Mercato del lavoro: quasi 120mila posti a rischio ma le aziende non trovano 190mila lavoratori

Lo segnala l’Ufficio studi della CGIA: nonostante le numerose e recenti crisi aziendali mettano a rischio quasi 120mila posti di lavoro, entro i prossimi tre mesi le imprese hanno intenzione di assumere 1,37 milioni di lavoratori, di cui 380mila circa a tempo indeterminato.

Tuttavia, negli ultimi anni la difficoltà nel reperire il personale è più che raddoppiata, e in un caso su due sussiste il rischio di non poter procedere alle assunzioni.
È un paradosso del nostro mercato del lavoro: le imprese non sarebbero nelle condizioni di coprire, nemmeno offrendo un posto fisso, almeno 190mila posizioni lavorative.

Il decremento della popolazione giovanile

A questo si aggiunge il costante decremento della popolazione giovanile e un incremento significativo della fascia più anziana.
Il numero dei giovani sul mercato del lavoro è in costante diminuzione. In Italia, la fascia di età 25-34 anni è passata da circa 8,5 milioni di individui nel 2004 a 6,2 milioni attuali. Si tratta di un crollo inedito rispetto al passato e tra i più accentuati in Europa.

La forte riduzione del rinnovo della popolazione attiva trascina verso il basso la forza lavoro potenziale: uno squilibrio che nessuno, in tempi ragionevolmente brevi, sembra avere gli strumenti appropriati per affrontare.
Le previsioni per il fabbisogno occupazionale e professionale fino al 2028 dovrebbe attestarsi attorno a 3,6 milioni di occupati. Di questi, l’83% circa (quasi 3 milioni) dovrebbe sostituire chi è destinato a uscire dal mercato del lavoro per raggiunti limiti di età.

A novembre ’24 record storico di “posti fissi” 

Nel prossimo decennio la vera sfida non consisterà tanto nella reintegrazione di coloro che hanno perso il lavoro a causa di crisi aziendali, quanto piuttosto nella copertura dei posti vacanti. 

Sebbene le ore di Cassa Integrazione Guadagni (CIG) totale autorizzate siano in deciso aumento, e la questione salariale sia tornata prepotentemente a infiammare il dibattito politico nazionale, il numero dei lavoratori dipendenti italiani con il posto fisso ha toccato, a novembre scorso, il suo record storico: 16.264.000 addetti.
Per contro, a novembre i lavoratori a termine si sono attestati circa alla stessa quota di novembre 2020, ovvero, 2.652.000.

Tra nuove forme di povertà e disoccupazione

Il livello retributivo in Italia si presenta mediamente inferiore rispetto a quello riconosciuto ai dipendenti dei Paesi con cui competiamo. E sebbene un lavoratore possa beneficiare del cosiddetto posto fisso, non è da escludere che a causa di uno stipendio molto contenuto si trovi invischiato nelle nuove forme di povertà, sempre più diffuse soprattutto nelle grandi aree urbane.

Fenomeni di profondo disagio che fino a un decennio fa non si avvertivano con la stessa preoccupazione con cui si presentano ora.
Tuttavia, se l’alternativa alla crescita dei lavoratori con il contratto a tempo indeterminato è la disoccupazione, la precarietà, o peggio, il lavoro sommerso, non si può che salutare con soddisfazione il record ottenuto nel mese di novembre.

Calcio in TV: gli italiani spendono fino a 900 euro, ma gli spagnoli il doppio

Lo ha scoperto Facile.it esaminando i prezzi degli abbonamenti alle piattaforme digitali e Pay TV per seguire le partite dal divano di casa: in Italia, i tifosi del campionato di Serie A 2024/2025 e delle coppe internazionali per club per l’abbonamento annuale spendono non meno di 648 euro. Ma la cifra può arrivare a 900 euro per chi opta per un abbonamento mensile.
La buona notizia è che i tifosi italiani sono i più fortunati d’Europa. Varcando i confini nazionali si scopre che i prezzi degli abbonamenti alle piattaforme salgono notevolmente.

Infatti, i prezzi per seguire la squadra del cuore quando gioca nel nostro campionato sono più bassi rispetto a quelli degli altri Paesi europei. In Spagna, ad esempio, sono addirittura il doppio.

Quanto costa agli “altri” tifosi? Dai 876 euro degli inglesi ai 1.320 degli spagnoli 

Oltre al fatto che la Serie A è stata riconosciuta come il miglior campionato al mondo, gli italiani spendono meno per godersi la partite sulla TV. In Inghilterra, ad esempio, per seguire da casa Premier League e competizioni europee i tifosi mettono a budget almeno 876 euro per un abbonamento annuale, mentre in Germania e Francia, per seguire da casa i rispettivi campionati e le coppe internazionali, i supporter spendono almeno 888 euro, il 37% in più rispetto ai 648 euro dell’Italia.
Va decisamente peggio ai tifosi spagnoli, che per vedere in TV LaLiga e le coppe europee spendono ben 1.320 euro l’anno.

Unica consolazione, in Spagna basta un solo abbonamento per guardare tutte le competizioni, mentre negli altri Paesi, Italia inclusa, per seguire campionato e coppe occorre abbonarsi a più piattaforme.

Chi tifa Lazio, Roma e Fiorentina spende meno

Il prezzo per seguire la propria squadra del cuore da casa varia a seconda delle competizioni in cui è coinvolta, quindi, delle piattaforme a cui è necessario fare l’abbonamento.
Nel 2024, per tifare Milan, Inter, Juventus, Bologna e Atalanta, impegnate in Champions League, il prezzo degli abbonamenti annuali è stato appunto pari a 648 euro, mentre i tifosi di Lazio e Roma, impegnate in Europa League, e della Fiorentina, in corsa per la Conference League, per l’abbonamento annuale hanno messo a budget 600 euro.

Possono consolarsi, quantomeno dal punto di vista del portafogli, i tifosi di squadre non impegnate in competizioni europee. Per loro il costo dell’abbonamento annuale per seguire il campionato di Serie A 2024/2025 è stato pari a 420 euro.

Meglio optare per un abbonamento annuale

 “Optare per un abbonamento annuale è sicuramente la soluzione migliore per risparmiare sul costo complessivo degli abbonamenti alle piattaforme, mentre il rinnovo mensile potrebbe essere conveniente per le coppe europee, ma solo se la propria squadra uscisse nelle prime fasi della competizione – spiegano gli esperti di Facile.it -. Insomma, se non ci si vuol trovare a tifare contro pur di risparmiare qualche euro, è meglio bloccare il prezzo per 12 mesi, magari approfittando delle offerte proposte dalle piattaforme in alcuni periodi dell’anno”.

Codice della strada, quali sono le principali novità?

Il nuovo Codice della strada, entrato in vigore 14 dicembre, si concentra soprattutto sulla repressione, con pene più severe e nuove limitazioni, dal ‘bollino’ per chi causa incidenti dopo aver bevuto alla sospensione e revoca delle patenti per chi viene fermato alla guida alticcio o sotto sostanze stupefacenti. La stretta è anche sull’uso dei cellulari alla guida, con sanzioni da 422 a 1.697 euro, e sospensione della patente da quindici giorni a due mesi dalla prima violazione.

In caso di recidiva nel biennio, oltre alla sospensione della patente da uno a tre mesi è disposto il pagamento di una somma da 644 a 2.588 euro e una decurtazione di 8 punti dalla patente (prima violazione) o 10 (seconda volta).
Secondo Altroconsumo, per mettere realmente in sicurezza le strade sarebbe necessario lavorare sul problema principale: la velocità dei veicoli.

Sosta abusiva e guida “alcolica”

La sosta nei posti per i disabili ora ‘costa’ da 80 a 990 euro, mentre per chi parcheggia nelle corsie riservate alla fermata dei mezzi di trasporto pubblico locale, da 41 a 660 euro.

Ma la stretta più importante è quella contro l’utilizzo alla guida di alcol e sostanze stupefacenti. In caso di sinistri causati da persone in stato alterato per alcol, oltre alla sospensione della patente, sul documento del conducente sarà inserito il codice 68 (‘Niente alcool’) o il codice 69 ‘Limitazione dell’uso-Limitata alla guida di veicoli dotati del dispositivo alcolock’, un codice che dovrebbe rimanere per almeno due anni, a seconda della gravità del sinistro.

Under21 e neopatentati

Il codice 69 prevede infatti l’obbligo di installare a proprie spese un dispositivo che impedisca l’avviamento del motore a seguito del riscontro di un tasso alcolemico da parte del guidatore superiore a zero, il cosiddetto ‘Alcolock’.

Una serie di norme riguarda poi chi ha meno di 21 anni. In questo caso, il conducente responsabile di un sinistro in stato di ebbrezza se sta circolando con il foglio rosa non potrà ottenere la patente di guida o convertirne una rilasciata all’estero prima del compimento di 24 anni.
La riforma prevede anche limitazioni per i neopatentati, come l’estensione da uno a tre anni del divieto di guidare auto di grossa cilindrata. Aumenta però la potenza delle auto che si possono guidare.

Autovelox e monopattini

Giro di vite sugli Autovelox installati dai Comuni solo per fare cassa, con la proposta di applicare una sola sanzione per ciascun giorno di calendario anche se vengono rilevate più infrazioni da diversi dispositivi. Ma se la stessa persona commette la violazione dei limiti di velocità all’interno del centro abitato per almeno due volte in un anno, scatta la sanzione amministrativa da 220 a 880 euro con sospensione della patente da quindici a trenta giorni 

Quanto ai monopattini elettrici, aumentano gli obblighi per i possessori e i gestori di quelli in sharing. Nei prossimi mesi, l’approvazione dei decreti attuativi da parte del Ministero dei Trasporti stabilirà i requisiti e le corrette procedure per regolarizzare il mezzo.

Turismo enogastronomico: in un anno +12% di appassionati

Il legame tra gli italiani e il viaggio alla ricerca di cibo, vino, olio e le tipicità agroalimentari del territorio si è ulteriormente consolidato. Il 70% ha svolto almeno una vacanza negli ultimi tre anni con questa motivazione, +12% sul 2023 e +49% sul 2016.

E mentre il turismo domestico generalista nell’ultima stagione estiva segna un calo, quello enogastronomico non delude, anzi. L’ampio bacino di domanda è stimato in 14,5 milioni di potenziali turisti del gusto, che opta prevalentemente per mete domestiche (64%), soprattutto Toscana, Emilia-Romagna e Puglia.
Lo evidenzia il ‘Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano’, curato da Roberta Garibaldi, docente all’Università di Bergamo e presidente dell’Associazione Italiana Turismo Enogastronomico, con il supporto e il patrocinio di diverse organizzazioni.

Quanto vale la vacanza nel gusto?

L’impatto economico e sociale del turismo del gusto è significativo: con un contributo di oltre 40 miliardi di euro all’economia italiana nel 2023, di cui 9,2 diretti, 17,2 indiretti e 13,7 di indotto, e un rapporto costi/ benefici pari a 6,9, si conferma un comparto dal ruolo non secondario nell’occupazione e nella distribuzione del reddito.

Come nei semestri passati, l’enogastronomia risulta fra le esperienze più desiderate anche per i turisti europei. Il 15,3% della popolazione del Vecchio Continente (circa 20,6 milioni di potenziali turisti) ha in programma un viaggio di questo tipo nella stagione invernale, a prescindere dalla tipologia di vacanza e di meta (mare, city break, culturali e outdoor).

I 5 profili degli enoturisti

Alto anche l’interesse per mete e attrazioni a tema cibo dei mercati long-haul. In particolare, nel Far East (Giappone, Corea del Sud, Cina) e in Brasile.
Oggi dall’enogastronomia in viaggio si ricercano una molteplicità di aspetti, ma gli eno-gastro turisti sono accomunati da motivazioni e interessi.

Dal Rapporto emergono cinque nuove tribù enogastronomiche: i Ricercatori (42,1%), che viaggiano per provare nuove esperienze enogastronomiche, entrare in contatto con la comunità locale e immergersi nella cultura della meta visitata, i Festaioli (23%), per i quali l’enogastronomia è una ‘scusa’ per stare in compagnia e divertirsi, gli Intellettuali (19%), il cui motto è ‘arricchire il proprio bagaglio culturale’, i Figli dei Fiori (11,5%), che vedono nel viaggio enogastronomico un’occasione per pensare al proprio benessere psico-fisico, e gli Edonisti (4,3%), che compiono un viaggio enogastronomico per concedersi un lusso.

Un patrimonio unico diffuso sull’intero territorio

Nell’immaginario collettivo nazionale, il prodotto più rappresentativo dell’Italia in ambito agroalimentare è il vino (38,1%), seguito dalle icone enogastronomiche del Belpaese: l’olio extravergine di oliva (24%), la pizza (22%), la pasta (15%) e i formaggi (11%).

A questa ricchezza si unisce la percezione diffusa di un patrimonio unico, genuino, di qualità, diffuso sull’intero territorio. Grazie alla collaborazione con The Fork, riporta Italpress, il Rapporto 2024 ha mappato le cucine regionali più diffuse. E in Italia spicca quella toscana (17,3% dei ristoranti della piattaforma), seguita dalla piemontese e siciliana, mentre all’estero emerge la forza della cucina campana/napoletana.

Le sfide principali per la sicurezza IT delle aziende nel 2024

Perdita di produttività, protezione degli ambienti tecnologici complessi e scarsa conoscenza in materia di cybersecurity sono i problemi relativi alla sicurezza informatica che più preoccupano le aziende italiane. Problemi alimentati dalle crescenti esigenze e requisiti di sicurezza IT.
Emerge dal recente Kaspersky IT Security Economics Report.

Il report annuale analizza i cambiamenti nei budget, nelle violazioni e nelle sfide aziendali che interessano i responsabili della sicurezza IT, e si basa su interviste a professionisti dell’IT e della sicurezza informatica che operano in aziende di diverse dimensioni e settori.
L’indagine è stata condotta in 27 Paesi in Europa (tra cui l’Italia), Asia-Pacifico, Medio Oriente, Turchia, Africa, America Latina e Nord America.

Tempi di inattività e perdita di produttività i pericoli più temuti

In Italia il 43% delle aziende considera i tempi di inattività e la perdita di produttività come i problemi più gravi causati da una sicurezza IT inadeguata. Questi problemi sono principalmente legati ai lunghi tempi necessari per rilevare le minacce (51%) e al mancato accesso ai servizi rivolti ai clienti (44%), come, ad esempio, siti web, sistemi di pagamento, portali.

Secondo il 39% degli intervistati la sicurezza degli ambienti tecnologici complessi e la connettività dei dati rientrano tra le principali preoccupazioni, causate soprattutto da un funzionamento non corretto, o errori della soluzione di sicurezza che lasciano i sistemi esposti (51%). Ma anche dalla gestione della sicurezza su più piattaforme informatiche (43%) e dal numero crescente di incidenti che coinvolgono dispositivi connessi non informatici (34%).

L’alto livello di sofisticazione raggiunto dai cyberattacchi rende necessaria maggiore attenzione

“Nell’attuale panorama delle minacce, sempre più complesso e in continua evoluzione, il livello di sofisticazione dei cyberattacchi ha reso necessario una maggiore attenzione da parte delle aziende – ha commentato Alexey Vovk, Information Security Director di Kaspersky -. Di conseguenza, è fondamentale che le organizzazioni proteggano ogni aspetto delle loro attività da possibili violazioni”.

La scarsa conoscenza in materia di sicurezza informatica degli utenti finali, come, ad esempio, i dipendenti che commettono sempre gli stessi errori, è una preoccupazione rilevante per il 38% delle aziende italiane, suggerendo la necessità di diffondere maggiormente la cybersecurity awareness per ridurre i rischi.

Adottare un approccio globale e sistematico piuttosto che limitarsi a singole misure specifiche

“Gli aggressori non si affidano più esclusivamente agli exploit zero-day, poiché un semplice clic su un link dannoso o una vulnerabilità nell’infrastruttura di un fornitore possono causare danni devastanti – ha aggiunto Alexey Vovk -. Questo sottolinea come la sicurezza delle informazioni debba basarsi su un approccio globale e sistematico, piuttosto che limitarsi all’adozione di singole misure specifiche”.

Alberi in città: un italiano su tre non sa che assorbono CO2

Quasi 3 italiani su 4 (73%) sanno che gli alberi abbassano la temperatura nel luogo in cui sono piantati, limitando la formazione delle ‘isole di calore’, ma uno su 5 non sa che gli alberi mitigano gli effetti della pioggia intensa e limitano gli allagamenti. E, ancora, un italiano su 3 ignora che in città gli alberi sono in grado di assorbire CO2.
In media, il 60% sa che le foreste molto estese assorbono grandi quantità di CO2, in misura maggiore i 55-64enni (65%), rispetto ai 18-24enni (58%). 

Emerge dalla ricerca elaborata dalla divisione Annalect di Omnicom Media Group per Prospettiva Terra, il progetto non-profit fondato dal Stefano Mancuso, accademico e divulgatore scientifico, e Marco Girelli, ceo di Omnicom Media Group Italia.

“Costruire un modello cooperativo e diffuso simile alle reti vegetali”

“Il 2024 sarà l’anno più caldo di sempre, il primo con una temperatura media globale di 1,5 gradi sopra i livelli preindustriali – afferma Mancuso -. Per questo bisogna educare le persone, fare formazione e informazione su come proteggere il nostro pianeta e limitare i danni. Questo è l’obiettivo di Prospettiva Terra, con cui stiamo costruendo un modello cooperativo e diffuso, simile alle reti vegetali, in cui delle imprese private decidono di farsi carico del futuro che ci aspetta, lavorando nell’unica direzione possibile, ossia la partecipazione diretta a progetti di innovazione scientifica”.

Quercia, abete, pino sul podio dei preferiti

Per oltre 6 italiani su 10 è la quercia l’albero più in grado di contrastare gli effetti del cambiamento climatico, superando abete (39%), pino (37%), tigli (25%), cipressi (24%), frassini (23%).

“Le piante sono vere e proprie macchine in grado di stoccare CO2 nei propri tessuti legnosi e assorbire alcuni inquinanti atmosferici, come il monossido di carbonio e particolato atmosferico. La farnia, ovvero la quercia più conosciuta – spiega Camilla Pandolfi, ceo e R&D Manager Pnat – è in grado di apportare numerosi benefici nell’arco della sua vita. Anche tigli e frassini sono molto performanti per quanto riguarda la rimozione degli inquinanti, grazie a particolari caratteristiche delle foglie e dei rami che permettono alle particelle fini di depositarsi sulla loro superficie, rimuovendole dall’atmosfera”.

I benefici dei sempreverdi durano tutto l’anno

“Non dimentichiamo le specie sempreverdi, come abeti, pini e cipressi – aggiunge Pandolfi -, che a differenza degli alberi caducifoglie, mantengono la chioma fogliata tutto l’anno e apportano notevoli benefici ambientali anche nei mesi in cui le altre piante sono meno attive”.

Una cosa sicuramente mette tutti d’accordo: essere circondati da alberi dona benessere mentale, serenità e gioia. E quando agli italiani viene chiesto quali pensieri e stati d’animo associno agli alberi, la risposta è un sentimento di serenità e di leggerezza. La prima idea, riferisce Adnkronos, è quella del relax (33%), seguito da purezza (22%) e forza (17%), spiritualità (9%) e gioia (7%).

Business Coaching: il livello di consapevolezza tra le aziende è alto

Il ‘people development’ è una pratica sempre più popolare tra le imprese italiane, specialmente tra le grandi realtà. Nel 2023, il 95% delle medie e grandi aziende ha offerto corsi di formazione ai propri collaboratori, un dato che arriva al 100% nelle aziende con più di 500 dipendenti.
Nel campo specifico del business coaching, il 96% delle aziende è propenso ad avviare percorsi dedicati o continuare quelli già intrapresi, e i responsabili HR ne apprezzano i benefici per i dipendenti.

È quanto emerge da ‘Il Business Coaching nelle aziende italiane (2024)’, la ricerca sul people development in Italia, realizzata da BVA Doxa per Speexx.
Lo studio ha l’obiettivo di mappare l’impatto del coaching sul benessere e lo sviluppo delle persone in azienda. 

Driver, impatto e modalità di erogazione dei programmi

Quando si parla di business coaching, il 99% degli intervistati sa di cosa si tratta o almeno ne ha sentito parlare. Nell’86% dei casi, le discussioni interne all’azienda relative alla possibilità di avviare percorsi di business coaching si sono concretizzate con l’attivazione di programmi dedicati.
La ragione principale che spinge le organizzazioni a introdurre questo tipo di attività è la crescita dei propri collaboratori (84%), oltre all’opportunità di aumentare le chance di business (51%).

Quanto alle aree aziendali in cui l’impatto del business coaching è maggiore, sul podio si trovano organizzazione/gestione del personale (34%), pianificazione strategica (20%), commerciale (19%), customer care (11%), comunicazione (6%), e produzione (5%).

Il percorso di formazione e il coach perfetto 

L’indagine ha inoltre rilevato quanto sia efficace affidarsi a risorse esterne specializzate nel coaching aziendale. La modalità in outsourcing è stata indicata da gran parte del campione intervistato come particolarmente vantaggiosa per preparare le persone a svolgere il proprio ruolo in azienda (64%). Quest’approccio aiuta infatti a rafforzare i team (53%) e le persone tendono ad aprirsi di più con un interlocutore esterno (40%).

È importante che i percorsi di coaching vengano pensati e pianificati insieme ai responsabili HR, per soddisfare al meglio le aspettative dei dipendenti.
Tra le qualità più apprezzate dei formatori rientrano la capacità di concentrarsi sui cambiamenti (28%), l’esperienza nel settore dell’azienda (25%), e la capacità di porre domande giuste ai suoi interlocutori (25%).

Un alleato per la crescita

Tra i vantaggi del business coaching, gli HR manager intravedono soprattutto opportunità di crescita per i dipendenti. L’employability è un fattore chiave per trattenere le persone in azienda. Tanto che la totalità di coloro che hanno intrapreso un percorso di coaching aziendale è soddisfatta dei risultati raggiunti e del processo di crescita innescato da attività mirate.

Nello specifico, sebbene per il 46% ci siano ancora margini di miglioramento, il 54% degli intervistati si ritiene pienamente soddisfatto.
Tra questi, il 71% appartiene alla fascia più giovane del campione, con un’età inferiore a 45 anni.

Economia: il quadro previsionale della crescita mondiale

Il Fondo Monetario Internazionale nell’Outlook di ottobre pubblica le previsioni sull’andamento del Pil globale. L’incremento previsto nel corso del l’anno è del 3,2%, e un ulteriore 3,2% per il 2025.

In particolare, gli Stati Uniti non migliorano il proprio risultato, passando dal 2,9% del 2023 al 2,8% del 2024, il Giappone sembra destinato a rimanere nel limbo dell’1% (0,3% 2024, 1,1% 2025), la Cina, sebbene lontana dai record degli anni passati, conta di chiudere il 2024 con un +4,8% (+5,2% 2023).
Su tutti primeggia l’India, la cui crescita si manterrebbe uguale o superiore al 6,5%, nonostante inferiore di oltre un punto rispetto al 2023 (+8,2%).

Inarrestabile aumento del debito

Il Fondo segnala l’urgenza di mettere un argine al debito pubblico per ridurre incertezza e potenziale di crisi. Il debito pubblico globale potrebbe infatti toccare 100.000 miliardi di dollari entro l’anno, portandosi a una quota pari al 93% del Pil mondiale. Le previsioni confermano una tendenza che farebbe raggiungere al debito il livello del Pil entro il 2030.

Nell’Eurozona, invece, le previsioni sull’andamento del Pil complessivo si fermano allo 0,8% per il 2024 e non vanno oltre l’1,2% per il 2025.

Eurozona di fronte alla competizione globale

Fra i Paesi europei, la Germania si distingue per una crescita zero nel 2024 e un modesto recupero nel 2025, con un Pil inferiore al punto percentuale. Solo la Spagna sembra mostrare una maggiore capacità di far aumentare il Pil: le stime delineano +2,9% per il 2024 e una tenuta sopra il 2% per il 2025. La Francia presenta valori in linea nel triennio 2023-202, con una crescita che si aggira intorno all’1%.

In Italia diversi indicatori non contribuiscono a diffondere ottimismo: il livello del debito pubblico, oggi pari a 2.868 miliardi (134,8% del Pil), l’indebitamento netto previsto per il 2024 al 3,8% del Pil (7,2% nel 2023), la spesa per interessi vicina agli 80 miliardi (3,7% del Pil).
Inoltre, i flussi degli investimenti diretti esteri in entrata segnano -61,6% nel primo semestre 2024 rispetto allo stesso semestre 2023, passando da 22 miliardi agli attuali 8 miliardi.

Italia ai piedi del podio per il commercio estero

Il Super Index Aibe 2024, elaborato dal Censis in collaborazione con l’Associazione italiana delle banche estere assegna alla Germania il primo posto fra i 18 Paesi del G20 per determinare il grado di attrattività degli investimenti esteri, il secondo al Canada e il terzo alla Corea del Sud.

L’Italia si colloca al 9° posto, dopo il Giappone e prima della Cina, ma riceve un riconoscimento per la sua performance nel commercio estero, con una quota di esportazioni sul Pil che le garantisce il 4° posto fra i 18 Paesi, preceduta solo da Germania, Corea del Sud e Messico.
L’Italia si colloca invece nelle posizioni più basse per quanto riguarda popolazione in età attiva (16°), innovazione e la creazione di condizioni a favore del benessere sociale (10°), diffusione del digitale (10°).

Pmi come Davide contro Golia: tassate 120 volte più delle bigTech

Secondo l’Area Studi di Mediobanca le 25 multinazionali del web presenti in Italia pagano  ‘solo’ 206 milioni di euro di tasse, mentre le piccole imprese italiane del Nord Est versano ogni anno 24,6 miliardi.

Le dimensioni economiche di queste due realtà sono molto diverse, ma dal punto di vista dell’Ufficio studi della CGIA il risultato è sconsolante. Il ricorso sistematico all’elusione praticato negli anni dalle bigTech ha aumentato questa disparità di trattamento, mettendo in evidenzia in misura inequivocabile che alle grandi multinazionali tecnologiche in Italia continua a essere riservato un prelievo fiscale ingiustificatamente modesto. 
Le Pmi producono un fatturato annuo 90 volte superiore a quello delle bigTech, ma in termini di imposte ne pagano 120 volte più delle seconde.

Un sistema che penalizza i piccoli e favorisce i colossi

In Italia c’è un trattamento fiscale che ‘penalizza’ i piccoli e ‘favorisce’ i giganti. Infatti, se sui nostri imprenditori grava un tax rate effettivo che sfiora il 50%, sulle big tech si attesta al 36%. E sebbene da quest’anno entri in vigore la Global minimum tax (Gmt), secondo il dossier curato dal Servizio Bilancio dello Stato della Camera, il gettito previsto dalla sola applicazione dell’aliquota del 15% sulle multinazionali sarà molto contenuto.
Si stima che nel 2025 il nostro erario incasserà 381,3 milioni di euro, nel 2026 427,9 e nel 2027 raggiungerà i 432,5. Nel 2033, ultimo anno in cui nel documento si stimano le entrate, le stesse dovrebbero sfiorare i 500 milioni di euro.

Come costringere le multinazionali a pagare?

Recuperare una decina di miliardi di euro di coperture dalla manovra per il 2025 non sarà facile. Bisognerebbe chiedere qualche sacrificio aggiuntivo a chi, in particolare, ha registrato profitti straordinariamente elevati, ma ha versato poche tasse facendo ricorso a tecniche elusive, che hanno consentito di spostare parte degli utili ante imposte realizzati in Italia nei Paesi a fiscalità di vantaggio.

Le regole della Gmt sono articolate, ed è verosimile ritenere che ogni norma di carattere nazionale potrebbe non essere sufficiente a rendere il prelievo fiscale più equo. È indispensabile trovare un compromesso che non pregiudichi la fuga di queste aziende dal nostro Paese, ma allo stesso tempo le costringa a pagare il giusto. 

Non solo i giganti stranieri del web eludono il fisco

Non sono solo i giganti stranieri del web a sfruttare la fiscalità di vantaggio concessa ancora adesso da molti Paesi europei. Da alcuni anni anche alcuni grandi player italiani hanno trasferito la sede fiscale o quella legale, magari solo di una consociata, all’estero. Molte di queste hanno deciso di spostare la sede legale nei Paesi Bassi perché è possibile beneficiare di una legislazione societaria molto ed eventualmente, di un trattamento tributario alquanto generoso.

Con queste operazioni, ineccepibili dal punto di vista fiscale-societario, si è però ridotta la base imponibile di coloro che pagano le tasse in Italia, penalizzando in particolare le realtà imprenditoriali di piccola e piccolissima dimensione. Che, a differenza delle grandi aziende, non hanno la possibilità di trasferirsi altrove. 

Customer Experience B2b: perché le aziende italiane sono poco mature?

Secondo il modello di maturità delle medie e grandi imprese B2b italiane elaborato dall’Osservatorio Customer Experience nel B2b del Politecnico di Milano, il 36,5% delle aziende italiane è al livello Explorer e il 32% Experimenter, ovvero, si trovano nelle fasi iniziali della trasformazione verso il nuovo paradigma.

Sebbene un terzo delle aziende italiane affermi di adottare un approccio ‘cliente-centrico’ la maggior parte sta muovendo ancora i primi passi in questa direzione. E sono solo poche realtà pionieristiche ad avere già adottato modelli di relazione e vendita che integrano componenti digitali.
Nella gestione dei dati, il 70% delle imprese dispone di CRM e software gestionali, ma il potenziale non viene del tutto sfruttato, limitandosi alla raccolta di dati anagrafici o di vendita.

Solo il 21% delle transazioni avviene con l’e-commerce 

Le aziende che adottano strategie integrate di customer experience ed e-commerce B2b migliorano la soddisfazione e la fidelizzazione dei clienti. Ma la strada verso una piena maturità è ancora lunga. 

Un’azienda su due sta investendo nello sviluppo di piattaforme e-commerce B2b per l’ottimizzazione della Customer Experience, ma si preferiscono ancora modelli di vendita tradizionali, e il commercio elettronico rappresenta il 21% delle transazioni contro il 40% del mercato internazionale.
Un panorama acuito dal fatto che 7 aziende su 10 rilevano un basso livello di maturità digitale dei clienti, e per il 58% la mancanza di integrazione tra i propri sistemi e quelli dei clienti è un ostacolo.

I perché del ritardo nel percorso di maturità

“Negli ultimi anni il mercato B2b ha subito trasformazioni profonde, dovute allo sviluppo di nuovi touchpoint di relazione, all’aumento della concorrenza globale e al cambiamento delle aspettative dei clienti trainato dai contesti B2c – spiega Sara Zagaria, Direttrice dell’Osservatorio -. Se molte aziende internazionali hanno riformulato le proprie strategie di gestione dei clienti, sviluppando ecosistemi digitali di approvvigionamento, il contesto italiano evidenzia un ritardo nel percorso di maturità, dovuto a una combinazione di fattori, tra cui la resistenza al cambiamento, la mancanza di competenze digitali e la difficoltà nel ridisegnare processi aziendali consolidati”.

Realtà italiane a un bivio fra tradizione e innovazione

“Per adottare un modello ‘cliente-centrico’ serve un’opportuna dotazione tecnologica, in grado di valorizzare gli scambi informativi, ma le imprese B2b mostrano ancora immaturità nella raccolta e nell’integrazione di queste informazioni – aggiunge Marta Valsecchi, Direttrice dell’Osservatorio -. Ci troviamo a un bivio tra tradizione e innovazione, in cui è fondamentale considerare le preferenze dei clienti, e allo stesso temp,o sfruttare i nuovi trend digitali, come l’Intelligenza artificiale, per innovare l’esperienza e le modalità di relazione tra clienti e fornitori”.