Il battito del cuore si affievoliva, inesorabilmente. Lo sguardo spaventato cercava uno spazio aperto. Sapeva che stava morendo. Lei guardava. Il fratello stava morendo.
“Però era bello”, disse lui.
“Era immobile.” Disse, facendo attenzione a non toccarlo.
“Il pelo. Bello. Morbido”
“Era tiepido?” Lei mosse la mano nell’aria, come per accarezzare il mantello del gatto. La mano sospesa a mezz’aria e le dita che si muovevano come se suonasse un pianoforte. Scrutò le pupille del fratello: presto sarebbero diventate rosse, invase dal sangue e poi neanche un’ora dopo sarebbe morto. Soffrendo. Anche lei soffriva, ma non allo stesso modo.
Perché aveva accarezzato il gatto? Lo sapeva cosa sarebbe successo. Lui sa che toccarlo era morire, che gli animali sono immuni alla pioggia, che gli esseri umani non lo sono e che non c’è scampo. Perché? Perché la lasciava sola?
Lui ebbe un sussulto. Le vene degli occhi iniziavano a irraggiare sangue bloccando lo sguardo spaventato in una espressione strana. Rossi sulla pelle pallida, quasi trasparente.
“Bello il pelo morbido.” Disse lui. “Morbido”. Le labbra non ancora paralizzate dalla morte sembravano sorridere.
Lei avrebbe voluto dirgli che era arrabbiata con lui e rimproverarlo ma una tenerezza sconosciuta le sciolse i polsi. Non doveva toccarlo perché si sarebbe infettata anche lei. Toccare un malato era un pericolo mortale.
Seduta poco distante lo guardava irrigidirsi e sanguinare. Il gemito non le dava più fastidio.
Solo alla fine, comprese che si poteva scegliere di morire per sentire il cuore palpitante di un animale. Che morire per sentire la vita poteva essere giusto.









