In uno scenario Net Zero Transformation, ovvero, se si decidesse di accelerare la transizione ecologica e digitale, il sistema produttivo nazionale potrebbe registrare benefici già nel 2035: Pil superiore dell’1,1% rispetto a uno scenario di base, e tasso di disoccupazione inferiore dello 0,7%.
l trend positivo continuerebbe negli anni successivi, e nel 2050 il Pil sarebbe superiore dell’8,4% a quello tendenziale.
Questo, grazie al rallentamento del riscaldamento globale, all’innovazione e all’aumento dell’efficienza energetica, che contribuirebbero anche a ridurre la spesa per i danni ambientali e ad aumentare le entrate fiscali.
È il quadro che emerge dal Rapporto ‘Scenari per l’Italia al 2035 e al 2050. Il falso dilemma tra competitività e sostenibilità’, realizzato dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile ETS (ASviS) in collaborazione con Oxford Economics
“È a questo scenario virtuoso che dobbiamo guardare”
In questo modo, nonostante l’aumento degli investimenti pubblici, si registrerebbe anche un miglioramento del rapporto debito pubblico/Pil rispetto allo scenario di base.
“È a questo scenario virtuoso che dobbiamo guardare, rispetto agli altri tre analizzati: Net Zero, Transizione Tardiva, Catastrofe Climatica – sottolinea Enrico Giovannini, direttore scientifico ASviS. – Dobbiamo accelerare la transizione, non rallentarla, e sostenerla con investimenti innovativi a tutto campo, perché questo produrrebbe risultati positivi per tutti i settori sia al 2035, sia al 2050, con l’ovvia eccezione dell’estrazione e della produzione di combustibili fossili. Rispetto allo scenario di base, il valore aggiunto della manifattura resterebbe invariato nel 2035, ma crescerebbe del 9,3% nel 2050. E quello dei servizi aumenterebbe dello 0,5% nel 2035 e del 5,9% nel 2050”.
“Una leva strategica per rafforzare il sistema produttivo e sociale”
In termini aggregati, il comparto industriale vedrebbe il valore aggiunto aumentare dell’1,7% nel 2035 e del 14,9% nel 2050, un valore maggiore di quello che sperimenterebbe la Germania nello stesso periodo.
“La sostenibilità è una leva strategica per rafforzare il sistema produttivo e sociale del nostro Paese ed è sbagliato pensare che ci sia contrapposizione tra sostenibilità e competitività – commenta Pierluigi Stefanini, presidente ASviS -. Come dimostrano le simulazioni condotte con Oxford Economics, l’inazione ha costi crescenti, mentre investire nella sostenibilità conviene, perché aumenta la redditività delle imprese e genera benessere sociale”.
Integrare la sostenibilità nel business porta benefici
Gli studi, già disponibili e citati nel Rapporto, dimostrano che le imprese italiane che investono in sostenibilità aumentano la produttività, la competitività e la solidità finanziaria.
Ad esempio, se il 34,5% delle Pmi e il 73,8% delle grandi imprese sono già impegnate in attività di tutela ambientale, quelle manifatturiere sostenibili registrano una produttività più alta del 5-8% rispetto alle altre.
Quasi il 50% delle imprese italiane ha adottato almeno una pratica di economia circolare, con risultati finanziari migliori, maggiori investimenti e minore indebitamento.
Il 92% delle imprese familiari e l’89% delle non familiari riconosce che integrare la sostenibilità nel business porta benefici, a partire dalla reputazione e fiducia nel brand: per questo è tra gli obiettivi prioritari dei prossimi tre anni.