Con la transizione ecologica e digitale sale il Pil: +1,1% nel 2035, +8,4% nel 2050

In uno scenario Net Zero Transformation, ovvero, se si decidesse di accelerare la transizione ecologica e digitale, il sistema produttivo nazionale potrebbe registrare benefici già nel 2035: Pil superiore dell’1,1% rispetto a uno scenario di base, e tasso di disoccupazione inferiore dello 0,7%. 
l trend positivo continuerebbe negli anni successivi, e nel 2050 il Pil sarebbe superiore dell’8,4% a quello tendenziale.

Questo, grazie al rallentamento del riscaldamento globale, all’innovazione e all’aumento dell’efficienza energetica, che contribuirebbero anche a ridurre la spesa per i danni ambientali e ad aumentare le entrate fiscali. 
È il quadro che emerge dal Rapporto ‘Scenari per l’Italia al 2035 e al 2050. Il falso dilemma tra competitività e sostenibilità’, realizzato dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile ETS (ASviS) in collaborazione con Oxford Economics

“È a questo scenario virtuoso che dobbiamo guardare”

In questo modo, nonostante l’aumento degli investimenti pubblici, si registrerebbe anche un miglioramento del rapporto debito pubblico/Pil rispetto allo scenario di base. 

“È a questo scenario virtuoso che dobbiamo guardare, rispetto agli altri tre analizzati: Net Zero, Transizione Tardiva, Catastrofe Climatica – sottolinea Enrico Giovannini, direttore scientifico ASviS. – Dobbiamo accelerare la transizione, non rallentarla, e sostenerla con investimenti innovativi a tutto campo, perché questo produrrebbe risultati positivi per tutti i settori sia al 2035, sia al 2050, con l’ovvia eccezione dell’estrazione e della produzione di combustibili fossili. Rispetto allo scenario di base, il valore aggiunto della manifattura resterebbe invariato nel 2035, ma crescerebbe del 9,3% nel 2050. E quello dei servizi aumenterebbe dello 0,5% nel 2035 e del 5,9% nel 2050”.

“Una leva strategica per rafforzare il sistema produttivo e sociale”

In termini aggregati, il comparto industriale vedrebbe il valore aggiunto aumentare dell’1,7% nel 2035 e del 14,9% nel 2050, un valore maggiore di quello che sperimenterebbe la Germania nello stesso periodo.

“La sostenibilità è una leva strategica per rafforzare il sistema produttivo e sociale del nostro Paese ed è sbagliato pensare che ci sia contrapposizione tra sostenibilità e competitività – commenta Pierluigi Stefanini, presidente ASviS -. Come dimostrano le simulazioni condotte con Oxford Economics, l’inazione ha costi crescenti, mentre investire nella sostenibilità conviene, perché aumenta la redditività delle imprese e genera benessere sociale”.

Integrare la sostenibilità nel business porta benefici

Gli studi, già disponibili e citati nel Rapporto, dimostrano che le imprese italiane che investono in sostenibilità aumentano la produttività, la competitività e la solidità finanziaria.
Ad esempio, se il 34,5% delle Pmi e il 73,8% delle grandi imprese sono già impegnate in attività di tutela ambientale, quelle manifatturiere sostenibili registrano una produttività più alta del 5-8% rispetto alle altre.

Quasi il 50% delle imprese italiane ha adottato almeno una pratica di economia circolare, con risultati finanziari migliori, maggiori investimenti e minore indebitamento.
Il 92% delle imprese familiari e l’89% delle non familiari riconosce che integrare la sostenibilità nel business porta benefici, a partire dalla reputazione e fiducia nel brand: per questo è tra gli obiettivi prioritari dei prossimi tre anni. 

Dazi USA, 7 imprese italiane su 10 stanno già “correndo ai ripari”  

Le tensioni commerciali con gli Stati Uniti spingono le imprese italiane a correre ai ripari. Secondo un’indagine condotta da Unioncamere e dal Centro Studi Tagliacarne, il 70% delle aziende sta già adottando contromisure per contrastare gli effetti negativi che potrebbero derivare dall’introduzione di nuovi dazi da parte del governo statunitense.

Nonostante gli Stati Uniti rappresentino una fetta significativa dell’export italiano, le aziende tricolore dimostrano una discreta capacità di adattamento grazie a una buona diversificazione dei mercati: mediamente, ogni impresa esporta verso 11 Paesi diversi. Questo fattore potrebbe attenuare l’impatto delle eventuali barriere doganali.

Le Camere di commercio come punto di riferimento

A Roma, durante l’Assemblea di Unioncamere, il presidente Andrea Prete ha evidenziato il ruolo cruciale delle Camere di commercio nel supportare l’internazionalizzazione delle imprese, soprattutto quelle di piccole dimensioni. Un’analisi realizzata da Ipsos conferma che il 43% degli imprenditori vede nelle Camere un alleato importante per l’accesso ai mercati esteri, mentre quasi uno su due ritiene che possano essere fondamentali nell’affrontare le sfide future.

Prete ha anche sottolineato che oltre 7 miliardi di euro di esportazioni aggiuntive potrebbero derivare proprio dalle piccole imprese, se adeguatamente sostenute.

Le principali preoccupazioni delle aziende tricolore

Il primo timore legato ai dazi americani è la possibile riduzione dell’export, indicata dal 56% delle aziende coinvolte nell’indagine. Seguono l’aumento dei costi di approvvigionamento (26%) e il calo delle vendite di beni intermedi destinati a prodotti venduti sul mercato statunitense (22%).

Il 19% delle imprese, inoltre, teme una maggiore concorrenza da parte di produttori esteri che potrebbero orientarsi verso l’Unione Europea come alternativa agli USA.

Quali sono le strategie adottate?

Le strategie per affrontare i nuovi scenari sono varie. Il 33% delle aziende prevede di aumentare i prezzi di vendita, mentre un quarto degli imprenditori guarda ai mercati europei come possibile alternativa. Il 18% pensa a un’espansione verso Paesi extra-UE.

Solo una piccola percentuale (3%) considera di spostare parte della produzione direttamente negli Stati Uniti.

L’Italia tra i principali esportatori verso gli USA

Il nostro Paese si conferma tra i maggiori esportatori europei verso gli Stati Uniti, con una quota del 22,3% delle aziende coinvolte nell’export diretto, seconda solo alla Francia (22,6%). In termini di valore, nel 2024 l’export italiano verso gli USA ha superato i 65 miliardi di euro, pari al 10,8% dell’intero export nazionale.

Il peso dell’export varia però in modo significativo a livello locale. A Trieste, ad esempio, il 36,2% del fatturato delle imprese deriva dalle vendite negli USA. Percentuali elevate anche a L’Aquila (17,6%), Isernia (16%) e Grosseto (12,1%).

La forza della diversificazione

La resilienza del sistema produttivo italiano si fonda anche sulla capacità di diversificare i mercati. Le imprese manifatturiere del Nord-Ovest esportano in media verso 13 Paesi, quelle del Nord-Est in 11, mentre al Centro si scende a 9 e nel Mezzogiorno a 6.

Eccellenze come Reggio Emilia, Vercelli, Bologna e Ravenna guidano la classifica nazionale, con alcune aziende che raggiungono fino a 17 mercati.

Italia: cresce il business dei droni professionali

Il settore italiano dei droni sta vivendo un momento di forte slancio. Nel 2024, il comparto professionale – rivolto a imprese e pubbliche amministrazioni – ha raggiunto un valore di 160 milioni di euro, segnando una crescita del 10% rispetto all’anno precedente.

Secondo i dati dell’Osservatorio Droni e Mobilità Aerea Avanzata del Politecnico di Milano, presentati a Roma in occasione dell’evento “Innovazione tecnologica e transizione sostenibile”, l’80% degli operatori ritiene che il settore continuerà a crescere fino almeno al 2027.

Un panorama imprenditoriale che cambia

Attualmente, in Italia operano 657 aziende specializzate nel campo dei droni, leggermente meno rispetto agli anni passati. Ogni anno il 5% delle imprese chiude, soprattutto tra quelle di piccole dimensioni o di recente costituzione.

Al contempo, solo il 2% sono nuove attività, a conferma di un sistema in fase di riorganizzazione e rafforzamento.

Sperimentazione globale: pochi i progetti già attivi

A livello mondiale, l’Osservatorio ha esaminato 1.882 progetti legati all’uso dei droni dal 2019 al 2024: solo il 16% è effettivamente operativo. Questo evidenzia come molte applicazioni siano ancora in fase pilota o soggette a barriere normative e tecnologiche.

Le applicazioni si dividono in tre livelli di maturità

L’indagine condotta su 15 scenari applicativi ha evidenziato tre stadi evolutivi:
Stadio iniziale: riguarda il trasporto di persone tramite droni, con ancora molte criticità da superare.
In sviluppo: include il trasporto di merci, la manutenzione di infrastrutture e l’agricoltura di precisione. Serve investire in formazione e regolamentazione.
In fase avanzata: ispezioni, monitoraggio ambientale, sicurezza e ricerca rappresentano gli ambiti più consolidati, anche se necessitano di ulteriore spinte infrastrutturali e di sostenibilità economica.

Verso una filiera nazionale integrata

“È il momento di passare dalle sperimentazioni alla realtà operativa”, ha dichiarato Marco Lovera, docente del Politecnico di Milano. L’Italia, grazie alle sue competenze tecniche e normative, è pronta a diventare un riferimento in Europa. “Abbiamo tutte le carte in regola per guidare il cambiamento”, ha aggiunto Paola Olivares, direttrice dell’Osservatorio.

Diventare Grandi: entertainment, family marketing e nuove generazioni

Cosa significa per GenZ e GenAlfa diventare grandi? Per i ragazzi tra 15 e 29 anni significa raggiungere indipendenza economica, responsabilità e crescita personale, affrontando un mix di emozioni contrastanti, l’entusiasmo per la libertà e le ansie legate alle sfide dell’età adulta.

Per le aziende, comprendere queste dinamiche è essenziale per creare prodotti/messaggi in grado di rispondere alle loro aspettative.
Lo ha sottolineato BVA Doxa nel corso dell’evento B2B organizzato in collaborazione con MLD Entertainment dedicato al family marketing e alle nuove generazioni, il cui tema è stato proprio ‘Diventare grandi’.

Benessere ed educazione: i giovani ricercano equilibrio e autenticità

Ma il concetto di crescita non si limita all’età anagrafica, poiché include esperienze, cambiamenti e scelte consapevoli. Un percorso che non riguarda solo i giovani, ma anche le aziende, chiamate a innovarsi per restare al passo con un mercato in continua evoluzione.

Di fatto, le nuove generazioni vogliono anche vivere esperienze significative, sia digitali sia fisiche. Per creare connessioni autentiche, le aziende devono investire in esperienze memorabili e in uno storytelling che utilizzi i codici e i canali più adatti a loro.
Inoltre, poiché il 60% degli 8-11enni accede ad almeno un social, mentre il 95% dei 14-17enni ha sentito parlare di sostenibilità, le aziende possono valorizzare questi aspetti offrendo percorsi educativi mirati.

L’Intelligenza artificiale è parte della quotidianità

L’affacciarsi al mondo adulto significa per i giovani confrontarsi con le prime relazioni con il lavoro, e con una forte attenzione all’equilibrio tra carriera e vita privata. Ma la GenZ inizia a confrontarsi anche con il tema della genitorialità: oggi, il 25% delle mamme con bambini 0-4 anni appartiene a questa generazione.

Giovani e meno giovani, poi, devono fare i conti con l’impatto dell’Intelligenza artificiale sulla quotidianità. L’AI rappresenta una sfida anche per le aziende, chiamate a bilanciare tecnologia e autenticità.
Il 42% dei 12-18enni ritiene che l’AI migliorerà le esperienze online, ma quasi altrettanti temono di non riuscire a distinguere informazioni affidabili.

Family Marketing: scenari e mercato

Il settore del Family Marketing, che comprende i mercati rivolti alle famiglie con bambini, nel 2024 ha raggiunto un valore di circa 7 miliardi di euro, -1,75% rispetto all’anno precedente.
I due comparti principali, abbigliamento 0-14 anni e giocattoli (insieme rappresentano il 75% del mercato), registrano una contrazione rispettivamente dell’1,70% e del 3,34%.

Tuttavia, all’interno del settore dei giocattoli crescono i giochi di costruzione e collezionabili (+23%), con un boom dei formati ‘Micro’ (+30%).
L’editoria per ragazzi segna invece -2%, con una riduzione dei titoli Kids e Young Adult tra i bestseller, mentre il cinema si mantiene stabile, con Disney che continua a dominare il box office (25% degli incassi). I franchise per famiglie, poi, occupano 5 posizioni nella Top10 2024, con un peso complessivo del 65%.

ICT: 132.400 imprese (+2,1%) e 631.500 occupati (+3,4%) nel 2024

Lo evidenzia il primo Osservatorio Trimestrale del settore ICT, frutto della collaborazione tra Anitec-Assinform e InfoCamere: alla fine del 2024 il settore ICT italiano conta 132.400 imprese, per una crescita del 2,1% rispetto all’anno precedente, numeri che confermano il ruolo del comparto come uno dei motori della trasformazione digitale del Paese.

La suddivisione per comparti sottolinea la predominanza di Software e Consulenza IT, con 56.707 imprese e 379.607 addetti, seguiti dai Servizi IT, che contano 55.292 imprese e 125.430 addetti.
In calo invece le Telecomunicazioni, che registrano una diminuzione delle imprese attive rispetto all’anno precedente.
Complessivamente, il settore impiega 631.500 addetti, il 3,4% in più rispetto al 2023.

Startup e Pmi innovative, la componente dinamica del settore

Le startup e Pmi innovative rappresentano la componente più dinamica del settore, con 10.600 imprese attive, in crescita dell’1,8% rispetto al 2023, nonostante un leggero rallentamento rispetto agli anni precedenti.
Queste realtà impiegano oltre 50.400 addetti, registrando un aumento del 5,1% annuo.

A livello territoriale, le prime due regioni per ‘quoziente di localizzazione’ del settore ICT sono Lombardia e Lazio, seguite da Friuli-Venezia Giulia e Veneto, che mostrano tassi di crescita significativi nel settore.
In particolare, in Lombardia sono attive 30.017 imprese ICT, con un totale di 221.151 addetti, mentre nel Lazio si contano 16.255 imprese, che impiegano complessivamente 97.537 addetti.

Calo demografico ridotto rispetto a settori “non ICT”

La crescita demografica delle startup e Pmi innovative ICT ha continuato senza sosta dal 2020, anche se dal 2023 si registra un rallentamento.
Al contrario, nel settore non ICT, la tendenza è opposta, con un calo demografico iniziato verso la fine del 2022 che persiste fino a oggi.

“L’incremento continuo delle imprese e dell’occupazione conferma il ruolo del nostro settore per la trasformazione digitale del Paese – commenta Daniele Lombardo, consigliere con delega alle politiche per la trasformazione digitale delle Pmi di Anitec-Assinform -. I dati mostrano anche come, a fronte della crescita demografica, esistano sfide significative per il nostro settore a partire dall’eccessiva frammentazione, la disomogenea distribuzione nel territorio, inclusa la necessità di un maggiore sostegno alla crescita delle Pmi e delle startup innovative”.

Una guida verso il futuro per il Paese 

“Il passo nel futuro che il Paese deve fare dipende in modo strettissimo dalla forza del settore ICT, sia in termini di dinamiche imprenditoriali sia in termini di crescita di un’occupazione di elevata qualificazione – prosegue Paolo Ghezzi, direttore generale di InfoCamere -. Il Registro delle imprese si conferma un asset imprescindibile per conoscere da vicino e seguire nel tempo, in modo puntuale e aggiornato, tutti questi fenomeni, cogliendone l’impatto sulla struttura imprenditoriale complessiva del Paese, e l’effetto sui territori”.

Business e sicurezza: per le aziende è urgente ottimizzare l’uso dell’AI 

L’introduzione di ChatGPT ha segnato un punto di svolta, rendendo l’Intelligenza artificiale accessibile a tutti, e trasformando radicalmente il processo di innovazione. Ma l’AI sta anche ridefinendo i modelli di business e il panorama della cybersecurity aziendale, aprendo nuove opportunità e al tempo stesso, nuove sfide per le aziende.

In questo scenario in continua evoluzione, la figura del CIO assume un ruolo cruciale. Non solo deve facilitare l’adozione dell’AI in azienda, ma deve anche governarla, garantendo che l’innovazione avvenga in modo sicuro, efficace e strategico.
In occasione dell’evento dedicato all’ecosistema IT in Italia, organizzato da GoBeyond, sono stati presentati i risultati dello studio ‘Total Cost of Ownership dell’AI’, realizzato da IKN Italy, in collaborazione con Casaleggio Associati e Nomios.

I costi nascosti dei progetti di AI

Secondo lo studio, il 32% delle aziende intervistate non monitora il valore generato dall’AI, mentre il 28% valuta i ritorni a livello operativo, e il 60% non monitora ritorni finanziari.
Il valore generato dall’AI solo a livello finanziario viene misurato dal 16% degli intervistati, mentre il 24% monitora ritorni finanziari e operativi.

I progetti AI hanno diversi costi nascosti, che vanno dal Data preparation and governance ai costi infrastrutturali, dalla manutenzione alla formazione fino al legacy. Il technical debt vale il 20-40% dei budget tecnologici, e può rallentare lo sviluppo.
L’analisi evidenzia i costi dei vari approcci, da SaaS o applicativi installati localmente (come Copilot), a cui tutto il personale aziendale ha accesso, a LLM via API o LLM in locale.

Una necessità o una rivoluzione?

L’indagine ha rilevato inoltre che attualmente l’adozione dell’AI nelle aziende è guidata nel 50% dei casi dal CIO, nel 32% dal CDO e solo nel 18% dal CAIO. Dati che aprono una riflessione più ampia: quale valore aggiunto apportano queste figure e quale grado di coinvolgimento richiede realmente l’Intelligenza artificiale in base alle esigenze aziendali?
Parallelamente, l’integrazione dell’AI nella cybersecurity è ormai una necessità per contrastare minacce sempre più avanzate.

Se da un lato l’AI sta rivoluzionando la sicurezza informatica grazie a sistemi di rilevamento avanzato, machine learning, automazione e analisi predittiva, dall’altro rappresenta anche un’arma nelle mani dei cybercriminali, capaci di sviluppare attacchi sempre più sofisticati.

Qual è il livello di utilizzo dell’AI nella cybersecurity?

Il 22% degli intervistati dichiara che non prevede alcuna introduzione dell’AI nella cybersecurity, il 22% la introdurrà entro i prossimi 12 mesi, il 34% utilizza soluzioni AI in modo marginale. Solo il 22% la utilizza in modo esteso.

In ogni caso, per sfruttare appieno il potenziale dell’AI nella cybersecurity, le aziende devono adottare un approccio equilibrato tra innovazione e gestione dei rischi.
La ricerca sottolinea cinque strategie fondamentali per un uso sicuro ed efficace dell’AI. Ovvero, una solida strategia di cybersecurity, investimenti mirati in soluzioni AI, formazione continua, collaborazione con partner del settore e monitoraggio costante delle tecnologie implementate.

Intelligenza artificiale: garantire la sicurezza tecnologica migliora il futuro

Garantire la sicurezza dell’Intelligenza artificiale all’interno di un’azienda rappresenta una sfida complessa e relativamente nuova. Ciò dipende dal fatto che le applicazioni di AI vengono sviluppate in modo diverso rispetto a quelle tradizionali, introducendo un nuovo elemento nel panorama tecnologico: i modelli.

“A differenza delle applicazioni classiche, i modelli di AI possono presentare comportamenti imprevedibili – spiega Jeetu Patel, Executive Vice President & Chief Product Officer di Cisco -. Inoltre, la maggior parte delle aziende farà uso di numerosi modelli distribuiti tra cloud pubblici e privati. Questo panorama, caratterizzato da un approccio multi-modello, multi-cloud e multi-agente, richiede una strategia di sicurezza completamente nuova”.

Il fallimento dei modelli può avere conseguenze disastrose

“Problemi di sicurezza come distorsioni, contenuti contaminati o output inappropriati richiedono una gestione attenta, oltre alla necessità di fronteggiare minacce esterne, come attacchi mirati al furto di dati sensibili o alla compromissione della sicurezza – prosegue Jeetu Patel -. Sebbene i fornitori di modelli e gli sviluppatori di applicazioni adotteranno misure di sicurezza proprie, queste iniziative, per quanto fondamentali, risulteranno inevitabilmente frammentarie e insufficienti. I team di sicurezza dovranno disporre di un livello comune di visibilità e controllo. Sarà essenziale non solo monitorare e comprendere come e dove l’AI verrà impiegata all’interno dell’organizzazione, ma anche convalidare e applicare costantemente le politiche di protezione per il comportamento di modelli, applicazioni e agenti di AI”.

Come “difendersi” dall’AI?

Sebbene sia fondamentale muoversi rapidamente nel campo dell’Intelligenza artificiale, non bisogna mai compromettere fattori quali la sicurezza e la protezione. “Proprio per questo motivo abbiamo recentemente presentato Cisco AI Defense – aggiunge Patel -, una soluzione pensata per superare questo compromesso, offrendo la possibilità di innovare senza timori”.

Cisco AI Defense fornisce infatti una solida protezione in due aree cruciali, accesso alle applicazioni di AI e creazione ed esecuzione di un’applicazione AI.
Le applicazioni di AI di terze parti possono migliorare significativamente la produttività, ma comportano anche rischi come la perdita di dati o il download di contenuti dannosi.Ecco perchè è fondamentale affidarsi a sistemi che applicano policy che assicurano un accesso sicuro e protetto.

Convalida continua e protezione su larga scala

Ad esempio Cisco Secure Access è arricchito da protezioni avanzate specifiche per l’AI.
Nella creazione ed esecuzione di un’applicazione di AI gli sviluppatori devono avere la libertà di innovare senza dover temere vulnerabilità o problemi di sicurezza nei loro modelli. Cisco AI Defense consente di rilevare l’impronta dell’AI, convalidare i modelli per individuare eventuali vulnerabilità, applicare protezioni e farle rispettare in tempo reale su cloud pubblici e privati.

Smart Home: nel 2024 vale 900 milioni di euro, +11%

Nel 2024 in Italia il mercato della Smart Home torna a crescere, raggiungendo quota 900 milioni di euro, +11% rispetto al 2023. Un buon risultato, nonostante la fine di bonus e incentivi energetici e se confrontato con l’Europa (in media +6,5%). Quanto alla nostra spesa pro-capite, risulta ancora circa metà di quella europea (15,5 euro per abitante, rispetto a 32,5).
Il mercato Smart Home è trainato da soluzioni per la sicurezza, come videocamere, sensori per porte/finestre e serrature connesse, che rappresentano il 28% del valore.

Seguono elettrodomestici smart (19%), dispositivi per il risparmio energetico come caldaie, termostati, valvole termostatiche e condizionatori connessi (16%) e smart speaker (14%).
Sono alcuni risultati della ricerca sulla Smart Home dell‘Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano.

Sei italiani su 10 hanno oggetti smart in casa

Il 2024 ha portato novità importanti sul fronte della domanda di soluzioni smart per la casa, con un aumento della consapevolezza e della maturità dei consumatori.
Oggi 6 italiani su 10 possiedono oggetti smart in casa, anche se solo 4 su 10 li hanno connessi a Internet. In ogni caso, 1 italiano su 3 è interessato ad acquistare nuovi dispositivi in futuro.

Importanti novità anche lato offerta: aumenta la gamma di servizi attivabili dall’utente e questi sono sempre più innovativi, grazie alla valorizzazione dei dati raccolti dai dispositivi e all’integrazione delle soluzioni IoT con l’Intelligenza artificiale.
La vendita dell’hardware è un mezzo per ampliare la propria base clienti, ma le aziende sono sempre più consapevoli che il vero valore va cercato altrove.

Canali tradizionali, fatturato -5% 

Nei canali di vendita, il 2024 è stato un anno positivo per molti attori, ma non per la cosiddetta filiera tradizionale, che rispetto al 2023 ha subito una contrazione del -5% nel fatturato, pari a 345 milioni di euro, principalmente a causa della riduzione degli incentivi.

Nonostante ciò, sul lato domanda, cresce l’interesse dei consumatori verso soluzioni veicolate tramite questo canale.
E sul lato offerta, gli installatori, per tanto tempo additati come uno dei freni alla diffusione di soluzioni smart, dimostrano di iniziare a comprendere realmente le opportunità offerte dalla Smart Home.

La sfida dell’evoluzione degli ecosistemi per l’interoperabilità

“Gli ultimi mesi hanno portato importanti novità sul mercato – afferma Giulio Salvadori, direttore dell’Osservatorio -. Si assiste a una platea sempre maggiore di aziende che punta su valorizzazione dei dati, offerta di nuovi servizi e integrazione con soluzioni di Intelligenza artificiale per fidelizzare i propri clienti, garantendo un’esperienza sempre più personalizzata e creando valore grazie ai dati raccolti. Nel 2025 le sfide per la Smart Home saranno l’evoluzione degli ecosistemi per l’interoperabilità, con Matter in prima fila tra le iniziative più rilevanti, e l’arrivo del Data Act, che si propone di regolare e armonizzare l’accesso equo ai dati, inclusi quelli prodotti dagli oggetti smart in casa”.

Per la Gen Z vita online e vita offline sono disconnesse 

Secondo la ricerca condotta da Doxa, e commissionata da Lenovo in occasione del Safer Internet Day, più di un terzo dei giovani tra 18 e 28 anni (38%) pensa che sia più facile esprimersi online piuttosto che offline, mentre il 75% vorrebbe poter avere conversazioni delicate e profonde con la famiglia e i propri cari nella vita reale.

In Italia, quasi 1 giovane della Gen Z su 2 (45%) dichiara di percepire almeno ogni tanto una disconnessione tra la vita online e quella offline. E a causa di questa disconnessione, prova solitudine, frustrazione e ansia. Inoltre, in Italia quasi la metà degli intervistati della Gen Z (49%) afferma che confrontarsi con un professionista qualificato restituirebbe la fiducia necessaria a parlare più apertamente con le persone amate nel mondo reale.

“Aiutare a comprendere la natura e l’uso del digitale”

“Quando conversiamo con una macchina possiamo perdere consapevolezza di ciò che abbiamo davanti – commenta Massimo Chiriatti, Chief Technology & Innovation Officer di Lenovo in Italia -. È una condizione che può essere percepita come negativa, se utilizzata per manipolare le persone. In Lenovo, invece, abbiamo il compito di aiutare a comprendere la natura e l’uso del digitale, che è esterno agli umani. Al tempo stesso, mettendo a disposizione le nostre soluzioni, riteniamo che la tecnologia sia uno strumento fondamentale per medici, professionisti ed esperti della salute mentale”.

Gli under 26 chiamano il Telefono Amico

In occasione della giornata mondiale per la sicurezza in rete, Lenovo ha annunciato la collaborazione con ‘Telefono Amico Italia’, il servizio telefonico e messaggistica di testo gratuito e confidenziale, disponibile 7 giorni su 7.
Nel 2024 Telefono Amico ha gestito oltre 12 mila richieste di aiuto provenienti da under 26, un dato in costante crescita negli ultimi 4 anni.

Attualmente, i giovani rappresentano oltre il 30% dell’utenza del servizio di ascolto via e-mail e quasi il 40% dell’utenza del servizio di ascolto via WhatsApp. Quest’ultimo è un servizio aperto a tutti, ma istituito proprio per offrire ai più giovani un canale di comunicazione più vicino alle loro esigenze e più affine alle loro abitudini.

Un podcast per aprire un dialogo “senza filtri” con i giovani

Per stimolare il confronto sulle sfide alla salute mentale che vivono i giovani, Lenovo ha anche promosso un podcast, ‘Tentativi di connessione’, realizzato in collaborazione con la youtuber e scrittrice Sofia Viscardi.

Si tratta di quattro episodi che raccontano come le nuove generazioni vivono il rapporto tra vita online e offline ed evidenziano le ripercussioni di un utilizzo inconsapevole del digitale sulla salute mentale.

L’acquisto di una casa? Un lusso per pochi

Comprare casa nelle grandi città italiane è ormai un’impresa impossibile per circa 10 milioni di famiglie con un reddito annuo inferiore ai 24.000 euro. Questo è quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili (Ance), che evidenzia come il costo di un mutuo assorba almeno la metà del reddito di una famiglia media, mentre per le fasce meno abbienti l’incidenza può superare i due terzi.

Le città più costose in assoluto sono Milano, Roma e Firenze, dove i prezzi degli immobili continuano a crescere: una larga fetta della popolazione resta esclusa dalla possibilità di acquistare casa.

Affitti fuori controllo: sempre più italiani in difficoltà

Anche il mercato degli affitti presenta una situazione critica. Secondo l’analisi di Ance, il canone di locazione nelle grandi città può superare il 40-50% del reddito di una famiglia, rendendo l’affitto un peso insostenibile per molti nuclei a basso reddito.

Milano, Roma e Firenze si confermano i centri urbani più difficili per chi cerca una casa in affitto, con canoni in costante aumento che colpiscono in particolare giovani, studenti e lavoratori precari. “Il problema abitativo ha ripercussioni sociali ed economiche profonde, limitando la mobilità delle persone e ostacolando la crescita del Paese”, ha dichiarato Federica Brancaccio, presidente di Ance.

Le proposte per affrontare la crisi abitativa

Per risolvere l’emergenza casa, Ance e Confindustria propongono tre interventi chiave. In primis, lo snellimento della burocrazia edilizia, con una riforma urbanistica che faciliti nuovi investimenti immobiliari. In seconda battuta servono agevolazioni fiscali per le imprese, incentivando il sostegno ai dipendenti che vivono in affitto.

Infine, sono auspicabili nuovi strumenti finanziari, per attrarre capitali verso progetti di edilizia a uso sociale, riducendo i rischi per gli investitori.

Il settore delle costruzioni dopo la fine del PNNR

Oltre alla difficoltà di accesso alla casa, Ance avverte di un possibile crollo del settore edilizio dopo la fine del PNRR nel 2026. Attualmente, il piano rappresenta circa il 30% degli investimenti pubblici nel settore, con un valore di circa 30 miliardi di euro.

Se non verranno adottate misure per garantire la continuità degli investimenti, il comparto rischia una crisi paragonabile a quella del 2011, con conseguenze negative per l’occupazione e per la modernizzazione del Paese. Il futuro dell’edilizia, dunque, dipenderà dalla capacità di pianificare una strategia di lungo termine, evitando che la fine dei fondi europei lasci il settore in una nuova fase di stagnazione.