Ultimo venne il verme. Favole

Ultimo venne il verme, di Nicola Cinquetti e Franco Matticchio - 2016, Bompiani

Quando spariva anche l’ultimo spicchio di sole, lui si chinava a sollevare un sasso, e sotto quel sasso c’era sempre una favola.

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E oltre a una favola, con molta probabilità, chinandosi a sollevare un sasso, sotto ci sarebbe un verme. Che per un ineluttabile destino, in tutta umiltà, arriva sempre per ultimo.  Sulla copertina una immagine molto elegante di impermanenza, che inquieta, per poi sciogliere l’inquietudine grazie al verme, che, come sdraiato comodamente tra le orbite, placido sorride a rimarcare l’oggettiva necessità della sua presenza.

Promette bene.

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Ultimo venne il verme è una raccolta di favole i cui protagonisti animali talvolta cedono il posto agli uomini. Sono favole pungenti, divertenti. La cui morale finale classica si trasforma in una conclusione bislacca e ferma, sulla quale si indugia non per porsi problemi di ordine morale, appunto, ma per sorridere sulle implicazioni paradossali della realtà, che resta frutto incontrovertibile di azioni, scelte o tempo.

Aurelio abbracciava la luna, non è da tutti. Aurelio compie un’azione straordinaria che molto ha a che vedere con la poesia, e poi, col tempo, Aurelio, come tutti, muore, sebbene anche in questa circostanza riesca a farlo da poeta.

C’è anche un bambino diverso dagli altri. Stessi occhi, stessi capelli ma diverso. Perché diversi ha i pensieri. La favola di questo bambino è precipitosa: i pensieri divergenti infastidiscono i bulli che lo puniscono, dimentichi del fatto che il loro pensiero omologato nulla ha a che vedere con quello libero del bambino diverso dagli altri. E il finale della favola indugia su quel sorridere del lettore di cui prima accennavo. Che torna, e ritorna.

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Le favole, alcuni hanno la fortuna di trovarle sotto i sassi. Oppure raccontate da Nicola Cinquetti e illustrate da Franco Matticchio senza ridondanze, senza alcun intento didascalico, piuttosto libere. Il tono delle illustrazioni è surreale, a volte sottolinea esasperando, andando a braccetto col tono asciutto e diretto della narrazione per parole. L’insieme è molto riuscito, sin dalla copertina, che è una danza armonica fatta di riferimenti colti, filosofici. Sulla quale ancora oggi, e da molte settimane, mi interrogo, dando a me stessa risposte tra loro diverse che si traducono in un impeto irrefrenabile alla lettura (a caso, come nella migliore tradizione favolistica) o a uno sfogliare distratto ma non troppo, alla ricerca di qualcosa che mi parli, di qualcuno che in quel giorno, in quell’esatto momento, sia in sintonia con il mio giorno, il mio momento, prima che, ultimo, venga il verme.

Titolo: Ultimo venne il verme
Autore: Nicola Cinquetti, Franco Matticchio
Editore: Bompiani
Dati: 2016, 154 pp., 12,00 €  – 2024, €10,00

Trovate questo libro tra gli scaffali del Giardino Incartato, libreria per ragazzi in via del Pigneto 303/c, Roma.

Ecco dei frutti, dei fiori, foglie e rami

Primavera, estate, autunno, inverno, Pittau&Gervais – Topipittori
Primavera, estate, autunno, inverno, Pittau&Gervais – Topipittori
Primavera, estate, autunno, inverno, Pittau&Gervais – Topipittori

Immagino un dolce tintinnio di triangolo, lo immagino lieve sotto il tocco, all’uso medioevale, di un angelo. Tin, vibra e si scuote; tin, risuona nell’aria; e ogni tin diffonde un suono. Diffonde un odore, un colore. Un tintinnio ogni aletta che si alza, un tintinnio dolce ogni volta che un animale fa la sua comparsa, ogni volta che un frutto svela il proprio morbido cuore.

Un fiore rosa sbocciato e fresco ci invita a voltar pagina e scoprire la Primavera: un uovo dal quale a spostare l’aletta nasce un pulcino; un fiore di ciliegio bianco che a sollevare l’aletta diviene frutto rosso; un tarassaco giallo e arancione che grazie alla brezza del nostro voltar l’aletta diffonde attorno a noi i suoi pappi trasparenti e morbidi.

Il fiore rosa da poco sbocciato diviene frutto: arriva l’Estate e la coccinella che dispiega le ali svela il cuore succoso della pesca con il suo ruvido nocciolo e, mentre un pomodoro si rivela fedele alla sua buccia vermiglia, il fico viola scuro disvela la propria polpa rosata.

Le foglie s’ingialliscono, le tracce delle scorpacciate estive dei bruchi rimangono a testimoniare la stagione appena trascorsa e invitano a scoprire l’Autunno coi suoi marroni morbidi, gli arancioni e i gialli pieni. Le lepri drizzano le orecchie e ci guardano fisso: cos’è stato quel fruscio? Si chiede mamma lepre. Niente paura, siamo solo noi che voltiamo un’aletta perché intuiamo che dietro alla foglia verde si nasconda il colore che prediligiamo: il rosso bruno.

Primavera, estate, autunno, inverno, Pittau&Gervais - Topipittori
Primavera, estate, autunno, inverno, Pittau&Gervais – Topipittori

Il ramo è ormai spoglio, la corteccia si è irruvidita ed è pronta a indicarci la via dell’inverno. Un pettirosso freme nell’attesa che la pigna liberi i suoi pinoli mentre l’ermellino s’allunga sinuoso a mostrarci, fiero, il suo mantello bianco.

È un gioiello prezioso questo Primavera, estate, autunno e inverno della coppia Pittau & Gervais. Un gioiello prezioso adatto anche ai bambini piccolissimi vista l’edizione studiata e pratica (con spirale) di Topipittori; io lo proporrei senza dubbio anche ai bimbi di 2 anni i quali manifestano un’atavica curiosità per le forme e i colori di cui questo albo abbonda. I bimbi più grandicelli, 3 anni, solleveranno le alette stupiti e rapiti e vorranno condividere le scoperte magnifiche che si celano dietro alla semplicità. I bimbi in età scolare avranno un approccio più scientifico avallato dalla cura e dalla precisione che fanno delle illustrazioni un ritratto fedele di quanto offra la natura.

L’idea esplicitata sin dal titolo è quella del rappresentare il ciclo delle stagioni sebbene pagina dopo pagina, aletta dopo aletta, tintinnio di stupore e curiosità dopo tintinnio si avrà un’idea ben precisa di come la natura si trasformi e modifichi. Le illustrazioni sono sobrie e intelligenti, l’edizione splendida: il grande formato invita a sfogliare le belle pagine patinate a sfondo bianco, i flap robusti ben s’adattano all’apri e chiudi dei bimbi così come resistono all’uso anche le mezze pagine che si prestano alla funzione doppia cui sono destinate. Un pop up sui generis, mai chiassoso, piuttosto elegante.

[Le parole che danno titolo a questa recensione sono un verso di Paul Verlaine, Green, che compare anche in apertura del libro]

stagioni-copTitolo: Primavera, estate, autunno, inverno
Autore: Pittau & Gervais
Editore: Topipittori
Dati: 2011, 120 pp., 25,00 €

nuova edizione, 2024 28,00 €


 

La città d’oro: Jumanji! – di nuovo, e finalmente, a scaffale

Jumanji, Chris van Allsburg - 2013, Logos
Jumanji, Chris van Allsburg – 2013, Logos

Jumanji di Chris Van Allsburg è storia nota, chi non l’avesse letto, probabilmente, avrà visto il film e se ne sarà fatto un’idea. Avere tra le mani l’albo e godere di questa storia è però tutt’altra cosa: Peter e Judy, fratelli, rimasti a casa da soli, devono trovare il modo per trascorrere il pomeriggio. Nel parco trovano abbandonato un gioco da tavolo e decidono di portarlo a casa e giocarci assieme. Al gioco è allegato un biglietto che reca una raccomandazione, un avviso: una volta iniziato il gioco deve essere concluso. Si tratta, in fondo, di una sorta di gioco dell’oca la cui ultima casella è Jumamji, la città d’oro. Sembra banale, e anche poco divertente ma l’alternativa non c’è per cui i due ragazzini cominciano a giocare. Qui incomincia l’avventura che, fino alla sua conclusione, sarà un susseguirsi di eventi improbabili ed entusiasmanti.

Jumanji, Chris van Allsburg - 2013, Logos
Jumanji, Chris van Allsburg – 2013, Logos

Le illustrazioni si muovono nel difficile campo dei toni del grigio. Spazio e prospettiva sono usati per creare punti di fuga e punti di vista differenti; proprio questa tecnica è volta a drammatizzare l’azione, che ne risente con una naturalezza molto elegante. Gli ambienti in grigio e minimali rispecchiano il rigore in cui sono abituati a vivere questi bambini, e, presumibilmente, il grigiore della noia che sembra affliggere persino i loro giochi, i quali, piuttosto che essere usati per divertirsi, alla prima occasione sono sparsi in giro in un atto di ribellione verso i genitori che, però, è fine a se stesso, visto che non frutta divertimento.

Jumanji, Chris van Allsburg - 2013, Logos
Jumanji, Chris van Allsburg – 2013, Logos

Ogni casella su cui si fermano Judy e Peter, a turno, richiama da un mondo fantastico e tropicale esseri straordinari. Il primo a fare irruzione in casa, apparendo direttamente spaparanzato sul pianoforte, è un grosso e minaccioso leone che sconvolge i bambini e si integra perfettamente nel contesto. Poi sarà la volta dei rinoceronti, che sembrano scolpiti nel granito e ciononostante si materializzano in un movimento plastico, sottolineato da filo del telefono e della lampada che, nella furia turbolenta della carica, si trascinano appresso.

L’esplorazione sembra tacitamente concentrata nel sottile limes tra la realtà e l’immaginazione: i bambini fremono per l’avventura e si meravigliano dinanzi al susseguirsi di apparizioni, che assumono rapidamente fattezze concrete alla semplice loro evocazione; contestualmente riportano la dimensione all’ambito casalingo, così preoccupati come sono della reazione materna al disordine che scimmie e leoni hanno diffuso per casa.

Frasi brevi dal lessico limpido introducono il lettore direttamente nel campo narrativo dell’azione, contribuendo a rendere il quadro descrittivo in equilibrio con le illustrazioni. Ogni cosa di cui si parla, ogni evento, ogni animale che i bambini evocano è descritto incisivamente; sul tabellone i bimbi incappano in un incidente: le scimmie rubano il cibo, salta un turno.  Contestualmente dalla cucina giunge uno sferragliare di pentole e un fracasso di utensili caduti. In una brevissima tappa sintattica, Allsburg traduce un’azione complessa che include il gioco, l’apparizione delle scimmie, la conseguente reazione da parte dei ragazzi e il progredire della storia. Le scimmie stanno effettivamente rubando il cibo in cucina e i ragazzini, a causa del turno da saltare, hanno il tempo di compiere l’azione di controllo e gestione del danno, e, anche, di preoccuparsi della reazione dei genitori.

Jumanji, Chris van Allsburg - 2013, Logos
Jumanji, Chris van Allsburg – 2013, Logos

La punteggiatura, usata senza risparmio nei dialoghi, ha il compito di adoperarsi per rendere pause e timbri che portino la lettura sulla stessa linea temporale della narrazione; per rendere le azioni dei bambini degli eventi realmente precipitosi, da affrontare con determinazione e con la naturale, quando non dovuta, titubanza. “Io non credo” disse Peter tra un rantolo e l’altro ” di voler… giocare… ancora… a questo gioco”.

Un ruolo decisivo lo gioca, poi, il tempo. “Io e vostro padre torneremo dopo l’opera”. L’ordine sarà ristabilito giocoforza entro un determinato lasso di tempo. È chiaro sin da questa affermazione, che ha  il tono di una minaccia. I bambini ne hanno piena coscienza, da qui il tono lievemente angosciato che ombreggia alcune scene; a tenere il conto del tempo che scorre sveglie e pendoli fanno capolino in alcune tavole: il tempo scorre, quello reale, nonostante i serpenti e i rinoceronti, verso un ritorno alla normalità che coincide non solo con il liberatorio Jumanji! urlato all’arrivo, alla fine del gioco (avventura/disavventura), ma anche con il rincasare dei genitori e dei loro amici. Alla domanda “avete passato un pomeriggio entusiasmante?” (che sembra anche un po’ provocatoria rivolta a dei ragazzini lasciati da soli in casa cui è stato ingiunto di non mettere disordine) i bambini rispondono con la verità e raccontano di malattie del sonno, inondazioni, leoni e temporali, introducendo nel reale il surreale con naturalezza. Il tutto si risolve con una risata che è di supponente incredulità da parte degli adulti e di sorniona consapevolezza da parte di Judy e Peter che vedranno legittimati i loro fantastici accidenti da un finale aperto: i fratelli alla fine del gioco ripongono il gioco laddove l’avevano trovato, altri due ragazzi lo trovano e lo portano via. Cosa accadrà loro?

Se avete avuto l’occasione di leggere altri libri di Chris Van Allsburg, saprete che in ogni sua storia inserisce un terrier di nome Fritz. Qui in Jumanji io l’ho scovato nelle vesti di un cane a rotelle e visto che sono curiosa l’ho cercato anche altrove…

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copTitolo: Jumanji
Autore: Chris Van Allsburg
Editore: Logos
Dati: 2024, 32 pp., 16,00 €

Trovate questi libri tra gli scaffali del Giardino Incartato, libreria per ragazzi in via del Pigneto 303/c, Roma.

L’immortale fascino di Babar l’elefantino

Le storie di Babar, Jean de Brunhoff - 2013, Donzelli
Le storie di Babar, Jean de Brunhoff – 2013, Donzelli

Nella grande foresta è nato un elefantino. Si chiama Babar. La sua mamma gli vuole molto bene e per farlo addormentare lo culla con la proboscide cantando dolcemente.

Queste le prime parole che introducono la storia di Babar, celebre elefantino nato dalla fantasia di Cécile de Brunhoff e poi narrato e illustrato dal marito Jean, artista parigino, che dal 1931, data della sua prima pubblicazione, assieme a Nel Paese dei mostri selvaggi e Pinocchio, ha visto centinaia di ristampe e traduzioni (celebre quella in inglese del 1933 ad opera di A. A. Milne, autore dell’altrettanto noto Winnie the Pooh) entrando a far parte dell’immaginario più familiare dei bambini di decine di generazioni.

Le storie di Babar, Jean de Brunhoff - 2013, Donzelli
Le storie di Babar, Jean de Brunhoff – 2013, Donzelli

Chissà se Walt Disney pensava a questo incipit quando dieci anni dopo, nel 1941, raccontava la storia di Dumbo… lo dico perché quando ho ripreso in mano le storie di Babar grazie all’ultima edizione di Donzelli, che raccoglie tutti i racconti, l’immagine della Signora Jumbo che infila faticosamente la proboscide tra le sbarre della sua cella per raggiungere il piccolo Dumbo e cullarlo cantando una struggente ninna nanna è stata la prima a venirmi in mente. Nel film Disney come tra le pagine di Brunhoff, la storia dei due elefantini incomincia proprio quando le mamme escono di scena, quella di Babar ancora più tragicamente della signora Jumbo, un cacciatore, infatti, la uccide; da allora per Babar la vita cambia radicalmente: per sfuggire al cacciatore abbandona il suo luogo selvaggio per trovare rifugio in città (tendenza assolutamente figlia dell’epoca e del tutto contraria alla nostra contemporanea in cui semmai il percorso è all’inverso, dalla città alla natura).

Le storie di Babar, Jean de Brunhoff - 2013, Donzelli
Le storie di Babar, Jean de Brunhoff – 2013, Donzelli

Dal ritrovarsi sperduto e affranto Babar trova conforto nello shopping e, dopo aver ricevuto in dono del denaro da un’anziana signora che diverrà sua amica si reca ai grandi magazzini e si dedica all’acquisto di vestiti eleganti, ansioso di adeguarsi all’atmosfera cittadina, di umanizzarsi. Questo rapido processo di umanizzazione si radica in Babar al punto di tornare dai suoi cari selvaggi per civilizzarli, vestirli di pizzi e merletti, abituarli all’uso delle posate e a vivere in un bellissimo Palazzo (feudo) con un grande giardino, il cui senso si perde, considerato che sbocca su un’immensa distesa verde, e che invece sottolinea il desiderio di circoscrivere, di creare un recito alla Robinson Crusoe maniera. Quando i rinoceronti rifiutano questo processo di civilizzazione, colonizzazione, vengono affrontati e sconfitti. Una volta instaurato e consolidato il proprio potere, Babar, ormai cresciuto, può tranquillamente crearsi una famiglia e intraprendere avventure nelle quali, comunque, l’attenzione ai vestiti e alle ricorrenze di rappresentanza non diminuisce mai.

Mi domando quanto il lato affettivo e il gusto della memoria condivisa contino nel perpetuare il successo di Babar e delle sue avventure. Ma le mie domande puntigliose e la mia lettura ipercritica non bastano a sopperire alla curiosa tenerezza che questo elefantino in ghette suscita naturalmente. Le illustrazioni sono splendide e presentano una novità per come era inteso l’albo illustrato all’epoca; non mi dilungo nel descriverle, giacché una voce molto più alta l’ha già fatto in passato “Tra il 1931 e il 1937, Jean de Brunhoff ha compiuto un’opera che ha cambiato per sempre il volto del libro illustrato. Nessuno prima di lui è riuscito a concepire l’illustrazione a doppia pagina con pari effetto drammatico e di sorpresa. Le righe di testo che scorrono alla base delle immagini sono così semplici ed efficaci che l’arte letteralmente sboccia da esse”. (Maurice Sendak)

Tra gli estimatori celebri del re elefante oltre i già citati Milne e Sendak c’è anche un celebre compositore, Poulenc; se ne avete voglia potete ascoltare qui di seguito come musicò le sue avventure.

519Q6pjsUDL._Titolo: Le storie di Babar
Autore: Jean de Brunhoff
Editore: Donzelli
Dati: 2013, 320 pp., 32,00 €

Trovate questi libri tra gli scaffali del Giardino Incartato, libreria per ragazzi in via del Pigneto 303/c, Roma. Oppure, se non siete a Roma chiederci di spedire a casa vostra, lo faremo con molto piacere ricorrendo a Libri da asporto.

Viaggi

Se un giorno dovessi mettermi in viaggio, lo farei con un berretto da aviatore color panna, decorato da stelle azzurre. Certamente questo indosserei, se dovessi partire assieme a uno stormo di anatre dalle ali maculate, a strisce, coi pois. E lo farei andando, non tornando. A tornare penserei dopo. Dopo poco, credo; il tempo di un respiro di aria fresca dei monti, un sorso di acqua ghiacciata dalla canna di una fontana nel bosco. Poi mi unirei allo stormo che torna, perché adoro stare a casa, coi miei cari.

Certo, porterei con me un libro, andando e tornando. E sceglierei Viaggi, di Anna Benotto, per non sentire mai l’inadeguatezza dello stare laddove altri non starebbero, nel provare nostalgia laddove altri farebbero spallucce, nell’andare troppo velocemente, perdendomi non so cosa ma di certo preziosa, o rallentare, quando ci sarebbe da pedalare forte.

Viaggi, di Anna Benotto, ha un ritmo che non ne segue uno. Ha un ritmo che sussurra e canta, che saltella e ristà quieto. Ha un ritmo che è suo e che è mio, come sarà vostro; uguale e diverso, dettato dal morbido susseguirsi di grigi morbidi, sfumati e poi pieni; di rosa che sembrano tramonti e invece no, di azzurri, senape, giallo tenue di raviolo (o tortellino).

Un orso, di cui intuiamo solo il profilo, vagheggia dinanzi alla mappa di una Terra che sembra ancora Pangea, con grandi mari, ampie distese di luoghi senza nome. Vagheggia oppure programma. O sogna. Ci da le spalle, ma nella piega morbida della sua schiena, nel naso all’insù ad annusare l’aria, leggiamo una tensione al prendere e andare, curiosa, impaziente.

E infatti parte e viaggia, a modo suo. Va all’esplorazione di molti luoghi, percorrendo altrettante strade che conducono tutte a un’unica, splendida, destinazione: se stesso.

Con poche parole e tratti minuti e fitti, questo albo così elegante e riservato, così quieto e intraprendente è un inno all’atto stesso del viaggiare inteso come scoperta, meraviglia, avventura, amore.

Lo trovate tra gli scaffali de Il Giardino Incartato, libreria indipendente a Roma, in via del Pigneto 303/c

 “La mia recensione è stata selezionata dal “Read a book day” di Twinkl (www.twinkl.it) per promuovere la lettura tra bambini e ragazzi. Per saperne di più visita il loro blog https://www.twinkl.it/blog/read-a-book-day-6-letture-per-bambini

La zuppa Lepron in mostra al giardino incartato

In occasione della mostra delle tavole originali, che inaugurerà il 3 febbraio negli spazi della nostra libreria, ho posto alcune domande a Giovanna Zoboli, autrice assieme a Mariachiara di Giorgio de La zuppa Lepron, albo illustrato, edito da Topipittori, che ci ha conquistate dal primo momento in cui l’abbiamo sfogliato.

Quali sono gli ingredienti segreti che rendono così deliziosa la Zuppa Lepron? Forse potrà svelarcelo 𝐌𝐀𝐑𝐈𝐀𝐂𝐇𝐈𝐀𝐑𝐀 𝐃𝐈 𝐆𝐈𝐎𝐑𝐆𝐈𝐎, la vincitrice del Premio Andersen 2022 come migliore illustratrice, che sarà presente all’inaugurazione e terrà anche un piccolo laboratorio a tema per i partecipanti.

Radicate in un orto di cavoli e carote estremamente realistico, le tavole di Mariachiara di Giorgio saltano con balzi repentini la staccionata della realtà, per atterrare mollemente sul prato incolto della meraviglia. Le parole di Giovanna Zoboli si muovono tra la veglia e il sogno leste, in un perfetto passo a due, evocando la contemplazione delle piccole cose, il sapore, profumato, della semplicità.


Giovanna, questa intervista su La zuppa Lepron arriva a molti mesi dalla sua uscita, quindi tanto è già stato detto e tutti sappiamo, nei boschi ma anche in città, che l’idea è nata proprio da un incontro fortuito con un lepre svizzero, battezzato Lepron. Da quell’incontro, come sei arrivata alla zuppa? Perché quel lepre, insomma, è diventato cuoco, piuttosto che, non so… velocista?

Perché appena Paolo e io abbiamo visto, questo lepre, abbiamo detto: “Ecco il signor Lepron”. E Paolo ha aggiunto: “Titolare dell’omonima zuppa.” Al che io gli ho chiesto: “Ma quale zuppa?” E lui risposto: “Ma quella della canzoncina: “La zup-pa l’è pron-ta. La zup-pa l’è pron-ta, ta-ta-ta-rat-tà!” Che era lo stupido motivetto che si cantava nelle caserme all’ora di pranzo. È così che Lepron è stato messo a cucinare zuppe. In effetti quando siamo insieme, specie a camminare, io e Paolo ci diciamo un sacco di stupidaggini.

Quando hai deciso di proporre a Mariachiara la tua storia, era così come la leggiamo o si trattava di un progetto divenuto poi storia in una danza a due?

No, era esattamente come lo si legge ora.

La mia prima recensione di un tuo libro su AtlantideKids è stata per Vorrei avere (https://atlantidekids.wordpress.com/2011/04/01/vorrei-avere/). Si tratta di poesia, e, per me che la amo molto, ricordo fu un incontro dolcissimo e sorprendente. Che differenza c’è tra lo scrivere in poesia e lo scrivere in prosa? Cosa fai con più piacere?

In generale, l’approccio alla scrittura è identico, non solo con prosa e poesia, ma anche quando scrivo recensioni o articoli. È una costruzione della scrittura e della struttura del discorso lenta e molto approfondita da una parte, e dall’altra frutto di scelte operate grazie anche a una presenza dell’intuizione che cerco di tenere sempre all’erta.

Non alla prima, ma alla seconda lettura, quella in cui i libri cominciano a diventare amici di chi li legge, e poi alla terza in cui si entra in confidenza e allora coi libri si comincia a parlare, come con un amico appunto, fuori dai denti, mi sono detta: ma che la zuppa del signor Lepron e la sua storia non siano metafora del mondo dell’editoria per l’infanzia di oggi? È un troppo vago peregrinare, il mio?

Guarda, ogni ipotesi da parte dei lettori è possibile. Certamente questa può essere presa come una storia che racconta come vanno le cose in molti momenti e occasioni della nostra vita, per come è organizzata, per il tipo di aspettative e bisogni che ci crea. Dopo aver fatto il diavolo a quattro per ottenere una cosa, a un certo punto scopriamo di desiderare tutt’altro. Naturalmente a questo ci si arriva solo attraverso l’esperienza, non è che puoi evitarlo. Ma accorgersi di poter fare a meno di tante cose è sempre un momento di sollievo e quindi di felicità.

Se dovessi scegliere tre parole da accostare alla letteratura per l’infanzia, quali sarebbero?

Appassionante, sorprendente, elegante.


La mostra e il laboratorio (laboratorio che si terrà il 3 febbraio alle 18,30) sono aperti a tutti, bambini, bambine e adulti curiosi. Ogni partecipante, dovrà portare con sé una lattina di lenticchie, fagioli, ceci, oppure 1,50 € per averne una dalla dispensa delle libraie.

Con l’acquisto del libro un poster in regalo.

la mostra è visitabile da sabato 3 febbraio (con inaugurazione alle 18,00) a sabato 2 marzo, al Giardino Incartato, Roma, via del Pigneto 303/C; orari: 10-13 e 16,30 – 19,30 dal lunedì al sabato; Ingresso libero. 

Il Maialibro torna a scaffale!

Poveri maiali! Sempre vituperati. Portati ad esempio di egoismo e cattivi comportamenti. Eppure, superato l’olezzo che spesso li avvolge, sono creature vivaci, allegre; mi dicono, capaci di grande fedeltà e amicizia. Questo i maiali veri. Poi ce ne sono altri, che, del tutto permeati dagli stereotipi di genere, lasciano che una donna si faccia carico di tutto il fardello che la gestione di una casa e di una famiglia possa comportare.

Il maialibro, Anthony Browne - 2013, Kalandraka
Il maialibro, Anthony Browne – 2013, Kalandraka

La Signora Maialozzi in casa svolge qualsiasi compito: cucina, lava, stira, rassetta, per poi uscire per andare a lavorare e, al ritorno, cucinare, lavare, rassettare. Giorno dopo giorno. Il volto della donna, che è anche la mamma di due bambini, si sforma, diviene un anonimo ovale, perde i propri tratti e la propria personalità, va via via disfacendosi, rischia di annullarsi.

Il marito e i figli dal canto loro danno tutto per scontato e nemmeno si accorgono del proprio egoismo, del loro assomigliare a dei maiali. Fino a quando la Signora Maialozzi si stanca e va via lasciando un biglietto: “Siete dei maiali.” Senza patemi, senza punti esclamativi. È un dato di fatto, e punto.

Il maialibro, Anthony Browne - 2013, Kalandraka
Il maialibro, Anthony Browne – 2013, Kalandraka

D’altra parte avvisaglie ce n’erano state sia della desolazione che avvolgeva la mamma, sia dell’attitudine porcina: sul pomello della porta spuntano narici e grugno. Il vaso da fiori ha un musone grigio/rosa stupito. Le maioliche ritraggono dei deliziosi maiali simmetrici. Persino le prese della corrente, le spille, li ricordano. E questo quando la mamma è ancora in casa a sfaccendare o appena andata via. Quando decide di non tornare la metamorfosi è completa e investe anche gli esseri animati (cane incluso). I tre porcelli, rimasti soli, si rivelano incapaci di badare a loro stessi e di avere cura della casa che diviene, giro pochi giorni, un porcile.

Il maialibro, Anthony Browne - 2013, Kalandraka
Il maialibro, Anthony Browne – 2013, Kalandraka

Non so se per fame, non so per arrendevolezza o per effettiva consapevolezza alla fine i tre si piegano alle condizioni materne: se vogliono che la mamma torni a casa devono collaborare. Tornata l’armonia anche la mamma può ritrovare la propria, riconquistando anche un volto ben definito e sorridente.

Il maialibro, Anthony Browne - 2013, Kalandraka
Il maialibro, Anthony Browne – 2013, Kalandraka

Le tavole illustrate dello stesso autore del testo, Anthony Browne, hanno un ritmo proprio che investe la narrazione testuale: giallo ocra quando la protagonista narrante è la madre, a sottolinearne solitudine e compostezza, colori brillanti e a tratti chiassosi, quando narrano del padre e dei figli. Sempre sorridenti le tre controparti mutano umore e tono quando la madre va via (allegorica anche la scomparsa della donna dal quadro con scena bucolica sul camino) per piombare in un buio triste e foriero di pessimi presagi (deliziosa l’ombra del lupo che si fa contorno netto sulla finestra). Quando la madre ritorna in scena agisce da luce, alba di un tempo nuovo, e da luce illumina tutto, inclusi i tre porcelli, restituendo loro un incarnato roseo affatto spento.

Il maialibro, Anthony Browne - 2013, Kalandraka
Il maialibro, Anthony Browne – 2013, Kalandraka

Un albo che consiglio vivamente del quale solo la tavola finale mi ha poco convinta: la mamma che finalmente può dedicarsi a faccende maschili (aggiustare la macchina) mi sembra un passo indietro, un vanificare il lavoro e i sacrifici fatti per annullare la distanza tra ruoli e generi sottolineando che ci sono cose prettamente maschili e prettamente femminili. Sebbene possa invece attestare esattamente il contrario e la mia possa essere un’impressione derivata dal felice effetto narrativo senza sbavature e inciampi cui tutto il resto del libro mi aveva abituata.

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Titolo: Il maialibro
Autore: Anthony Browne
Editore: Kalandraka
Dati: 2013, 40 pp., 16,00 €

Trovate questi libri tra gli scaffali del Giardino Incartato, libreria per ragazzi in via del Pigneto 303/c, Roma.