Rapporto Coop: gli stili di vita degli italiani nel 2025

Abbandonate serenità e fiducia ostentate negli anni della pandemia e del post-Covid, negli ultimi mesi gli italiani vedono allungarsi un’ombra sul domani. Rispetto al 2022 oggi crescono timore (dal 20% al 39%), inquietudine (24%, 37%) e allerta (16%, 25%), si riducono serenità (34%, 24%) e fiducia (27%, 24%).

Nel mindset individuale restano le difficoltà quotidiane e la voglia di maggiori redditi, ma nell’immaginario collettivo è soprattutto la guerra a segnare più ampia discontinuità. E non stupisce che si affermino istanze di pace e diritti civili (64%), contrasto a fame, povertà, violenze di genere (55%) anche sopravanzando la garanzia di un lavoro dignitoso, la riduzione delle disuguaglianze (62%) e gli stessi temi ambientali e del cambiamento climatico.
Emerge dal Rapporto Coop 2025 – Consumi e stili di vita degli italiani di oggi e domani. 

Resta alta l’attenzione per l’ambiente

Nel generale greenlash istituzionale e imprenditoriale il 73% degli italiani considera il climate change un’emergenza causata da attività umane e si dichiara disposto a fare la sua parte con mezzi di trasporto alternativi, limiti all’uso del riscaldamento domestico, riduzione del consumo di carne rossa.
Questo cambiamento nello stato d’animo degli italiani sembra preconizzarne uno più profondo nel sistema valoriale e un ripensamento degli stili di vita.

Gli italiani si autorappresentano guidati da valori di onestà (50%), rispetto (46%) e sono meno interessati a ricchezza (10%), successo sociale/carriera (7%). E dopo anni di spinta laicista riemerge l’importanza della religione, e più in generale, il ricorso a percorsi di spiritualità (45%). 

L’immaginario collettivo si nutre di vintage

Mentre impazzano remake televisivi e cinematografici, crescono esponenzialmente le vendite di vinili. Il 54% della GenerazioneZ avrebbe preferito nascere all’epoca dei propri genitori. Un tuffo nel passato che consola, tanto che 7 italiani su 10 pensano che un tempo il mondo fosse un posto migliore.

Ma grazie al loro impegno sul lavoro, gli italiani si scoprono meno vulnerabili, ma restano vigili e in precario equilibrio di fronte agli imprevisti. Se è vero che nel 2024 la spesa complessiva delle famiglie è cresciuta rispetto a cinque anni fa, oltre la metà è assorbita dalle spese obbligate. Il risparmio persiste come driver primario (42%), ma a essere messa in discussione è l’essenza stessa della società dei consumi. Pare arrivato il tempo del deconsumismo.

L’eterna rinascita del cibo

Il ripensamento del sistema valoriale e delle scelte quotidiane è riflesso nel modo in cui gli italiani si rappresentano a tavola. Rispetto al 2022 chi si identifica con un’identità alimentare ancorata alla tradizione scende dal 34% al 22%, mentre cresce la percentuale di chi autodefinisce il proprio stile associandolo ad abitudini alimentari innovative (23%, 31%).

Il cibo, oltre a divenire palestra di sperimentazione, torna domestico e cucinato. 
Per stare al passo con queste evoluzioni, la grande distribuzione italiana dovrà affrontare la sfida del futuro, che secondo le opinioni dei manager food&beverage, passa dall’innovazione di prodotto e di processo (53%), ma anche da adeguate politiche per il personale (36%). 

Compravendite residenziali, II trimestre 2025 ancora in crescita

Nel secondo semestre 2025, malgrado la riduzione dei tassi di interesse e il progressivo allentamento dei criteri di concessione dei mutui da parte delle banche, l’offerta immobiliare si presenta ancora rigida. Al contempo, cresce la domanda potenziale.

Le previsioni dell’Osservatorio sul Mercato Immobiliare realizzato da Nomisma confermano i dati rilasciati dall’Agenzia delle Entrate: nel II trimestre dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2024 le compravendite residenziali registrano una crescita del +8,1%.
Ma, nonostante la variazione positiva, in concomitanza con l’evoluzione delle erogazioni di mutui e la stabilizzazione attesa dei tassi di interesse, la ripresa delle transazioni avviata nel 2024 ha già toccato il picco, e si avvia verso una fase di riduzione.

Le incertezze macroeconomiche iniziano a farsi sentire

Alla luce delle dinamiche rilevate, gli operatori immobiliari del settore retail intervistati da Nomisma confermano un clima di fiducia positivo nel comparto residenziale, sebbene con segnali di maggiore cautela rispetto all’anno precedente.
Il saldo dei giudizi sui contratti di compravendita e locazione rimane in attivo, ma mostra un lieve ridimensionamento, segno di un mercato che pur mantenendo una buona vitalità inizia a risentire delle incertezze macroeconomiche e del progressivo indebolimento del potere d’acquisto delle famiglie.

Sul fronte della locazione, i dati registrano un incremento contenuto del numero di nuovi contratti di locazione (+1,5%), trainati quasi esclusivamente delle nuove locazioni nei comuni ad alta tensione abitativa.

Locazioni corporate: investimenti più selettivi

Sul mercato corporate, l’incertezza potrebbe riflettersi in una maggiore selettività degli investimenti e nella capacità degli stessi di generare reddito stabile. I settori che meglio rispondono a questi criteri sono quelli delle infrastrutture digitali, del rent-to.buy nel residenziale, degli alloggi per studenti e della logistica.

Nel segmento degli uffici, invece, l’interesse degli investitori è destinato a spostarsi verso la fascia alta del mercato (immobili di qualità, conformi ai criteri ESG e in posizioni centrali) che continuerà a registrare buone performance, con bassi tassi di sfitto e crescita degli affitti.
Per contro, per la fascia meno pregiata del segmento degli uffici si prevede un calo di interesse da parte dei locatari con conseguenti cali degli affitti.

Domanda aumenta, offerta in contrazione

In sostanza, la domanda continua a essere percepita in crescita, soprattutto nel segmento della locazione, dove la pressione abitativa e la ridotta disponibilità di immobili spingono verso un aumento dei canoni.
L’offerta, invece, è giudicata in ulteriore contrazione, sia per l’acquisto sia per la locazione, accentuando le tensioni sul mercato.

Relativamente al comparto non residenziale (uffici e negozi), gli operatori segnalano una domanda ancora contenuta e in lieve flessione, mentre l’offerta fatica a trovare collocazione, soprattutto nei contesti meno centrali o con caratteristiche non aggiornate alle nuove esigenze funzionali. 
La prospettiva di contrazione dei contratti, sia di acquisto sia di locazione, riflette un mercato ancora in cerca di un nuovo equilibrio.

Italia, trasformazione digitale: quali opportunità e quali criticità?

Il percorso di trasformazione digitale che interessa l’Italia si inserisce all’interno di una cornice europea ben definita. Con il Programma per il Decennio Digitale 2030, l’Unione europea punta a costruire una società digitale più inclusiva, equa e sostenibile.

Gli obiettivi riguardano quattro aree chiave: sviluppo delle competenze digitali, infrastrutture sicure ed efficienti, sostegno alla digitalizzazione delle imprese e modernizzazione dei servizi pubblici.

La risposta italiana

L’Italia ha fatto propri questi indirizzi attraverso il PNRR, che destina risorse a connettività, 5G e digitalizzazione della Pubblica amministrazione, con l’intento di semplificare i servizi e ridurre i divari. Particolare attenzione è rivolta all’educazione digitale: scuole e università sono coinvolte in un processo di aggiornamento che mira a formare cittadini più consapevoli e preparati.

Digializzazione, una questione anche culturale

Il rapporto dell’Eurispes sottolinea come la digitalizzazione non sia solo una questione tecnologica, ma anche culturale. Chi è cresciuto in un contesto analogico tende a concepire il tempo in modo lineare e riflessivo, mentre i nativi digitali vivono in un flusso continuo e frammentato, spesso caratterizzato da velocità e simultaneità.

Secondo Save the Children, l’età di accesso allo smartphone in Italia si è abbassata notevolmente: oltre il 30% dei bambini tra i 6 e i 10 anni lo utilizza quotidianamente.

Identità e relazioni nell’era dei social

La costruzione dell’identità oggi passa inevitabilmente dai social network. Profili su Instagram, TikTok o Facebook diventano vetrine personali, alimentando una forma di “identità frammentata” che porta a un costante controllo dell’immagine. Questo fenomeno influisce anche sulle relazioni: i legami sociali non sono più ancorati a luoghi fisici, ma si sviluppano online, dando vita a rapporti più fluidi e talvolta meno stabili. Secondo il Rapporto Italia 2025 dell’Eurispes, tra i giovani tra i 18 e i 24 anni oltre la metà si sente più libera di esprimersi sui social, ma quasi uno su due avverte una perdita di tempo e una distanza crescente dalla realtà.

Il gap generazionale e le fragilità dei più giovani

I dati Istat (2023) mostrano che il 93,5% dei giovani tra i 20 e i 34 anni usa Internet regolarmente, contro poco più della metà degli over 65.
Questo gap non è solo tecnico ma anche culturale: gli adulti mantengono un approccio più sequenziale e riflessivo, mentre i giovani sviluppano modalità reticolari e veloci, spesso a scapito della profondità.

Una sfida di qualità, non solo di quantità

Secondo il Digital 2024 Global Overview Report, l’87,7% degli italiani è connesso, ma oltre 7 milioni di persone restano escluse, soprattutto nelle aree interne e tra le fasce più fragili. Inoltre, gran parte del tempo online è dedicata a intrattenimento e social, mentre solo il 18% degli utenti sfrutta la rete per attività formative o di cittadinanza attiva (Istat).

Per l’Italia, dunque, l’obiettivo non è garantire l’accesso, ormai quasi universale, ma trasformarlo in un utilizzo consapevole, critico e capace di generare valore sociale.

Lavoro sempre più “senior”: l’età media degli occupati sale a 44 anni

Altro che ricambio generazionale e slogan come largo ai giovani. Il mondo del lavoro italiano invecchia, e lo fa più in fretta della popolazione generale.

Secondo un’analisi di Confesercenti basata su dati Istat, INPS e registri camerali, nel 2024 l’età media dei lavoratori ha raggiunto i 44,2 anni, oltre due in più rispetto al 2019. Un trend che riflette il calo della presenza giovanile e la crescita degli over 50, inclusi più di un milione di pensionati rientrati in attività.

Il fenomeno è più accentuato al Centro Italia

Anche se il fenomeno riguarda l’intero Paese, è più accentuato nel Centro Italia, dove la media tocca i 44,6 anni, seguito dal Nord (44,4) e dal Sud (43,8). Le cause di questa tendenza sono note a tutti: percorsi di studio più lunghi, requisiti pensionistici più rigidi e un quadro demografico segnato dal calo delle nascite. Ma sorprende come l’invecchiamento nel lavoro superi quello dell’intera popolazione, cresciuto di soli due mesi nello stesso arco temporale.

Negli ultimi vent’anni, il numero totale di occupati è cresciuto di oltre 1,6 milioni di unità. Ma questo dato nasconde un profondo squilibrio: i lavoratori under 34 sono diminuiti di oltre 2 milioni, quelli tra i 35 e i 49 anni sono calati di quasi un milione, mentre gli over 50 sono aumentati di quasi 5 milioni. Tra questi, anche molti pensionati tornati in attività, spesso liberi professionisti o lavoratori autonomi, ma anche circa 360.000 dipendenti.

Il mancato ricambio generazionale è un pericolo per le imprese

Anche il mondo dell’imprenditoria non sfugge alla tendenza. L’età media degli imprenditori è passata da 51,1 a 51,9 anni. In alcune regioni, come Umbria, Toscana e Liguria, si superano già i 53 anni. Il Lazio rappresenta un’eccezione con una lieve flessione, mentre la Lombardia vanta il primato degli imprenditori più giovani (49,2 anni).

I giovani sono delle “Cenerentole”

Il ritorno al lavoro dopo la pensione e la difficoltà per i giovani di entrare nel mercato sono anche il frutto di un contesto lavorativo che viene via via impoverito. Tra inflazione, carico fiscale e contratti non rappresentativi – i cosiddetti “pirata” – circa 800mila lavoratori, soprattutto nei settori del commercio e del turismo, risultano sottoinquadrati e privi di tutele fondamentali.

Serve un cambio di rotta

Secondo Nico Gronchi, presidente di Confesercenti, è il momento di agire con politiche mirate: incentivi fiscali per le imprese under 35, detassazione degli aumenti contrattuali più qualificati, e valorizzazione della contrattazione collettiva. Solo così, conclude, sarà possibile frenare l’inverno demografico del lavoro e restituire prospettive alle nuove generazioni.

L’email marketing garantisce ancora risultati concreti in termini di coinvolgimento e conversione 

Il canale email, spesso considerato superato o sottovalutato, ancora oggi è centrale per molte realtà, soprattutto in ambito B2C, dove la comunicazione personalizzata e diretta è cruciale. 

Il report Email Marketing Benchmark di GetResponse mostra come in un contesto segnato dall’incertezza degli algoritmi, e da costi crescenti per la visibilità online, la posta elettronica rimanga uno dei pochi strumenti capaci di garantire controllo, tracciabilità e ritorni stabili nel tempo.

Nonostante l’apparente concorrenza di canali più moderni, come i social media, l’email marketing è infatti uno strumento che continua a offrire risultati concreti in termini di coinvolgimento e conversione.

Automotive, finanza e retail si confermano i settori che ne sfruttano meglio le potenzialità

Il settore automotive guida la classifica dei settori dove l’email marketing continua a essere utilizzato con profitto.
Con un tasso medio di apertura delle email del 53,54%, l’automotive è seguito da finanza (52,12%), marketing/advertising (50,39%) e commercio al dettaglio (49,62%). Tutti valori superiori alla media europea, che si attesta al 42,6%.

I tassi di clic confermano questa tendenza, con la finanza al 5,01%, l’IT al 4,68%, l’automotive al 4,49% e il settore media/editoria al 4,36%.
Questi risultati non si limitano a mostrare quali settori ottengono più interazioni, ma suggeriscono anche come pratiche più strutturate, contenuti pertinenti e frequenza regolare degli invii giochino un ruolo decisivo.

Bassa incidenza di disiscrizioni e segnalazioni spam

Al contrario, ristorazione (2,11%) o immobiliare (2,32%) faticano a ottenere gli stessi risultati, spesso a causa di strategie più generiche, invii sporadici o messaggi poco segmentati.

Uno degli elementi che conferma la solidità del canale email è la bassa incidenza di disiscrizioni e segnalazioni spam. In tutti i settori analizzati, il tasso di disiscrizione resta tra lo 0,05% e lo 0,12%, mentre le segnalazioni spam si mantengono al di sotto dello 0,02%. Numeri che indicano un buon livello di accettazione del canale da parte degli utenti e che rafforzano l’idea che la pertinenza dei contenuti sia la variabile più determinante.
Quando le email rispondono a un interesse reale o forniscono un contenuto informativo di qualità, non solo vengono lette, ma favoriscono un rapporto continuativo.

Uno strumento accessibile a tutti, non servono competenze tecniche elevate

In settori come quello finanziario o tecnologico, ad esempio, newsletter con aggiornamenti normativi o analisi di scenario diventano strumenti di orientamento.
Nel retail, invece, la personalizzazione basata sul comportamento di acquisto può migliorare sensibilmente il tasso di coinvolgimento.

Sebbene l’email marketing venga talvolta percepito come uno strumento tecnico o riservato a realtà strutturate, negli ultimi anni si è assistito a una semplificazione delle piattaforme e all’introduzione di soluzioni pensate anche per imprese di piccole dimensioni.
Oggi, anche le Pmi e le microimprese possono utilizzare funzionalità avanzate come l’invio automatizzato, la segmentazione dinamica o i suggerimenti intelligenti di contenuto, senza necessariamente possedere competenze tecniche elevate.

Italia online: il 52% dei cittadini esposto a pericoli digitali

La rete è entrata stabilmente nella vita degli italiani, ma non sempre in modo sicuro. Secondo l’ultimo report pubblicato dall’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni), il 52% degli italiani ha avuto esperienze dirette con contenuti dannosi online: dalla disinformazione all’hate speech, fino a fenomeni gravi come il revenge porn.

La ricerca – che ha coinvolto oltre 7.000 persone dai 6 anni in su – delinea un Paese altamente connesso ma ancora impreparato ad affrontare i rischi digitali.

Solo i giovani manifestano le loro preoccupazioni

La consapevolezza del problema c’è: più dell’80% degli italiani si dichiara preoccupato per la presenza di contenuti pericolosi in rete. Eppure, quasi la metà della popolazione (44%) non sente l’esigenza di chiedere supporto o informarsi su come navigare in modo più sicuro.
I giovani sotto i 18 anni, al contrario, tendono a parlarne più facilmente, soprattutto con genitori e insegnanti.

Internet parte della quotidianità, ma mancano le competenze

Il 90% degli italiani accede ogni giorno a Internet, con un uso intensivo: quasi uno su due trascorre più di quattro ore online. Pochi però hanno strumenti adeguati per orientarsi nel mondo digitale: quasi due terzi degli intervistati (64,6%) non conosce i criteri con cui gli algoritmi selezionano e mostrano i contenuti.

Solo il 7% della popolazione dimostra una solida alfabetizzazione digitale.

La prima educazione digitale avviene in famiglia 

L’educazione digitale spesso inizia in casa. L’80% delle famiglie stabilisce regole sull’uso di Internet da parte dei figli.
I metodi sono diversi: i genitori più giovani optano per controlli rigidi e limiti di tempo, mentre quelli over 45, in particolare se con un’istruzione più alta, preferiscono il dialogo e la supervisione attiva.

Come reagiscono gli italiani ai contenuti pericolosi?

Quando si trovano davanti a contenuti inappropriati, la maggior parte delle persone reagisce: oltre l’80% cambia canale, evita la fonte o abbandona la piattaforma.

Ma solo un italiano su tre verifica l’attendibilità delle notizie prima di condividerle. Anche in questo caso, il livello di istruzione influenza fortemente i comportamenti: chi ha studiato di più è anche più critico e reattivo.

Italiani sempre più connessi, ma poco preparati 

Il quadro che emerge è chiaro: in Italia l’accesso alla rete è ormai capillare, ma manca un’adeguata preparazione.
L’AGCOM sottolinea l’urgenza di rafforzare l’educazione digitale, a partire dalle scuole e dalle famiglie, per colmare il divario tra connessione e consapevolezza.

Office fatigue estiva: come contrastarla?

In un momento in cui molte aziende stanno progressivamente riducendo il ricorso allo smart working, prende forma il fenomeno della ‘office fatigue’ o affaticamento da ufficio: un senso di spossatezza mentale e fisica legato alla routine del lavoro in presenza. E alimentato da fattori esterni come il caldo, i ritmi serrati e la difficoltà a ritagliarsi momenti per sé.

Durante la stagione estiva, con le temperature in aumento e le città che si svuotano, recarsi in ufficio può trasformarsi in una vera e propria sfida quotidiana. Non solo dal punto di vista logistico, ma anche emotivo. 
Per questo motivo HelloFresh, in collaborazione con Nadia Piazzon, psicologa del lavoro e consulente risorse umane, propongono alcuni accorgimenti per il benessere quotidiano per contrastare l’office fatigue.

Caldo e routine frammentata contribuiscono alla spossatezza

L’equilibrio tra energia che si dedica al lavoro e momenti per sé stessi è la chiave per vivere una situazione di benessere fisico e mentale.
Per combattere la cosiddetta office fatigue prima che diventi cronica bastano poche regole, riposo adeguato, moderata attività fisica e alimentazione sana.

Con una buona organizzazione del tempo, sia in ufficio sia a casa, si possono quindi adottare comportamenti virtuosi che migliorano la qualità della vita.
“Il fenomeno dello smart working si sta modificando gradualmente e molti dipendenti sono richiamati ad alcuni giorni obbligatori in presenza – spiega Nadia Piazzon -. In estate, caldo, routine frammentata e spostamenti, specialmente per i pendolari, contribuiscono a un senso di spossatezza che potrebbe incidere negativamente sull’umore e sulla produttività”.

Iniziare la giornata con un “intento estivo”

Tra le raccomandazioni per mantenere il benessere mentale ed emotivo anche nei periodi più caldi e intensi, HelloFresh e Nadia Piazzon consigliano di iniziare la giornata con un ‘intento estivo’.
Al mattino, prima di entrare in modalità operativa, è utile prendersi qualche minuto per formulare un’intenzione leggera, ma concreta, legata alla stagione, come, ad esempio, concedersi una pausa all’aria aperta in pausa pranzo.

Oppure, creare micro-rituali freschi alla scrivania, come una borraccia con acqua aromatizzata (menta, lime, cetriolo) o un mini diffusore con oli essenziali freschi (agrumi, eucalipto). 

Preparare la cena come gesto di decompressione

Al rientro dal lavoro trasformare la preparazione della cena in un momento personale, quasi meditativo, può aiutare a ‘chiudere il capitolo ufficio’.
Piatti semplici e gustosi permettono di impegnare le mani in modo creativo, coinvolgere i sensi e ritrovare una ritualità positiva.

Questo tempo di ‘transizione’ tra lavoro e serata, riporta Askanews, è prezioso per ricalibrarsi emotivamente.
Inoltre, interrompere il lavoro ogni due ore per osservare elementi naturali come piante, cielo o paesaggi, anche solo in formato fotografico, permette di ridurre l’affaticamento visivo e mentale. Anche brevi esposizioni a stimoli naturali hanno effetti positivi sul tono dell’umore e sulla concentrazione.

Matrimonio: nel 2024 in Italia costa in media 23.800 euro

Emerge dal Rapporto sul Settore Nuziale 2025 di Matrimonio.com: nel 2024 in media  un matrimonio costatava poco meno di 23.800 euro, l’8% in più rispetto all’anno precedente.
Ma chi sono le coppie di oggi? Persone attente ai contenuti digitali (oltre una coppia su 4 crea un sito di matrimonio su cui pubblicare i dettagli da condividere con gli invitati), finanziariamente indipendenti (il 49% paga le nozze di tasca propria) e conviventi già molto prima di pronunciare il fatidico “sì” (80%). 

E se tra i Millennials è un vero boom di matrimoni (70%), nel 2024 si comincia a registrare un incremento significativo del numero dei nozze celebrate dai nativi digitali, che salgono al 18%. Nel 2023 la GenZ rappresentava solo l’1% degli sposi.
E in termini statistici, le coppie della GenZ attualmente rappresentano 1 matrimonio su 5 tra tutti quelli celebrati in Italia.

Nozze che durano 3 giorni con più di 100 invitati

Considerando la tendenza a organizzare nozze che possono durare fino a tre giorni e tenendo presente la sempre maggiore personalizzazione di questo tipo di evento, non sorprende che attualmente la spesa media di un matrimonio, esclusi luna di miele e anello di fidanzamento, si aggiri intorno ai 23.781 euro, l’8% in più rispetto all’anno precedente.

Il 42% delle coppie assicura di aver speso almeno 25.000 euro, e il 20% sono arrivate a 35.000.
Per il 42% (+2%) l’attuale situazione economica ha avuto un impatto sostanziale sul preventivo e la pianificazione.
Per quanto riguarda la lista degli invitati resta stabile a una media di 106. Quasi la metà dei matrimoni celebrati nel 2024 (46%) aveva più di 100 invitati.

Un evento destinato a restare per sempre nella memoria

Una cosa è certa: le coppie vogliono investire nel loro giorno speciale e nei fornitori che lo renderanno magico. Questo spiega come mai tendano a ingaggiare una media di 12 professionisti.
Ciò che desiderano è trascorrere quanto più tempo possibile con familiari e amici, pertanto scelgono di organizzare nozze personalizzate in grado di coinvolgere tutti. Tanto che il 56% delle coppie ha optato per organizzare matrimoni che durano 2 o più giorni.

Rendere il proprio matrimonio un evento personalizzato fin nei minimi dettagli e destinato a restare per sempre impresso nella mente degli invitati è la priorità per le coppie di oggi.

Sposalizi “a tema” ispirati a film o serie TV

Non importa il numero degli ospiti o la data quanto l’esperienza che si vuol regalare agli invitati, il look and feel generale e la scelta di temi e luoghi che rispecchino la personalità degli sposi.

Per più di 8 coppie su 10 è prioritario il benessere degli invitati, il 72% dà importanza al risultato e all’atmosfera generale dell’evento e il 47% crede fortemente che il proprio matrimonio debba riflettere i gusti e il carattere della coppia. Con 2 coppie italiane su 10 che scelgono un matrimonio a tema ispirandosi a un libro, un film una serie TV o un argomento che le appassiona.

Cyberattacchi alle industrie: danni da milioni di dollari per le aziende europee

Per il mondo dell’industria europea, la minaccia informatica non è più una possibilità remota, ma una costante con effetti economici potenzialmente devastanti. Secondo uno studio condotto da Kaspersky in collaborazione con VDC Research, oltre il 60% delle imprese industriali nell’area EMEA ha subito danni economici superiori al milione di dollari a causa di cyberattacchi.

Una percentuale importante di aziende – quasi il 10% – ha invece quantificato le perdite in oltre 5 milioni, e in alcuni casi si è superata la soglia dei 10 milioni di dollari.

Lo stato della sicurezza OT nelle industrie

L’indagine, raccolta nel rapporto “Securing OT with Purpose-built Solutions”, si è basata su interviste rivolte a più di 250 decision maker operanti in settori strategici come energia, trasporti, manifattura e servizi essenziali.

Dallo studio emerge un quadro piuttosto critico: molte imprese non sono ancora attrezzate per affrontare con efficacia le minacce informatiche che colpiscono i sistemi OT, ovvero le tecnologie operative fondamentali per garantire la produzione e il funzionamento degli impianti.

Un impatto a catena: dalla produzione ai ricavi

Le violazioni informatiche comportano conseguenze che si riflettono su ogni aspetto dell’azienda. I costi più pesanti derivano dalle azioni di risposta agli incidenti, spesso gestite da team interni o affidate a fornitori esterni specializzati.

A questo si aggiungono le perdite di fatturato dovute al blocco delle attività, la necessità di riparare o sostituire attrezzature danneggiate, il pagamento di eventuali riscatti ai cybercriminali, oltre alla perdita di materiali o prodotti già in fase di lavorazione. Il danno, dunque, non è solo immediato ma anche strutturale, poiché colpisce la capacità produttiva e la reputazione dell’azienda.

La vera criticità: le interruzioni non pianificate

Particolarmente critici sono i tempi di inattività non previsti: quasi sei aziende su dieci hanno dichiarato che le interruzioni causate da attacchi durano mediamente tra le quattro e le ventiquattro ore.
In settori dove la continuità operativa è essenziale, anche una breve pausa può causare ritardi nelle consegne, mancati guadagni e tensioni con clienti e fornitori. E in molti casi, si tratta di danni difficilmente recuperabili.

“Ignorare la cybersicurezza è un rischio che le aziende non possono permettersi”

Come sottolinea Andrey Strelkov, responsabile della linea di prodotti per la sicurezza industriale di Kaspersky, l’adozione di strategie di prevenzione non può prescindere da un rafforzamento della cybersecurity.

Le aziende industriali, secondo l’esperto, non possono permettersi di trascurare questa dimensione. I tempi di fermo costano caro e le falle nella sicurezza possono mettere a repentaglio non solo il bilancio, ma la stessa sopravvivenza sul mercato.

L’e-commerce B2B in Europa vale il doppio del B2C

Nel 2025 il valore dell’e-commerce B2b in Europa varrà oltre 1.600 miliardi di euro, il doppio rispetto agli oltre 840 miliardi del B2c.
La crescita del B2b (+8,9%) rispetto al 2025 è spinta dalla necessità di rendere più efficienti, trasparenti e flessibili i rapporti commerciali tra imprese. Un’accelerazione che tocca tutti i comparti merceologici e che coinvolge attivamente anche l’Italia, sempre più presente nei marketplace internazionali e nei canali digitali.

Secondo i dati emersi dall’ottava edizione del Focus B2B Digital Commerce di Netcomm, l’e-commerce B2b si consolida ormai come una vera e propria infrastruttura strategica dell’economia moderna, destinata a trasformare le filiere produttive, distributive e relazionali.

“Un motore per la competitività industriale”

“Il commercio digitale B2b non è più solo una leva di efficienza, ma un motore per la competitività del sistema industriale italiano e globale – afferma Roberto Liscia, Presidente Netcomm -. Stiamo assistendo a una trasformazione profonda nel modo in cui le imprese si relazionano, vendono e crescono. Dalle Pmi ai grandi gruppi, le aziende che adottano piattaforme digitali, AI e modelli omnicanale sono in grado di esportare meglio, disintermediare i canali tradizionali e costruire relazioni durature con i clienti. I rapporti B2b sono inoltre il cuore dell’export italiano, soprattutto nei settori a più alto valore aggiunto, come il Lifestyle, la Componentistica e l’Agroalimentare. Oggi, grazie al digitale, le imprese possono sviluppare contratti vendor, gestire potenziali clienti internazionali, offrire customer experience personalizzate e scalare i processi di vendita globali in modo efficiente e sostenibile”.

La digitalizzazione delle filiere

Il commercio digitale B2b facilita l’integrazione tra i diversi attori della filiera, consentendo una riduzione significativa dei tempi e dei costi totali di idversi processi. Dall’Order to Cash (il processo di ricezione ed evasione degli acquisti dei clienti) alla condivisione intelligente degli stock tra magazzini e canali, nonché la gestione di modelli avanzati come il Dropshipping (la vendita di prodotti online che non prevede il possesso fisico o la gestione in magazzino). E ancora, dal Co-marketing digitale (partnership strategica tra attività commerciali) alla configurazione semplificata di offerte complesse.

Sempre più aziende scelgono, inoltre, di disintermediare la distribuzione per migliorare il controllo sui prezzi, aumentare i margini di vendita e raccogliere dati sui clienti finali.

Piattaforme e marketplace: verso un ecosistema integrato

Oltre ai grandi marketplace globali, si afferma sempre più il modello del Corporate Marketplace, piattaforme digitali proprietarie che permettono alle imprese di valorizzare il proprio ecosistema, integrare fornitori e clienti e gestire la complessità industriale su un’unica infrastruttura digitale.

Al centro della trasformazione del commercio B2b ci sono le tecnologie emergenti. AI, Machine Learning, Headless & Composable Commerce stanno rivoluzionando ogni aspetto dell’esperienza d’acquisto tra imprese.
Questa rivoluzione tecnologica impone però anche un’evoluzione dei ruoli professionali.
Il venditore B2b, ad esempio, si trasforma in Brand Ambassador, capace di operare in un contesto omnicanale e ibrido, con nuove competenze digitali e relazionali.