Perché


Piccola premessa: questa è la poesia con cui tutto è cominciato.
Avevo 14 anni, e non sapevo ancora che stavo iniziando qualcosa che mi avrebbe accompagnato per sempre.
La metto qui, in home page, come punto d’origine e promessa a me stesso.

perchè

Perché nel mondo ci sono ingiustizie e guerre?

Perché non siamo tutti fratelli e sorelle?

Perché quando i neri morivano facevano festa?

Perché agli ebrei veniva tagliata la testa?

Perché il mondo non è tutto uguale?

Perché non gira per tutti in senso normale?

Perché alcune morti hanno più senso di altre?

Perché il cielo non si dirada è c’è solo una coltre?

Perché esistono i soldati bambino?

Perché non possono avere i genitori vicino?

Perché anche se c’è il sole vedono pioggia?

Perché spesso su di loro la guerra poggia?

Perché esistono droga e inquinamento?

Perché la terra e a metà tra agonia e tormento?

Perché si nasce piangendo e si muore ridendo?

Perché spesso i buoni propositi vengono persi nel vento?

Perché le parole di Dio vengono travisate e sfruttate da chi è potente?

Perché se Dio esiste resta fermo come un deficiente?

E già perché…

Un momento che vale la pena ricordare


Non scrivo spesso per parlare dei miei libri.
Preferisco che parlino da soli.

Ma ogni tanto è giusto fermarsi un attimo.
Momenti che diventano Parole sta trovando lettori,
e per qualche giorno è stato primo in tre categorie.

Non è un traguardo.
È un passaggio.

Le classifiche passano.
Le parole, quando arrivano a qualcuno, restano.

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Momenti che diventano parole… ora è disponibile in Kindle


Ci sono libri che nascono per essere spiegati.
E altri che nascono per essere sentiti.

Momenti che diventano parole… è una raccolta che attraversa il tempo,
le attese, le crepe, i passaggi silenziosi che spesso non sappiamo nominare.
Parole che non vogliono insegnare,
ma restare.

È un libro fatto di istanti:
alcuni leggeri, altri più pesanti,
tutti veri.

Non segue una trama,
segue un respiro.

Da oggi Momenti che diventano parole… è disponibile in versione Kindle,
per chi ama portare con sé le parole
e lasciarle tornare quando servono.

Momenti che diventano parole… di Giovanni Todini – disponibile su Amazon Kindle

Compromesso


Ok,
ho rifatto tutte le scale in discesa.

È freddo e umido qui.
In fondo è una cantina,
molto interrata.

In fondo questa umidità
darebbe corpo a un ottimo vino.

Ma io sono astemio.

E sono qui
per essere sceso a compromessi.

Compromesso.

Questa via di mezzo
tra due punti di vista
che accontenta e scontenta tutti,
sommando scontentezza
un po’ alla volta.

Finché non siamo pieni di buio.
Finché non è tutto
compromesso.

Compromesso,
questa volta,
come termine.

Termine
nel senso di parola.

E nel senso di fine.

Come qualcosa
da cui non si torna su.

Forse le bottiglie di vino di prima
possono ancora servire:
per brindare
o come oggetti contundenti.

Dipende
da quale compromesso
viene dopo.

Sintetico…


Questa etichetta non mi convince.
Non si capisce
Sembra una via di mezzo
tra geroglifici e ideogrammi.

Ci sono gradi messi a caso
e una parola inquietante:
sintetico.

Qui significa artificiale.
Altrove vuol dire di poche parole.
A volte persino finto.

Non so per quale senso la usi di più.
So solo che è un inganno della mente:
una coincidenza della lingua,
una forzatura che sembra naturale.

La nostra lingua è capricciosa,
“la più difficile del mondo”.
Forse è vero:
Dante e gli altri erano dei geni.

Neanche il più bravo trapper
riuscirebbe a tenere insieme
certe ambiguità.

Eppure sono passati secoli.
Avremmo dovuto migliorarla,
non peggiorarla.

Non usare la stessa parola
per due significati quasi opposti.

A volte mi sento truffato.
Da pigrizie antiche,
da copia e incolla fatti male.

Da persone
che sono state
troppo sintetiche.

Graziae…


Sembra sempre facile

Sembra

Come muovere le membra

Scavare con cura in un vocabolario mentale,
un foglio alla volta..

Mi volto

Volgo lo sguardo verso di te

E vedo che hai la mia stessa tela in mano

Su cui incidi un’opera di un solo colore

Nero

In fondo anche la scrittura è un disegno

E tu sei una magnifica musa

Magari spostati un po’, così vedo troppa tela

Il cavalletto è ingombrante

Lo so che stai facendo lo stesso verso di me

Ma fammi prima finire

Per una volta voglio curare anche l’estetica

E scrivere in modo chiaro e caldo

Poi… nessuna parola nell’universo ti descrive appieno

“Magnifica” non basta

Dentro e fuori

Come un fiume che si incunea sotto terra

e dà vita sia all’esterno

che all’interno del mondo

Io resto qui in piedi

Mezzo storto e mezzo no

Cerco di portare a casa l’opera

Magari non d’arte ma almeno di parte

È anche vero che con te, la penna va da sola

Io la devo solamente reggere

O leggere

In fondo basta il tuo viso

Per scrivere l’opera più bella del mondo

Anzi una sola parola:

il tuo nome Graziae…

Taglio fantasma…


Guardo l’interno delle palpebre
Tanto per
La vita è in pausa pubblicitaria

E l’on demand dei ricordi mi basta

Seleziono, da bravo telespettatore,
Qualcosa che mi faccia male e bene
Non necessariamente in quest’ordine

A volte scelgo ricordi con un “brutto fine”

Solo per ricordarmi di non tornarci

Per non ripetere cazzate come quelle

Ma tanto è più forte di me

E di noi

L’illusione dell’inizio

È sempre la stessa

Il film all’inizio

Sembra il più bello del mondo

Ma poi un taglio al budget

Rende tutto fumoso

Contorto

Ci sono tagli nel film

Fatti con l’accetta

In fondo il protagonista è quello che è

Non sono mai stato un grande attore

Cambio ricordo

Rivedo uno dei due/tre in cui ho vinto

Ma sono vittorie passate, lontane

Poi c’è una terza videoteca

Quasi infinita

Fatta di tutte le volte in cui ho pareggiato

E capisco alla fine

Che è tutto un film di compromessi
E io non so più dove ho tagliato io …

Sincronizzazioni errate


C’è chi ha tempo
per cercare,
per sbagliare,
per ripartire.

E c’è chi ha solo spazio
dentro,
ma nessuno fuori.

Io, a volte,
ho spazio fuori
e muri dentro.
Blocchi che non si vedono,
ma tengono fermi lo stesso.

Non è una colpa
avere alternative.
Non è una colpa
non averne.
Non è una colpa
fermarsi da soli
mentre il mondo sembra aperto.

La differenza
non chiede risarcimenti,
solo rispetto.

A volte
la forma più onesta di vicinanza
è non avvicinarsi troppo.

Lasciare l’altro
intero.
E lasciare sé stessi
inermi,
ma sinceri.

Non salvati.
Non sottratti.
Solo riconosciuti.

Guida…


Spengo tutto:
cuore, corpo e mente.

Chiudo gli occhi
e anche il gas,
che non si sa mai.

Voglio fare un reset del tempo,
ascoltare.

Lascio aperta solo l’anima,
così può ancora connettersi a te
quando tutto il resto è spento.

Ora che il rumore è finito
e ogni cosa è finalmente al suo posto,
grazie a te.

Il tuo nome
mi precede.

Arriva sempre un passo prima di me
e io lo seguo
senza più fare domande.

Sono diventato una tabula rasa.
Sono pronto a essere un tuo seguace:
“dimmi cosa devo fare
e io lo farò”.

Sperando solo
che tu mi chieda
di entrare nella tua vita,
e in ogni tuo sogno.

Ora del decesso: ignota


Le tue emozioni mi hanno aperto
come un corpo sul tavolo sbagliato.

Non c’era anestesia,
solo mani che sapevano dove strappare.

Ora mi osservano dall’alto,
con i guanti puliti,
e annotano il danno
come fosse una causa naturale.

La mia anima è uscita a forza,
ancora calda,
lasciata ovunque:
sui muri,
sul pavimento,
nell’aria che non riesco più a respirare.

Le lacrime non cadono,
filtrano,
mescolate alla delusione
che già sa di marcio.

Le emozioni, come le viscere,
non dovrebbero essere esposte.

Sembra una scena di Romero.

Ma il vero orrore
è che sto ancora respirando.

Quello che tiene…


Uso tutto il mio corpo,
ogni nervo, muscolo, osso, tendine,
per arrivare in cima a questo momento
e poter guardare
quello che porta il tuo nome.

Quella Luna immensa,
grande quasi quanto il nostro pianeta,
come una sorella più piccola
eppure indispensabile.

Non è luce.
Ma non è questo che resta.

Ci sono cose che non servono a brillare,
ma a tenere fermo il mondo
mentre tutto il resto corre.

Qualcuno rallenta il mare
senza farsi vedere,
dà un ritmo alle notti
e permette alla vita
di non scivolare via.

Non se ne accorge quasi nessuno,
di chi fa questo lavoro silenzioso.
Eppure, senza,
saremmo solo acqua che non impara,
stagioni senza memoria.

Non so quando ho iniziato a capirlo.
Forse quando ho smesso di cercare luce
e ho iniziato a cercare equilibrio.

Ci sono nomi
che non spiegano,
ma tengono.

Zucchero nero


Questo peso che non vuole cambiare.
Il mondo è sempre più obeso.

Assaggiamo tonnellate
di sangue e di fame
ma non siamo mai sazi.

Forse ci vorrebbe
uno zucchero amaro,
raffinato male
fino a diventare nero.

Qualcosa
che cambi il sapore del latte
e anche il suo colore,

abbastanza
da farci fermare un secondo.

Almeno
finché non riusciamo più a berlo.

Musa scrittrice…


Il mio passo è deciso e saldo

Questo sentiero montano non mi spaventa assolutamente

Anche se ci sono ponti tibetani e burroni

Perché posso vedere te

Che mi dici dove mettere i piedi

Posso leggere le infinite emozioni che scrivi

Potrei dormire sotto la copertina del tuo libro

Messa come una tenda canadese

Perché in quel libro ci sei tu

I tuoi sogni passati e futuri

Che parlano della tua magnifica anima

E poi posso anche leggerti mentre vado in cima

Mentre ogni passo mi rende diverso

Mentre affronto ogni pericolo sorridendo

Mentre arrivo in cima

Poggio a terra il libro e sei al mio fianco

In tutto il tuo magnifico essere

In modo che possa contemplarti e usarti come musa

Per farti stare dall’altra parte del foglio

Perché adesso tocca a me

Finire le pagine del tuo libro…

Elastici


Quando ci sei
non so dove mettermi.

Non perché fai male,
ma perché tiri
nel punto sbagliato,
nel momento sbagliato,
nel modo preciso
in cui non so difendermi.

Quando non ci sei
mi manchi.

E non è nostalgia,
è tensione residua,
è la pelle che ricorda
di essere stata tirata
verso qualcosa
che non c’è più.

Siamo elastici.
Non fatti per stare fermi,
non fatti per spezzarci.

Solo per tendere,
allontanarci,
tornare indietro
senza mai tornare uguali.

Quando sei vicino
stringo.
Quando ti allontani
resto teso.

E in mezzo
c’è questo spazio strano
che chiamiamo equilibrio
ma che in realtà
è solo paura
di lasciar andare
o di tirare troppo.

Abiti…


 

L’ho scritto in un altro tempo.
Rileggendolo oggi mi accorgo che mi veste ancora.
Alcuni abiti servono per mostrarsi, altri per proteggersi.
Questo, per me, resta necessario.

 

Abiti…

L’abito non fa il monaco
ma è un bell’abito
la pelle che abito.

Sarà il carnevale
ma mi sento trasformare
ogni giorno
in un personaggio diverso.

Forse alla fine
l’unico comune denominatore
sono io.

Le sfaccettature sono molte
ma sono come un abito
da cambiare ogni giorno.

Ma dentro…
…ci sono solo io.

Chi altri potrebbe sopportare
questo “peso leggero”
di questi abiti?

Non basta nemmeno il mio sorriso riflesso
in specchi fatti d’acqua
in mari fatti di specchio.

Questo cuore
fragile e riflettente:
se entra luce
restituirà luce,
se entra odio
mostrerà la sua fragilità
o indosserà l’abito giusto
per difendersi dal mondo,
coprirsi dal freddo.

Non serve coprire gli specchi,
non serve scaldare
ciò che non è scaldabile.

Servono quegli occhi profondi,
quegli specchi
in cui si riflette il mio cuore.

Non mi devo coprire,
né nascondere.

Posso regalarti la mia anima nuda,
senza fronzoli,
senza carnevale,
ma vestito
solo di te.

Il punto in cui si resta


Stavo fuggendo
e non so da cosa.
Forse da me,
forse da una stanza che continuava a chiamarmi casa.

Qualcuno mi ha preso per il polso.
Non con forza.
Con quella decisione gentile
che hanno solo i sogni quando non vogliono svegliarti.

La mano era fredda, poi calda.
Maschile, poi no.
Aveva dita lunghe, poi corte,
poi non aveva più dita
ma un’idea di presa
che bastava.

Mi sono voltato
e il volto non era lo stesso ogni volta che lo guardavo.
Cambiava sesso, età, pelle,
come se stesse provando a somigliarmi
senza riuscirci del tutto.

«Non correre così»,
ha detto senza muovere la bocca.
La voce mi arrivava dal polso,
dal punto esatto in cui il sangue decide se tornare indietro
o andare avanti.

Ho provato a liberarmi.
Non per paura.
Per abitudine.
Si fugge anche quando non serve.

La presa non si è chiusa di più.
È diventata più vera.

Allora ho capito:
non mi stava fermando.
Stava restando.

E io, che so solo andarmene,
non ho saputo fare altro
che svegliarmi
con il braccio ancora teso
e la sensazione precisa
di essere stato trattenuto
nel punto giusto.

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Una coincidenza che non spiega niente


Nel 2019 avevo 41 anni.
L’ho scoperto solo ora: anche Valerio Tomassini Deustua aveva 41 anni quando è morto.

Era un poeta.

Ha scritto un libro di poesie che si chiama Fuoco nero.

Non lo conoscevo.
Non avevo mai sentito il suo nome.
Non avevo mai letto una sua poesia.
Non c’è continuità, non c’è influenza, non c’è alcuna linea che unisca i testi.
Solo una coincidenza, nuda e basta.

Stessa età.
Stesso titolo.
Stessa città.

Le parole, però, non appartengono a nessuno.
Sono immagini antiche, archetipi che tornano, a volte nello stesso punto, a volte no.
Le vite invece sono un’altra cosa. Quelle non si sovrappongono.

Valerio era un poeta vero, uno di quelli che scrivono per restare a galla, che camminano ai margini, che portano la poesia addosso anche quando il mondo smette di guardarti.
È morto in solitudine, e questo dice molto più di qualsiasi analisi letteraria.

Io sono ancora qui.
Scrivo per restare dentro, non fuori.
Scrivo per non peggiorare, per non farmi mangiare dal silenzio.
È una differenza enorme, e va detta, senza pudore e senza retorica.

Se avessi saputo prima della sua esistenza, avrei voluto conoscerlo.
Non per somigliargli.
Non per condividere un titolo.
Per ascoltarlo.

La coincidenza non spiega nulla.
Ma obbliga a fermarsi un momento.
E a ricordare che le parole possono incontrarsi, anche quando le persone no.

Natale come viene


Natale come viene

È Natale anche quest’anno
con le luci che sembrano dirci
“dai, resisti ancora un po’”
e la solita playlist
che parte da sola
senza chiedere permesso.

C’è chi è felice davvero
chi fa finta benissimo
chi ha ancora un messaggio in bozza
che non manderà mai
e chi brinda lo stesso
perché in fondo si va avanti così.

C’è un tavolo apparecchiato
anche se manca qualcuno
e una sedia vuota
che fa più rumore di tutte le altre
ma nessuno lo dice
per educazione o per paura.

Natale è questo
un equilibrio precario
tra quello che siamo stati
e quello che speriamo di diventare
tra un “andrà meglio”
e un “intanto siamo qui”.

Se stasera ti senti fuori posto
sappi che va bene così
che non serve essere perfetti
né vincenti
né sistemati
per meritarsi un augurio sincero.

Ti auguro un Natale come viene
senza promesse troppo grandi
ma con almeno una risata vera
una canzone cantata male
e la sensazione, anche breve,
di non essere solo.

Buon Natale.
Davvero.

Freccia sbagliata…


Le dita trattengono, con la voce sospesa,
come se ascoltassero qualcosa
e non volessero coprirlo con nessun suono.

La mano supporta e corregge,
cercando precisione.
Il polso si allinea come un mirino.
Il gomito si piega dei gradi esattamente necessari.
La spalla, anche se non sembra,
sa esattamente quanta forza dare.

Forse avevano ragione a dire
che un timido è un arco che si tende.

La catena cinetica muscolare
potrebbe essere l’ultima che devo portare,

perché la freccia scoccata dalla mia timidezza
mi fa finalmente liberare.

La tensione di quella corda
fatta di giorni uguali,
di parole non dette,
di silenzi assordanti,
è finalmente esplosa.

Ma nessuno ti spiega
cosa succede
quando al posto della freccia
lasci andare un archetto.

Un archetto
che mi è sfuggito
usando una corda come propulsione.

Ed è da qui che si capisce il mio errore.

Magari una freccia
avrebbe almeno colpito nel segno.
Un archetto è storto,
non sa dove andare.

Non sono capace nemmeno a esplodere.

Non posso nemmeno più suonare.
O, in ogni caso, devo farlo in modo diverso.
Magari meno nervoso.

Forse è meglio cambiare strumento.
Magari qualcosa
che non sia a corda.

O forse magari ricordare….

Che l’unico strumento da usare…

Quello vero…

Quello unico…

Sono io…

per essere reale…

Notti senza te…


Una poesia che somiglia a un ritorno mancato.


Ci pensavo in una delle notti senza te.
È con questi occhi
che non posso più vederti,
anche se il corpo ti ha vissuto
e la mente ti ha ripescato mille volte,
scavato, rivangato, custodito male e troppo.

E forse il problema è che sono disordinato.
E quando sei disordinato fuori,
lo sei anche dentro.
Così finisco per mettere persone, ricordi, emozioni
su piedistalli che non hanno chiesto,
e poi non so più come farle scendere.

Eppure
i miei occhi
non riescono più a percepirti.
Sei lontano.
Lontano.
Lontanissimo.

In fondo, questi occhi hanno già visto abbastanza.
E a volte penso che sarebbe quasi un sollievo chiuderli,
lasciarli in panchina,
magari usarli come palline di un calcio balilla:
almeno servirebbero a qualcosa,
visto che senza te
non trovano più un’immagine che valga la pena tenere.

Perché ogni gesto senza te si storta.
L’aria ha un sapore diverso,
il cibo nutre al contrario,
come se fosse destinato
a qualcuno che non sono più io.

Non so nemmeno per chi sto scrivendo queste parole.
Forse per tutti.
Forse per nessuno.
Forse per quella parte di me
che non ha ancora deciso se restare
o smettere di provarci.

E se sto scrivendo per me,
allora spero di ritrovarmi presto.
Di tornare in me davvero.
E di incontrare qualcuno
nei cui occhi
possa vedere una cosa che non ho mai riconosciuto fino in fondo:
il mio sorriso.