Autunno 2125, sotto la cupola

Il battito del cuore si affievoliva, inesorabilmente. Lo sguardo spaventato cercava uno spazio aperto. Sapeva che stava morendo. Lei guardava. Il fratello stava morendo.

“Però era bello”, disse lui.

“Era immobile.” Disse, facendo attenzione a non toccarlo.

“Il pelo. Bello. Morbido”

“Era tiepido?” Lei  mosse la mano nell’aria, come per accarezzare il mantello del gatto. La mano sospesa a mezz’aria e le dita che si muovevano come se suonasse un pianoforte. Scrutò le pupille del fratello: presto sarebbero diventate rosse, invase dal sangue e poi neanche un’ora dopo sarebbe morto. Soffrendo. Anche lei soffriva, ma non allo stesso modo.

Perché aveva accarezzato il gatto? Lo sapeva cosa sarebbe successo. Lui sa che toccarlo era morire, che gli animali sono immuni alla pioggia, che gli esseri umani non lo sono e che non c’è scampo. Perché? Perché la lasciava sola?

Lui ebbe un sussulto. Le vene degli occhi iniziavano a irraggiare sangue bloccando lo sguardo spaventato in una espressione strana. Rossi sulla pelle pallida, quasi trasparente.

“Bello il pelo morbido.” Disse lui. “Morbido”. Le labbra non ancora paralizzate dalla morte sembravano sorridere.

Lei avrebbe voluto dirgli che era arrabbiata con lui e rimproverarlo ma una tenerezza sconosciuta le sciolse i polsi. Non doveva toccarlo perché si sarebbe infettata anche lei. Toccare un malato era un pericolo mortale.

Seduta poco distante lo guardava irrigidirsi e sanguinare. Il gemito non le dava più fastidio.

Solo alla fine, comprese che si poteva scegliere di morire per sentire il cuore palpitante di un animale. Che morire per sentire la vita poteva essere giusto.

autunno 2125

La pioggia è arrivata inaspettata spargendosi rossastra sulla terra secca. Mentre dal cielo le gocce scrosciavano ossessive, le pendici brulle delle colline hanno avuto una breve tregua dal violento battere del vento.

Nessuno era preparato e pochi si sono protetti. In molti dovranno aspettare in quarantena nei “Centri di protezione della comunità” prima di tornare alle case e al lavoro. Questi sono gli svantaggi delle piogge improvvise.

Silver si è nascosto nel bosco, nella galleria che il padre gli ha lasciato prima di morire. Dieci metri sotto terra scavati con una serie di scale in discesa e salita, curve a gomito e rami intrecciati che proteggono dal vento e dai cacciatori.

Invisibile a tutti, sfoglia le vecchie riviste e i libri della biblioteca del padre. Se li scoprono, la “Polizia della salute” li brucia. La carta, dicono, è stata la causa dell’infezione. Silver sa che non è vero. Ma non può dirlo.

i tempi stanno cambiando

Lo cantava Bob Dylan ed era le decisione netta e irrevocabile di stare da una parte: noi da una parte e voi dall’altra. Allora i tempi nuovi avevano il ritmo del rinnovamento della storia e delle relazioni che si sarebbero basate su nuove idee meno violente e universali. Nella drastica distinzione  fra noi e loro, i noi stavano dalla parte del meglio, della verità, dei diritti, di una giovinezza anagrafica che sembrava rivestita dell’eternità. I voi sarebbero affogati nelle acque torbide delle loro perverse menzogne.

Non è stato così.

Nulla della giovinezza si è salvato dal passare del tempo e dal logorio delle delusioni. Nulla di eterno. Nessun ideale ha dato coerenza definitiva alle vicende umane e al massimo ha indicato una strada accidentata e tortuosa la cui meta è sempre sembrata a portata di mano ma non è mai stata afferrata.

Del resto i tempi cambiano sempre. Non sarebbero tempi se non cambiassero. Ed è questo il più grande fraintendimento. Dylan ha scritto una canzone, forse pensando di riferirsi a un cambiamento epocale ma anche descrivendo la decisione politica e di potenza di distinguere Noi da Voi, come diceva Schmidt. Stabilire la linea di demarcazione fra una comunità guidata da un capo e gli altri che non obbediscono a quel capo.

Per lungo tempo, il “noi” di Dylan ci è sembrato inequivocabile: noi siamo contro la guerra, noi siamo per i diritti di tutti gli oppressi e dei dimenticati, noi siamo per la Verità e il Bene universale. Certamente Dylan si è rapidamente staccato da questa visione semplicistica, scoprendo un modo di sentire più autentico nel lasciarsi rotolare lontano dalle certezze e nell’accordarsi con chi era stato rifiutato, perché più onesto. Ma resta che la politica impone demarcazioni per radunare il popolo contro un nemico. E ora la demarcazione fra noi e voi non riguarda più diritti, pace e bene universale ma la chiusura in sentimenti nazionalistici, la giustificazione fideistica, la legittimità della violenza. Ora la netta frontiera fra noi e voi mi sembra scomoda e mi sento in una terra di nessuno perché il mio gruppo di ieri si è sfaldato e molti amici sono diventati nemici che mi guardano ostili da oltre una frontiera apparsa dal nulla.

Mi pareva che ci fosse un ampio terreno comune nella tristezza gioiosa dell’essere umano. Mi sbagliavo. E grandemente. Sotto la superficie di quello che ingenuamente reputavo un terreno solido, le talpe della storia hanno scavato le loro gallerie facendo crollare ogni terreno solido sotto i colpi delle loro mazzate.

Ma non è che la storia fosse ferma o finita. È che in certi momenti fa vedere che si muove impietosamente. E si tratta di rivedere ogni cosa, come se fosse la prima volta in cui tutto cambia sapendo che è l’ennesima di una serie la cui la fine ignoriamo.

The Times They are a’changing

Arles: fotografia, 2

Conoscevo Todd Hido da tempo ma vedere le sue opere in grande formato su di un muro in sequenza è stata un’esperienza radicalmente differente. Se le sue fotografie su libro stupiscono per la composizione e i colori inusuali, comunicando tristezza, isolamento, speranza ma in un sentimento quasi confuso, viste nel grande formato, una di fianco all’altra a raccontare una storia di oscurità e speranza, diventano l’analisi partecipe e spassionata di emozioni assai complesse e articolate.

La solitudine e il sollievo si tramutano l’una nell’ altra ma senza perdere la loro forza. Le luci, a volte fredde a volte tenui, fanno pensare che una possibilità ci sia, pur nel freddo spietato dell’inverno, della notte. Le case hanno tridimensionalità esistenziale che passa attraverso le finestre chiuse.

L’effetto è ottenuto con una perizia tecnica eccezionale sempre messa al servizio dell’efficacia comunicativa e artistica. Perciò non c’è nessun compiacimento estetico. Credo proprio che tornerò sulla sua opera.

https://www.rencontres-arles.com/en/expositions/view/1620/todd-hido

Arles: fotografia, 1

Visita al festival della fotografia di Arles. Tanti fotografi e tanti stili. Alcune fotografie sono molto potenti.

Il padiglione dedicato all’Australia propone immagini forti, delicate, inquietanti e originali. Gli aborigeni, le loro tradizioni e la loro cultura, la natura aspra e attraente sono alcuni dei temi.

Una immagine significativa, ricca di strati e forze, è quella del ragazzino travestito, con scudo di cartone e mantello della plastica dei sacchi della spazzatura, da Capitan America che ci guarda dall’alto del tetto di un furgone rotto. Forza, coraggio, orgoglio non solo individuale ma umano.

https://www.rencontres-arles.com/en/expositions/view/1597/on-country-photography-from-australia

Joker’s mode: le possibilità di Joker

Con un certo numero di anni in ritardo ho visto la serie di Batman diretta da Nolan. La figura di Joker giganteggia sia per l’interpretazione di Heat Ledger sia per il personaggio in sé. Qui cerco di mettere in ordine alcuni pensieri attivati da questa figura. Una premessa: nessuna analisi neurologica, psicologica, sociologia o morale sulle malattie nervose, sul ritorno del rimosso, sugli effetti nefasti dell’esclusione sociale o sul risentimento di chi è vittima dell’ingiustizia. Vorrei vedere la cosa da un altro punto di vista.

La radice etimologica di Joker è “joke“, che significa in origine “passatempo”, “gioco” e difatti Joker gioca e diletta. I giochi di Joker, tuttavia, sono di tipo particolare perché eventi sorprendenti, spettacolari, che gettano in difficoltà mortali chi li subisce.

Joker, inoltre, è il giullare, il Matto, cui nelle tragedie di Shakespeare è concesso il privilegio di dire la verità ai potenti o a chi è al confine della pazzia. Nel film di Nolan questo privilegio sembra rappresentato nell’ultimo confronto fra Joker e Batman in cui il giullare Joker si rivolge a Batman a testa in giù, parodiando la posizione dei pipistrelli, e mettendosi così al posto di Batman stesso, che smaschera grazie al gioco ironico che inverte le parti. L’ironia che mette in discussione le idee di fondo di chiunque.

Joker in Batman, però, ha la maschera del Pagliaccio con un nucleo abbagliante di dolore apparentemente senza ragione che il sorriso dipinto e le risate né allievano né nascondono e anzi amplificano oltre il limite della sopportabilità. In lui verità e dolore si mescolano nell’imprevedibile modo in cui agisce o parla. E qui arrivo al cuore delle riflessioni relative al modo in cui Joker agisce e alle ragioni per cui è frainteso. Voglio affrontare la cosa dal punto di vista della modalità logica.

Per Joker i propri atti sono come delle leggi naturali necessarie e universali, non minacce revocabili a certe condizioni. Mi spiego meglio. Le alternative poste da Joker presuppongono che ciascuno agisca necessariamente seguendo il proprio calcolo di interesse individuale. Ma per noi, che non siamo ironicamente sotto sopra come Joker, sono possibili, per quanto della terribile possibilità fra vita e morte, speranza e disperazione. Ciò che per noi Joker è necessario – la lotta di tutti contro tutti in nome del proprio interesse personale – per noi è possibile. Ciò che è possibile per Joker è necessario per noi.

Per Joker è necessario che gli uomini agiscano secondo necessità; per gli altri è possibile che agiscano secondo necessità. La modalità della verità per Joker è che il necessario è necessario; per gli altri personaggi è possibile che sia necessario ed è necessario che il necessario sia possibile.

EXPOSED Torino Foto Festival

È iniziato da qualche giorno. L’anno scorso mi ero perso proprio tutto e quest’anno sono subito andato a vedere una prima sezione quella collocata negli Archivi di Stato, cortile Mollino a fianco del Regio.

Ma c’era una luce bellissima che invadeva ogni angolo della città. Anche le ombre erano luminose e l’aria trasparente faceva passare la gioia della luce.

looking at the sky, reflections

Spesso quando ho la macchina fotografica alzo lo sguardo al cielo. Senz’altra ragione che vedere e guardare.

Del resto fotografare significa vedere e guardare e fino a quando non si scatta una fotografia o si inquadra non si guarda bene il visibile. Qualcosa sfugge sempre e per sempre.

Il cielo appare dietro le esili trame delle nostre vite, tracciate con tenacia e una certa ansiosa speranza di precisione: “Quale è la vita che desidero?”

Poi le speranze diventano approssimazioni, ma questo è un altro discorso. Per ora c’è soltanto il cielo che ci uguaglia sotto la sua indifferenza. E gli dei che per punirci soddisfano i nostri desideri.