I piccoli atti e la causa di tutto

Vista la discussione dei giorni scorsi, vorrei semplicemente riportare le parole di due grandissimi uomini che hanno vissuto sulla loro pelle cosa significa un mondo dove il diritto e le leggi sono arbitrio dei potenti.

Coloro che pensano che l’uomo si possa fare le proprie regole, che non esista una bussola morale, che il giusto possa essere deciso dai numeri di una elezione, dovrebbero ricordarsi la dura lezione che ci ha insegnato il comunismo nel secolo scorso, dell’immane fallimento che ha causato più morti di qualsiasi altra ideologia nella storia dell’umanità. Anche senza quel nome nefasto ci sono filosofie altrettanto perniciose che ne condividono l’impostazione, giustificano il male, disprezzano la verità.
A questi ricordo che il vero, il bene, la giustizia, il cambiamento, cominciano dalle piccole cose, da noi stessi:

“Anche un atto puramente morale che non ha speranza di alcun effetto politico immediato o visibile può, gradualmente e indirettamente, con il tempo, guadagnare significanza politica.”
Vaclav Havel

Ma che, senza qualcosa di più alto a cui fare riferimento, il disastro è dietro l’angolo:

Se mi venisse chiesto oggi di formulare il più concisamente possibile la causa della rovinosa Rivoluzione che ha divorato circa sessanta milioni di nostri compatrioti, non potrei farlo in modo più accurato che ripetere: gli Uomini hanno dimenticato Dio; ciò è la causa di tutto ciò che è avvenuto.”
Aleksandr Solzhenitsyn

Sono tutte uguali

Per qualcuno le civiltà sono tutte uguali; le religioni, una vale l’altra.

Invito quel qualcuno a trasferirsi a North Sentinel Island, dove gli indigeni ammazzano chiunque cerchi di contattarli, altro che immigranti. O in una di quelle società che rifiutano il cristianesimo, che so, il Nord Corea, l’Afghanistan. Qualche anno fa ce n’erano di più, come l’Albania, la Russia comunista, la Germania nazista, ma non è andata loro molto bene.

Quanto alle religioni, perché non qualche bel rito della vecchia America, con i suoi sacrifici umani? O i musulmani oggigiorno, quando decidono che il Corano va preso alla lettera. Non è che altri scherzino.

Quel qualcuno dell’inizio è un coglione, cullato da duemila anni di cristianesimo ma incapace di riconoscerne i meriti. Ne vorrebbe l’abolizione, o edulcorarlo in ciò che gli piace di più.
Se riuscirà, scoprirà che no, le civiltà e le religioni non sono tutte uguali. Ma non potrà pentirsene, perché quelle altre non ammettono il perdono.

Non si può arrestare Amelia

Internet è in fermento per quello che sembra uno dei più spettacolari fallimenti della propaganda mai visti. Eterogenesi dei fini, ottenere l’effetto opposto di quello desiderato.

Tutto comincia con un videogioco di propaganda politica sponsorizzato dal governo britannico. In esso, un ragazzo/a (nel gioco il pronome usato è “loro”), Charlie, entra in contatto con opinioni politiche aberranti, come quella che l’immigrazione indiscriminata nuoccia ai valori inglesi, o che detti immigranti siano in qualche modo favoriti dalle istituzioni. Gli si insegna che non deve mettere in dubbio ciò che il governo dice e che non deve cercare di informarsi online, fosse anche visionare statistiche, perché rischia l’arresto. Se qualcuno lo contatta suggerendogli idee estremiste di quel tipo deve essere immediatamente denunciato; se per caso poi lui commettesse l’errore di guardare o peggio condividere i contenuti proposti oppure dovesse iniziare a frequentare questi pericolosi terroristi dovrà essere sottoposto a rieducazione. Ah, la cattivona di estrema destra che tenta il protagonista con la ribellione è una bella ragazza goth dai capelli viola di nome Amelia.

Cosa può andare storto?

Beh, per esempio che detta Amelia diventi la protagonista di innumerevoli meme positivi, in cui lei è l’eroina ribelle che combatte il pensiero unico governativo. Ce ne sono di spettacolari. C’è anche una sorta di anime (“L’ultima rosa di Albione”) e uno, stupendo, in cui incontra i più famosi personaggi dei media inglesi, da Harry Potter a Wallace e Gromit.
Naturalmente il governo è entrato in modalità panico. L’orrido videogioco è stato rimosso, almeno per un po’, su molti social Amelia è bandita o vistosamente ignorata. Ma sembra che il ritmo di pubblicazione di filmati e immagini, specie su X, non stia affatto rallentando. Le immagini prodotte dall’AI in questo sono regine.

Sul serio, davvero si aspettavano che i ragazzi dicessero sì, è bello diventare delatori del regime? Che acconsentissero a non essere curiosi, a non indagare su quanto viene loro proposto, a non farsi domande ma accettare supinamente quanto il potere impone, in una riedizione di 1984 o V per Vendetta? Chiunque abbia messo soldi dei contribuenti britannici in questa idea ha la testa evidentemente tanto infarcita di ideologia da non vedere l’ovvia realtà.

Il bello è che Amelia è l’immagine di qualcuno che non esiste. Può dire quello che vuole.
Non può essere arrestata, letteralmente.

oicifircaS

Per capire cosa sia il sacrificio e perché sia necessario, pensiamo al suo contrario.

Che è l’affermazione di sé su tutto; che è la mancanza di carità egoista; che è l’individualismo che rifugge l’unità.

Perdita di connessione

Nell’attuale contesto si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani: il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità.
Papa Leone

Il Papa qui ridice un po’ meglio quello che tentavo di comunicare nel post dell’altro giorno. O le leggi, i diritti, i rapporti umani fanno riferimento a qualcosa di superiore, di più fondante della forza, del vantaggio personale, oppure fatalmente diventano sopraffazione del debole.
La giustizia diventa ingiustizia, la verità è messa a tacere. Basta guardarsi intorno per capire che è così. Di esempi, per chi vuole vedere, ce ne sono a bizzeffe.

Chi nega questa semplice verità, chi nega l’esistenza di questo livello di riferimento più alto, di un bene e di un male che è la sua assenza, non può spiegare perché occorra seguire la sua regola, la sua legge, il suo diritto. Salvo puntarti una pistola alla testa, se può, irriderti, sognare la tua cancellazione.

Una partenza inattesa

E’ notte fonda. Pubblico il post, quindi mi collego a X per l’usuale tweet di rimando. Mi cade l’occhio sul messaggio precedente, ci metto qualche istante a comprendere. E’ morto Scott Adams. L’annuncia lui stesso con un tweet postumo.

Forse a molti questo nome dice poco. Era l’autore della striscia di fumetti “Dilbert“, che ho spesso citato in passato in questo blog. Era corrosivo, cinico, spesso troppo sul pezzo per essere confortevole. Raccontava difetti del mondo aziendale e non solo. Leggevi e non potevi fare a meno di pensare, anche qui da noi è così. Ridevi a denti stretti, fin troppo facile per me identificarsi con il protagonista.

Proprio essere fuori dagli schemi del politicamente corretto gli è costato caro: con la scusa di un commento bollato pretestuosamente come razzista è stato buttato fuori a calci dal mondo editoriale. Le centinaia di testate che pubblicavano Dilbert gli hanno dato disdetta, dimostrando ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, che non ci sono peggiori censori di quelli che sbandierano la libertà. Puoi pensarla come vuoi, basta che pensi come loro. Era scomodo, l’hanno fatto fuori.
Non si è dato per vinto, ha continuato su internet, scrivendo. Qualche tempo fa aveva annunciato di essere malato, ma pochi si aspettavano una fine così rapida.

Adams era uno che amava valutare tutte le possibilità, rovesciando gli schemi abituali con un’attitudine che mi ricordava molto i paradossi di Chesterton. Nel suo messaggio finale lui, che in altri anni professava un ateismo scettico, rivela di avere preso sul serio la scommessa di Pascal. Conviene credere a Cristo, perché se è vero vinci tutto, se è falso non perdi niente.

Molti dei miei amici cristiani mi hanno chiesto di trovare Cristo prima di andare. Non sono un credente, ma devo ammettere che il calcolo del rapporto costi-benefici sembra attraente. Così, vado:
Accetto Gesù Cristo come mio signore e salvatore, e attendo di passare l’eternità con lui.
La parte di me che non crede dovrebbe essere velocemente risolta se mi sveglio in paradiso. Non ho bisogno di altro convincimento di questo. Spero di essere ancora qualificato per entrare.


Pragmatico sino all’osso. Non so Nostro Signore, lassù, cosa ne farà di lui, se la fede tardiva che professa siano solo parole o qualcosa di reale, fosse solo speranza.
Ma sono sicuro che è misericordioso e che, qualche volta, le strisce di Dilbert abbiano fatto ridere anche Lui.

1-“Il CEO di Apple dice che un leader dovrebbe ammettere quando sbaglia”
2-“Questo non funziona per me perché io non sbaglio mai. Il meglio che posso fare è ammettere quando l’altra gente sbaglia”
3-“Questo mi sembra manchi il punto”
“Bene, ammetto umilmente che sbagli”.

1-“Non ho numeri precisi, così questo l’inventato”.
2-“Studi hanno dimostrato che numeri accurati non sono più utili di quelli che inventiamo”.
3-“Quanti studi dimostrano questo?”
“Ottantasette”.

Gli statuti del 1442

Il mio paese, Leinì, si dotò di uno statuto nel 1442.
Ancora medioevo. Ma un cittadino che fosse stato ragazzino in quell’anno avrebbe ricevuto, giunto alla mia età, la notizia che un certo Messer Colombo era giunto nelle Indie navigando verso ovest. Appena mezzo secolo separa i due avvenimenti. Hey, nel 1975 usciva Bohemian Rhapsody dei Queen.

Una meritevole associazione ha ristampato, tradotta, l’originale della raccolta di leggi locali. A sfogliarlo si scopre che i problemi di più di cinque secoli fa non erano poi così diversi dai nostri. C’erano furti, c’erano violenze, c’era chi sporcava l’ambiente, chi truffava su carne o vino. Nella maggior parte dei casi la pena era pecuniaria, salvo per casi come l’omicidio.
Tirare un sasso o un pugno contro qualcuno, si pagava; così come estrarre un’arma. Se c’era ferita sanguinante, salvo il caso del sangue dal naso, la pena raddoppiava; ma se a subire il danno era una prostituta o un magnaccia era ridotta di un terzo.
Le pene per adulterio, incesto o sesso pubblico, volontari o no, erano identiche per maschi e femmine, con buona pace di chi il medioevo lo calunnia ancora. Nell’età dei lumi, fino a tempi recenti, aveva cessato di essere così.

La cosa che mi ha colpito di più, però, è la prima pagina, miniata con notevole arte. Quello che si legge, in latino, è l’inizio del Vangelo di Giovanni. Voi direte, perché? Non ci dovrebbe essere un qualche richiamo al diritto, una dedica al sovrano (a quel tempo il Duca di Savoia), un generico appello alla Giustizia, alla Legge?
Vedete, nel medioevo la gente era cretina. Pensava che tutte le leggi derivassero da un ordine naturale e quell’ordine fosse stato stabilito dal Creatore, il quale era sceso sulla Terra per salvare tutti noi. Non sapeva che le leggi sono fondate invece sulla maggioranza, sul capriccio dei potenti, su un qualche diritto deciso da nonsochì. Che chi giudica dovrebbe farlo con rettitudine e non secondo i suoi interessi, politici o di altro tipo.
Così, mettere Nostro Signore nella prima pagina era un modo per ricordare che la giustizia terrena è sempre imperfetta e il giudice finale sarà qualcun altro.
Ma non siamo più nel 1442. In certi versi, purtroppo.

Ancora qui, in parte

Buon compleanno al blog, ancora una volta. Ventuno anni compiuti.

E’ stato un anno di cambiamento. Per un ventennio ho mantenuto il ritmo di un post ogni giorno feriale. Perdonatemi, lettori abituali, diventava sempre più difficile.
Quando ne hai scritti quasi cinquemila, trovare qualcosa di nuovo da dire è complicato. Più di una volta mi sono reso conto di avere ridetto cose già pubblicate in passato, di cui mi ero dimenticato. Mentre un tempo riuscivo a preparare in anticipo i pezzi, ultimamente era sempre la notte fonda a vedermi alla tastiera. Ogni articolo che leggete mi costa minimo mezz’ora, normalmente una-due ore di lavoro e anche più. So di essermi preso troppi impegni, troppe scadenze da rispettare. Adesso che ho preso a scrivere libri, la scelta è spesso tra il capitolo di un romanzo e il pensiero della giornata. Poi, non so, forse non ho più la freschezza o la voglia di un tempo. I blog ormai sono obsoleti, ma nei nuovi social non mi trovo. Scrivo cose che vorrei rimanessero, mentre lì l’effimero è la parola d’ordine.

Così sono sceso a due, tre post alla settimana invece degli abituali cinque. Sapevo che, crollato il muro, sarebbe stato duro mantenere pure questo ritmo ridotto, ed è così. La testa va altrove. L’ora del sonno si avvicina sempre più a quella della sveglia.

Mi piacerebbe tornare ai livelli di una volta, ma è davvero difficile. L’agenda degli spunti è avara di notazioni e non né ho voglia né tempo di combattere battaglie di retroguardia, il tempo si fa veloce e breve. L’invettiva non mi attira, l’attualità è usurata. Racconti? Li accumulo per una eventuale pubblicazione. Meno male che, almeno un giorno all’anno, posso contare su un post sicuro, questo.
Il blog rimane. Non ho smesso di pensare, di annotare, di scrivere. Abbiate pazienza con questa vecchia penna. Leggetemi, anche se un po’ meno.

Evoluzioni

Non so quanti di voi lettori abbiano visto “2001 Odissea nello spazio”, il film di Kubrik del 1969. Venticinque anni dopo la sua ambientazione non siamo ancora per niente vicini a quel futuro immaginato con troppo anticipo. Non abbiamo stazioni commerciali in orbita o sulla luna, né la tecnologia per andare verso Giove. Ma non è di quel futuro immaginario che vi voglio parlare, piuttosto del passato altrettanto immaginario lì descritto.

Per coloro che non sanno o non si rammentano, ricordo come inizia: “L’alba dell’uomo“, ominidi tremanti nelle loro caverne preda di leopardi e fame, finché un misterioso parallelepipedo nero insegna loro come…
Uccidere.

Per il regista (e l’autore del romanzo da cui è ricavato, Arthur C. Clarke), ciò che permette l’evoluzione da perdenti esseri scimmieschi a uomini, o quasi, è la violenza. La forza. La capacità di usare attrezzi non tanto per costruire quanto per prevaricare gli altri. La sopravvivenza del più adatto a un mondo spietato, insomma, a spese dei deboli.

Ma davvero è questo che rende l’uomo tale? Oggi e non solo, nel mondo, ci dicono di sì. Si esalta il diritto del più forte a prendersi quanto vuole. Notate bene, nessuno sfugge a questa logica, nemmeno quelli che la negano a parole. Che la vittima sia una nazione, un cittadino, un bambino non nato.

Nessuno? Quasi nessuno. Molti di quei pochi fanno parte di quella Chiesa che racconta di un Salvatore non giunto alla testa di armate, non omicida, non stupratore, non ladro. Nato come un povero bambino. Morto come un povero condannato innocente.
Che tuttavia ha cambiato il mondo e la vita a chi lo incontra. Non per tutti, non dappertutto, come vediamo, perché la forza e la violenza ancora dominano. Salvo dove non lo fanno più, un luogo per volta, una persona per volta. Senza illudersi, perché si è liberi di rifiutarlo, di rimanere preda della propria violenza e delle proprie illusioni, scimmie omicide. Ma in cosa crede chi lo rifiuta?

Forse è questa l’evoluzione che ci vuole adesso, quella della pace. Chi rimane che ne parla ancora senza usarla come pretesto per la guerra?

Dentro la storia

Il cristianesimo è un fatto storico e concreto. E’ il metodo che Dio ha scelto per essere con noi, probabilmente l’unico che potesse conservare integralmente la nostra libertà.

E’ la storia di un uomo venuto al mondo in una città insignificante di una regione insignificante della periferia di un impero. Non un ricco, non un potente. Chi ha deciso di seguirlo non l’ha fatto per brama di ricchezze, per smania di potere. Che magari ci può essere anche stata, inizialmente, ma che con certezza da un certo punto in poi non poteva più essere una ragione. Non quando rischi la vita, non quando la vita la lasci per non rinnegarlo.

E’ la storia di un uomo che ha cambiato il mondo. Che ha diviso il tempo in due, prima e dopo di Lui. La sua pretesa era di non essere solo un uomo. Chi non l’accetta, non può spiegare tutto ciò che è accaduto e continua ad accadere. Deve negarlo.

E’ la storia di un uomo che è vivo oggi. Perché è risorto. Perché è presente. La Sua presenza tangibile è il luogo che tanti cercano, la pace che tanti desiderano, il senso che a tanti sfugge. E’ l’eterno dentro la nostra storia. E’ il Natale.

Buon Natale.

Ricerche

Non so se avete provato a cercare su Google immagini del Natale. Paginate e paginate di alberi e babbi biancorossi, su cento risultati ce ne sono solo due con la capanna del presepe – sponsorizzati, vendono clipart.
Cercare “bambino Natale” non migliora la situazione. Frugoletti addobbati da elfi battono il Bambinello cento a uno. Gli auguri sono ormai generici, l’unica cosa che ci si può aspettare, per i più fortunati, è un regalo. Il giro commerciale, quanto si è speso di più o di meno, è la notizia dei telegiornali.

Non è un caso. E’ il tentativo di fare dimenticare la ragione per cui Natale si chiama così. Perché i bambini disturbano; i bambini portano una novità, quindi il solo ruolo a cui vengono ritenuti adatti è quello della foto pucciosa, come cuccioli, come gattini. Per vendere di più. Ormai, anche sentirsi più buoni è fuori moda.

Ma la vita non la si può rischiarare con le luminarie, i babbi natale gonfiabili, con i fuochi artificiali. Il moltiplicarsi delle luci esposte dalle case ha un nonsoché di triste, come il tentativo estremo di dare un senso al buio. Il petardo scoppia, e quello che rimane è solo un’eco che si spegne.

Ma il Natale è un fatto reale. E’ una memoria e nello stesso un avvenimento di oggi, perché quel bambino che è nato è vivo ancora oggi. Non nelle ricerche di Google, non nelle lampadine che pulsano nell’oscurità, ma nella vita di persone che l’hanno incontrato. Ancora oggi, duemila e passa anni dopo quella nascita che sì, proprio quella ricordiamo. Non abbiamo bisogno d’altro.

Con noi

Nei giorni scorsi mi sono riletto alcuni miei vecchi post. Uno, in particolare, che ho scritto più di quindici anni fa, esplora in forma di racconto le ragioni del Natale. Se avete voglia di rileggerlo, qui c’è la prima parte e qui la seconda.

Lo stesso tema lo affronta un articolo che un lettore, Antonio Gandolfo, mi ha mandato, in modo un po’ più filosofico. Non fatevi spaventare dai nomi, il succo è sempre quello: di un Dio che se ne sta sulle nuvole, nei pensieri degli intellettuali o nelle sacrestie ce ne facciamo poco. Il nostro Dio ha scelto di immischiarsi con noi.
Buona lettura.

***

Nel corso dei secoli la figura della Divinità è stata analizzata e dibattuta innumerevoli volte, schematizzando, possiamo dire che alla visione delle religioni rivelate (Dio coinvolto nel mondo), si sono contrapposti il Deismo (Dio come Grande Orologiaio), il Panteismo Spinoziano (Deus sive Natura – Dio ossia la Natura) e il Pessimismo Cosmico, ovvero l’idea che i Numi, qualora esistenti, siano assolutamente indifferenti alle sorti del genere umano, come affermava già l’Epicureismo in Antica Grecia.
Quando si discute del concetto stesso di Divinità, se la prima domanda verte sull’esistenza o meno, la seconda riguarda proprio il rapporto che noi, Homo Sapiens, avremmo con tale Entità.
Il Dio dei Filosofi, per dirla alla Pascal, soddisfa intellettualmente, ma la seconda domanda rimane.
Un elemento comune a Deismo, Panteismo Spinoziano e Pessimismo Cosmico è l’escludere qualunque rapporto che tale Essere potrebbe avere con la nostra specie.

Eppure il quesito rimane: assicurata l’esistenza di Dio, cosa cambia per l’Uomo?
L’Epicureismo infatti non rinnegò gli dei, si limitò a dire che non interferivano nelle faccende umane, rendendoli nei fatti, superflui.
Il Creatore dei tre monoteismi è sempre il Motore Immobile di aristotelica memoria, ma è anche un Essere profondamente coinvolto nei drammi umani, tanto da scandalizzare i seguaci delle filosofie già presentate, che lo vedono, per dirla alla Nietzsche, come “umano, troppo umano”.
Eppure, il punto nevralgico è proprio quello, nel Deismo e Panteismo Spinoziano la Divinità garantisce l’ordine dell’universo, ma non instaurando rapporti con l’Umanità, non suscita l’impatto psichico e il fascino estetico delle religioni rivelate, dove invece il Creatore interferisce, legifera, opera miracoli.
Dicembre è mese di festa perché si commemora la nascita di un Uomo che ha affermato, venendo per questo condannato a morte, di essere Dio, così deciso ad entrare nella storia umana da prendere una decisione irrevocabile: diventare uno di noi, un Homo Sapiens. Stavolta non soltanto la Divinità si è interessata agli uomini, ma è addirittura discesa a vivere in mezzo a loro, da qui l’attribuzione dell’epiteto Emmanuele, “Dio con noi”.
Se il Pessimismo Cosmico non lascia alcuna speranza e il Deismo insieme al Panteismo assicurano l’ordine dell’universo, ma senza interesse alcuno per i suoi abitanti, il Dio Cristiano mostra all’Uomo la Sua vicinanza diventando Presenza discreta ma certa, condividendone le sofferenze e chiamandolo figlio.
Rispondendo al quesito, concludo: l’Uomo non è né solo né orfano, “perché un bambino è nato per noi“.

Il refuso

Riemergo alla realtà. Gli ultimi giorni sono stati alquanto frenetici, come avete potuto vedere anche il blog ne ha sofferto. Nel trambusto di mille impegni sovrapposti ho appena spedito la mia ultima fatica, ovviamente accorgendomi troppo tardi di un refuso minore, ma poco importa. Ormai è andata.

Come sempre, quando si finisce un lavoro, quando ciò che avevi iniziato va avanti indipendentemente da te, c’è un senso di vuoto. In un certo senso, come il parto per una donna. Non farò mai quell’esperienza, mi rendo perfettamente conto di quanto rozzo e irrispettoso sia il mio paragone. Però, non posso fare a meno di domandarmi se sia in una certa maniera questo ciò che si prova.
Adesso c’è qualcosa che è altro da te. Indipendente. Puoi conservarne la responsabilità, ma ciò che accadrà d’ora in poi è al di fuori del tuo controllo. Siamo esseri limitati.

E ripenso invece all’Essere illimitato. Quando ci ha creati, che ha provato? Quando ci ha lasciati andare su questa Terra, quando ci ha visto incespicare e cadere?
Siamo qualcosa d’altro da Lui. Ci ha donato la libertà di scegliere. Avrebbe potuto abbandonarci. Non l’ha fatto.
Ha fatto in modo che persino uno come me Lo potesse incontrare. Per vivere meglio. Per trovare un senso all’esistere. Per correggere il refuso, prima che sia tardi.

Non da mani d’uomo

La cosiddetta intelligenza artificiale diventa ogni giorno più perfezionata. Almeno nel campo dell’illusione.
Ho visto qualche giorno fa una clip dove i protagonisti di Ritorno al futuro si fanno selfie in alcuni famosi momenti storici – con un espansivo Gesù, alla presa della Bastiglia, il primo volo dei fratelli Wright e così via. Abbastanza realistico da essere quasi indistinguibile dal vero a un rapido scrutinio. E di filmati dello stesso genere ce ne sono parecchi.
Ce ne sono di genere fantasy, o fantascientifico, che da soli valgono un libro. La mia mente si mette istantaneamente al lavoro per costruire il mondo dietro a quelle immagini.

E questo ci deve fare ben riflettere. Non è stata l’intelligenza artificiale a creare quelle immagini, così come non sono stati i pennelli di Leonardo a ideare la Gioconda. Quella che chiamiamo intelligenza artificiale in questo caso non è nient’altro che una macro di Paint estremamente sofisticata. Essa non ha coscienza di cosa sta facendo, non è in grado di dare un senso al suo stesso prodotto. Questo perché non ha un senso ultimo, non si domanda chi l’ha fatta, cosa sarà di lei. Non è nel suo programma.

Nel nostro programma invece c’è. Siamo noi che ci stupiamo e godiamo per quelle immagini. Noi che le riconosciamo e ne pensiamo altre. Pensate a questo: si sta cercando di rendere l’illusione indistinguibile dalla realtà.
La realtà è in ogni caso il termine ultimo di paragone. Al di sopra ci può essere solo qualcosa che la trascende e questo, per nostra stessa definizione, non siamo in grado di fabbricarcelo, anche se a volte ci tentiamo, anche se a volte pretendiamo.

La realtà è più grande della nostra intelligenza, anche di quella artificiale. Non siamo creatori dal nulla, ma subcreatori con ciò che ci è stato dato. Ed è bello esserlo: siamo stati creati così.

Poca fede

Mi ha colpito il Vangelo letto a messa qualche giorno fa. Due ciechi si avvicinano a Gesù e gli chiedono di essere guariti. Cristo gli chiede se credono che lui possa fare qualcosa del genere. Alla risposta positiva, lui non li guarisce direttamente. Replica: “Sia fatto a voi secondo la vostra fede“.

Ecco, non è per niente banale. Se questi non fossero stati davvero convinti, non avrebbero ottenuto la guarigione. Magari se ne sarebbero andati imprecando: “Ecco un altro truffatore”.

Se ripenso a tutte le preghiere che innalzo, mi domando se io veramente abbia la fede che possano essere esaudite. Se spesso non siano altro che parole: “prego per te”, come la bandierina di bravo cristiano da alzare ma sotto la quale ci sia lo scetticismo, “Figurati se”.
Eppure proprio io dovrei saperlo bene, che potenza ha la preghiera. L’ho visto, l’ho sperimentato. Ma talvolta è come se rimanesse una incredulità di fondo, una durezza di cuore che riesce a far dimenticare persino il bene provato. Cosa ne sarebbe stato di me, fossi stato uno di quei due ciechi?

Come quando Pietro provò a camminare sull’acqua, e dubitando affondò. Se fallì pure lui, non ci dovremmo disperare dei nostri fallimenti. Allora come ora c’è qualcuno che ci tende la mano e ci solleva, se siamo disposti ad afferrarla.
Bisogna veramente conservarsi un cuore di fanciullo per avere dubbi ma non lasciarsi dominare da essi. Per tenersi una mente aperta, disposta a credere all’impossibile, l’unica chiave per uscire dalla prigione in cui ci rinchiudiamo, ciechi che non sperano in miracoli, sassi che affondano nell’abisso.

Quelle cose all’aroma di qualcosa

Quando ero piccolo c’erano le gomme da cancellare all’aroma di fragola. Fragola per così dire: era un odore dolciastro, vagamente nauseante, che le vere fragole non hanno mai avuto. Nella mia mente ormai è indissolubilmente associato con il loro violento color rosa in un’orgia sinestetica di artificialità.

Il Natale è ormai diventato così. Sulla carta, è la Nascita di Cristo. In pratica, è il festival del panzone rosso, dell’elfo spendaccione, dell’albero fotovoltaico. Vi sfido a trovare nei negozi un biglietto natalizio che mostri il festeggiato e non un’orpello immaginario. E’ in ribasso persino il moralismo degli scorsi decenni, a Natale non si è più buoni, non si cerca più la pace, anche lei è passata di moda perché più non conviene ai manovratori. Credo che si ricominceranno a regalare ai bambini le pistole giocattolo, i carrarmati di quand’ero piccolo io. O forse i droni.

Il Natale all’aroma di Cristo ma senza Cristo; come se quell’avvenimento non avesse più niente da dire alla vita vera. Ma un bambino è diverso dall’idea di un bambino, la pace è diversa dall’odore di pace, e non basta festeggiare il Natale per dirsi cristiani. Come se la pace, la gioia, il bene potessero realizzarsi anche senza di noi, come uno spettacolo al quale assistere, magari anche sbuffando perché ancora non ci sono.
Ma è nella vita quotidiana che si verifica se le fragole sono vere, se è presente quel bambino, se siamo disposti a crederGli.

Parla parla

Ci sono poche cose che fanno perdere fede nell’essere umano come guardare quei talk show serali dove politici, giornalisti e opinionisti danno il peggio di loro stessi. Io la televisione non la guardo, questo un dei motivi. Purtroppo per me, a mia moglie piacciono e, mangiando, spesso mi tocca sorbirli, quelli o i telegiornali i quali, talvolta, danno però anche notizie.
Meno male che ho la pressione bassa. Meno male che non soffro d’ulcera. Meno male che non ho il porto d’armi. Mi è difficile distinguere l’idiozia dalla menzogna, specie di fronte a certi soggetti tanto ideologici che si vantano di esserlo. Dicono di volere la pace ed esaltano la guerra, sembrano del tutto distaccati dalla realtà dei fatti, paiono incapaci di comprendere le conseguenze delle loro idee.
Umanità e intelligenza sembrano morti dentro di loro. Si raccontano l’uno all’altro menzogne fingendo di informarci. Sono attori scadenti che interpretano a nostre spese parti di pessime trame scritte da altri.
La cena è finita, spengo la tivù con sollievo. E mi chiedo quanto male nel mondo, quanti errori di comprensione sarebbero evitati se tutti facessero lo stesso.

Rami nudi

Cosa sarà, che fa morire a vent’anni anche se vivi fino a cento
Dalla-DeGregori, Cosa sarà

Questo periodo dell’anno mi ispira sempre pensieri sul tempo che passa. Sono i giorni in cui l’autunno mostra il suo volto più duro: cadono le ultime foglie, restano i rami nudi.
Mi sento anch’io così: anche se, dentro di me, sono ancora un giovane albero carico di gemme, promesse del futuro, mi rendo conto che la realtà è ben diversa. Non è più il momento dei fiori e dei frutti. Il gelo si avvicina, è qui.
Ma la linfa scorre ancora forte e violenta dentro il mio tronco. Forse più lenta di una volta, o è il mondo intorno che scorre più veloce, non so. Come riuscivo a fare tutto? La lettura si fa rada, la scrittura pure, il sole è appena sorto che già declina. E’ questa stagione, con i giorni sempre più corti, la luce più breve, il gelo che striscia sulle finestre e dentro le ossa. I fiori sono avvizziti e hanno perso i petali; i frutti sono al suolo.
Se non altro il cielo non è più nascosto dal fogliame, è sparita la piacevole ombra dei pomeriggi estivi, quando il freddo sembra impossibile. L’orizzonte si staglia nitido nell’aria limpida e fredda, quasi riesci a toccarlo.
Che impressione. Sembra ieri che pareva così lontano. Dove sono finite le ore? Posso numerarle tutte ma i conti non tornano, come i momenti trascorsi. Non c’è rimpianto, solo stupore.
Si avvicina il momento in cui il sole sembrerà fermarsi, il giorno più breve, il termine dell’anno. Il momento più triste e il momento più gioioso.
Perché poi le giornate si allungheranno, giungerà una primavera sconosciuta.

Il pianeta degli dei

Qualcuno mi ha chiesto come mi sia venuta l’idea del “pianeta degli dèi” che è stato lo scenario in cui ho ambientato i miei primi tre romanzi. Confesso che non ne ho un chiaro ricordo, sono passati più di dieci anni. Suppongo dalla domanda: se tu avessi il potere di un dio, cosa faresti?

Ecco, provate a rispondere voi. Siete dotati di una tecnologia che vi mette a disposizione l’energia di una stella. Siete persino in grado di creare pianeti, volendo. Come l’usereste?

Qualcuno può pensare a scenari egoistici. Fare-quello-che-si-vuole. Una libertà non limitata, entro certi limiti, dalla materia o da altri. Il piacere, sotto qualsiasi forma uno lo pensi.
Altri potrebbero dire: la pace nel mondo. La fine della povertà e della fame. Giustizia per tutti, il trionfo della legge sul male.

Che è esattamente quello che hanno fatto gli dèi dei miei romanzi. Alcuni, o forse tutti, si sono dedicati ai piaceri, solo per scoprire la noia nella loro ripetitività anno dopo anno, millennio dopo millennio. Quando qualcosa non ti soddisfa più, cosa fai? Alzi l’asticella. Se niente ti è proibito, cosa farai di ciò che lo è agli uomini normali?
E la pace, oh sì. Ma se qualcuno vuole fare la guerra, che ne fai di lui? Se i tuoi protetti vogliono il tuo potere, non vogliono essere limitati da te, come ti comporterai con loro? E se ci fossero altre pretese divinità che hanno idee differenti dalle tue?

In fin dei conti non sei un dio ma solo un essere umano al quale è stato dato un potere immenso.
E gli esseri umani, al di là di tutte le loro eventuali buone intenzioni, sono cattivi.

Nella mia finzione, due guerre hanno sconvolto il pianeta; la prima, tra coloro che avevano questo potere e i loro beneficiari ed eredi, che volevano sottrarglielo; la seconda, tra il più forte dei vincitori e tutti gli altri. Il risultato è lo status quo che descrivo: i potenti che si fingono dei e tengono un popolo di persone senza potere in una protetta ignoranza. Non desideri ciò che non sai neanche di poter ottenere.

Ecco, i miei libri, soprattutto i primi due, sono una meditazione su questo. Che può tornare utile anche a noi, nel nostro piccolo, quando ci pensiamo dei.

Conoscenza e azione

Pensate di spiegare i colori ad un cieco, la musica a una persona nata sorda. Come fare comprendere? La nostra conoscenza si basa sempre su una esperienza.

La frase “Cristo, nuovo principio di conoscenza e di azione” la conosco da quarant’anni e passa. Si trova in un libro di preghiere che mi ha accompagnato per tutta la mia vita adulta. Ma non è che l’avessi capita. O meglio: come spesso accade, si possono conoscere a memoria certe parole senza averle assimilate fino in fondo. Senza avere percepito fino in fondo il loro significato; pronunciandole così, senza averle meditate, non soffermandosi su di esse.

Il loro significato è questo: partendo da Cristo, ogni cosa si trasforma. Il vivere quotidiano si trasforma. Il modo con cui stai con le persone si trasforma. La realtà stessa si trasforma, diventa improvvisamente più coerente, comprensibile. Il puzzle si ricompone, le domande trovano risposta. Una bellezza che non credevi possibile, un senso che ignoravi, una gioia sconosciuta, come un limpido mattino.

Se ne avete fatto esperienza, lo sapete. Se non lo sapete, sarete certamente scettici, non ci credete. Perché come fare a spiegare a un cieco i colori, a un sordo i suoni? Ma voi avete un vantaggio.
Venite e vedete, venite e ascoltate.

I due estremi

Tra il suicida, che compie l’estrema affermazione di sé negandosi la vita, e il santo, che dona la vita affermando un Altro, passa tutta l’esperienza umana.

Bello e buono

L’uomo ha sempre creato bellezza partendo dal bello di ieri. L’artigiano apprendeva dal maestro, crescendo, insegnando poi a sua volta. Gli apprendisti erano il materiale grezzo da rifinire per la generazione successiva.
Poi, qualcosa è cambiato. Si è cominciato ad imparare non più dai migliori, ma dai libri. Le scuole portano a tutti un sapere che un tempo era di pochi. Il risvolto è la mediocrità, il genio diluito e appiattito.

Oggi, oggi, neanche più quello. Si rifiutano i maestri, si insegna che occorre abbatterli. Una volta abbattuti, chi insegnerà domani? Si è data via la sapienza in cambio dell’informazione. Di quest’ultima, ve n’è così tanta che diventa difficile distinguere quella vera da quella falsa. Ma che problema c’è? Basta dichiarare che il vero non esiste, risolto. Dalla menzogna, però, non nasce niente di buono.

Il passato non è solo un termine per indicare ciò che è trascorso, il tempo prima di noi. Designa anche il tesoro di esperienza dei nostri predecessori, vite intere spese a migliorare ciò che altre vite avevano reso già migliore. Anni, secoli, millenni di pensiero. Ritenersi più grandi di tutti loro è narcisistica follia.

Ciò che un tempo costava fatica per imparare, si pretende di averlo senza faticare. Ma, senza la fatica, il nuovo bello non nasce. Nella migliore delle ipotesi, ciò che si ottiene sono solo copie della bellezza del passato, simulacri che ne smarriscono il senso. Se poi quel passato lo si rifiuta, ciò che rimane è solo un brutto velleitario. La lezione dimenticata o, peggio, mai appresa.

Cosa siano la bellezza e il senso rimane scritto nel cuore dell’uomo. Anche se è cancellato, annegato in un presente debordante, quel passato può ancora essere ritrovato. Riscoperto. Reimparato. Perché chi ne assaggia un po’, non riesce più a trovare gusto nel vuoto presente. E da esso il nuovo, kalos kai agathos, può rinascere.

Perdente

Uno dei miei commentatori, in una sua replica, mi ha dato del perdente. Normalmente i complimenti del genere mi scivolano, ma la domanda me la sono posta comunque. Sono un perdente?

Intanto, non ho mai ragionato in questi termini. E’ un tipo di mentalità lontanissima dalla mia. Equivale a dire che la vita è una guerra, o un gioco, dove si vince o si viene sconfitti. Ma io con la vita non ho mai giocato.
Non mi sento affatto perdente. Per citare Giovannotti, m’hanno regalato un sogno e non c’è niente che ho bisogno. Vivo una vita piena, così piena che tendono a cedere le cuciture. Se proprio devo dire qualcosa che desidererei, è più tempo, ma quello ne potrò avere abbastanza solo nell’eternità. Ho la consapevolezza, piena, certa, che qualcuno ama il mio destino e mi ha donato tutto ciò che non ho mai meritato, che nessuno può meritare.

Ecco, fossi anche uno a cui è andato tutto storto, basterebbe questo a mettermi in pace e farmi buttare nel cesso tutto questo discorso di vittorie e di sconfitte. Siamo salvati malgrado noi e tutti i nostri fallimenti, siamo amati nonostante il nostro essere cattivi. Allora noi pure dobbiamo amare il nostro destino, in modo da poter amare anche quello degli altri. Senza questo sì che si è perdenti, perché se ci limitiamo a questa terra chi vince in ogni caso non siamo noi, ma è il nulla e la morte. Si può perdere tutto quello che si credeva di avere nello spazio di un secondo. Lo si perderà in ogni caso, guardate i vincenti di ieri.
Non facciamoci fermare dai bilanci della vita, quegli inventari fatti sempre senza amore.
Siamo salvati; è questa la vittoria, è questa la gioia.

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