41 ANNI FA…

41 Anni fa veniva trovato il corpo  di Pier Paolo Pasolini..  41 Anni fa nella notte che precedeva questo maledetto giorno un uomo chiedeva aiuto, ricevendo in cambio bastonate. E’ stato  inseguito, massacrato, investito e lasciato lì, solo, come un sacco della spazzatura buttato a terra e morso dai cani.. Eh si, è così che hanno definito il suo corpo visto da lontano.
Quando poi si sono avvicinati hanno trovato il volto lacerato di un uomo che amava talmente tanto la vita da non riuscire a viverla senza esprimersi. Quegli occhi malinconici affamati di vita non parlavano più, erano finiti, vuoti, dentro c’era il nulla. Quelle mani, che tanta verità hanno scritto erano immobili, non un solo movimento  si intravedeva, solo un corpo, stanco e insanguinato.  Qualche bastonata e un’auto sono servite per spezzare quella voce delicata che fuoriusciva senza paura.
41 Anni sono passati e una così crudele e sporca morte non ha spezzato Pasolini …Ogni pezzo del suo corpo è contenuto nei sui libri, nelle poesie, nei film e nel cuore di chi leggendolo ha condiviso i suoi stessi pensieri, le sue impressioni e la sua lotta contro il più grande, il più alto, il più sporco dentro. Perché Pasolini amava e difendeva l’uomo sporco di terra, di fame e fatica e in vita è riuscito a raccontare di questi uomini scagliandosi contro l’uomo sporco dentro. Pasolini non era il frocio bastardo, Pasolini era un uomo comune con un’anima talmente tanto grande da spaventare chi non ne possedeva!8061474-kyyc-u10601862525345ygg-700x394lastampa-it

I due mondi

Non siamo in grado di immaginare un mondo senza guerre, allora immaginiamo due bambini che vivono in due mondi paralleli. Loro non possono incontrarsi perché sono diversi, uno è ricco l’altro è povero, un po’ come la realtà. Si confrontano e non si odiano, sognano insieme un futuro diverso e credono di poterlo cambiare. Parlano, e facendolo iniziano a creare inconsciamente il mondo che sognano.

-“Che cos’è quello che hai in mano?”
-“E’ un cellulare, me lo hanno regalato i miei genitori per il mio compleanno. E tu, che cosa stringi tra le mani?”
-“Io? Un pupazzo”
-“Un pupazzo? Ma quanti anni hai?”
-“Ieri ne ho compiuti undici. Tu invece?”
-“Anche io ne ho undici. E non pensi di essere ormai grande per giocare con i pupazzi?”
-“Ma io non ci gioco, lo tengo con me, è il mio migliore amico, è la mia mamma e il mio papà!”
-“La tua mamma e il tuo papà? A te manca qualche rotella amico. Come fa un pupazzo ad essere tutto questo!”
-“La mia mamma e il mio papà sono morti, e questo pupazzo è l’unico ricordo che ho della mia casa”
-“Mi dispiace per i tuoi genitori, deve essere brutto vivere soli. E hai dovuto cambiare casa?”
-“No, la mia casa non esiste più, le bombe l’hanno distrutta l’altra notte, io mi sono salvato per miracolo”
-“Le bombe? Ma da voi c’è la guerra? ”
-“Si, credo di si!”
-“E tu dove vivi ora? Chi ti accompagna a scuola?”
-“Vivo con mio zio,  aiutiamo i volontari ogni giorno. A scuola non ci sono mai andato, ma hanno bombardato anche quella, dovevi vedere, corpi ovunque, gente che gridava e piangeva.”
-“Che strano, noi del mondo di sotto non viviamo così, potresti venire a vivere con me.”
-“No, non posso, non conosci le regole? Noi del mondo di sopra non possiamo vivere insieme a voi. “
-“Le regole?E perché?”
-“Perché siamo poveri, e la nostra presenza nel vostro mondo non farebbe altro che rendere meno poveri noi e meno ricchi voi, e questo voi del mondo di sotto non volete che accada. Per questo in ognuno di noi deve conoscere il regolamento, per non creare disordine.”
-“A noi non ha mai parlato nessuno di questo regolamento! Non credi sia ingiusto? Non sarebbe meglio dividere la nostra ricchezza con voi? Aiutarvi a combattere questa guerra! Ma chi ha scritto questo regolamento?”
-“Eh sarebbe stato molto bello, purtroppo i grandi decidono tutto, e hanno deciso questo per noi.”
-“Hai ragione, i grandi decidono tutto. Ma diventeremo grandi anche noi, e le cose cambieranno. ”
-“Ah, caro amico, io spero di riuscire a diventare grande, qui niente è certo. Se questo dovesse accadere le cambieremo insieme, lo giuro. Adesso devo andare, si sta facendo buio e ho paura. Grazie per aver illuminato la mia buia giornata, ti porterò sempre nel cuore, tu non sei come i grandi del mondo di sotto.”
-“Ti prometto che quando saremo grandi le cose cambieranno,  e le cambieremo insieme, vedrai che i due mondi non esisteranno più, ci sarà un unico mondo fatto di uomini diversi che vivono allo stesso modo. Te lo prometto! Ciao caro amico, a presto”

La violenza non avrà mai un lieto fine

Quando, all’asilo, la maestra raccontava la storia di cappuccetto rosso io fissavo la finestra, terrorizzata. L’idea che il lupo sarebbe arrivato anche in quella stanza era viva nella mia mente, non sapevo quando, come o perché, ma ne ero convinta. Poi iniziavo a guardarmi intorno e vedevo tutti i miei compagni sereni, nessuno pensava al lupo, si leggeva nelle loro facce la serenità data dall’arrivo del cacciatore. Io, in verità, non mi fidavo di lui. Neanche una parola scritta in quel libro riusciva a darmi sicurezza. Avevo paura, e niente e nessuno poteva cancellare le scene ideate dalla mia mente.

Oggi il ricordo di questa paura cresce smisuratamente, perché la vedo concretizzarsi. Vedo delle donne diventare dei mostridavanti a dei bambini. Vedo quel lupo che strappa a morsi la tranquillità, la serenità di un bambino. Vedo una stanza, simile a quella dove ero seduta io, che si trasforma in una prigione, o meglio in una stanza delle torture. Torture fisiche ma soprattuttopsicologiche. Vedo quel lupo che infligge punizioni disumane a chi non è ancora in grado di capire cosa lo circonda. Ma non vedo il cacciatore. Lo dicevo io che non c’era da fidarsi nemmeno di lui!

La stanza diventa ogni giorno più stretta e buia, la libertà che caratterizza ogni bambino si trasforma in paura, paura di essere liberi, paura di ridere e giocare. C’è chi è rinchiuso in uno stanzino, legato ad una sdraio con delle cinghie, al buio per ore. Chi viene trascinato per i capelli, chi viene imboccato a forza infilando il cibo fino in gola. Poi ancora schiaffi in testa, grida e ordini. Vedo quel lupo uscire ogni giorno con la pancia sempre più piena, e allo stesso tempo, dietro l’ombra cupa, vedo sempre meno i sorrisi dei bambini.

State aspettando anche voi l’arrivo del cacciatore vero?!

Il cacciatore arriva, per fortuna,  grazie a chi possiede ancora un briciolo di umanità, grazie a chi non chiude gli occhi davanti a queste violenze. Bene, dopo l’arrivo del cacciatore che non ammazza il lupo, ma lo rinchiude in una prigione simile a quella costruita dallo stesso. I bambini tornano liberi, liberi di andare a scuola, correre, giocare, rider… No! Non è così che si conclude la storia. Perché non è una fiaba, è la realtà, e si sa, la realtà è spaventosa. Questa realtà  è caratterizzata sì da bambini liberi di poter frequentare una scuola serenamente, ma allo stesso tempo è contraddistinta da bambini che balzano dal letto in piena notte perché sognano i giorni passati, da bambini che faranno fatica a fidarsi di altri, da bambini violenti, da bambini traumatizzati che porteranno sulle spalle il peso delle violenze subite. Per questo io non vedo un lieto fine in questa terribile storia, vedo solo orribili conseguenze che non verranno mai cancellate eliminando temporaneamente il problema. La violenza genera altra violenza e a rimetterci sono sempre gli innocenti, di qualsiasi razza età o sesso. L’unico modo per evitare ciò è lottare, ogni giorno , per combattere completamente ogni forma di violenza, con qualsiasi mezzo, anche con il più semplice: La parola!

Ho giurato di non stare mai in silenzio, in qualunque luogo e in qualunque situazione in cui degli esseri umani siano costretti a subire sofferenze e umiliazioni. Dobbiamo sempre schierarci.
La neutralità favorisce l’oppressore, mai la vittima.
Il silenzio aiuta il carnefice, mai il torturato.
(Èlie Wiesel)

Non sono una prostituta, sono una ragazza come voi! 

L’unica colpa che ho è quella di essere venuta al mondo. In una terra che non ha spazio per quelle come me, per il mio popolo. Che cosa avrò mai fatto di male per meritarmi questo! Ho 17 anni, vorrei vivere come voi, che passando mi guardate con sufficienza, vorrei realizzare i miei sogni, camminare per strada come voi, con i libri in mano e gli occhi pieni di vita. E invece mi trovo qua, sul ciglio di questa strada, a dover vendere il mio corpo per ripagare i debiti del mio viaggio. Spedita come un pacco postale, da sola, in cerca di un lavoro. Ogni speranza, di un futuro migliore per me è ormai svanita. Mi ero illusa, sì, di trovare una realtà diversa da quella in cui vivevo, forse chiedo troppo. Non c’è posto per quelle come me in questo mondo.

Mentre ero su quella barca, assieme alla puzza e ai pianti di ragazze disperate di vita, guardavo il mare riflettere i miei sogni. Sogni spezzati dalla realtà che mi ammazza ogni giorno. Non ho mai avuto paura di morire, avevo paura di questo, avevo paura di trovare il vuoto. E ho trovato il vuoto intorno a me, sono diventata una schiava sottomessa da questa lurida realtà, ingiusta per il mio popolo, per me e per gli innocenti che muoiono ogni giorno. Mi chiedo, a volte, se questa sia una pena da pagare, come quella inflitta ai miei genitori per aver difeso il popolo e per aver amato la libertà. Ripenso a quando camminavo per le strade della mia città, la gente moriva ogni giorno. Adesso, vedo morire me, lentamente.

Quando rientro nella mia misera stanza, però, apro il cassetto e stringo tra le mani l’unico ricordo che ho di mia madre: una poesia. Una poesia che mi leggeva ogni sera con le lacrime agli occhi:

” Vivere è bello, quando si è liberi,

tutti, uomini e donne, non tu e io soltanto,

liberi di dire la nostra,

di vagabondare per mari e terre,

liberi di bere e mangiare, di lavorare e giocare,

liberi di sceglierci il cammino”
La poesia continua, ma il foglio è strappato, l’altra metà mia madre l’ha lasciata a mio fratello, che è rimasto nella mia città e lotta ogni giorno per la libertà. Ecco, quando leggo queste righe sento crescere dentro di me quella forza che mi permette di andare avanti, riemerge la speranza di poter studiare e aiutare le persone in difficoltà, i malati e la mia gente. Quando leggo queste righe sento le mani rovinate di mia madre abbracciarmi e i baci di mio padre sfiorarmi il viso. La mia forza è una poesia, la mia speranza è racchiusa in essa. Per questo quando passate accanto a me non guardatemi con insufficienza, non sono una prostituta, sono una ragazza come voi, con l’amore per la libertà e la sfortuna di non essere nata in un paese libero!

Papà, perché continui a portarmi da quel mostro?

Dimmi papà, perché continui a portarmi in quell’ospedale? Non lo vedi che ho paura?

Certo ogni bambino, forse anche qualche adulto prova una certa angoscia nell’andare in un ospedale. Ma la mia non è angoscia papà, la mia è paura vera e propria. Non te ne sei mai accorto? Pensi che i miei siano stati dei semplici capricci da bambina? Ti sbagliavi,  la mia era una semplice richiesta. Quando entravo in quella stanza tu non c’eri, mi lasciavi sola con quel mostrotravestito da dottore, che iniziava a fare domande strane, a toccare dove non c’era bisogno, e io cosa potevo fare? Ogni voltasperavo nel tuo arrivo. Ogni volta pregavo affinché qualcuno si accorgesse di quello che stava accadendo dentro quella stanza. Ho provato a raccontarlo ma voi non mi avete presa sul serio, come avevi risposto tu? “Ma smettila, è un medico, fa il suo lavoro” . E io, papà, mi sono anche convinta che lui stesse facendo il proprio lavoro, ho cercato, ogni volta, di pensare che fossesemplicemente il suo lavoro, che le mani le metteva perché forse era lì che si trovava il problema.  Quando mi chiedeva dirimanere nel lettino io ho cercato di pensare che me lo stesse chiedendo per degli accertamenti. Però, papà, per quanto abbia voluto crederti, e convincermi, quell’uomo mi guardava con quegli occhi spaventosi, io non li capivo, e non mi opponevo, rimanevo ferma, forse attendevo il tuo arrivo, e non vedendoti arrivare mi rassegnavo. Ho pensato, molte volte, di essere io quella sbagliata, quella che vedeva un medico come un mostro, quella che metteva in dubbio la professionalità di una persona. Mi avevi rassicurato anche tu. Ma ogni volta era peggio, non potevo essere io quella sbagliata, ero una bambina, non erano i miei pensieri quelli sbagliati. Poi, per fortuna, l’incubo finì non appena ci trasferimmo. Il mostro svanì, realmente. Nei miei pensieri non esisteva più, nella mia realtà neanche, ero tornata la bambina felice di sempre. Una cosa, però, non svanì: la rabbia nei tuoi confronti. Non mi avevi creduta, non avevi mai aperto quella porta per salvarmi, mai. Ma non ti dissi più nulla, parlarti di questo avrebbe fatto riapparire il mostro nei miei pensieri. E io non volevo.

Adesso papà, sono passati 9 anni, e ti scrivo perché questa mattina ho letto sul giornale di un arresto. Non un arresto qualsiasi. Hanno arrestato il mostro, per abusi su minori. Ecco adesso so come si chiamano, non sono pensieri brutti, sono fatti reali, hanno un nome e delle conseguenze, conseguenze che per fortuna io non ho dovuto affrontare. Sono, però, felice perché esistono genitori che credono nei propri figli e che hanno il coraggio di denunciare queste violenze, perché sono violenze. Ti scrivo, papà, per dirti che io sarò sempre pronta ad aprire quella porta, per i miei figli, e per tutti i bambini che subiscono queste violenze. Io combatterò sempre, per abbattere questi mostri maledetti, combatterò perché non si può spegnere la luce che racchiude il sorriso di un bambino.

Oggi sono felice, papà perché la mia luce è tornata a splendere!

Se non riesci ad uscire dal tunnel… cosa fai?

“Se non riesci ad uscire dal tunnel… arredalo”

Una frase conosciuta, che tutti ti consigliano, una di quelle frasi che spopolano sui social.  Ma sarà realmente capita? Arredare il proprio tunnel sarebbe una probabile soluzione o meglio la soluzione? Riflettendo su questa frase, possiamo provare ad immaginare questo tunnel proiettando delle immagini nella nostra mente. Cosa ne uscirebbe fuori? Una donna/uomo  che passa le sue giornate seduta su una sedia piccola e scomoda a fissare i muri stretti e bui del tunnel. Un giorno di punto in bianco decide di seguire questa frase. Si alza e inizia ad attaccare carte da parati colorate in ogni muro, butta la sedia e la rimpiazza con un bel divano rosso, e ci aggiunge anche un tavolo, verde. A lavoro finito si siede sul divano ed è soddisfatta, un sorriso emerge da quel viso spento e cupo, adesso si allunga sul divano e lo trova comodo, molto più comodo di quella sedia… Sospendiamo l’immagine creata dalla nostra mente e continuiamo a fare quello che stavamo facendo.

Dopo qualche giorno decidiamo di tornare dalla nostra donna, così, per vedere come se la passa, e la troviamo seduta sul quel divano ormai sbiadito e strappato, la carta da parati è annerita ed è tutta strappata, lei fissa il pavimento rotto. Noi rimaniamo fermi a fissarla .. forse arredare non è servito a niente. Allora la donna si alza, e disperata inizia a strappare completamente la carta da parati, poi si ferma e pensa:” Questa carta è annerita come la mia anima, il divano è sbiadito come i miei capelli. Io ho cercato di rendere il tunnel colorato per poterci vivere meglio, ma il mio dolore mia ha resa cieca, io non devo mica viverci qui dentro, ci sono entrata per caso e ora che ci penso da quando sono qui non ho mai fatto un passo, non ho neanche cercato una vita d’uscita, ero rassegnata all’idea che questo tunnel fosse infinito e che io ormai sarei stata parte di esso.”  Così noi ci facciamo da parte e lasciamo che la donna esca dal suo tunnel. Arredare il tunnel è la soluzione?  Io cambierei completamente la frase: ” Se non riesci  ad uscire dal tunnel guarda dentro te stessa  e troverai la via d’uscita”tunnel-vision.jpg

Corri..

Corri con aria spensierata, per quelle strade a te nuove,

appari felice agli occhi di chi non sa guardare.

Hai dieci anni e le mani nere di terra,

ma corri,

corri spensierato perché lungo il tragitto non sei costretto a calpestare corpi maciullati,

corri spensierato perché non senti più le grida disperate della gente.

Ti fermi a guardare i bambini come te, che corrono dietro un pallone

Vorresti essere come loro, ma ti senti fortunato lo stesso perché sei vivo.

Tu non conosci vizi né pregiudizi

conosci l’inferno, la miseria e la disumanità.

Corri per le vie di quella campagna che non ti è nuova

E vedi volti spenti come quella terra,

con loro trovi anche quello di tuo padre, che ti aspetta.

Ti guarda con aria dispiaciuta,

in silenzio ti fermi e ti aggreghi alla fatica.

Non sei triste, hai la speranza, che ti fa sorridere.

Quando il sole incomincia a calare ti incammini verso casa.

Tua madre ti aspetta con le lacrime agli occhi

Il suo piatto è vuoto, il tuo ha un po’ di minestra scaldata,

tu sei felice uguale,

quando ti stendi sul tuo letto senti i cani che abbaiano e sorridendo ti addormenti.

Il giorno dopo, negli stessi campi vedi arrivare la polizia,

non sai cosa vogliono, cerchi di capirlo guardando le facce dei visi spenti

poi ti giri verso tuo padre, e lo vedi piangere.

Non capisci e ti avvicini.

Nella tua mente tornano i ricordi della disperazione.

Si, le grida e pianti sono proprio quelli.

Quando torni a casa senti tu padre parlare con tua madre, e capisci…

La speranza non vale più averla

Il sorriso neppure

Hai dieci anni le mani nere e non hai i documenti

Qui non ci puoi più stare

A chi importa quello che c’è dall’altra parte?

Loro non lo sanno.

E adesso

Adesso che ti hanno tolto tutto quanto

Adesso che non potrai più correre per quelle strade spensierato

Che cosa farai?

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Mi chiamo Marco e voglio diventare l’uomo arancione

Mi chiamo Marco, ho dieci anni e fino a ieri vivevo con la mia mamma nella nostra nuova casa. Adoravo questa casa perché aveva un odore diverso, un profumo di vita e amore, e la adoravo perché c’era spazio solo per noi due. Nella casa dove vivevo prima c’era anche papà, ricordo l’odore di quella casa, non era profumata, puzzava di muffa e odio, e io non volevo più sentire quella puzza, e non volevo neanche che mio padre la portasse in questa casa. Era lui che la faceva puzzare così, era sempre nervoso, non mi parlava quasi mai , se non per tirarmi uno schiaffo e ripetermi quanto fossi inutile. Lo stesso faceva con mia mamma. Io ero piccolo ma capivo quello che stava succedendo, vedevo piangere mia madre ogni giorno e mi sentivo sicuro solo quando andavo ad abbracciarla, allo stesso tempo però mi arrabbiavo, perché volevo essere io a rassicurare lei. Ogni sera, nella mia stanza, prendevo a pugni il cuscino, volevo crescere, volevo diventare grande per cacciare papà e la sua puzza da quella casa. Quando lui non c’era ero felice, la mamma inventava tanti giochi e mi aiutava a fare i compiti, e io la guardavo mentre sorrideva, non lo faceva mai, ma quelle poche volte che il so viso si illuminava la casa tornava a profumare. Al rumore delle chiavi nella serratura tornava tutto come prima, l’ombra puzzolente entrava dalla porta e il viso di mia madre si spegneva, io abbassavo la testa e andavo in camera. Non lo guardavo mai, un po’ per paura, un po’ per odio. Sentivo i suoi passi fermarsi davanti alla porta della mia stanza e i tre giri che faceva con la chiave. Mettevo il cuscino sopra la testa per non sentire le grida e piangendo mi chiedevo il perché di tutto quel male.

Una sera, mi svegliai di soprassalto per via delle grida troppo forti e sofferenti, più del solito, poi di colpo il silenzio. Dopo qualche minuto suonarono alla porta, e la voce di mio padre divenne bassa e tranquilla, io mi avvicinai alla porta della camera per origliare e capii che era successo qualcosa alla mia mamma, allora iniziai a prendere a calci la porta e a gridare, fino a che non venne ad aprire un uomo, vestito di arancione, e io mi tranquillizzai, non era l’ombra puzzolente, erano venuti a salvarci. Poi vidi mia mamma stesa su una barella, le andai vicino piangendo, lei mi strinse la mano e mi sorrise, poi la portarono via e io rimasi con l’uomo arancione. Ero sicuro che non saremo mai più tornati in quella casa. Passammo diversi giorni in ospedale, io feci amicizia con molti bambini, e mia mamma conobbe donne come lei, con il suo stesso problema: aver sposato la persona sbagliata.

Decidemmo insieme di andare a vivere in una nuova casa, lontana dalla nostra, e iniziare una nuova vita con i nostri nuovi amici. Entrammo, così, nella nuova casa, era un appartamento e sotto di noi viveva un bambino che avevo conosciuto in ospedale: Francesco. Andavo ogni giorno a giocare con lui, tornavo a casa e vedevo mia mamma serena, che con un sorriso mi abbracciava. Avevo fatto togliere la porta dalla mia stanza e dormivo con la testa sopra al cuscino. Era tornata la luce nelle nostre vite. Ma come raccontavano le favole che mamma mi leggeva da piccolo, le cose belle non durano mai tanto. La nostra felicità durò fino a ieri: mamma mi stava aiutando a fare i compiti, come ogni giorno, ad un certo punto il telefono inizia a squillare, era l’ombra puzzolente, che gridava, io sentivo ogni sua parola, e vidi mia madre spegnersi di nuovo. Eravamo preoccupati, avevamo paura. Dopo qualche ora il telefono riprese a squillare, e dopo molti tentativi mia madre rispose; ma questa volta aveva chiamato per dire che stava arrivando, e io affacciandomi al balcone lo vidi. Ordinò a mia madre di scendere e lei, rassicurandomi, scese. Io rimasi sul balcone a controllare: mia madre si avvicinò, e lui, con il viso pallido e pieno di sudore iniziò a pronunciare parole incomprensibili, mia madre gli gridò contro, era la prima volta che la vedevo ribellarsi, ma poi mi voltai verso di lui e lo vidi impugnare una pistola che aveva nascosto nella sua felpa larga, la puntò verso di lei e sparò un colpo. Io iniziai a correre per raggiungerla, ma la mamma di Francesco mi fermò, nel frattempo un altro colpo era stato sparato, non sapevo a chi, con tutta la forza che avevo iniziai a gridare e la madre di Francesco mi lasciò andare verso il giardino. La mia splendida mamma era immobile, piena di sangue, con gli occhi fissi verso il cielo, erano vuoti, e accanto a lei l’ombra puzzolente che fissava mia mamma con occhi vuoti e cattivi. Allora iniziai a sperare che l’uomo arancione venisse a salvarla, e arrivò. Ma questa volta non la salvò, questa volta nella barella mamma era coperta da un telo bianco e la sua mano era appesa, l’uomo arancione mi strinse la mano e mi tenne con lui.

Adesso sono appena entrato in casa ma non sento niente, non sento più i profumi, non so cosa mi aspetterà domani, non so se riuscirò a vivere senza il tuo sorriso, ma so, mamma che diventerò l’uomo arancione anche io, pieno di profumi e pieno della mia vita, che è anche la tua.

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Io non sono morta

Ti guardo negli occhi e mi fido di te.

I tuoi abbracci mi facevano sentire sicura, le tue risate mi rendevano felice e i tuoi gesti facevano crescere in me  la voglia di amarti. Non facevi altro che ripetere quanto i pesi del tuo cuore fossero diventati leggeri e quanta serenità provavi. E io ti amavo sempre di più. Ricordo ogni istante vissuto con te, la musica, le passeggiate, i commenti, le idee. Guardavo i tuoi occhi e mi fidavo, mi sentivo parte di te, splendevano di gioia insieme ai miei. Poi la gelosia prese il sopravvento e le nostre risate si trasformarono in grida, piene di rabbia, una rabbia che non comprendevo, ma c’era. Io, però, continuavo ad amarti. Vedevo la tua rabbia come un bisogno di attenzioni, allora ti perdonavo, perdonavo le tue offese, perdonavo i pugni, i calci e perdonavoi tuoi occhi. Le nostre giornate erano ormai diventate buie e silenziose, avevo paura di quello che ci stava accadendo, avevo paura, per questo non parlavo, ero arrabbiata, ma continuavo ad amarti. Speravo, ogni giorno, di guardarti negli occhi e non vedere più quella rabbia,  ero arrabbiata con me stessa perché non riuscivo a placarla, ero arrabbiata perché non avevo colpa, ma te la prendevi sempre con me. Ero arrabbiata perché la luce nei miei occhi si era spenta, e a te non importava. Passavo i giorni a guardare il vuoto, a convincermi che la cosa migliore sarebbe stata quella di lasciarti solo, ma non riuscivo a farlo. Mi facevi pena, eri diventato un uomo senz’anima e non potevi rimanere solo, ma eri spaventoso. Io ti amavo, ma amavo più me stessa. Volevo ritrovare la luce che avevo perso, non volevo perdere l’anima anche io… Quella sera tu eri uscito, era una delle tante sere che passavo in compagnia di me stessa, sentivo una voce dentro di me che gridava e stanca, mi scongiurava di scappare, e io non potevo farla tacere ancora una volta. Correvo, correvo per le vie della città senza una meta, non sapevo dove andare ma volevo scappare da te, io ti amavo, ma tu non più. Ad un tratto comparve davanti ai miei occhi la tua immagine, cupa,spenta e spaventosa che mi prese per mano, ma non dolcemente. Io avevo paura e non volevo venire con te, ma tu mi tiravi più forte e deciso. La gente passava e io chiedevo aiuto, sapevo cosa mi aspettava, non avevo mai chiesto aiuto, tutti guardavano la tua faccia e abbassavano la testa, eri diventato un mostro. Mi trascinavi per le scale e io le fissavo, pensavo a quante volte le avevamo percorse abbracciati, quando la tua mano mi dava sicurezza, adesso guardo anche quella e mi fapaura. Ero esausta, mi avevi riempita di pugni, ti guardavo negli occhi, tu no. Non sentivo più niente intorno a me, riuscivo a mala pena a guardare il coltello che stringevi tra quelle mani, non avevo la forza di gridare ma sentivo la lama gelata toccare la mia pelle,  ero rassegnata, altro non potevo fare se non chiudere gli occhi e sperare di non sentire più dolore… Ora che sono stesa a terra, senz’anima come te, piena di sangue, come ti senti? Come ci si sente a morire? Perché io sono qui che guardo come hai ridotto il mio corpo, poi guardo te, un corpo morto con le mani insanguinate. Io non sono morta, ma tu senza di me ora che farai? Il grande uomo che credevi di essere ora non esiste più, cosa farai?   Cammini per le strade, senza una meta, proprio come facevo io, le vedi quelle donne che manifestano? Quelle che manifestano contro i morti come te.  Avvicinati, guardale negli occhi, io sono lì a combatterti.

Strage di piazza della Loggia: non dimentichiamo!

Questo articolo è dedicato :Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi, Alberto Trebeschi, Clementina Calzari Trebeschi, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Vittorio Zambarda.

Queste 8 persone persero la vita il 28 Maggio 1974 a Brescia, nell’attentato fascista a piazza della Loggia. Durante una manifestazione indetta dai sindacati e dai partiti antifascisti, in un cestino della spazzatura esplose una bomba: centodue feriti e otto morti, sopra elencati.

La prima indagine portò alla condanna nel 1979 di due estremisti di destra: Ermanno Buzzi e Angelino Papa. Gli altri 16 imputati vennero prosciolti dall’accusa. Nel 1981 Buzzi venne strangolato nel supercarcere di Novara. A ucciderlo furono Mario Tuti e Pierluigi Concutelli, esponenti di primo piano di gruppi neofascisti. Nel 1982 il processo di appello annulla la condanna di primo grado per insufficienza di prove e assolve gli imputati. Nel 1984 la cassazione annulla la sentenza di assoluzione e costringe a rifare il processo di appello per Nando Ferrari, Angelino e Raffaele Papa e Marco De Amici. Nel 1987 la cassazione conferma la sentenza di assoluzione e chiude tutti processi nati dalla prima inchiesta sulla strage.

La seconda invece nel 1984 porta al rinvio a giudizio dei neofascisti Cesare Ferri, Alessandro Stepanoff e Sergio Latini. La nuova indagine viene aperta dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti tra cui Angelo Izzo, neofascista, protagonista della strage del Circeo. Ma nel 1989 la corte d’appello di Brescia assolve Ferri, Stepanoff e Latini. L’assoluzione sarà confermata lo stesso anno dalla cassazione.

La terza e ultima nel 1993: l’inchiesta viene aperta a carico di Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi dell’ex segretario dell’Msi Pino Rauti, del collaboratore dei servizi segreti Maurizio Tramonte e del generale dei carabinieri Francesco Delfino. Ma nel 2010 Zorzi, Maggi, Delfino, Rauti e Tramonte vengono assolti per insufficienza di prove. Nel 2012 in appello l’assoluzione viene confermata, ma la procura fa appello e il 21 febbraio 2014 la cassazione annulla la sentenza di assoluzione per Maggi e Tramonte. Il 22 Luglio 2015 Tarmonte e Maggi vengono condannati all’ergastolo.

Queste poche informazioni servono a ricordare, semplicemente, a ricordare la differenza tra chi lotta per la libertà e chi tronca questa gente perché scomoda.

Inutile ricordare i depistaggi che ci furono subito dopo l’esplosione, come l’imposizione -da parte di chi?!- di lavare l’intero luogo della strage con gli idranti dei vigili del fuoco, cancellando così molti eventuali indizi utili per la ricostruzione della dinamica dell’attentato.

Inutile ricordare dopo quante assoluzioni e rinvii, i presunti colpevoli siano stati “condannati”

Inutile ricordare quanto il nero abbia macchiato di sangue il nostro paese!

Che sia questo un giorno di riflessione e di continua lotta contro il fascismo, e contro il potere.