Lo segnala l’Ufficio studi della CGIA: nonostante le numerose e recenti crisi aziendali mettano a rischio quasi 120mila posti di lavoro, entro i prossimi tre mesi le imprese hanno intenzione di assumere 1,37 milioni di lavoratori, di cui 380mila circa a tempo indeterminato.
Tuttavia, negli ultimi anni la difficoltà nel reperire il personale è più che raddoppiata, e in un caso su due sussiste il rischio di non poter procedere alle assunzioni.
È un paradosso del nostro mercato del lavoro: le imprese non sarebbero nelle condizioni di coprire, nemmeno offrendo un posto fisso, almeno 190mila posizioni lavorative.
Il decremento della popolazione giovanile
A questo si aggiunge il costante decremento della popolazione giovanile e un incremento significativo della fascia più anziana.
Il numero dei giovani sul mercato del lavoro è in costante diminuzione. In Italia, la fascia di età 25-34 anni è passata da circa 8,5 milioni di individui nel 2004 a 6,2 milioni attuali. Si tratta di un crollo inedito rispetto al passato e tra i più accentuati in Europa.
La forte riduzione del rinnovo della popolazione attiva trascina verso il basso la forza lavoro potenziale: uno squilibrio che nessuno, in tempi ragionevolmente brevi, sembra avere gli strumenti appropriati per affrontare.
Le previsioni per il fabbisogno occupazionale e professionale fino al 2028 dovrebbe attestarsi attorno a 3,6 milioni di occupati. Di questi, l’83% circa (quasi 3 milioni) dovrebbe sostituire chi è destinato a uscire dal mercato del lavoro per raggiunti limiti di età.
A novembre ’24 record storico di “posti fissi”
Nel prossimo decennio la vera sfida non consisterà tanto nella reintegrazione di coloro che hanno perso il lavoro a causa di crisi aziendali, quanto piuttosto nella copertura dei posti vacanti.
Sebbene le ore di Cassa Integrazione Guadagni (CIG) totale autorizzate siano in deciso aumento, e la questione salariale sia tornata prepotentemente a infiammare il dibattito politico nazionale, il numero dei lavoratori dipendenti italiani con il posto fisso ha toccato, a novembre scorso, il suo record storico: 16.264.000 addetti.
Per contro, a novembre i lavoratori a termine si sono attestati circa alla stessa quota di novembre 2020, ovvero, 2.652.000.
Tra nuove forme di povertà e disoccupazione
Il livello retributivo in Italia si presenta mediamente inferiore rispetto a quello riconosciuto ai dipendenti dei Paesi con cui competiamo. E sebbene un lavoratore possa beneficiare del cosiddetto posto fisso, non è da escludere che a causa di uno stipendio molto contenuto si trovi invischiato nelle nuove forme di povertà, sempre più diffuse soprattutto nelle grandi aree urbane.
Fenomeni di profondo disagio che fino a un decennio fa non si avvertivano con la stessa preoccupazione con cui si presentano ora.
Tuttavia, se l’alternativa alla crescita dei lavoratori con il contratto a tempo indeterminato è la disoccupazione, la precarietà, o peggio, il lavoro sommerso, non si può che salutare con soddisfazione il record ottenuto nel mese di novembre.