribilmente curioso di cosa contenesse la cartella ‘Erotismo’, ma non dissi nulla. Commentai invece gli scatti che sceglieva di mostrarmi, complimentandomi e ponendole alcune domande. Gratificata ma al tempo stesso molto sicura di sé, proseguì l’esposizione con metodo, finché aprì la cartella che aspettavo: conteneva varie sottocartelle, molte delle quali riportavano nomi di maschi e di maschi abbinati al nome di lei, di Silvia o di entrambe.
Per prima scelse quella nominata ‘Gianluca’: “Questo è il lavoro più recente, fatto questa settimana. Ci ho messo molto a convincerlo ma alla fine è andata bene. Volevo riuscire a catturare l’essenza di un maschio alpha mentre si masturba, e sono assolutamente soddisfatta del risultato”. Le immagini effettivamente non risultavano affatto volgari nonostante il tema. Ritraevano un uomo sulla quarantina, capelli lunghi brizzolati, barba lunga, fisico massiccio e peloso e pene importante, nella sequenza che dall’ingresso nella doccia mostrava le fasi della masturbazione fino all’orgasmo e allo sfinimento successivo. Alcuni scatti erano a figura intera, altri di dettagli, altri ancora ne indagavano le espressioni del volto in primo piano.
“Complimenti – dissi – è un lavoro davvero intenso, emozionante. E voglio precisare che non sono gay e nemmeno bisex, dunque il mio apprezzamento è squisitamente fotografico”
Si scambiarono un rapido sguardo complice e notai un mezzo sorrisetto sul volto di Silvia. Pensai: queste due stronze mi hanno messo in mezzo e ci sto cascando come un pollo.
“Visto che non sei gay, vediamo come ti sembra questo lavoro…” e aprì una cartella intitolata ‘Silvia-Bernardo’. Anche questa volta lui era un maschio sui 40-45, la sequenza, fatta principalmente di particolari, lo mostrava vestito elegantemente, seduto su una sedia in legno con le braccia ammanettate dietro lo schienale. Silvia completamente nuda con una parrucca a caschetto biondo era ritratta nell’atto di manipolare il suo cazzo, fino all’ultima immagine in cui la cappella era sgonfia e i pantaloni e la camicia imbrattati di sperma.
Non avevo un commento pronto. Dopo una breve esitazione feci un’osservazione sulle tonalità quasi pittoriche del colore. Le due stronze ora ammiccavano spudoratamente tra loro, al che presi in mano la situazione: “ok Sarah, sei davvero una fotografa bravissima e non è facile rappresentare questo tipo di situazioni con tanta eleganza e intensità. Però non dirmi che questa è soltanto arte fotografica e non è anche un vostro gioco erotico…”. “Certo che lo è! – rispose – non mi pare di aver affermato il contrario…”. “Ah ecco!” replicai. E scoppiammo tutti e tre a ridere.
“Sentite, sono quasi le 3 e semmai aggiornerei l’interessantissima esposizione dei tuoi lavori a un’altra volta. Che ne dite?”
“Senz’altro, effettivamente è un po’ tardi. Una cosa: mi diceva Silvia che forse a ottobre si libera anche la stanza di Giovanni a casa tua. Potrebbe interessare a una mia amica, lei è in città fino al 14, se gliela potessi mostrare in questi giorni mi faresti un grande favore, poi vedete voi. Se la chiami domani, all’ora di pranzo dovrebbe risponderti.”
“Va bene, nessun problema, la chiamo domani.”
“Grazie mille! Vado a prendere il numero che ce l’ho sul cellulare”. Tornò poco dopo con un post-it e ci salutammo cordialmente.
Il giorno dopo composi il numero come le avevo promesso e mi rispose Sarah: “Ti ho fatto uno scherzo, sono Sarah” disse divertita “…senti, Silvia parte il 13 io invece resto qua perché ho un lavoro da terminare, a ferragosto potremmo vederci…”. “Per guardare le altre foto?” risposi con tono ironico. “Anche, se vuoi. Non ho pensato a nulla di particolare, potremmo prendere un po’ di sole qui in terrazza, poi vediamo”. Accettai l’invito e mi presentai il 15 mattina intorno alle 10.
Aprì alla porta in costume da bagno e lo spettacolo fu notevole. La situazione mi aveva intrigato da subito: era evidente che lo scherzo del bigliettino col numero dell’amica era un escamotage per non invitarmi davanti a Silvia. Voleva fotografarmi? Voleva fare sesso? Aveva un gioco perverso in mente?
Ci spostammo subito in terrazza dove si trovavano due lettini, lei si tolse subito il reggiseno e subito dopo gli slip, mentre mi stavo togliendo i bermuda rimanendo in costume. “io il sole lo prendo nuda, non ti da fastidio spero..”. “Giammai..” risposi con tono ironico, mentre sentivo il cazzo cominciare a gonfiarsi un po’. “E invece tu tieni addosso il costume?…”. Senza rispondere mi alzai in piedi e mi denudai: “Va bene così?”, si mise a ridere e rispose: “meglio, dai. Tieni la crema protettiva e proteggilo, che oggi il sole picchia”. Mi accomodai sulla sdraio e restammo qualche minuto in silenzio, lei leggeva un libro. Io cominciai a pensare alla situazione ripartendo dalla sera della cena e proiettandomi verso le ore seguenti di quella giornata immaginando in modo confuso situazioni hot con quella splendida femmina. Non mi accorsi che stava diventando sempre più grosso e duro. Me lo fece notare lei quando si alzò per andare a prendere da bere: “che succede..tutto a posto?” disse con un sorrisetto malizioso. Tornata indietro mi offrì un bicchiere di the freddo e si mise a sedere sul lettino guardando il mio cazzo: “non sei messo male eh. E poi mi piace il pube depilato negli uomini…diciamo che valorizza. I maschi col cazzo troppo grosso mi fanno un po’ paura, troppo piccolo mi fanno un po’ ridere. La giusta misura è la tua, poi per carità ogni donna la vede a modo suo”. Questa naturalezza con cui trattava l’argomento con me, conosciuto per una sola sera, ex padrone di casa della sua amica e di una quindicina di anni più grande di lei, mi intrigava non poco. Stava chiaramente conducendo il gioco e sapeva farlo magistralmente, rimanendo in equilibrio sul limite. Faceva quello che spesso faccio io con le donne, e trovarmi dall’altra parte mi stava eccitando moltissimo.
“Hai una relazione con Silvia, giusto?”. “Certo, mi sembra evidente. Entrambe siamo più attratte dalle femminucce che dai maschietti e siamo una coppia aperta, ci raccontiamo tutto e ti assicuro che è molto eccitante e rafforza la nostra complicità. Non siamo quelle lesbiche che odiano i maschi, anzi…Siamo bisessuali ed entrambe molto attratte dagli uomini maturi. I 30enni sono spesso di una banalità mortale, non sanno mettere in gioco la testa, di gran lunga più interessanti gli uomini con un po’ di vita vissuta. Poi, certo, non si può generalizzare. Ma diciamo che ho sviluppato un certo fiuto.”
Si rimise sdraiata a ricevere i raggi del sole. Io avevo un’erezione sempre più tosta e trovarmi lì sdraiato a mezzo metro da lei in quelle condizioni, in silenzio, mi pareva surreale. Chiusi gli occhi di nuovo e ripresi a far viaggiare la testa. Forse mi addormentai leggermente.
A un certo punto sentii un clic secco che mi fece sobbalzare. La vidi intenta a regolare la messa a fuoco della reflex con l’obiettivo a una ventina di centimetri dalla mia cappella.
“Stavi dormendo, era troppo invitante…perdonami” e subito dopo scattò di nuovo.
“Sto schiantando di caldo, andrei a fare una doccia se permetti”. “Ma certo, vai pure nel bagno di camera mia, è più comoda”. Andai mentre riguardava con attenzione le due fotografie appena prese, sul piccolo monitor della macchina fotografica. La doccia era uno stanzino inserito dentro il bagno, completamente rivestito di lastre in pietra color antracite e provvista di una panca in muratura ugualmente rivestita. Pigiai un interruttore situato accanto all’ingresso e il piccolo locale si illuminò con una luce inizialmente verde, che pochi secondi dopo divenne rossa, per cambiare colore ancora. Aprii l’acqua e mi feci travolgere dall’effetto pioggia fitta appoggiandomi con le braccia puntate alla parete di fronte a me. Mentre godevo del beneficio che l’acqua tiepida dava alla mia pelle si spense improvvisamente la luce della cromoterapia, e l’ambiente diventò buio. “Permesso…” sussurrò con un filo di voce e in un istante sentii i suoi capezzoli strusciare sulla mia schiena, mentre le sue braccia mi cingevano scivolando e andando a prendere i miei. Sussultai. Una mano si staccò dal mio petto e all’improvviso il forte getto d’acqua divenne gelido. Reagii con un mezzo urlo. Poi tornò subito tiepida e la mano riprese a scivolare di concerto con l’altra sul mio addome. La sensazione del suo seno che pressava sulla schiena aveva del sublime. Le braccia e le mani lavoravano con sapienza sul mio corpo e quando la destra arrivò a prendere la verga, la sinistra passò dietro infilandosi tra le gambe per raggiungere i testicoli. Sempre sottovoce mi disse di salire in piedi sulla panca, mi agevolò accompagnandomi come si fa con un cieco. Mi puntai con le due braccia aperte alle due pareti della stanza e sentii le sue labbra appoggiarsi alla cappella per farla scivolare in bocca. Impossibile descrivere quello che è stato uno dei migliori pompini ricevuti in vita mia. Mugolavo come una femmina, mi stava dominando come solitamente amo fare io. Quando sentii iniziare l’orgasmo lo annunciai dichiarandolo e si staccò improvvisamente lasciandomi col fiato in affanno.
“Eh no. Non ti faccio venire così. Non ora.” Si riaccese la luce multicolore e mi porse una mano per aiutarmi a scendere. Ero stravolto e confuso, era visibilmente eccitata anche lei.
“Vieni porco” e mi condusse in camera. Si posò al centro del letto con fare da gatta, sfiorandosi la vulva con una mano. Prese dal comodino una bottiglietta d’olio e me la passò. Il suo respiro ora era alterato, mi guardava con occhi sgranati e non proferiva parola. Salii sul letto posandomi sulle ginocchia, ora ero molto più calmo, e cominciai a cospargerla abbondantemente di olio e a godere con le mani di quelle carni sopraffine. Arrivato alla fica le spostai la mano con la quale continuava a stimolarsi, sostituendola con la mia. Dopo avere stuzzicato labbra e clitoride facendola gemere come un’indemoniata, infilai due dita e iniziai a scoparla così. Bastò pochissimo perché esplodesse in uno spruzzo a fontanella. Aveva gli occhi fuori dalle orbite e lo sguardo perso nel vuoto. Estrassi le due dita e le feci scendere sull’ano, lo innaffiai generosamente di olio e iniziai a lavorarlo con cura.
Quando fu il momento sistemai al meglio il suo corpo, presi le sue gambe per le caviglie e le spinsi verso la sua testa, mi aiutò fermandole con le mani dietro le cosce e aprendosi totalmente. Continuai ancora un po’ a preparare l’ano con le due dita e quando vi appoggiai la cappella questa ne venne come risucchiata. Afferrai le caviglie spingendole sul materasso e dopo alcuni passaggi lenti e profondi cominciai a scoparla con vigore.
Racconterei una balla se dicessi che quel coito durò a lungo: dopo poco esplodemmo entrambi in un orgasmo devastante in cui si mescolarono i liquidi e gli urli di entrambi.
La sveglia sul comodino segnava le 14.40, la giornata aveva ancora tanto da riservarci e la temperatura era altissima.

Un’estate fa

Per noi single il primo lockdown è stato un piccolo trauma. In quei mesi molti di noi hanno provato a compensare l’impossibilità di fare sesso con giochi virtuali, sexting, varie modalità di eccitazione a distanza e conseguenti masturbazioni. Ma nella sostanza sono stati mesi di astinenza. La riapertura nella tarda primavera e l’illusione di esserci lasciati il virus alle spalle definitivamente, generò un clima di euforia sessuale: il desiderio prepotente si leggeva nello sguardo e negli atteggiamenti di ogni singolo e singola, bastava un niente per riconoscersi e avvicinarsi.
In quelle settimane mi capitarono alcuni incontri molto caldi e piacevoli, ma quello che voglio ricordare qui riguarda un episodio avvenuto nella mia casa all’Isola d’Elba.
Alla fine di giugno avevo deciso di concedermi un weekend lungo di totale relax, ovvero spiaggia, buone letture e lunghe dormite, per ristorarmi e affrontare in piena forma le intense settimane di lavoro che mi attendevano da lì in avanti. Succede tuttavia che sul traghetto incrocio una donna di Firenze con cui avevo condiviso un pomeriggio ad alto tasso erotico alcuni anni fa. Lo interpreto come un segno. Ci salutiamo e mi dice di aver prenotato un b&b vicinissimo a casa mia insieme a un’amica per fare qualche giorno di mare in attesa delle vacanze di agosto.
“beh, allora ci vedremo sicuramente in questi giorni”
“non so, vediamo…sono con lei, sarebbe da cafona lasciarla da sola”
“ok vediamo..hai il mio numero, se ti senti di fare la cafona chiamami, mi fa piacere”
La sera precedente il mio rientro, verso le 23.30 ricevo una sua – ormai inattesa – telefonata, mi invita a raggiungerle per bere qualcosa in paese, il tono è euforico e scherzoso. Le rispondo che ero prossimo ad andare a dormire e rilancio invitandole da me per un bicchiere. Dopo aver parlottato con l’amica, riprende la comunicazione chiedendomi l’indirizzo preciso.
Circa 15minuti più tardi ecco suonare il campanello: apro la porta ma c’è solo lei, decisamente alticcia, con due birre in mano.
“la tua amica aveva sonno?”
“no, si è fatta rimorchiare da un isolano. Anzi, erano due in realtà, ma quello che voleva me non mi piaceva”
“così hai pensato all’usato sicuro..”
Mi bacia, le nostre lingue si avvinghiano voraci, fa per togliermi la maglietta e lì la fermo e faccio un passo indietro. Mi guarda con aria sorpresa e interrogativa.
Le dico di togliersi il vestito e faccio un altro passo indietro. Indossa un perizoma essenziale e niente reggiseno, la ammiro per qualche istante in tutto il suo splendore di donna alta e sottile, sfioro con due dita un capezzolo e le porgo la mano per accompagnarla a sedersi sopra il tavolo. Poi la faccio stendere e le sfilo il perizoma, le slaccio un sandalo, e poi l’altro. Le apro le gambe e mi accomodo su una sedia con la testa vicinissima alla sua fica.
La guardo, mi eccito ma non ho urgenza.
“me lo ricordo che hai questa passione…dio, mi è presa una voglia stasera che…”
“si, adesso silenzio però”
Inizio sfiorando le cosce, mi avvicino e torno indietro, annuso la sua pelle e lentamente mi avvicino all’inguine. Tocco con la punta della lingua le labbra, e poi il perineo. Per un istante mi infilo nella cavità che porta all’ano e mi stacco di nuovo. E’ un girare intorno, un continuo e lungo gioco di accenni. Sento l’erezione farsi sempre più intensa, ma voglio proseguire così. Comincio a leccarla in modo articolato, lento, quando arrivo a toccare il clitoride ha un sussulto. Vorrebbe dire qualcosa ma la faccio tacere ancora. Ha i capezzoli turgidi, scuri, carnosi. Li stimola da sola mentre lecco insistentemente l’ano, torno sul clitoride, mi infilo tra le labbra gustandomi il suo sapore.
Proseguo a lungo, e intanto una lacrima di desiderio crea un rigagnolo che sgorga dalla sua meravigliosa fica. Quando la mia lingua e le mie dita cominciano a torturarla con maggiore insistenza e voracità, sussurra un “ti prego….porco…”.
Mi alzo, tolgo maglietta e pantaloncini e mi avvicino al suo volto dandole da leccare le palle. Muove le braccia per tirarmi a se e toccare il cazzo, ma le afferro entrambi i polsi e le dico di proseguire così.
Un altro passo indietro e la sua bocca è bagnata, il volto stravolto dal desiderio.
“rimani ferma così, non muoverti”
Vado in camera e prendo un paio di preservativi. In piedi dinanzi alle sue gambe aperte indosso il primo e sfioro con la cappella la fessura. L’istinto è quello di affondare totalmente dentro e scoparla severamente, ma mi contengo e decido di torturarla un po’ così. E’ talmente duro che non sento più niente, batto dei colpetti sul clitoride e inarca la schiena insultandomi. Poi infilo poco più che la cappella, e lo sfilo di nuovo. Aspetto, e lo infilo tutto, profondo, lento ancora. E ancora con lentezza lo sfilo. Il ritmo di questo gioco aumenta in modo impercettibile, come i suoi mugolii mescolati agli insulti. C’è un istante in cui afferro le sue caviglie, le apro le gambe a V e comincio a scoparla con colpi severi e ben scanditi: blatera qualcosa di incomprensibile con voce roca, cambio ritmo e muovo il bacino stimolandola con la curvatura dell’asta: sembra che stia piangendo. Riprendo coi colpi e la sua vagina scoreggia.
Ho proseguito in questo modo a lungo contando tre suoi orgasmi, poi, dopo averla abbondantemente innaffiata di sperma, l’ho accompagnata a letto.
Stesi accanto abbiamo un po’ parlato del più e del meno, e a un certo punto ci siamo scoperti di nuovo eccitati. Abbiamo ricominciato in modo avvolgente mentre l’alba faceva capolino dalle persiane.
Poche ore dopo, sul traghetto ricevo un messaggio in cui mi scrive: ‘sai come ha passato la notte la mia amica? Con entrambi gli isolani. Che dici, stasera mi unisco a loro?’. Ho pensato ‘insaziabile’.

Referenziato

“Quindi vediamo se ho capito bene, visto che l’hai presa molto larga. Mi hai invitato per serata cena-dvd, mi parli da un’ora della tua amica che abita al piano di sopra, che si è separata da 6 mesi dal fidanzato con cui conviveva da anni, che non facevano sesso da molto tempo, che lei non è mai stata con nessun altro da quando si è messa con lui – quindi da una decina d’anni – e dopo di lui non si è sfogata con nessuno per vari problemi che l’hanno un po’ bloccata…”

“Hai molto semplificato, ma diciamo che si, può essere questa la sintesi”

“Ok. A questo però va aggiunto il piccolo particolare che le hai parlato spesso di me, specialmente di recente quando lei si è confidata sulle sue voglie sempre più insopportabili. Ok, dimmi chiaro dove vuoi andare a parare, perché i giri di parole mi stufano dopo un po’..”

“Beh, se hai le palle di traverso per motivi tuoi ok, altrimenti non capisco questo tono”

“Se hai pensato di combinare tra lei e me, pensando che la debba sbloccare io, ho buoni motivi per essere vagamente seccato…”

“Questo tuo lato moralista in anni di frequentazione mi era sfuggito”

“Cosa c’entra il moralismo?? A parte che non ci siamo mai frequentati assiduamente.”

“Assiduamente no, però posso dire di conoscerti abbastanza e non solo sul piano sessuale, in cui tutte le tue manie credo di averle provate”

“Allora. Ti spiego il concetto. E’ semplicemente assurdo che ti prendi la briga di combinare per me…Non sono American Gigolò, eccheccazzo!”

“Ma che c’entra?? Mica ti paga!!! Ahahahahah…”

“Si ma il concetto, il modo è lo stesso. Mi è subito venuto in mente quel film, e il personaggio di Richard Gere mi è sempre sembrato un gran coglione. …. Cazzo, mi conosci. Sai bene quando una donna mi intriga, come nasce il mio interesse, eccetera. …E cosa ti viene in mente? Di combinare con una, probabilmente – anzi sicuramente – problematica, che non ho mai visto e non so chi sia. Eddai, su!”

“Quanto la fai lunga, madonna…Non ho detto di suonarle alla porta che ti sta aspettando in camera nuda. Poi penso possa piacerti molto.. E poi, ho pensato pure che l’idea di fare sesso con una che ha una gran voglia e non lo fa da più di un anno ti avrebbe potuto eccitare non poco.. Se mi sono sbagliata chiedo venia e la chiudiamo qui…”

“E’ il modo che mi dà fastidio. Poi può anche darsi che conoscendola mi piaccia, che ne so”

“Va bene ho capito. Allora la chiamo e le dico di non scendere, invento qualcosa…”

“No vabbè, ma doveva venire a vedere il film stasera?? E quando pensavi di dirlo?”

“Se non la facevi così lunga te l’avrei detto mezz’ora fa..”

“Ok. Guardiamo sto film tutti insieme, a questo punto che devo dirti…”

“Oh….come è sempre pronto a sacrificarsi lui…ahahahahah…”

“Vaffanculo”

“Tra 10 minuti dovrebbe arrivare… Senti, io allora invento una scusa e vi lascio da soli. Se capisco che non ti fa schifo, s’intende…”

“E mi pareva strano che fosse finita lì… C’è altro? …Dimmi cosa le hai detto di me”

“Le ho detto che hai un tocco speciale. … Vabbè, le ho parlato anche dei giochini di dominazione che facciamo. …E guarda, ho capito che la cosa la eccita. Anche se non ha mai detto nulla esplicitamente.”

“Ma che tipo di carattere ha?”

“Tra poco lo vedi. … Comunque non è una timida problematica. E’ una ragazza particolare, molto interessante. E secondo me anche molto sexy, anche se non appariscente”

“Com’è fisicamente?”

“Dio santo! Ora la vedi, cazzo!! Ma…io sto notando che ce l’hai duro, guarda che si vede benissimo…”

DLIN DLON …..

Cambiare vita in una settimana

Era una di quelle giornate di marzo in cui sembra che la primavera sia già arrivata, tre anni fa. Quel giorno avevo deciso di prendermelo libero per staccare da tutto e tirare il fiato, mi ero alzato con comodo alle 9 passate e dopo una ricca colazione avevo preso l’auto per andare a fare un giro nella campagna a sud di Firenze. Dopo una ventina di chilometri mi venne voglia di visitare un borgo medievale che amo molto e dove non mettevo piede da diversi anni, presi quella direzione e dopo poco stavo parcheggiando. Pochissime persone per le vie del paese, per lo più concentrate intorno al circolo Arci, un silenzio e una pace che corrispondevano esattamente a ciò di cui avevo bisogno in quel momento. Passeggiando mi portai ai margini dell’edificato per ammirare le colline e i vigneti circostanti, e sempre passeggiando vidi una ragazza con una folta chioma rosso rame seduta su una panchina ivi presente. Man mano che mi avvicinavo, mettendola a fuoco meglio mi accorsi di conoscerla ma fui sorpreso del fatto che si trovasse lì, poiché ero abituato a vederla dietro il bancone di un caffè che sono solito frequentare in città con la divisa da bartender e i capelli raccolti.
“Ngiooorno…” la salutai con un sorrisetto passando davanti alla panchina, ricambiò seria e indifferente, ma mi accorsi che aveva gli occhi rossi e le guance bagnate.
“Tutto bene?” le domandai con tono apprensivo.
“Si, si…anzi non proprio”
“Che succede, posso aiutarti?”. Nessuna risposta. Mi sedetti e rimasi qualche istante in silenzio, vidi appoggiato un libro di Agota Kristof, una scrittrice di cui anni fa avevo letto un paio di opere rimanendone ben impressionato. Ma pensai subito che forse non era il caso di attaccarmi a quel pretesto per avviare una chiacchierata, e che magari era meglio togliere il disturbo.
“Mi son preso una giornata libera per staccare, questo posto mi è sempre piaciuto molto. Evidentemente piace anche a te, per scappare dalla routine”
“Io ci abito” rispose essenziale dopo qualche secondo.
Non posso dire che avessimo un rapporto di confidenza, sebbene mi servisse cappuccini, brioches o pizzette da anni. Era una barista un po’ anomala, sempre molto composta e seria, mai un ammiccamento con nessun cliente, mai mezza battuta, insomma quel tipo di donna che inevitabilmente mi incuriosisce. Un giorno avevo ascoltato i commenti di alcuni ragazzotti seduti a un tavolo, uno di loro ne esaltava la bellezza dicendo cosa le avrebbe fatto se l’avesse avuta per una sera, gli altri due lo dissuadevano dal fare ipotesi di alcun genere poiché era fidanzatissima e se ci avesse provato sarebbe andato a sbattere.
Quella mattina, in quella circostanza, l’ultima cosa a cui pensavo era tentare un approccio, ma mi faceva tenerezza vederla così e mi avrebbe fatto piacere rasserenarla distraendola con una conversazione leggera, e aver saputo che abitava lì fu argomento sufficiente per avviarla. Venni a sapere che viveva da un anno col suo fidanzato, che stavano insieme dall’adolescenza, che stavano progettando il matrimonio. Piano piano si sbottonò e cominciò a raccontare varie cose della sua vita: la passione per lo sport e la natura, la distanza dal modo di vivere di molte sue coetanee, la sua timidezza.
“Molti pensano che sono una stronza, li ho sentiti al bar, dicono che me la tiro. Invece sono timida. Timida e seria. E’ un problema così grave? Sembra che se una non va a letto con tutti è stronza. Io ho un legame da dieci anni, non voglio uomini e non posso”
“Posso domandarti perché hai pianto stamattina? Scusami se sono invadente”
“Abbiamo litigato pesantemente. E non è la prima volta, anzi”
La conversazione proseguì passeggiando, e la invitai a mangiare qualcosa insieme in una trattoria che conoscevo, poco distante dal borgo. Accettò e il pranzo fu accompagnato da una bottiglia buona di rosso, la tristezza di poche ore prima stava svanendo e per la prima volta la vidi ridere. Sapeva essere anche spiritosa. Dopo il caffè bevemmo due grappe, e forse non era più lucidissima. La riportai a casa e salutandoci ci scambiammo i numeri di telefono. Poco dopo ricevetti un messaggio in cui mi ringraziava per averle tirato su il morale, e per il vino buonissimo.
Il silenzio dei giorni successivi fu interrotto tre sere dopo da un messaggio in cui diceva: “è successo un casino. Posso chiamarti o disturbo?”. Il fidanzato il pomeriggio di quel giorno in cui ci eravamo incontrati si era accorto che aveva un po’ bevuto, si era infuriato, avevano di nuovo litigato e infine le aveva sferrato un pugno in faccia. Lei aveva chiamato suo padre che, arrivato tempestivamente sul posto, lo aveva cacciato da casa intimandogli di stare lontano dalla figlia. Avrebbe denunciato l’accaduto ai carabinieri se avesse fatto diversamente. Lei aveva un grosso livido sullo zigomo e per questo non avrebbe potuto presentarsi al lavoro fino a quando non fosse stata presentabile. Era già successo altre volte che la schiaffeggiasse, ma questa volta era andato oltre. Non aveva deciso di chiudere il rapporto con il fidanzato, ma nemmeno di proseguirlo. Infine mi chiese se avessi potuto passare da lei il giorno successivo, che aveva bisogno di parlarne, scusandosi per lo sfogo e per approfittare della mia gentilezza. Accettai e fissammo per l’ora di cena.
Quando arrivai stava cucinando un risotto, la tavola era apparecchiata con cura e sobrietà, al centro una bottiglia dello stesso vino bevuto insieme in trattoria. Il livido era evidente, guardandola provai tenerezza e rabbia, ma riuscii a celare bene entrambe.
Durante la serata mi raccontò tutto: dopo un inizio della relazione in cui le aveva riservato affetto e attenzioni, col passare degli anni aveva progressivamente agito su di lei condizionandola, dandole obblighi e restrizioni su ogni minimo dettaglio della sua vita, controllandola ossessivamente, e infine alzando le mani con frequenza sempre maggiore. Quello che mi lasciò basito è come lei cercasse delle spiegazioni a questi comportamenti, di fatto giustificandoli. La lasciai parlare intervenendo il minimo, e cercai di non appesantire ulteriormente il quadro che mi stava fornendo. A tratti tentai di alleggerire la conversazione, soprattutto quando affrontò gli aspetti sessuali del rapporto: due scopate alla settimana, sempre uguali e basate sul pompino iniziale, guidato meccanicamente con la mano sulla sua nuca, sull’amplesso nella posizione del missionario e su quello alla pecorina, anch’essi praticati meccanicamente, con posture e atteggiamento tronfi che evidenziassero la muscolatura che con grande disciplina si stava costruendo quotidianamente in palestra.
Le dissi che, pur non conoscendo lui e conoscendo poco lei, a mio parere le conveniva voltare pagina e trovare un fidanzato normale. Che la rispettasse, valorizzasse le sue molte qualità e la amasse come merita anche sessualmente. Mi accorsi che mentre parlavo si era appoggiata a me come una bambina e si stava addormentando, rimasi per un attimo interdetto e le dissi che si era fatto tardi e forse era meglio che ci salutassimo. Riaprendo gli occhi appoggiò le sue labbra alle mie e dopo poco mi infilò la lingua in bocca dando inizio a un bacio a cui non seppi resistere. La fermai dopo qualche minuto dicendole che forse non era il caso in quel momento e data la sua condizione emotiva: “sei una donna davvero splendida, mi piaci moltissimo e non fraintendermi, ma è bene che in questo momento riordini le idee e cerchi di ritrovare il tuo equilibrio”. Annuì scusandosi e dandomi ragione, ci salutammo e tornai a casa.
La mattina successiva al risveglio trovai tre messaggi sul telefono: nel primo – inviato alle 4 e mezza – si scusava di nuovo e mi ringraziava per il prezioso supporto, nel secondo – mezz’ora dopo – scriveva di essere stata fortunata ad aver incontrato un uomo speciale come me, nel terzo – pochi minuti dopo – che desiderava più di ogni cosa fare l’amore con me. Non risposi, uscii di casa per affrontare gli impegni lavorativi del mattino, senza riuscire a togliere la testa a quanto era accaduto negli ultimi giorni. Ero combattuto: leggendo quei messaggi e ripensando al suo odore avevo avuto una fortissima erezione, d’altro canto continuavo a dirmi che non potevo approfittare della sua vulnerabilità. Ci pensai tutta la mattina, finché arrivai alla conclusione che forse stavo esagerando con gli scrupoli: aveva un terribile bisogno di essere amata e le avrebbe fatto bene. La chiamai dopo pranzo e le dissi che anch’io avevo una voglia matta di lei e le proposi di passare il fine settimana alle terme.
Il sabato, arrivati in hotel ci cambiammo e andammo a trascorrere la mattinata nelle piscine di acqua calda sulfurea, dove rilassandoci cominciammo a prendere confidenza coi nostri corpi. Dopo tre ore decidemmo di salire. Giunti in camera le sfilai l’accappatoio e a seguire il costume, la feci sedere sul bordo del letto e mi accucciai a terra cominciando ad accarezzare e baciare con cura ogni centimetro della sua pelle dai piedi fino ai fianchi e al ventre, finché mi staccai e le dissi: “adesso apri le gambe”. Le spalancò offrendo al mio sguardo le labbra rosee della sua vulva totalmente depilata. Inspirai profondamente col naso mentre sentivo l’erezione assestarsi, mi alzai in piedi e feci scivolare a terra l’accappatoio, in quell’istante inclinò leggermente la testa verso il basso come per evitare di guardarmi, presi le sue mani e le portai delicatamente sui bordi laterali del mio costume, rialzando la testa me lo abbassò rimanendo fissa a osservare il cazzo nella sua forma più concreta. Tornai a terra e mi misi a quattro zampe, ora potevo annusare e leccare le parti non accessibili poco prima: l’interno delle cosce, gli inguini, le labbra della fica, il clitoride, in una manovra di avvicinamento sottolineata dall’alterarsi del suo respiro. Arrivato lì, vi appoggiai la punta della lingua e feci leggermente pressione per rilasciare subito dopo, ebbe un sussulto come attraversata da una scarica elettrica. Feci nuovamente pressione sul grilletto che percepivo più gonfio, e mantenendola cominciai a muoverlo circolarmente, poi in senso inverso, mantenendo la stessa bassa velocità. Pose delicatamente le mani sopra la mia testa, quasi con esitazione, emettendo i primi mugolii sottovoce. Scesi con la lingua lungo la fessura, e la trovai grondante di umori che assaporai con ampie leccate, ora infilandomi tra le labbra, ora girandoci intorno mentre percepivo fremiti e gemiti sempre più insistenti. Tornai sugli inguini e sull’interno delle cosce e feci il percorso a ritroso per riportarmi in ginocchio e poi rialzarmi in piedi. Le porsi una mano per invitarla ad alzarsi, la accompagnai dinanzi allo specchio dove le feci piegare il busto in avanti e appoggiare le mani alla parete, controllai l’inarcatura della spina dorsale in modo da esaltare la forma complessiva e in particolare quella dei suoi glutei, le feci leggermente divaricare le gambe e mi chinai aprendo con cura il passaggio per assaggiare il buco del culo, roseo anch’esso ma di un tono più scuro rispetto alle labbra della fica. Quando sentì la lingua ebbe uno scatto, proseguii leccando sempre più intensamente mentre con due dita stuzzicavo il clitoride sfiorandolo e imprigionandolo in esse. Fu un gioco molto più lungo di come riesco a descriverlo. Quando le due dita penetrarono la vagina i sussulti si fecero frenetici e arrivò il primo orgasmo, accompagnato da urli liberatori.
La presi tra le braccia e la riportai in posizione eretta stringendola a me, facendo aderire i nostri corpi interamente. Girò un poco la testa e le bocche si incontrarono in un bacio travolgente, mentre le lacrime sgorgavano dai suoi occhi. “E’ incredibile” sussurrò “grazie…grazie..”. Indietreggiammo sempre incollati assieme e mi sedetti sul bordo del letto dove era lei poco prima, le dissi “ora inginocchiati tu davanti a me” e aprii le gambe offrendole il cazzo teso verso l’alto. “Segui il tuo istinto, io rimango fermo”. Cominciò a conoscerlo tramite le mani, accarezzandolo e cingendolo con entrambe, sfiorando la cappella e studiandone ogni particolare della forma con un dito, scendendo lungo la verga fino a raggiungere lo scroto per poi giocherellare con i testicoli. Si abbassò e cominciò a leccare da lì, la sentii di nuovo fremere, salì e cominciò ad assaggiarlo tutto, punto per punto. Guardarla era inebriante, le sensazioni che lingua labbra e mani mi stavano donando mi stordivano. Era totalmente naturale, seguiva l’istinto come le avevo indicato, e non accennava ad aumentare di intensità, riusciva a mantenermi sul limite del piacere più intenso che tuttavia non prendeva la via dell’orgasmo. Non riesco a calcolare per quanto tempo abbia proseguito, fui io a fermarla chiedendole di portarmi uno dei preservativi che si trovavano nella tasca della mia borsa.
“Ora scartalo e mettimelo tu” le dissi: fu meravigliosa anche in questo semplice gesto, che solitamente rappresenta una fastidiosa pausa nel rapporto.
“Facciamo una cosa che probabilmente non hai mai provato”: adagiai la mia schiena sul materasso, staccai i piedi dal pavimento portando le gambe indietro, ai lati delle mie spalle e le indicai di avvicinarsi, di allargare le sue gambe e di tirare il cazzo verso di se fino a portare la cappella a contatto con la fessura. Le riuscì con facilità e naturalezza, e devo dire che il fisico atletico e le gambe lunghe le sono stati di aiuto. Flettendo leggermente le gambe accolse dentro di se molto lentamente tutto il cazzo, mentre il respiro si faceva affannato. “Ora afferra le mie caviglie e comincia a cavalcare seguendo le tue sensazioni”. Dopo le prime flessioni il suo corpo cominciò a muoversi con naturalezza e lei a prenderci gusto: sapeva dirigere i movimenti del bacino in modo da trovare le stimolazioni più intense per il suo canale vaginale, cavalcava all’amazzone che era uno spettacolo, decideva quando affondare per sentirsi colmata dal cazzo e scatenare l’orgasmo, che quando arrivava veniva annunciato da gemiti e urli che non si preoccupava più di contenere. E’ una posizione questa che non mi fa raggiungere l’orgasmo, probabilmente per il tipo di tensione a cui sottopone la verga. A lei invece questa pratica la portava al culmine del piacere con molta facilità e notevole intensità, di sua iniziativa provò anche a voltarsi offrendomi la visione della splendida schiena e del meraviglioso culo e godendo ancora intensamente. Dopo l’ennesima esplosione di piacere le dissi di fermarsi e di inginocchiarsi di nuovo come prima, mi sollevai di nuovo seduto al bordo del letto, tolsi il preservativo e cominciai a masturbarmi a pochi centimetri dal suo viso. Non staccava gli occhi dal cazzo mordendosi le labbra, fino a quando fu investita dagli schizzi di sperma che sancirono la fine di quel primo nostro rapporto. Estasiante per entrambi.
In quel weekend facemmo più sesso che bagni termali.
In auto tornando a casa, convenne con me che ora avrebbe dovuto fare i conti con quella difficile situazione che aveva in sospeso e mettere ordine ed equilibrio nella sua vita.
Si separò definitivamente dall’ex fidanzato e durante l’estate incontrò un ragazzo in gamba con cui iniziò una relazione che prosegue felicemente tuttora. Un giorno mi scrisse un messaggio in cui diceva che in pratica la sua vita era cambiata, e in meglio, in una settimana.
Le risposi che non ero stato io l’artefice di quel cambiamento, ma che era già latente in lei chissà da quanto. Io passavo soltanto di là.

Musica da camera

Prima della pandemia ho sempre frequentato i concerti di musica classica, in particolare amo molto la musica da camera, solo pianoforte, trio, quartetti, più delle grandi orchestre. All’inizio della stagione concertistica 2018/19 decisi di seguire con regolarità un programma che si annunciava molto appetibile per i miei gusti. Provai a coinvolgere in questi appuntamenti settimanali vari amici, ma senza successo, e così mi ritrovai ad andarci da solo.
Ad una delle prime serate la mia attenzione fu catturata da una donna non particolarmente appariscente: media altezza, fisico magrolino, capelli corvini sempre raccolti in uno chignon, carnagione chiara, volto dai lineamenti antichi e un’eleganza semplice nel modo di vestire e di camminare. Guardandola tra il pubblico mi ero fatto l’idea che fosse spagnola, forse per i tratti del viso, invece quando poi ebbi occasione di conoscerla scoprii con stupore che era tedesca. Anche lei assisteva ai concerti da sola. Spesso la vedevo arrivare all’ultimo minuto, e approfittando di questa sua consuetudine, una sera andai a sedermi in prossimità del posto che occupava di solito, così ci fu l’occasione per conoscerci. Concerto dopo concerto nacque un’amicizia molto discreta, fatta di conversazioni consumate davanti a un thè nel bar vicino alla sala, in cui ci rivolgevamo l’uno all’altra dandoci del lei. La sua cultura musicale mi faceva sentire ignorante, e così preferivo lasciar parlare lei cercando di calibrare al meglio i miei interventi, oltretutto il suo accento tedesco mi affascinava molto. Si, dopo i primi due o tre thè post concerto, stavo già fantasticando su di lei: osservandola ero terribilmente attratto dalle sue mani affusolate e venose, e avevo notato che aveva un culetto niente male.
Con il passare delle settimane seppi che abitava lì vicino, che aveva 41 anni, che si era sposata 4 anni prima con un uomo poco più grande di lei con cui aveva avuto una relazione estiva da ragazzina e che aveva ritrovato tramite facebook, dopo aver divorziato dal precedente marito di Monaco di Baviera: si erano rivisti, ripresi e sposati dopo pochissimo. Il marito aveva un ruolo di rilievo in un’importante azienda fiorentina e in estate era stato spedito in Cina per gestire la sede ivi presente: “E’ un incarico temporaneo, hanno detto al massimo due anni, ho scelto di rimanere in questa città che adoro. Siamo adulti, possiamo resistere. Ci sentiamo in videochiamata quasi tutti i giorni, e lui torna per le vacanze di Natale, a Pasqua e per 15 giorni in estate. Io quando mi sono trasferita a Firenze ho cominciato a studiare pianoforte, è una passione che mi occupa molto tempo e mi aiuta a non sentire troppo la mancanza, ce la faremo.” Tornando a casa quella sera pensai che era troppo legata al marito e forse sarebbe stato meglio scacciare le fantasie che mi stavo facendo con frequenza sempre maggiore e limitarmi, negli appuntamenti successivi, a godere della musica e della buona compagnia di questa amica interessante.
Al concerto in programma dopo la settimana di Pasqua non fu presente, ma quando la rividi 7 giorni dopo la trovai più esuberante. Forse sentiva addosso la primavera, o forse il marito durante i giorni di vacanza l’aveva appagata oltremodo. Indossava dei bellissimi sandali con almeno 10cm di tacco che le donavano molto slanciandola e rendendola sexy, e che soprattutto offrivano alla mia vista due piedi davvero deliziosi. Quella sera, dopo il concerto il consueto thè fu sostituito da due bicchierini di Porto e decidemmo di cominciare a darci del tu. “Vorrei proporti di salire da me la settimana prossima dopo il concerto, perché vorrei farti ascoltare una cosa, se accetti mi fa molto piacere”. Potevo non accettare?
Avevo ricominciato a fantasticare, la immaginavo nuda a cavallo del mio cazzo, oppure a quattro zampe in preda a orgasmi fortissimi sotto i miei colpi. La mente tornava sempre ai suoi piedi: probabilmente era stata la visione di quel dettaglio ad avermi riacceso la libido.
Una settimana dopo, al termine del concerto, ci incamminammo verso la sua abitazione che si trovava in un palazzo storico non distante dal teatro. Si trattava di un appartamento costituito da ampie stanze comunicanti tra di loro, complessivamente un po’ trasandato e decadente: considerato il modo impeccabile con cui lei si presentava in pubblico mi sarei aspettato un ambiente curato in modo altrettanto impeccabile, o addirittura un po’ asettico. Era comunque un luogo di grande fascino, il pianoforte a coda si trovava in fondo all’ampio soggiorno.
“In questo periodo mi sto esercitando sulle Arabesque di Debussy, mi faceva piacere farti ascoltare un breve saggio…senza pretese..ho tanto da studiare prima di poter dire di essere una pianista”.
Le chiesi di usare il bagno prima di cominciare, e una volta entrato mentre mi dirigevo verso il water per fare pipì mi cadde l’occhio sulla cesta in vimini della biancheria da lavare rimasta scoperchiata: un minuscolo perizoma nero spuntava tra i panni, non potei fare a meno di prenderlo e notai una strisciata bianca di umori. Ebbi un fremito. Lo portai al naso per sentire l’odore inspirando forte, e lo rimisi dove si trovava. Tornai di là cercando di celare la confusione che quel breve gesto mi aveva provocato, e sprofondai sul divano per iniziare l’ascolto. Durante l’esecuzione ascoltavo affascinato dalla musica e distratto dalla bellezza della sua postura, dei movimenti, del volto concentrato e delle dita dei piedi nei sandali a tacco alto. La mente cominciò a deviare distogliendosi dalle note, pensavo: “ora appena termina le farò i complimenti, poi mi offrirà qualcosa da bere, le farò due domande sullo studio del pianoforte e poi mi congederò. Niente cazzate, qui c’è da rischiare una figura di merda colossale.” Ma l’odore degli umori incrostati sulle mutandine mi aveva totalmente sbalestrato.
La sequenza effettivamente fu quella che avevo immaginato: parlammo un po’ del metodo di studio e delle relative difficoltà bevendo due dita di Brandy, e ringraziandola per l’invito mi congedai. Arrivati alla porta ci guardammo per salutarci e avvicinandomi per baciarla sulla guancia, nell’istante in cui notai che abbassava lievemente lo sguardo, l’istinto prese il sopravvento e le infilai la lingua in bocca afferrandole il collo con una mano e accarezzandole il volto con l’altra. Un bacio penetrante, a cui la sua lingua rispose in modo molto caldo e vivo, ma a cui il suo corpo si lasciò andare passivamente. Quando staccai la bocca, mantenendo la presa su collo e testa, ci guardammo fissi negli occhi respirando con affanno, abbassò di nuovo le palpebre ed entrai di nuovo nella sua bocca con la lingua impazzita, appoggiando il suo corpo alla parete. Con una mano cominciai a percorrerla dal seno al ventre, mentre l’altra manteneva la presa sul collo. Quando mi resi conto che stavo arrivando tra le gambe, mi fermai improvvisamente, ci guardammo ancora affannati, aprii la porta e chiedendo scusa scappai letteralmente.
Percorsi la strada fino all’automobile col batticuore e in preda alla confusione più totale, giunto a casa le scrissi un messaggio chiedendole scusa in modo più compiuto, tentando una bislacca giustificazione. Il giorno dopo aspettai la risposta controllando il telefono in continuazione, il suo messaggio arrivò la sera: “non devi scusarti, lo aspettavo da tempo. Ti desidero.”
Poco dopo, in preda a un’eccitazione travolgente mi masturbai e dopo l’orgasmo ritrovai serenità.
Il giorno dopo ripensai a ogni dettaglio dei momenti passati insieme cercando di trovare segnali che sul momento non ero riuscito a captare e quando mi concentrai sulle sensazioni dei due baci della sera precedente, presi coscienza del fatto che si trattava di una donna incline ad essere sottomessa sessualmente. Ne ero sicuro. Avevo avuto varie esperienze con quel tipo di profilo femminile, e posso affermare che in molti casi si tratta di un’attitudine intuibile, senza bisogno che venga dichiarata, spiegata o raccontata.
La sera mi inviò un altro messaggio, che comprendeva una fotografia della sua bocca che succhiava l’indice della sua mano, e diceva: “Ti desidero. Penso a come mi hai baciata. Stiamo insieme domenica? Ti va?”. Questa volta risposi subito: “Si. Vengo da te domenica mattina.”.
A letto amo molto avere il controllo, tormentare la partner con stimolazioni eccitanti e prolungate, procrastinare l’amplesso, generare situazioni inaspettate. Ma quando percepisco quell’attitudine il mio istinto dominante emerge in forme più avanzate, in cui dolore, piacere, costrizione, privazione e concessione formano un tutt’uno che regala alla femmina una soddisfazione piena e totalizzante. Quella sera, dopo aver risposto al suo messaggio, presi la ‘scatola dei giocattoli’ e cominciai a scegliere cosa avrei portato con me la domenica, volando con la fantasia e infine masturbandomi per placare un’eccitazione incontenibile.

Domenica mattina
Suono al citofono e dopo poco scatta l’apriporta, giunto al piano trovo la porta socchiusa ed entrando sento una musica provenire da una zona della casa che non era il soggiorno col pianoforte [per dovere di cronaca si trattava del primo dei Concerti Brandeburghesi di J.S.Bach]. Seguendo le note giungo in camera da letto, al centro della quale si trova un letto con struttura a baldacchino minimale, costituita da semplici profili in ferro verniciato di nero. Varcata la soglia sento vicino il suo respiro: è appoggiata alla parete appena accanto alla porta, indossa una vestaglia di seta e i sandali dell’ultima sera, ha i capelli sciolti e lunghissimi, mi guarda con occhi eccitati. Faccio un passo e la bacio con rapacità, questa volta mi prende la testa tra le mani e una volta staccatomi accenna un sorriso. Sciolgo la cinta della vestaglia e la spoglio, non indossa intimo, è nuda sui tacchi alti, il piccolissimo seno è valorizzato da due capezzoli molto pronunciati, gli inguini e le grandi labbra sono perfettamente depilati, il monte di venere è decorato da un sottile rettangolo di pelo corto e nerissimo. E’ un corpo esile ma tonico, la faccio girare su se stessa porgendole la mano e apprezzo le natiche minuscole e sode e la bellissima schiena dritta. “Ora facciamo un bel gioco. Fidati di me.” Annuisce col capo e sussurra un si.
Prendo dalla borsa a tracolla lasciata un paio di metri più in là la mascherina per il blind sex e gliela posiziono sugli occhi, la accompagno per mano a sedersi su una poltroncina situata sotto la finestra e le dico di attendere qualche minuto. La sento eccitatissima e lievemente tremante.
Aver trovato quel letto a baldacchino è stata una fortuna: le catenelle che avevo portato con l’intento di bloccarla al materasso assicurandole alle gambe della struttura, mi servono per un utilizzo più interessante: è la parte alta del telaio ad essermi utile, e dopo aver sistemato le catenelle attorno a uno dei profili orizzontali facendole calare di una trentina di centimetri, aggancio ad esse i moschettoni delle polsiere in pelle. Vado a prenderla. Una volta fatta rialzare dalla poltroncina le lecco dolcemente le labbra e il collo fino al lobo dell’orecchio. La prendo per mano e l’accompagno al dispositivo che ho preparato, le sollevo il primo braccio e le faccio indossare con cura la polsiera, faccio lo stesso con il secondo. Inutile descrivere la forza dell’erezione che sentivo imprigionata nei pantaloni, questo tipo di gioco comporta tempi lunghi e capacità di placare l’urgenza. Non solo della partner.
Comincio torturando i capezzoli, con sfioramenti leggeri e articolati, alternati a momenti in cui li stringo tra due dita con pressione crescente. Comincia a dimenarsi eccitata, o a reagire con scosse di tutto il corpo. Avvicino il palmo della mano alla vulva e la accolgo in esso infradiciandomi, il suo respiro si altera e sembra andare in iperventilazione, mi stacco e passo il palmo sul suo viso profumandola del suo sesso. Torno a torturare i capezzoli, questa volta usando la bocca. Lentamente, uso la lingua, le labbra, i denti: quando stringo la presa non si contiene e brevi urli si sovrappongono alla musica di Bach.
Il gioco cambia, prendo le cavigliere e le altre due catenelle, stacco i moschettoni delle polsiere e la faccio voltare verso il letto, poi aggancio nuovamente i suoi polsi alle catenelle situate sulla parte alta del baldacchino; le metto le cavigliere e le aggancio alle catenelle che fisso ai piedi della struttura. Bacio e annuso la schiena, le ascelle, il collo. Scendo tra le natiche facendola sussultare e poi ancora giù lungo le gambe la cui divaricazione è obbligata. Quando risalgo trovo l’interno delle cosce bagnato da fiumi di umori. Arrivo al sesso e una sola ampia leccata la fa gemere, pronuncia due parole in lingua tedesca, mi rialzo e le somministro un secco schiaffo sul sedere, riunisco i lunghi capelli in una sorta di coda che afferro con fermezza mentre proseguo la sculacciata. Ogni colpo è uno scatto delle ginocchia e un urlo strozzato, ogni colpo è più intenso. Mi fermo e lecco il collo, mi fermo di nuovo, mollo la presa sui capelli, mi piego sulle gambe e inizio un lungo cunnilingus che la porta dritta al primo fortissimo orgasmo. Mi rialzo e la abbraccio facendo aderire totalmente il mio corpo al suo, aspetto che il respiro torni regolare prima di staccare i polsi dalle catenelle e adagiarle il busto sul materasso, mantenendole le gambe costrette in posizione divaricata e il sedere alto. Prendo dalla borsa il plug anale e lo scudiscio.
La prima esplorazione dell’ano mi presenta un pertugio morbido, evidentemente abituato ad essere violato. Lo assaporo prima lentamente poi con maggiore intensità coadiuvandomi con due dita che non faticano ad introdurvisi, quando appoggio la punta del plug è sufficiente una minima pressione per farlo affondare, poi basta poco per inserirlo totalmente. E’ una visione divina. Ormai il cd con la musica di J.S. Bach è terminato e il mio cazzo è stabilmente eretto. Sono ancora vestito come al mio arrivo, mi sfilo le scarpe e i calzini, mi tolgo la camicia.
Passo il frustino in cuoio sulle natiche rosse per la scaldata ricevuta poco prima. “Lo senti cos’è questo?” risponde muovendo la testa in senso affermativo. E’ agitata ed eccitata, l’aria è elettrica.
“Tra poco ti somministrerò 10 colpi. Dovrai contarli in tedesco…mi piace e mi eccita il suono della vostra lingua. Poi ti libererò le caviglie.” I colpi si susseguono con intervalli di circa 10 secondi tra uno e l’altro, aumentando di intensità, mentre lei esegue diligentemente la mia richiesta. Ho disegnato il suo sedere, e prima di mantenere la mia promessa mi chino a leccarle le ferite.
Quando la libero è stravolta, porto una mano sulla fica che è fradicia come lo sono le cosce e il pavimento. La avvolgo tra le mie braccia baciandola intensamente, intanto le restituisco la possibilità di vedere sfilandole la maschera. Sbottono anche i miei pantaloni e li tolgo insieme agli slip, concedendo libertà e aria al mio sesso. La conduco sul bordo laterale del letto, la faccio sedere e mi chino per toglierle i sandali. Unisco le polsiere tramite un moschettone e la sdraio supina, dopo di che vado a prendere un preservativo nella borsa e prima di tornare da lei vado all’impianto hi-fi per scegliere la colonna sonora per il seguito: tra i molti cd di musica classica accatastati nella scaffalatura si distingue un’antologia con i migliori brani degli anni 70 di Donna Summer, scelgo quello e pigiato il play parte Love to love you baby, uno dei brani più languidi e sensuali della popstar afroamericana. Torno dinanzi a lei e restando in piedi le afferro le caviglie aprendole le gambe a compasso, inizio una tortura meticolosa ai piedi, praticata con labbra e lingua: si muove come un’anguilla emettendo gemiti sofferti, espelle anche qualche piccolo spruzzo di urina; quando decido che può bastare mollo la presa e prendo il preservativo. Le sistemo anche un cuscino sotto il bacino per portare la sua fica alla corretta altezza per essere agevolmente penetrata: la stimolazione del clitoride e delle labbra con la cappella, alternata a minime e brevi penetrazioni è l’ulteriore tortura prima dell’affondo, ormai non distinguo più se stia piangendo o gemendo di piacere. Entro all’improvviso con un colpo secco e profondo: risponde biascicando altre parole tedesche e guardandomi fisso negli occhi. Mi fermo alcuni secondi, poi comincio a dondolare con ritmo morbido e cadenzato, sempre facendo scorrere tutta la lunghezza del cazzo dentro e fuori. Proseguo così, senza accelerare, ciò nonostante dopo poco mi accorgo che sta venendo, continuo con identica regolarità anche durante l’orgasmo, e anche quando questo si va esaurendosi; proprio in quel momento parte l’attacco di Hot stuff, manco vi fosse una regia occulta. Mi imbizzarrisco e comincio a chiavarla con colpi secchi e severi, urla suoni gutturali, si dimena e viene di nuovo mentre aumento frequenza e forza. Ora sento che sono vicino a esplodere anch’io, mi sfilo, tolgo il preservativo e masturbando la verga schizzo ripetutamente irrorandola con abbondanza. Ci guardiamo negli occhi respirando affannati, poi mi sdraio accanto a lei e ci perdiamo in un lungo bacio carico di affetto.
“Il mio primo marito era un master, per lui il sesso era bdsm e niente altro. Mi piaceva, ma col passare del tempo alzava l’asticella sempre di più e le cose che inventava cominciarono a diventare sempre più estreme e malate. Eccitava tanto la mia testa, ma all’atto pratico cominciò a diventare insostenibile. E’ stato l’inizio della fine del nostro matrimonio, un giorno ho preso tutte le mie cose e gli ho lasciato una lettera in cui lo avvisavo che avrebbe ricevuto comunicazione dal mio legale per la separazione. Con te oggi è stato perfetto, mi mancavano queste sensazioni.”

Le proposi di vederci con regolarità, quantomeno finché il marito sarebbe stato assente dall’Italia. Dopo averci riflettuto alcuni giorni mi scrisse una lunga mail in cui argomentò il suo rifiuto, temeva di imboccare un tunnel che avrebbe messo a rischio anche l’attuale matrimonio. Seppur dispiaciuto, compresi.

Estremità

La mia passione per i piedi delle donne parte da molto lontano. Ricordo in modo nitido una circostanza in cui, alle elementari, la maestra ci stava leggendo un testo appoggiata alla cattedra, quando ad un tratto si sfilò una scarpa per grattare un piede su l’altro. Ricordo bene che quella visione mi turbò, mi eccitò, e rividi quell’immagine molte volte nella mia mente.
Col passare del tempo il mio sguardo cadeva spesso sui piedi delle donne, ma quando poi cominciai a fare sesso evitavo di andare lì, come se avessi la sensazione che fosse una stranezza da tenere per me.
All’età di 27 anni un giorno accadde una cosa che non dimenticherò mai. Finii nel letto di una donna più grande di me, 40enne coniugata e altolocata, elegante, sensuale e davvero molto bella. Fui attirato presso la sua seconda casa con un piano ben congegnato, fino all’ultimo non avevo contemplato la possibilità di un rapporto sessuale e nei pochi istanti in cui accadde, una tempesta di emozioni si impossessò di me. Mi buttai quasi subito tra le sue gambe leccandola a lungo fino a portarla all’orgasmo, poi fu lei a dedicarsi al mio sesso offrendomi un saggio della sublime arte della fellatio attraverso la quale l’erezione pareva non smettere di aumentare di intensità.
Ero pronto per scoparla e trasportato da una voglia frenetica, ma quando mi alzai per prendere il condom mi chiese di fermarmi in prossimità del bordo del letto. Da sdraiata alzò le gambe e cominciò ad accarezzarmi il cazzo con un piede, poi con l’altro e poi lentamente cominciò a masturbarlo afferrandolo con entrambi. Movimenti perfetti e insistente stimolazione dell’asta, le dita sapevano sfiorare il frenulo dandomi sensazioni del tutto nuove. Ero immobilizzato, spiazzato da quell’iniziativa e dalla sapienza con cui le sue splendide gambe si muovevano, e in preda di piaceri sofisticati eppure potentissimi.
Sentii arrivare il mio orgasmo molto lentamente, come mai mi era accaduto. Ci fu una prima fuoriuscita di sperma, poi la cappella cominciò a pompare violentemente eruttando una serie di getti abbondanti che fecero vacillare le mie ginocchia, portandomi in una condizione di totale stordimento. Sfinito dal connubio tra piacere fisico e mentale, la guardavo raccogliere con cura dalla sua pelle la crema che aveva ricevuto e portare il dito alla bocca per gustarla. Quel giorno il rapporto si concluse lì, tornai a casa sconvolto e lo rimasi per un bel po’.
Ci rivedemmo giorni dopo per consumare il nostro amplesso, e anche quel giorno il rapporto fu sublime. Aveva evidentemente capito quanto i suoi piedi avessero potere sulla mia testa, e me li affidò per massaggiarli e leccarli a lungo prima di guidarmi in una serie di posizioni del kamasutra che fino a quel momento non avevo nemmeno immaginato.
Facevo sesso ormai da più di 10 anni, anche con un discreto successo con le coetanee, ma quei due pomeriggi mi resero consapevole di quanto fossi inesperto e di quanto potesse essere ricco e variegato l’universo erotico. E da lì cominciò il mio bisogno di sperimentare pratiche diverse indagando soprattutto le dinamiche di interazione psicologica e le possibilità attivate dall’uso del cervello volte a generare sensazioni sempre più potenti.

Negli anni a seguire ho comunque sempre ‘cercato’ i piedi. Ho trovato donne molto sensibili su questo versante, altre del tutto indifferenti. Ho trovato piedi bellissimi e meno belli. Quando un piede femminile non mi eccita lo evito e concentro eccitazioni e piaceri del rapporto altrove. Ho avuto anche la fortuna di trovare donne particolarmente inclini a godere dei piaceri che i piedi possono generare se stimolati con cura meticolosa, alle quali ho dedicato ore di sottili massaggi e adorazione con labbra e lingua. L’odore – e non la puzza di piedi sudati – mi inebria, come mi inebria percepire al tatto le leggere callosità che la pedicure non ha potuto eliminare.
Col passare del tempo ho anche gradualmente cominciato a concedere i miei piedi ad abili massaggiatrici feticiste o a donne inclini ad essere sottomesse. Percepire la loro eccitazione montare mentre mi leccano tra le dita o percorrono con la lingua l’arcata plantare è uno stimolo mentale che si mescola al piacere fisico dato dall’agire sulle molteplici terminazioni nervose che questa pratica implica. Guardarle in quelle circostanze non è meno esaltante di quando leccano e succhiano con cura e passione il cazzo eretto e i testicoli.
Non vivo in modo plateale questa passione per le estremità delle gambe e le sensazioni ad esse collegate, non amo in generale le forme plateali nei comportamenti erotici.
E’ piuttosto un gioco raffinato, sottile, lento, che nutre l’eccitazione mia e dalla partner, e corrobora la mia erezione creando una condizione ottimale per il piacere del coito.