Giovanna Ralli

Omaggio a Federico Fellini Capranica (Viterbo). Il regista riminese scelse Capranica per ambientare alcune scene del film Luci del varietà 1950 © Maria Teresa Antolin

Il suo primo ruolo di un certo peso è nel film di Zampa Anni facili nel 1953. Eppure la giovane stella, nata a Roma il 2 gennaio 1935, aveva già preso parte a due film: La maestrina di Bianchi, nel 1942, e I bambini ci guardano di De Sica. Aveva sette anni allorché Bianchi ingaggiò una classe intera della scuola di Sant’Alessio: la classe, appunto, di Giovanna. In quanto a De Sica, scelse la piccola Ralli per metterla accanto a Luciano De Ambrosiis, il bambino che fu mirabile interprete di un classico del cinema italiano.

Dieci anni dopo, nel film Villa Borghese, regista Franciolini, l’attore De Sica ebbe al suo fianco Giovanna Ralli. Si trattava questa volta di una prorompente bellezza, una ragazza dal sangue bollente, e alla quale dedicava la sua spietata, anche se fortunata, corte di bellimbusto alla ricerca di avventure piccanti. Quello che De Sica non si rammentava è ciò che rimase impresso nella mente di Giovanna. Per tre giorni ella recitò ne I bambini ci guardano, per la somma non indifferente (allora) di 150 lire. Il quarto giorno, perché la madre le cambiò il vestito, Giovanna fu tolta dalla scena con suo grande dolore. Poi Giovanna ricorda le recite dalle «suore»: ella era sempre l’ultima ad allontanarsi dal palcoscenico quando, alla fine dello spettacolo, gli spettatori applaudivano generosamente. Doveva intervenire una suora per tirarla fuori, ormai sola, da quelle ovazioni che già solleticavano la sua vanità.

Dovevano passare diversi anni perché Giovanna riascoltasse quel suono confortante degli applausi. Nel 1949 Peppino De Filippo la scrittura nella sua compagnia per le recite di Piccolo caffè: era già, seppure appena quattordicenne, una ragazza florida e piacente, ogni sera cambiava i piccoli ruoli, fioraia o cocotte, o viceversa, secondo le circostanze. Una sera, comunque, Alberto Lattuada, con il suo occhio pratico, la individuò e la volle con sé nel film che stava preparando: Luci del varietà. Giovanna apparve in quel film in puntino, era una delle ballerine che formavano il piccolo corpo di ballo di quella compagnia scalcagnata di guitti, le cui vicende il regista seppe illuminare di colorita umanità. Così, l’altra sera, quando ci siamo rivisti, abbiamo ricordato con nostalgia, Giovanna e il sottoscritto, che era aiuto regista, quel tempo così felice del nostro cinema, le fatiche delle riprese, il pianto di lei che si presentò in puntino sul «set», mai vergogna fu più grande di quella che patì quel giorno lontano ma non dimenticato.

Da quei ricordì un po’ patetici, Giovanna ha facilmente riportato il discorso ad oggi. alle difficoltà in cui ci dibattiamo.

Così ci espone le sue idee che sono abbastanza ardite, non certo scontate. Ella è infatti del parere che per concorrere con il cinema americano non si devono realizzare film a basso costo, sul tipo, ad esempio, di Poveri ma belli, ma è invece necessario girare film ricchi, ben calibrati, pensati a lungo, con riprese pazienti e laboriose. «Solo con prodotti industriali che possano stare alla pari con quelli che ci giungono da Hollywood — ci dice Giovanna — sì può riconquistare il nostro pubblico, si possono creare opere degne. Se i produttori, che sono il vero male del nostro cinema, non capiranno questo, dovremo tutti chiudere bottega».

Giovanna ha la lingua sciolta, da buona romana l’eloquio non le fa difetto, per questo si è tanto infervorata nel suo discorso. Giovanna è una di quelle attrici, questo è certo, che fa il suo mestiere con passione e con partecipazione cosciente: sa quello che vuole e sa come raggiungerlo. Non si creda perciò che le sue parole ci siano sembrate, nella sua bocca, presuntuose o affrettate. Attrice del tempo di crisi, e, per questo, preoccupata del suo avvenire. A ventitré anni si ha, ben diritto di pensare seriamente alla propria carriera!

Semplice e schietta, dunque; una ragazza giovane, ma già matura. Tutt’altra cosa, potremmo aggiungere, di quella che può trasparire dal personaggio fondamentale che, fino ad oggi, ha portato sullo schermo. Cioè di quelle vivaci figurette, tutte intessute di calore popolaresco e di un linguaggio attinto dal vernacolo anche un po’ sboccato se occorre, tuttavia rese veritiere e attendibili per quel tocco moderno che ne precisa i contorni, e ne rende valida l’origine tipicamente romana, piccolo borghese. Da Anni facili, infatti, e attraverso gli altri film che seguirono, come La famiglia Passaguai e Papà diventa mamma di Aldo Fabrizi, Villa Borghese, Prima di sera di Tellini, Le ragazze di San Frediano (ancora un ruolo di ballerinetta di quartiere), I tre ladri di Lionello De Felice, Le signorine dello 04 di Franciolini, fino a La pelliccia di visone, di Pellegrini, a Tempo di villeggiatura, a Peccato di castità, Giovanna Ralli ha, di questo personaggio, offerto più e più versioni, fino a scavarlo nelle più riposte pieghe psicologiche, a seconda, si capisce, delle possibilità che le venivano offerte dai copioni.

Così, a questo punto, il discorso su Giovanna Ralli assume un particolare indirizzo. Lei stessa dunque, e ci tiene a ribadircelo, punta molto sul rinnovamento totale, coraggioso del proprio ruolo, anche se non ripudia, ovviamente, il suo passato. E il film sul pugilato, d’imminente inizio, sarà il primo passo e importantissimo.

(tratto da un’intervista di Massimo Mida, Pesaro, Agosto 1958)

Lea Massari

Sutri (Viterbo)
Sutri (Viterbo) © Maria Teresa Antolin

“Avevo quindici anni e mi dicevano già che avevo il volto di un’attrice. Io non li prendevo sul serio, perché mi sembrava stupido che un mestiere dipendesse dal volto che uno ha. E poi, avevo altro per la mente. Uscivo da un collegio di suore dove mi ero sufficientemente allenata alla ribellione. Inseguivo sogni ambiziosi: scenografia, per esempio; oppure, se nel cinema era destino che finissi, il mio posto sarebbe stato dietro la macchina da presa, non davanti”.

Non vuole fare la fine di Rina De Liguoro, una diva del muto, sua lontana zia; scriveva Eugenio Ferdinando Palmieri: “Vibra nella memoria il seno di Rina De Liguoro”. Già vecchia, si caricava degli anelli falsi che aveva portato in scena, difendeva il languore delle “divine” ma appena ritrovava qualche soldo, correva a riempirsi di bomboloni alla crema; quaranta in una volta. Spiegava alla ragazzina Anna Maria, in arte Lea qualche anno dopo, afflitta dalla insicurezza dell’adolescenza, che il petto di una donna deve essere contenuto in una coppa di champagne, o nella mano di un gentiluomo. Aveva abbandonato il pianoforte per il mondo dorato e abbagliante del cinema, dove divenne una grande diva, ma poi si ridusse a vivere di ricordi assurdi, come una mitomane, fuori dalla realtà e della vita.

“Ma tutto ciò non contava un accidente dal momento che amavo un ragazzo — Dio, quanto lo amavo — e lo avrei sposato… Lui morì alla vigilia del matrimonio: un incidente d’auto. E allora fu il caos. Mi rimisi a studiare, ma senza convinzione; cercai di distrarmi, persi tempo e non conclusi nulla. Un amico di famiglia, l’architetto Piero Gherardi, mi propose di lavorare come costumista in un film che si stava girando negli stabilimenti De Paolis. D’accordo, vada per i costumi, dico io. Ma alla De Paolis conosco il regista Mario Monicelli che decide su due piedi: “Questa è Agnese!” Vuole assolutamente che faccia il provino della protagonista di Proibito. Vada anche per il provino. Me ne infischio talmente della macchina da presa che supero l’esame: splendida attrice, gridano gli altri; inguaribile incosciente, penso io. Ruolo di protagonista nel film di Monicelli, contratto di cinque anni. Beh, davvero immeritati. Un debutto importante che non augurerei a nessuno, perché troppo facile. L’impatto con l’ambiente del cinema fu brutale: un’assoluta mancanza di rapporti umani, l’approssimazione, la superficialità, i pettegolezzi. Io vivo di sensazioni; se avverto un elemento negativo sul lavoro, mi paralizzo. Che cosa vuol dire? Vuol dire che non sono un’attrice, vuol dire che sono soltanto un’attrice occasionale”.

“Ho sempre pensato che i rapporti umani sono alla base di un’esistenza civile. Anche se non conosco i miei vicini di casa , io ho bisogno della gente, devo vivere in mezzo alle persone, e parlare, e discutere, anche litigare. Se manca questo, manca tutto. Furono tre mesi d’inferno che mi convinsero a rinunciare alla carriera.”

“Si può dire che la mia professione, se ne ho costruito una, è fatta di silenzi. Di qui la fama di asocialità e di superbia. Un lungo anno di inattività e poi l’incontro con Renato Castellani per il film I sogni nel cassetto, che mi riconquistò al cinema. Che gioia lavorare con un uomo come Castellani, che ti sa capire e ti aiuta a superare le zone d’ombra del tuo carattere.”

“Anche dopo I sogni nel cassetto non mi voleva nessuno; ossia, mi avrebbero voluto per proposte di lavoro inaccettabili. Forse era colpa mia: mi accusavano di fare la preziosa perché pretendevo di scegliere i personaggi a me più congeniali. Inevitabile l’ostracismo o, se vuole, la mia fuga, il mio silenzio. In seguito, venni scelta io da Michelangelo Antonioni per L’avventura. E per quanto Antonioni sia un uomo adorabile e spiritoso, ripiombai nell’incubo del lavoro alienante: ecco, con L’avventura entrai perfettamente nello spirito di Antonioni. Ma che spiacevole condizione… Perché insistere con il mestiere, me lo sono chiesta diverse volte. Non ho studiato recitazione, non ho fatto molti film, credo di essere l’attrice più povera d’Italia (e me ne vanto): quel poco che posso mettere a disposizione di un regista è l’istinto, l’immaginazione. Altro non ho, ma c’è chi sostiene che sono doni inestimabili per un’attrice di temperamento. Boooh, non lo so. So soltanto che se mi offrono una parte interessante, l’accetto con entusiasmo; ma se mi propongono i film di capa e spada o i giallacci con il coltello piantato sulla schiena, come accede dopo L’avventura, io mi rifiuto, miseria delle miserie! Si rivolgano a qualcun’altra.”

“Nel 1960 Arnoldo Foà mi propone di debuttare in teatro con Due sull’altalena di Gibson, una commedia imperniata esclusivamente sulla coppia dei protagonisti, lui ed io. Ti rendi conto che non ho mai recitato sul palcoscenico, matto che non sei altro? gli dico; ma trepido per l’emozione. In meno di tre mesi Foà m’insegna tutto, dall’a alla zeta. Lavoriamo anche venti ore al giorno e, per la prima volta, non ho il tempo di accorgermi dei miei complessi.”

“Amo la mia libertà, non voglio sentirmi condizionata da un lavoro che ritengo abbastanza fasullo e sacrificare per esso la mia vera natura, che ha bisogno di aria, di musica, di viaggi, di lunghe pesche sulle coste della Sardegna. Ho centomila altri interessi. Adoro gli animali. Non rinuncio alle serate con gli amici, trascorse in silenzio ad ascoltare le musiche sudamericane.”

“Non c’è spazio nella mia vita per le ambizioni sbagliate, e neppure per le ambizioni in se stesse. Io non posso credere nello spiritismo, nell’astrologia, nella magia. Io ho bisogno di realtà. Non posso accettare la falsità, la malafede, lo squallore, la superficialità del mondo del cinema. Non posso fare un film per le pellicce o il danaro. Io posso dire di essere stata una ragazza onesta. Non sono mai andata con un uomo che non stimassi.”

“Se in Francia ho avuto più successo che in Italia è perché in Francia non ti giudicano come in Italia. Qui se leggi Proust sei un’idiota, se leggi Topolino sei un’idiota. Gli italiani stanno lì per giudicarti, con un cinismo da quattro soldi. Gli italiani sono animali di gruppo. Presi uno per uno, almeno per il cinquanta per cento, si salvano, ma insieme sono terrificanti. Un italiano solo non si azzarda a fare le cose che fa quando sta con gli altri. Se sono in dieci sfottono il mondo intero, anche la persona più pregevole, ma messi da soli di fronte a questa persona diventano una nullità.”

“Ci sono in Italia almeno otto registi con i quali vorrei lavorare, ma sono dei clan chiusi, inaccessibili. Quello italiano è un cinema a conduzione familiare, o basato sul nepotismo.”

“Io non voglio vivere nell’equivoco. Io non ho mai alterato la mia età. Ho le rughe e le mostro. Io voglio che la vecchiaia arrivi in maniera allegra. Ho visto mia madre invecchiare serenamente e così voglio invecchiare anch’io.”

Sutri (Viterbo)
Sutri (Viterbo) © Maria Teresa Antolin

Anna Maria Massatani, in arte Lea Massari, nata a Roma 30 giugno 1933, è venuta a mancare il 23 giugno 2025. Dopo il funerale in forma strettamente privata nella Concattedrale di Santa Maria Assunta di Sutri (Viterbo) è stata poi sepolta nella cappella di famiglia nel cimitero comunale.

Dichiarazioni di Lea Massari tratte dalle interviste di Carla Stampa, Enzo Biagi. Costanzo Costantini, anni 1971-1975.

Parigi 1962: emergenza casa

 

Quanti metri quadrati avete a disposizione per cinque persone?
— Credo che sono 18 metri quadrati. Più o meno, devono essere proprio 18 metri.
Come vi siete organizzati per poterci vivere in cinque, in 18 metri?
— Beh, dunque, mio padre mi ha diviso la stanza in due, e così i bambini stanno gli uni sugli altri, ci sono 25 centimetri tra un letto e l’altro… Sposto i letti per farne uno, i miei figli sono a posto e possono dormire bene. Noi ci corichiamo in cucina, ecco, la sera, non c’è molto spazio. Prima stavo da mia nonna, tutti in una stanza. Allora il sindaco, vista la situazione, mi ha detto: “io voglio farvi sistemare, restate qui per adesso mentre aspettate”, ma non si è ancora ottenuto niente.
Dopo questo fatto che non trovate casa, suo marito si è interessato di politica?
— Oh, no, per niente!
Non pensate che in questo modo ci sarebbero dei miglioramenti?
— Ma sapete, ecco, non facciamo politica né l’uno né l’altra. Questo no! Perché alle volte, verrebbero fuori delle discussioni, in famiglia… Non ci mancherebbe altro che questo!
Ma il vostro problema dell’alloggio non è legato anche questo alla politica?
— Ah, no, perché io non m’interesso. Io vi dico che i miei bambini sono puliti, non domando niente, non ho mai domandato aiuto, mai niente. Le assistenti sono venute sempre da me dicendo: “sì, è proprio pulito. È bello, avete sistemato questo posto proprio bene. Se domanderanno delle referenze su di voi, potete essere sicura che non daremo cattive referenze”, eppure non va avanti lo stesso.
Come vi spiegate che pure con buone referenze da più di nove anni non avete trovato niente di meglio?
— Beh, dicono che ci sono dei casi più sfortunati del mio. L’assistente sociale m’ha detto di mettere dei chiodi sul soffitto, che lei aveva un’amica che aveva fatto in questo modo. Ma io ho un soffitto che non regge, non ci stanno, e il bambino mi cadrebbe in testa.
Due chiodi sul soffitto per attaccarci cosa…
— Un’amaca, sì, una specie d’amaca. Beh, io non ce li metto di sicuro nel soffitto. Anche lei si renderà conto, dover appendere lassù in questo modo mio figlio…
Rischiate una disgrazia.
— E poi, dico io, è troppo piccolo, non è possibile. Siamo già in cinque in una stanza, non possiamo viverci in sei… Io non capisco, ci sono tanti alloggi e c’è gente che non ce l’ha, qui ci sono sotto delle raccomandazioni, non ci sono errori, ci sono raccomandazioni. Se fossi io al governo, allora sì. Se fossi al governo, datemi retta, cambierei un po’ queste cose, io.
Che cosa farebbe?
— Prima di tutto rispedirei tutti gli stranieri ai loro paesi e così, dopo, ci sarebbe posto per i francesi.
Tutti gli stranieri, li rispedirebbe ai loro paesi?
— Eh, certo, li rispedirei a casa loro. C’è posto dalle loro parti, ci sono nati. Che restino a casa loro. Voi non siete d’accordo? Io sono perfettamente d’accordo con quest’idea qui. guardate, andate nei nuovi fabbricati — mio fratello fa il lattoniere — e me lo dice, ti giuro che per i tre quarti sono degli Italiani, degli Spagnoli, dei come si chiamano…, degli Algerini, e poi adesso stanno arrivando i pied-noirs, pensate voi! Riservano il dieci per cento degli alloggi per i pied-noirs, no? Dobbiamo ancora aspettare che arrivano degli altri? Ah, no, vado di nuovo a rue Turbigo, al Servizio Alloggi, e domani corro a rue Cardinal-Lemoine. Ormai, l’ultima soluzione è di andare non so dove. Beh, non mi separerò dai miei figli, io li ho fatti, io ci devo badare. Mi devono dare un alloggio, altrimenti… Perché, sa, vi propongono anche dei trucchi. Non avete alloggio, allora prima vi mettiamo in collegio i figli, e poi…

(da Le joli mai, film documentario di Chris Marker e Pierre Lhomme 1963)