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AI: per ingannarla basta una poesia

Alla faccia di chi si impegna a mettere in pratica complesse operazioni di ingegneria del prompt: basta un singolo messaggio in rima per ingannare l’AI.
Lo ha scoperto uno studio dal titolo “Adversarial Poetry as a Universal Single-Turn Jailbreak Mechanism in Large Language Models”, firmato da DEXAI – Icaro Lab e La Sapienza Università di Roma in collaborazione con la Scuola Superiore Sant’Anna. Scrivere i prompt in versi consente di aggirare i filtri etici di tutti modelli di AI generativa disponibili sul mercato, da ChatGPT a Gemini, Anthropic, Llama, Mistral, Qwen e DeepSeek.

L’utilizzo della forma poetica per formulare un prompt agisce infatti come un ‘passepartout’ universale, capace di ingannare le barriere etiche impostate dai giganti del settore.
Forse la poesia non salverà il mondo, ma è in grado di mettere in difficoltà l‘AI.

La vulnerabilità risiede nel modo di interpretare il linguaggio

Su 25 modelli proprietari e open source, l’uso ‘avversariale’ della scrittura in versi ha ottenuto in media il 62% di successo nel far generare contenuti che avrebbero dovuto essere bloccati. Gemini di Google spicca per una percentuale di fallimento nell’intercettare gli attacchi che sfiora il 100%.

La vulnerabilità, definita “strutturale” dagli autori, risiede nel modo in cui le AI interpretano il linguaggio.
I sistemi di sicurezza sono addestrati per riconoscere e bloccare richieste dannose formulate in linguaggio naturale (prosa), mentre la struttura metrica e stilistica della poesia riesce a ‘nascondere’ l’intento malevolo ai filtri di controllo ma non al modello, che comprende il significato semantico, riceve le istruzioni e genera la risposta vietata.

Più il modello è potente più fallisce

I ricercatori hanno testato la tecnica traducendo in versi 1.200 prompt dannosi, coprendo categorie di rischio critiche come sicurezza cibernetica, bioterrorismo, manipolazione psicologica, privacy.
Utilizzando un meta-prompt standard il tasso di successo (ASR) di attacco è risultato fino a 18 volte più alto rispetto alla versione in prosa degli stessi prompt.

Un altro dato sorprendente è che più l’AI è ‘potente’ più è risultata vulnerabile.
Se i modelli più grandi e complessi riescono a leggere l’intenzione mascherata dal linguaggio poetico ed eseguono il comando, quelli più piccoli, non riuscendo a comprendere la richiesta, si rifiutano di rispondere e risultano paradossalmente più sicuri.

Corto circuito tra contenuto semantico e sistema di sicurezza 

In pratica, per indurre un modello a fornire risposte potenzialmente dannose basta formulare la richiesta in versi, senza bisogno di complesse tecniche di ingegneria del prompt, conversazioni multi-turno o manipolazioni iterative. 

Secondo i ricercatori, la ragione risiederebbe nelle euristiche dei sistemi di sicurezza. I modelli sono addestrati a riconoscere e filtrare richieste dannose espresse nel linguaggio di tutti i giorni, riferisce ANSA. La poesia sembra spostare la richiesta fuori dall’area dove agiscono i filtri, anche se di fatto l’utente sta esprimendo la medesima richiesta.
Il risultato è un “corto circuito”. In pratica, il modello comprende il contenuto semantico e risponde, ma i sistemi di sicurezza non lo intercettano.

Black Friday: gli italiani spenderanno online circa 2,2 miliardi

Per il Black Friday e il Cyber Monday le stime dell’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano evidenziano un trend crescente, soprattutto per alcune categorie specifiche.
Si tratta di Giochi e Hobby, acquistati quasi cinque volte in più rispetto al giorno medio dell’anno, Strumenti musicali ed Elettrodomestici, che in questo periodo triplicano, e Servizi, soprattutto i biglietti di viaggio, +13% rispetto al 2024.

Nei giorni tra il Black Friday e il Cyber Monday, gli italiani spenderanno online circa 2,2 miliardi di euro (+7% rispetto al 2024). In questa occasione, gli operatori particolarmente competitivi realizzeranno anche 3 volte il fatturato di un giorno medio.
Le categorie più interessate? Abbigliamento, Food & Grocery e Beauty & Healthcare, oltre a esperienze legate al mondo dei viaggi e degli eventi.

Oltre 41 milioni di pacchi movimentati

Secondo le previsioni del Delivery Index di Netcomm saranno oltre 41 milioni i pacchi che circoleranno durante i dieci giorni di Black Friday, “pari al 4,8% del totale che si registra in un intero anno, con una crescita del 9% rispetto al 2024 – spiega Roberto Liscia, Presidente Netcomm -.
Prevediamo che saranno 34,9 milioni gli italiani che ricorreranno al canale online per i loro acquisti durante questo periodo. Si tratta di evidenze che confermano la forza di questa iniziativa, ormai diventata il momento per eccellenza in cui gli italiani concentrano una parte significativa degli acquisti natalizi e non solo”.

Si punta sempre più al risparmio

“Allo stesso tempo . aggiunge Liscia -, è interessante osservare uno squilibrio tra l’aumento del volume dei pacchi e la crescita più contenuta del valore economico degli acquisti effettuati durante il periodo promozionale.
Per il Black Friday 2025 gli italiani punteranno sempre più sul risparmio, e questo è legato a due fenomeni rilevanti nel retail digitale di oggi: da un lato, la rapida espansione del mercato del second hand, dall’altro, l’ingresso crescente di prodotti provenienti dall’estero caratterizzati da prezzi medi più bassi. Entrambi i fattori contribuiscono a ridurre il valore medio del carrello, pur in presenza di una domanda in costante aumento”,

Le scelte dei merchant tra sconti e promozioni 

Secondo le stime dell’Osservatorio eCommerce B2c la percentuale media di sconto applicata dai merchant sarà del 25%, declinata in diverse modalità promozionali. L’iniziativa più comune è quella che prevede sconti riservati su una selezione di prodotti per tutta la durata del periodo di offerte (64%).

Non mancano poi le promozioni finalizzate a premiare un target di clienti specifico. Tra queste, spiccano le iniziative di sconto anticipato per i clienti più fedeli (31%). Alcuni merchant scelgono poi di scontare una selezione di prodotti per un tempo limitato (25%), mentre altri preferiscono applicare sconti su tutta la gamma per tutta la durata dell’iniziativa promozionale (22%).
Inoltre, l’opzione di offrire ai clienti la spedizione gratuita è una scelta applicata dal 19% dei merchant.

L’email marketing garantisce ancora risultati concreti in termini di coinvolgimento e conversione 

Il canale email, spesso considerato superato o sottovalutato, ancora oggi è centrale per molte realtà, soprattutto in ambito B2C, dove la comunicazione personalizzata e diretta è cruciale. 

Il report Email Marketing Benchmark di GetResponse mostra come in un contesto segnato dall’incertezza degli algoritmi, e da costi crescenti per la visibilità online, la posta elettronica rimanga uno dei pochi strumenti capaci di garantire controllo, tracciabilità e ritorni stabili nel tempo.

Nonostante l’apparente concorrenza di canali più moderni, come i social media, l’email marketing è infatti uno strumento che continua a offrire risultati concreti in termini di coinvolgimento e conversione.

Automotive, finanza e retail si confermano i settori che ne sfruttano meglio le potenzialità

Il settore automotive guida la classifica dei settori dove l’email marketing continua a essere utilizzato con profitto.
Con un tasso medio di apertura delle email del 53,54%, l’automotive è seguito da finanza (52,12%), marketing/advertising (50,39%) e commercio al dettaglio (49,62%). Tutti valori superiori alla media europea, che si attesta al 42,6%.

I tassi di clic confermano questa tendenza, con la finanza al 5,01%, l’IT al 4,68%, l’automotive al 4,49% e il settore media/editoria al 4,36%.
Questi risultati non si limitano a mostrare quali settori ottengono più interazioni, ma suggeriscono anche come pratiche più strutturate, contenuti pertinenti e frequenza regolare degli invii giochino un ruolo decisivo.

Bassa incidenza di disiscrizioni e segnalazioni spam

Al contrario, ristorazione (2,11%) o immobiliare (2,32%) faticano a ottenere gli stessi risultati, spesso a causa di strategie più generiche, invii sporadici o messaggi poco segmentati.

Uno degli elementi che conferma la solidità del canale email è la bassa incidenza di disiscrizioni e segnalazioni spam. In tutti i settori analizzati, il tasso di disiscrizione resta tra lo 0,05% e lo 0,12%, mentre le segnalazioni spam si mantengono al di sotto dello 0,02%. Numeri che indicano un buon livello di accettazione del canale da parte degli utenti e che rafforzano l’idea che la pertinenza dei contenuti sia la variabile più determinante.
Quando le email rispondono a un interesse reale o forniscono un contenuto informativo di qualità, non solo vengono lette, ma favoriscono un rapporto continuativo.

Uno strumento accessibile a tutti, non servono competenze tecniche elevate

In settori come quello finanziario o tecnologico, ad esempio, newsletter con aggiornamenti normativi o analisi di scenario diventano strumenti di orientamento.
Nel retail, invece, la personalizzazione basata sul comportamento di acquisto può migliorare sensibilmente il tasso di coinvolgimento.

Sebbene l’email marketing venga talvolta percepito come uno strumento tecnico o riservato a realtà strutturate, negli ultimi anni si è assistito a una semplificazione delle piattaforme e all’introduzione di soluzioni pensate anche per imprese di piccole dimensioni.
Oggi, anche le Pmi e le microimprese possono utilizzare funzionalità avanzate come l’invio automatizzato, la segmentazione dinamica o i suggerimenti intelligenti di contenuto, senza necessariamente possedere competenze tecniche elevate.

Italia online: il 52% dei cittadini esposto a pericoli digitali

La rete è entrata stabilmente nella vita degli italiani, ma non sempre in modo sicuro. Secondo l’ultimo report pubblicato dall’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni), il 52% degli italiani ha avuto esperienze dirette con contenuti dannosi online: dalla disinformazione all’hate speech, fino a fenomeni gravi come il revenge porn.

La ricerca – che ha coinvolto oltre 7.000 persone dai 6 anni in su – delinea un Paese altamente connesso ma ancora impreparato ad affrontare i rischi digitali.

Solo i giovani manifestano le loro preoccupazioni

La consapevolezza del problema c’è: più dell’80% degli italiani si dichiara preoccupato per la presenza di contenuti pericolosi in rete. Eppure, quasi la metà della popolazione (44%) non sente l’esigenza di chiedere supporto o informarsi su come navigare in modo più sicuro.
I giovani sotto i 18 anni, al contrario, tendono a parlarne più facilmente, soprattutto con genitori e insegnanti.

Internet parte della quotidianità, ma mancano le competenze

Il 90% degli italiani accede ogni giorno a Internet, con un uso intensivo: quasi uno su due trascorre più di quattro ore online. Pochi però hanno strumenti adeguati per orientarsi nel mondo digitale: quasi due terzi degli intervistati (64,6%) non conosce i criteri con cui gli algoritmi selezionano e mostrano i contenuti.

Solo il 7% della popolazione dimostra una solida alfabetizzazione digitale.

La prima educazione digitale avviene in famiglia 

L’educazione digitale spesso inizia in casa. L’80% delle famiglie stabilisce regole sull’uso di Internet da parte dei figli.
I metodi sono diversi: i genitori più giovani optano per controlli rigidi e limiti di tempo, mentre quelli over 45, in particolare se con un’istruzione più alta, preferiscono il dialogo e la supervisione attiva.

Come reagiscono gli italiani ai contenuti pericolosi?

Quando si trovano davanti a contenuti inappropriati, la maggior parte delle persone reagisce: oltre l’80% cambia canale, evita la fonte o abbandona la piattaforma.

Ma solo un italiano su tre verifica l’attendibilità delle notizie prima di condividerle. Anche in questo caso, il livello di istruzione influenza fortemente i comportamenti: chi ha studiato di più è anche più critico e reattivo.

Italiani sempre più connessi, ma poco preparati 

Il quadro che emerge è chiaro: in Italia l’accesso alla rete è ormai capillare, ma manca un’adeguata preparazione.
L’AGCOM sottolinea l’urgenza di rafforzare l’educazione digitale, a partire dalle scuole e dalle famiglie, per colmare il divario tra connessione e consapevolezza.

L’e-commerce B2B in Europa vale il doppio del B2C

Nel 2025 il valore dell’e-commerce B2b in Europa varrà oltre 1.600 miliardi di euro, il doppio rispetto agli oltre 840 miliardi del B2c.
La crescita del B2b (+8,9%) rispetto al 2025 è spinta dalla necessità di rendere più efficienti, trasparenti e flessibili i rapporti commerciali tra imprese. Un’accelerazione che tocca tutti i comparti merceologici e che coinvolge attivamente anche l’Italia, sempre più presente nei marketplace internazionali e nei canali digitali.

Secondo i dati emersi dall’ottava edizione del Focus B2B Digital Commerce di Netcomm, l’e-commerce B2b si consolida ormai come una vera e propria infrastruttura strategica dell’economia moderna, destinata a trasformare le filiere produttive, distributive e relazionali.

“Un motore per la competitività industriale”

“Il commercio digitale B2b non è più solo una leva di efficienza, ma un motore per la competitività del sistema industriale italiano e globale – afferma Roberto Liscia, Presidente Netcomm -. Stiamo assistendo a una trasformazione profonda nel modo in cui le imprese si relazionano, vendono e crescono. Dalle Pmi ai grandi gruppi, le aziende che adottano piattaforme digitali, AI e modelli omnicanale sono in grado di esportare meglio, disintermediare i canali tradizionali e costruire relazioni durature con i clienti. I rapporti B2b sono inoltre il cuore dell’export italiano, soprattutto nei settori a più alto valore aggiunto, come il Lifestyle, la Componentistica e l’Agroalimentare. Oggi, grazie al digitale, le imprese possono sviluppare contratti vendor, gestire potenziali clienti internazionali, offrire customer experience personalizzate e scalare i processi di vendita globali in modo efficiente e sostenibile”.

La digitalizzazione delle filiere

Il commercio digitale B2b facilita l’integrazione tra i diversi attori della filiera, consentendo una riduzione significativa dei tempi e dei costi totali di idversi processi. Dall’Order to Cash (il processo di ricezione ed evasione degli acquisti dei clienti) alla condivisione intelligente degli stock tra magazzini e canali, nonché la gestione di modelli avanzati come il Dropshipping (la vendita di prodotti online che non prevede il possesso fisico o la gestione in magazzino). E ancora, dal Co-marketing digitale (partnership strategica tra attività commerciali) alla configurazione semplificata di offerte complesse.

Sempre più aziende scelgono, inoltre, di disintermediare la distribuzione per migliorare il controllo sui prezzi, aumentare i margini di vendita e raccogliere dati sui clienti finali.

Piattaforme e marketplace: verso un ecosistema integrato

Oltre ai grandi marketplace globali, si afferma sempre più il modello del Corporate Marketplace, piattaforme digitali proprietarie che permettono alle imprese di valorizzare il proprio ecosistema, integrare fornitori e clienti e gestire la complessità industriale su un’unica infrastruttura digitale.

Al centro della trasformazione del commercio B2b ci sono le tecnologie emergenti. AI, Machine Learning, Headless & Composable Commerce stanno rivoluzionando ogni aspetto dell’esperienza d’acquisto tra imprese.
Questa rivoluzione tecnologica impone però anche un’evoluzione dei ruoli professionali.
Il venditore B2b, ad esempio, si trasforma in Brand Ambassador, capace di operare in un contesto omnicanale e ibrido, con nuove competenze digitali e relazionali.

Smart Home: nel 2024 vale 900 milioni di euro, +11%

Nel 2024 in Italia il mercato della Smart Home torna a crescere, raggiungendo quota 900 milioni di euro, +11% rispetto al 2023. Un buon risultato, nonostante la fine di bonus e incentivi energetici e se confrontato con l’Europa (in media +6,5%). Quanto alla nostra spesa pro-capite, risulta ancora circa metà di quella europea (15,5 euro per abitante, rispetto a 32,5).
Il mercato Smart Home è trainato da soluzioni per la sicurezza, come videocamere, sensori per porte/finestre e serrature connesse, che rappresentano il 28% del valore.

Seguono elettrodomestici smart (19%), dispositivi per il risparmio energetico come caldaie, termostati, valvole termostatiche e condizionatori connessi (16%) e smart speaker (14%).
Sono alcuni risultati della ricerca sulla Smart Home dell‘Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano.

Sei italiani su 10 hanno oggetti smart in casa

Il 2024 ha portato novità importanti sul fronte della domanda di soluzioni smart per la casa, con un aumento della consapevolezza e della maturità dei consumatori.
Oggi 6 italiani su 10 possiedono oggetti smart in casa, anche se solo 4 su 10 li hanno connessi a Internet. In ogni caso, 1 italiano su 3 è interessato ad acquistare nuovi dispositivi in futuro.

Importanti novità anche lato offerta: aumenta la gamma di servizi attivabili dall’utente e questi sono sempre più innovativi, grazie alla valorizzazione dei dati raccolti dai dispositivi e all’integrazione delle soluzioni IoT con l’Intelligenza artificiale.
La vendita dell’hardware è un mezzo per ampliare la propria base clienti, ma le aziende sono sempre più consapevoli che il vero valore va cercato altrove.

Canali tradizionali, fatturato -5% 

Nei canali di vendita, il 2024 è stato un anno positivo per molti attori, ma non per la cosiddetta filiera tradizionale, che rispetto al 2023 ha subito una contrazione del -5% nel fatturato, pari a 345 milioni di euro, principalmente a causa della riduzione degli incentivi.

Nonostante ciò, sul lato domanda, cresce l’interesse dei consumatori verso soluzioni veicolate tramite questo canale.
E sul lato offerta, gli installatori, per tanto tempo additati come uno dei freni alla diffusione di soluzioni smart, dimostrano di iniziare a comprendere realmente le opportunità offerte dalla Smart Home.

La sfida dell’evoluzione degli ecosistemi per l’interoperabilità

“Gli ultimi mesi hanno portato importanti novità sul mercato – afferma Giulio Salvadori, direttore dell’Osservatorio -. Si assiste a una platea sempre maggiore di aziende che punta su valorizzazione dei dati, offerta di nuovi servizi e integrazione con soluzioni di Intelligenza artificiale per fidelizzare i propri clienti, garantendo un’esperienza sempre più personalizzata e creando valore grazie ai dati raccolti. Nel 2025 le sfide per la Smart Home saranno l’evoluzione degli ecosistemi per l’interoperabilità, con Matter in prima fila tra le iniziative più rilevanti, e l’arrivo del Data Act, che si propone di regolare e armonizzare l’accesso equo ai dati, inclusi quelli prodotti dagli oggetti smart in casa”.

Pmi come Davide contro Golia: tassate 120 volte più delle bigTech

Secondo l’Area Studi di Mediobanca le 25 multinazionali del web presenti in Italia pagano  ‘solo’ 206 milioni di euro di tasse, mentre le piccole imprese italiane del Nord Est versano ogni anno 24,6 miliardi.

Le dimensioni economiche di queste due realtà sono molto diverse, ma dal punto di vista dell’Ufficio studi della CGIA il risultato è sconsolante. Il ricorso sistematico all’elusione praticato negli anni dalle bigTech ha aumentato questa disparità di trattamento, mettendo in evidenzia in misura inequivocabile che alle grandi multinazionali tecnologiche in Italia continua a essere riservato un prelievo fiscale ingiustificatamente modesto. 
Le Pmi producono un fatturato annuo 90 volte superiore a quello delle bigTech, ma in termini di imposte ne pagano 120 volte più delle seconde.

Un sistema che penalizza i piccoli e favorisce i colossi

In Italia c’è un trattamento fiscale che ‘penalizza’ i piccoli e ‘favorisce’ i giganti. Infatti, se sui nostri imprenditori grava un tax rate effettivo che sfiora il 50%, sulle big tech si attesta al 36%. E sebbene da quest’anno entri in vigore la Global minimum tax (Gmt), secondo il dossier curato dal Servizio Bilancio dello Stato della Camera, il gettito previsto dalla sola applicazione dell’aliquota del 15% sulle multinazionali sarà molto contenuto.
Si stima che nel 2025 il nostro erario incasserà 381,3 milioni di euro, nel 2026 427,9 e nel 2027 raggiungerà i 432,5. Nel 2033, ultimo anno in cui nel documento si stimano le entrate, le stesse dovrebbero sfiorare i 500 milioni di euro.

Come costringere le multinazionali a pagare?

Recuperare una decina di miliardi di euro di coperture dalla manovra per il 2025 non sarà facile. Bisognerebbe chiedere qualche sacrificio aggiuntivo a chi, in particolare, ha registrato profitti straordinariamente elevati, ma ha versato poche tasse facendo ricorso a tecniche elusive, che hanno consentito di spostare parte degli utili ante imposte realizzati in Italia nei Paesi a fiscalità di vantaggio.

Le regole della Gmt sono articolate, ed è verosimile ritenere che ogni norma di carattere nazionale potrebbe non essere sufficiente a rendere il prelievo fiscale più equo. È indispensabile trovare un compromesso che non pregiudichi la fuga di queste aziende dal nostro Paese, ma allo stesso tempo le costringa a pagare il giusto. 

Non solo i giganti stranieri del web eludono il fisco

Non sono solo i giganti stranieri del web a sfruttare la fiscalità di vantaggio concessa ancora adesso da molti Paesi europei. Da alcuni anni anche alcuni grandi player italiani hanno trasferito la sede fiscale o quella legale, magari solo di una consociata, all’estero. Molte di queste hanno deciso di spostare la sede legale nei Paesi Bassi perché è possibile beneficiare di una legislazione societaria molto ed eventualmente, di un trattamento tributario alquanto generoso.

Con queste operazioni, ineccepibili dal punto di vista fiscale-societario, si è però ridotta la base imponibile di coloro che pagano le tasse in Italia, penalizzando in particolare le realtà imprenditoriali di piccola e piccolissima dimensione. Che, a differenza delle grandi aziende, non hanno la possibilità di trasferirsi altrove. 

Basta acquisti compulsivi: arriva la sfida che fa bene al budget e all’ambiente

Si chiama #nospendchallenge la sfida virale che invita tutti a spendere e a consumare meno. Per i più motivati, l’obiettivo è riuscire a non spendere proprio nulla: e non si tratta di una necessità dovuta a scarse disponibilità economiche, ma di una vero e proprio stile di vita. Una tendenza che unisce quindi due nobili scopi: gestire consapevolmente il denaro in un momento difficile a livello globale e soprattutto ridurre l’impatto ambientale causato dai consumi eccessivi.

Una scelta radicale

Nel contesto attuale, sia nel mondo reale sia in quello virtuale, la #nospendchallenge spicca come una sfida tutt’altro che frivola. Prendersi questo impegno implica una decisione radicale: non acquistare nulla che non sia strettamente necessario per un periodo predeterminato, che può variare da una settimana a un anno. Tuttavia, alcune spese fondamentali, come il mutuo, le bollette, il cibo, i medicinali e gli acquisti obbligati, rimangono escluse dalla sfida.

Una pianificazione attenta

Affrontare la no spend challenge richiede una pianificazione attenta. Vanno infatti stabilite in anticipo le voci essenziali da otto ciò che può essere sacrificato. Ad esempio, gli esperti consigliano di dire no all’acquisto di libri se in casa ce ne sono già molti altri da leggere, riscoprendo invece l’utilità delle biblioteche. Allo stesso modo, dovrebbero essere evitati vestiti, pranzi fuori, cibi non salutari, cosmetici, device elettronici, media in streaming e molti altri acquisti superflui dovrebbero essere evitati.

Consapevolezza sull’impatto ambientale dietro i nostri acquisti

Il cuore della sfida risiede nella consapevolezza dell’impatto ambientale che gli acquisti hanno. La sovraproduzione, soprattutto nell’industria della moda, ha generato costi ecologici incontrollabili. La Generazione Z, attenta alle questioni ambientali, si sta impegnando attivamente in questa sfida come forma di protesta contro il consumismo senza freni e la produzione non sostenibile.

La pandemia ha amplificato il ricorso degli acquisti online, riferisce Adnkronos, con ulteriori conseguenze ambientali derivanti dagli imballaggi e dal trasporto. La “no-spend-challenge” mira a interrompere il circolo vizioso degli acquisti compulsivi, promuovendo l’economia circolare e la consapevolezza delle reali necessità.

Imparare a gestire le finanze

Inoltre, la sfida vuole anche insegnare ai più giovani a gestire in maniera migliore le finanze. I ragazzi della Generazione Z, così come le donne, sono considerati elementi vulnerabili nell’ambito dell’educazione finanziaria. La #nospendchallenge può rappresentare uno strumento per riflettere su ogni acquisto, promuovendo una gestione più consapevole delle proprie disponibilità economiche.

In conclusione, la no spend challenge dimostra che si può vivere con meno, contribuendo al benessere personale, all’ambiente e alla salute finanziaria. La sfida va oltre la mera restrizione economica, fungendo da catalizzatore per cambiamenti positivi nella vita quotidiana.

Google: nuova politica sulla condivisione dei dati in Europa

Una nuova politica in risposta all’Atto dei Mercati Digitali della UE (DMA) permette agli utenti di Google di optare per la non condivisione dei dati su tutti, alcuni o nessuno dei servizi offerti dal motore di ricerca. I servizi elencati includono YouTube, Search, i servizi pubblicitari, Google Play, Chrome, Google Shopping e Google Maps.

È questa la modifica alla policy annunciata dal gigante di Mountain View, un provvedimento che permetterà agli utenti in Europa di decidere con precisione quanto e con chi sono disposti a condividere i propri dati.

Previste regole aggiuntive sull’interoperabilità e sulla concorrenza

Tuttavia, la policy non è totale. Google continuerà infatti comunque a condividere i dati degli utenti quando sia necessario per completare un’operazione, come, ad esempio, quella di effettuare un acquisto su Google Shopping tramite Google Pay, al fine di ottemperare alla legge, prevenire frodi o proteggersi dagli abusi.

In realtà non si tratta della modifica più significativa che Google dovrà apportare per conformarsi al DMA, che entrerà in vigore il 6 marzo prossimo. La legge prevede anche regole aggiuntive sull’interoperabilità e sulla concorrenza. Ad esempio, Google dovrà smettere di trattare i propri servizi in maniera più favorevole rispetto ad altri servizi di terze parti nella classificazione di Search.

L’Europa non è l’unica a preoccuparsi

La UE non è l’unica ad avere sollevato preoccupazioni riguardo alle enormi quantità di dati degli utenti raccolte da Google.
Negli Stati Uniti, il Dipartimento di Giustizia ha citato in giudizio la società californiana in quello che è probabilmente il più grande processo antitrust nel paese dal caso contro Microsoft negli anni ‘90.

In uno dei suoi argomenti, il Dipartimento di Giustizia ha sostenuto che la grande quantità di dati degli utenti raccolti da Google nel corso degli anni ha portato a un meccanismo atto a garantire che l’azienda rimanga il motore di ricerca leader nel mondo.

Gli utenti dovranno scegliere tra privacy e comodità

Tuttavia, riferisce Adnkronos, le nuove modifiche introdotte da Google a causa del DMA comporteranno alcuni compromessi per gli utenti che vogliono proteggere i propri dati.
L’azienda ha fatto notare che se un utente decide di scollegare Search, YouTube e Chrome, ciò influenzerà le raccomandazioni personalizzate su YouTube. 

Se invece Search e Maps vengono scollegati, Google Maps non sarà più in grado di suggerire luoghi (come, ad esempio, ristoranti) in base alle attività precedenti.
Gli utenti di Google dovranno scegliere tra la loro privacy e la comodità di avere i servizi Google connessi tra loro. Ma, almeno in Europa, avranno la possibilità di essere più precisi nel definire dove tracciare la linea.

In arrivo dalla UE la prima legge al mondo per regolamentare l’AI

Si tratta di una normativa senza precedenti a livello globale, che intende garantire la sicurezza e il rispetto dei diritti fondamentali e dei valori europei da parte dei sistemi di Intelligenza artificiale immessi sul mercato.
Dopo una maratona di negoziati durata tre giorni il Consiglio UE e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo sulla proposta di norme armonizzate sull’Intelligenza artificiale. 

L’idea principale è regolamentare l’AI in base alla capacità di causare danni alla società: maggiore è il rischio, più severe sono le regole.
La stragrande maggioranza dei sistemi di AI rientra però nella categoria del rischio minimo, pertanto, beneficeranno di un ‘free-pass’.

I sistemi considerati ad alto rischio

Le sandbox normative faciliteranno l’innovazione responsabile e lo sviluppo di sistemi AI conformi. Quindi, i sistemi identificati ad alto rischio saranno tenuti a rispettare requisiti rigorosi.

Esempi di sistemi di AI ad alto rischio includono alcune infrastrutture critiche, come nei settori acqua/gas/elettricità, dispositivi medici, sistemi per determinare l’accesso alle istituzioni educative o per reclutare persone, alcuni sistemi utilizzati nei settori delle forze dell’ordine, controllo delle frontiere, amministrazione della giustizia e processi democratici.
Sono considerati ad alto rischio anche i sistemi di identificazione biometrica, categorizzazione e riconoscimento delle emozioni.

La blacklist dei sistemi a rischio inaccettabile

Il rischio inaccettabile riguarda i sistemi di AI considerati una chiara minaccia ai diritti fondamentali delle persone, e saranno vietati.
La blacklist include sistemi o applicazioni di AI che manipolano il comportamento umano per aggirare il libero arbitrio, sistemi che consentono il ‘punteggio sociale’ da parte di governi o aziende, e alcune applicazioni di polizia predittiva.

Alcuni utilizzi dei sistemi biometrici saranno vietati, ad esempio, il riconoscimento delle emozioni sul posto di lavoro, e alcuni sistemi per la categorizzazione delle persone, o il riconoscimento facciale in tempo reale in spazi accessibili al pubblico.

Sistemi a rischi specifici a contrassegno obbligatorio 

L’accordo della UE chiarisce gli obiettivi in cui tale uso è strettamente necessario ai fini dell’applicazione della legge, e per i quali le autorità dovrebbero essere eccezionalmente autorizzate a utilizzare tali sistemi.
L’accordo prevede ulteriori garanzie, limitando le eccezioni alle vittime di determinati reati, prevenzione di minacce reali, come ad esempio, attacchi terroristici, e la ricerca di persone sospettate di gravi crimini.

Vi è poi la categoria dei rischi specifici, quali le ormai famose chatbot.
Quando utilizzano le chatbot, riporta AGI, gli utenti dovrebbero essere consapevoli che stanno interagendo con una macchina. Deepfake e altri contenuti generati dall’AI dovranno essere etichettati come tali.
Inoltre, i fornitori dovranno progettare sistemi in modo che i contenuti audio/video/testo/immagini sintetici siano contrassegnati e rilevabili come generati o manipolati artificialmente.