“Noi doniamo”, ma nel 2023 un po’ meno

Se il 2020 è stato l’anno in cui la pandemia ha generato una reazione solidale, il 2021, invece, è stato caratterizzato da difficoltà sia sul fronte dell’impegno economico sia di quello del volontariato.
Nel 2022, poi, si sono avvertiti i primi segnali di ripresa in tutte le dimensioni del dono. Una tendenza almeno in parte confermata nel 2023, anche se i livelli pre-pandemia sono ancora lontani. Infatti, nel 2023 diminuisce il numero di cittadini italiani che affermano di aver donato denaro almeno una volta a un’associazione.

A quanto emerge dalla settima edizione del rapporto annuale ‘Noi doniamo’, curato dall’Istituto italiano della donazione (IID), svolto in occasione dell’edizione 2024 del Giorno del Dono sostenuta da Bper Banca, la percentuale di donatori italiani è passata dal 12,8% del 2022 all’11%.

Più 5% di donazioni informali

Nonostante il leggero calo nel numero dei donatori dichiarati, registrato dall’Istat per Bva Doxa, si assiste a un aumento del 5% delle donazioni informali, ovvero, quelle donazioni che non transitano attraverso gli enti non profit.
Allo stesso, tempo, si evidenzia una diminuzione del 4% dei non donatori, ad associazioni e non, che sono passati dal 37% del 2022 al 33% nel 2023.

Inoltre, rispetto al ‘monte’ donazioni, il totale degli importi donati, l’Italy Giving Report dichiara che nel 2021 emerge una lieve crescita dello 0,04 %, un dato che indica un timido, ma costante, aumento dal 2019.

Il Nord-Est dona il doppio del Sud 

Il picco massimo delle donazioni si registra tra le persone di 45-74 anni, il minimo tra i giovani: meno del 5% tra i 14-24enni sono donatori. Geograficamente, si conferma il divario tra Nord e Sud, con la quota di popolazione che vive nel Nord-Est e dichiara di aver contribuito al finanziamento di associazioni è più del doppio rispetto al Mezzogiorno (14,3% vs 6,6%).

Resta forte il legame tra istruzione e propensione alla donazione. Il 22,8% dei laureati dà contributi in denaro alle associazioni, valore quattro volte più alto rispetto a chi possiede solo la licenza media (5,3%).
Tra le cause più sostenute, Doxa Bva evidenzia al primo posto Ricerca medico-scientifica (38%), al secondo, Aiuti umanitari/emergenza, inclusi Ucraina ed Emilia-Romagna (35%), al terzo, povertà in Italia (19%).

Elemosina, collette, emergenze

Quanto alle donazioni informali, nel 2023 cresce la quota di coloro che nei dodici mesi precedenti ne ha effettuata almeno una, passando dal 50% al 55%. L’ambito che registra una crescita maggiore è l’elemosina alle persone bisognose (+4%), che arriva così al 19%.
Seguono subito dopo le collette per le emergenze, con il 18%, valore stabile rispetto all’anno precedente (17%).

In base ai dati da BVA Doxa, inoltre, emerge un aumento non trascurabile fra i donatori (sia informali sia non) di giovane età, che resta comunque ben al di sotto della media. Nella fascia 15-24enni l’aumento è del 3% a favore del non profit e del 2% dei donatori informali.

Prodotti Non Food: gli acquisti rallentano, ma non per i cosmetici 

Nel 2023 la spesa degli italiani destinata all’acquisto di prodotti non alimentari supera 110,3 miliardi di euro, ma rallenta la crescita, segnando un +0,4% contro il +4,3% del 2022.
Si allarga poi la forbice tra i comparti merceologici. I top performer sono i prodotti di profumeria, seguiti a distanza dai prodotti di automedicazione, mentre elettronica di consumo, edutainment, abbigliamento e calzature chiudono l’anno con un risultato negativo.

Il miglior balzo in avanti è infatti quello dei prodotti di profumeria, che chiude il 2023 con 7,5 miliardi di euro di vendite (+11,1%). Restano comunque abbigliamento e calzature, elettronica di consumo, mobili e arredamento, bricolage a detenere complessivamente una quota del 65,4% sul giro d’affari totale del settore.
Emerge dall’edizione 2024 dell’Osservatorio Non Food di GS1 Italy, che analizza l’andamento di 13 comparti non alimentari.

I comparti che chiudono il 2023 con un segno più

Oltre alla profumeria, gli altri comparti generano nel 2023 un fatturato maggiore rispetto a quello ottenuto nel 2019.
Sono i prodotti di ottica, con 2,7 miliardi di euro di vendite (+1,3%), tessile casa, con 1,3 miliardi di euro (+0,9%), e giocattoli, con 1,1 miliardi di euro (+2,7%).

L’edutainment, invece, chiude il 2023 con 4,7 miliardi di euro di sell-out ( -1,6%).
Tre comparti sono poi accomunati da un bilancio annuo positivo, ma ancora inferiore al sell-out del 2019: articoli per lo sport (6,1 miliardi, +1,5 sul 2022), casalinghi (4,4 miliardi, +2,8%) e cancelleria (1,2 miliardi, +0,2%).

…e quelli in frenata

Nonostante sia al primo posto del ranking per fatturato, nel 2023 abbigliamento e calzature si ferma a 21,6 miliardi di euro di vendite (-0,9%), lontano dai valori pre-Covid (-5,6% tra 2019 e 2023), con l’unico canale in crescita l’online (+8,6% vs 2019).
Al secondo posto scende l’elettronica di consumo, che in un anno perde il 4,8% delle vendite in valore, fermandosi a 21,1 miliardi di sell-out.

Il comparto mobili e arredamento, al terzo posto, chiude il 2023 con un aumento Dell’1,9% delle vendite (15,9 miliardi). In espansione anche il sell-out del bricolage (+0,7% sul 2022), ammontato a 13,5 miliardi di euro.
Al quinto posto si confermano i prodotti di automedicazione, con 8,7 miliardi di euro di giro d’affari (+4,2% sul 2022, +16,8% vs 2019.

Il trend riflette le priorità degli italiani

“Il 2023 ha segnato una nuova tappa nel percorso di ripresa dei consumi non alimentari, che mostra un trend di +6,2% nel quinquennio 2019-2023 – dichiara Marco Cuppini, research and communication director GS1 Italy -. Questa tendenza di fondo ha mostrato un’intensità diversa all’interno dei singoli settori merceologici, rispecchiando differenti atteggiamenti degli italiani nei confronti degli acquisti di prodotti Non Food. Ad esempio, l’attenzione al benessere personale ha sostenuto la spesa destinata ai prodotti cosmetici e di automedicazione, mentre la conferma dei bonus statali ha incentivato gli italiani ad ammodernare le proprie case, con interventi di efficientamento energetico e di aumento del comfort domestico”.

Sonno e bambini: ok a TV, smartphone e videogame prima di dormire


Una ricerca dell’Università di Otago, riportata sulla rivista Jama Pediatric, smentisce le tesi precedenti: guardare la televisione o giocare ai videogiochi prima di dormire non disturba il riposo dei più piccoli, e non ha alcuna influenza sul numero di ore di sonno. 

“Il tempo trascorso davanti allo schermo prima di andare a letto ha avuto un impatto minimo sul sonno della notte – spiegano i ricercatori neozelandesi -. Tuttavia, il tempo trascorso sullo schermo una volta a letto ha compromesso il loro sonno: ha impedito loro di addormentarsi per circa mezz’ora e ha ridotto la quantità di sonno che hanno ottenuto quella notte”.

Gli scienziati hanno monitorato il tempo trascorso davanti allo schermo di decine di bambini di età compresa tra 11 e 14 anni, e di fatto hanno scoperto che il sonno e il suo stato non ne risentono.

Semplicemente, i bimbi vanno a letto più tardi

“I nostri risultati suggeriscono che l’impatto del tempo trascorso sullo schermo sul sonno è dovuto principalmente allo spostamento temporale che ritarda l’inizio del sonno, piuttosto che agli effetti diretti della luce blu o del coinvolgimento interattivo”, dichiarano gli autori.

In ogni caso, l’Agenzia svedese per la salute pubblica consiglia ai genitori di non permettere ai bambini sotto i 2 anni di usare smartphone e tablet o guardare la televisione. Anche i bambini di età compresa tra 2 e 5 anni dovrebbero limitarsi a un massimo di un’ora di schermo al giorno, mentre quelli di età compresa tra 6 e 12 anni non dovrebbero trascorrere più di un’ora o due al giorno.

Ma una volta a nanna meglio evitare le attività interattive su schermo

Ma una volta a letto, gli scienziati hanno rilevato come le attività più interattive su schermo, come il gioco e il multitasking, utilizzando più di un dispositivo contemporaneamente, come guardare Netflix su un pc portatile mentre si gioca con la Xbox, compromettevano maggiormente il sonno dei bambini.

Secondo i ricercatori, ogni 10 minuti in più di questo tipo di attività riduceva quasi della stessa misura la quantità di sonno ottenuta quella notte.
Gli studi indicano anche che i bambini che passano più tempo davanti agli schermi hanno maggiori probabilità di sviluppare problemi comportamentali o depressione infantile.

Cosa ne pensa l’OMS?

Nel 2019, l’Organizzazione mondiale della sanità, ha consigliato ai bambini sotto i tre anni di non guardare la tv e non giocare con i tablet. Secondo l’Oms, “anche quelli di tre e quattro anni non dovrebbero superare un’ora di schermo al giorno”.
All’epoca, riporta AGI, gli esperti britannici sostenevano che le linee guida si basavano su prove insufficienti e non riconoscevano che non tutto il tempo trascorso sullo schermo era dannoso per i bambini.

Un rapporto del Royal College of Paediatrics and Child Health del 2019 concludeva, inoltre, che “i rischi derivanti dall’esposizione allo schermo non devono essere sopravvalutati. La letteratura tiene poco conto della crescente richiesta di svolgere i compiti scolastici sugli schermi”.

Ad agosto le imprese assumono 315.000 lavoratori 

A delineare lo scenario del mercato del lavoro in Italia per il mese di agosto è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. In totale, sono circa 315mila i contratti di assunzione di durata superiore a un mese o a tempo indeterminato. programmati dalle imprese.

Le previsioni indicano un andamento positivo rispetto ad agosto 2023, con +22mila ingressi e un tasso di crescita del +7,5%.
Per il trimestre agosto-ottobre la richiesta si attesta invece su 1,3 milioni di assunzioni, in aumento del +2,3% rispetto all’analogo periodo del 2023, con +30mila contratti.
Sale però al 48,9% anche la difficoltà di reperimento dei profili ricercati.

Industria: previste 392mila assunzioni nel trimestre

L’industria complessivamente ricerca circa 88mila lavoratori nel mese e prevede 392mila assunzioni nel trimestre agosto-ottobre.

In particolare, per il manifatturiero, alla ricerca di quasi 57mila lavoratori nel mese e circa 243mila nel trimestre, le maggiori opportunità sono offerte dalle industrie alimentari, bevande e tabacco (circa 16mila lavoratori nel mese e oltre 47mila nel trimestre), seguite dalle industrie della meccatronica (14mila lavoratori nel mese e 61mila nel trimestre) e da quelle metallurgiche e dei prodotti in metallo (9mila, 43mila).

Servizi: 227.000 contratti nel mese

La domanda di lavoro proveniente dal comparto delle costruzioni supera le 31mila assunzioni nel mese, e nel trimestre si attesta su circa 150mila.
Sono invece 227mila i contratti di lavoro previsti dal settore dei servizi nel mese in corso e oltre 919mila nel trimestre agosto-ottobre.

Ma è il turismo a offrire le maggiori opportunità di impiego, con oltre 68mila lavoratori ricercati nel mese e 227mila nel trimestre, seguito dal commercio (circa 46mila nel mese e 183mila nel trimestre), dai servizi alle persone (40mila, oltre 201mila) e dai servizi operativi di supporto a imprese e persone (quasi 26mila, oltre 103mila).

Mancano candidati: mismatch più elevato nel Nord-Est

Le imprese dichiarano però difficoltà di reperimento per circa 154mila assunzioni, confermando come causa prevalente la ‘mancanza di candidati’ (32,4%), seguita da ‘preparazione inadeguata’ (12,3%).
Il Borsino delle professioni del Sistema Informativo Excelsior segnala come più difficili da reperire ingegneri (60,4%) e insegnanti di scuola primaria e pre-primaria (57,5%), tecnici in campo ingegneristico (70,8%) e tecnici della salute (60,6%), operatori per la cura estetica (80,1%), esercenti e addetti alla ristorazione (55,5%), operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni (79,1%), fonditori, saldatori, lattonieri, calderai e montatori di carpenteria metallica (75,8%).

Sotto il profilo territoriale, il mismatch più elevato si riscontra tra le imprese del Nord-Est, per cui è difficile da reperire circa il 54,2% dei profili richiesti. Seguono le imprese del Nord-Ovest (49,9%), del Centro (47,4%) e quelle del Mezzogiorno (44,9%).

Nuova offerta di lavoro, quali sono i fattori che fanno dire ‘no grazie’?

Cambiare lavoro non è sempre facile. E’ un momento delicato che coinvolge numerosi aspetti e fattori. Oggi, tra i principali motivi che spingono i lavoratori a considerare nuove opportunità professionali, emergono la flessibilità e l’equilibrio tra vita personale e lavorativa, spesso più importanti della semplice crescita retributiva.

Quali sono i principali motivi di rifiuto?

Adecco ha condotto un’indagine approfondita per comprendere i motivi principali che portano i candidati a rifiutare nuove offerte di lavoro. I risultati evidenziano che il 36,7% dei candidati rifiuta nuove opportunità a causa delle ‘aspettative disattese’. Questo significa che i candidati si aspettavano offerte più vantaggiose, non solo in termini di salario, ma anche per aspetti come la possibilità di lavorare da remoto, i benefits concessi, le premialità e le prospettive di crescita all’interno dell’azienda.

Le aspettative degli italiani 

“I dati dell’indagine confermano come i lavoratori italiani oggi abbiano aspettative ben precise e non siano disposti a scendere a compromessi su aspetti cruciali per il loro benessere lavorativo e personale”, ha commentato Massimiliano Medri, Managing Director di Adecco Italia. “Questi aspetti diventano sempre più cruciali anche per le aziende che dovranno tenerne sempre più conto per attrarre nuovi talenti”.

Le tempistiche del processo di selezione e le controproposte

Un altro fattore rilevante è rappresentato dai tempi del processo di selezione. Infatti, il 30,38% dei candidati rifiuta una proposta di lavoro perché ha ricevuto un’offerta più interessante da terzi in tempi più rapidi.

Il 28,69% dei candidati, riferisce Adnkronos, decide di rimanere con il proprio datore di lavoro grazie a una controproposta, che non sempre è di natura economica. Questo dato indica che le aziende stanno diventando più attive nel cercare di trattenere i loro talenti, offrendo alternative interessanti ai loro dipendenti.

Il cambiamento fa paura 

La paura del cambiamento è un altro motivo significativo che limita l’accettazione di nuove offerte. Il 21,52% dei candidati rinuncia a nuove opportunità, anche migliorative, per evitare l’ansia e l’incertezza associata a un nuovo ambiente di lavoro.

Quando l’offerta è peggiorativa 

Solo il 10,55% dei candidati rifiuta una nuova offerta perché questa risulta peggiorativa rispetto al loro pacchetto retributivo attuale. L’indagine mostra che, quando l’aspetto retributivo è centrale, i candidati si aspettano un incremento economico pari o superiore al 20%. Inoltre, la percezione che il candidato sviluppa dell’azienda e dei suoi referenti conta molto: l’8,65% ha rifiutato una proposta, anche se conveniente, a causa di una valutazione negativa dell’azienda o per aver raccolto referenze negative da terzi.

Conclusioni

L’indagine di Adecco evidenzia come le aspettative dei lavoratori italiani stiano cambiando, con una maggiore attenzione alla qualità della vita lavorativa e alla compatibilità con la vita personale. Le aziende dovranno adattarsi a queste nuove esigenze per rimanere competitive nel mercato del lavoro.

Moda sostenibile: in Italia ‘vola’ il second hand

Il 74% degli italiani si dichiara interessato alla moda sostenibile, senza alcuna differenza tra le diverse generazioni. Al contempo, l’impatto della moda in termini di inquinamento è ancora sottovalutato. Soltanto l’11% considera il settore della moda uno dei più inquinanti. Inoltre, il concetto di moda circolare, che il 31% degli italiani dichiara di conoscere, viene associato principalmente ai suoi aspetti più concreti e creativi di recupero, riadattamento e riciclo.

È quanto emerge dai risultati dell’indagine di Ipsos dal titolo ‘Second hand, first choice?’.
Lo studio ha indagato le opinioni degli italiani sul fenomeno del second hand e il concetto di moda sostenibile, coinvolgendo generazioni diverse con differenti attitudini ai consumi e vari livelli di competenze digitali.

Il lato concreto del fashion

Il fashion, benché coinvolga principalmente leve emozionali e si connetta con l’autostima e il desiderio di autorappresentazione, ha in sé anche una natura concreta e tangibile. La moda si tocca, si prova, si sperimenta, si vive.

È fondamentale, quindi, che le campagne di comunicazione delle aziende del settore raccontino ed espongano progetti reali, per non trasformare l’azione pubblicitaria in un potenziale boomerang.
Un’azione che coinvolga direttamente i consumatori è proprio quella della vendita dei propri capi usati. Il mercato del second hand comprende infatti sia la vendita sia lo scambio.

GenZ compra e vende di più

Secondo l’indagine, il 29% degli intervistati dichiara di essere attivo nella vendita dei propri capi di abbigliamento, mentre si dedica esclusivamente all’acquisto una percentuale più alta (47%),

In generale, la maggior parte degli acquisti degli italiani riguarda abbigliamento generico (72%) e borse (27%), e per il 63% marchi non di lusso, rispetto ai marchi di lusso (37%). 
In particolare, gli attori principali del second hand italiano sono le ragazze e i ragazzi della GenZ, al primo posto tra le generazioni per percentuale di acquirenti (26%), e venditori (10%).

Negozi e mercatini resistono all’assalto delle piattaforme 

I negozi fisici, i mercatini e le fiere rimangono i canali di acquisto preferiti (79%), rispetto agli acquisti online (39%) e alle piattaforme come Vinted (31%). Il primo motivo che fa preferire l’acquisto di un indumento di seconda mano è il risparmio economico (69%), mentre ciò che blocca maggiormente è il pregiudizio sulla scarsa igiene (55%).

Insomma, il sondaggio mostra un fruitore interessato a evitare sprechi (54%), desideroso di dare nuova vita e storia ai propri abiti (46%) e guadagnare dalla vendita di un capo usato (28%). Un consumatore, però, che a volte non sa ancora dove comprare second hand (21%), incerto sulle sue scelte (20%) e preoccupato per il fitting del capo (19%).

Vacanze col tranello per 1,8 milioni di italiani

Aumentano i prezzi, anche delle vacanze, e tanti italiani sono spinti a cercare soluzioni per risparmiare. Ma il rischio di cadere in una frode è dietro l’angolo, tanto che nell’ultimo anno 1,8 milioni di italiani sono incappati in una truffa durante la prenotazione delle vacanze. E quasi un truffato su 2 non è riuscito a recuperare i soldi persi.

Secondo un’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research e Bilendi, il danno complessivo stimato è pari a 643 milioni di euro. Ma nonostante numeri così importanti, in tanti non hanno denunciato l’accaduto. Tra chi ha ritenuto di non riuscire a recuperare i soldi e chi ha pensato che il danno fosse basso, 4 su 10 hanno deciso di non rivolgersi alle autorità.
Insomma, risparmiare è buona cosa, ma diffidare di prezzi troppo bassi è altrettanto corretto. Dietro a offerte fuori mercato non si nasconde l’affare della vita.

L’incubo della casa fantasma

Un caso ricorrente è quello della ‘catapecchia’ pubblicizzata come sistemazione da sogno, ma che una volta arrivati a destinazione, si trasforma in un incubo (30%).
Eppure, gran parte di chi si è ritrovato in questa casistica pur di non rinunciare alla vacanza ha accettato la situazione (69%). Solo il 21% ha alzato i tacchi senza saldare il conto.
C’è anche chi ha scoperto che la sistemazione era occupata da altre persone (19%).

Ma la truffa più grave è sicuramente quella della casa fantasma, un raggiro che ha rappresentato all’incirca il 63% degli eventi fraudolenti andati in porto.

I giovani ci cascano di più

La casa vacanza è la sistemazione più frequentemente oggetto di truffa o tentativo di frode (42%), seguita dai B&B (35,3%) e gli hotel (17%).
Se la maggior parte di chi è caduto in queste trappole si è accorto del problema prima di partire, per circa 550mila vacanzieri l’amara verità è arrivata solo dopo essere giunti sul posto.

A incappare in frodi o tentativi di truffe legati a viaggi e vacanze sono soprattutto i ragazzi con età compresa tra 18 e 24 anni. Spinti dalla voglia di risparmiare, e forse anche da un po’ di ingenuità, sono caduti più spesso in trappola di chi è più maturo (27% vs 14% nazionale). Il campione più attento è risultato infatti quello dei viaggiatori over65, di cui meno del 5% si è trovato in questa situazione.

Portale, social, cartello: dove piazzare la trappola?

I dati parlano chiaro: non esistono tipologie di strutture o canali di prenotazione immuni dalle truffe.
I malfattori cercano di muoversi dove hanno più probabilità di trovare vittime, pertanto, non sorprende come nel 36% dei casi la truffa o il tentativo di frode siano passati attraverso un portale di prenotazione.

Il secondo canale più utilizzato è rappresentato dai social network (35%): l’assenza di controlli da parte delle piattaforme semplifica la vita dei malviventi, che possono muoversi con maggiore libertà.
Quasi 800mila truffati, invece, sono caduti in trappola su un portale di annunci generico o immobiliare, mentre il classico cartello di affitto ha fatto cadere in inganno il 4% degli intervistati.

Stereotipi al lavoro: Junior e Senior minacciati dallo stesso problema

I giovani e i lavoratori più anziani sono oggetto di preconcetti sul lavoro che vogliono gli uni poco disponibili a prendersi responsabilità, con nessuna propensione alla leadership, gli altri poco creativi e innovativi, e senza capacità di aprirsi alle novità.
Insomma, sono gli stereotipi la minaccia più grande sul lavoro per la GenZ e i lavoratori senior.

Naturalmente, questo non fa bene a loro e non fa bene alle aziende. Entro il 2031 un lavoratore su quattro avrà più di 55 anni, ma solo il 4% delle aziende ha attivato programmi per facilitare le relazioni tra le generazioni. Obiettivo? Valorizzare entrambe superando i luoghi comuni.

Accresce le differenze tra generazioni e le difficoltà di integrazione

Eppure la convivenza in ufficio non solo è possibile ma sarebbe anche generativa di maggiore produttività ed efficacia, per entrambe le categorie di lavoratori.
I dati dell’Osservatorio Vita-Lavoro di Lifeed, che monitora oltre 70.000 partecipanti alla piattaforma Lifeed, rivelano che a causa di questi stereotipi le imprese ‘lasciano a casa’ il 70% di competenze che le persone allenano ed esprimono nella vita privata.

Secondo i dati, ad esempio, i lavoratori over 50 sviluppano le proprie competenze di innovazione nell’esperienza genitoriale e nella gestione del percorso scolastico dei propri figli.

Age diversity, un tesoro ancora sottovalutato

Anche il caregiving e l’essere figlio prendendosi cura di un genitore durante una malattia, rappresenta per il 56% dei più anziani una vera e propria palestra di competenze di innovazione, come la flessibilità e la gestione del rischio.
I giovani, d’altra parte, hanno sviluppato competenze di leadership durante diverse transizioni di vita, tra cui la nascita di un figlio (vissuta da circa 6 partecipanti su 10) e la malattia o la perdita di un genitore (vissuta da 1 partecipante su 4).
Ma tutto ciò resta fuori da quelle aziende che si limitano a vedere il ruolo professionale e non quelli privati delle loro risorse.
Lavoratori senior e giovani, infatti, sono più simili di quanto si immagini, con competenze uniche e complementari che devono essere integrate sul lavoro. È questo il cuore pulsante dell’age diversity, un tesoro ancora largamente sottovalutato dalle aziende.

Il futuro è multigenerazionale

“In un mondo del lavoro sempre più dinamico, la diversità generazionale diventa un motore di innovazione fondamentale per la crescita delle imprese -afferma Chiara Bacilieri, responsabile Innovazione Lifeed -. Per valorizzare l’enorme potenziale dell’age diversity, ci sono alcune buone pratiche: percorsi di formazione che coinvolgano sia i giovani sia i senior per apprendere reciprocamente, abilitare i giovani a condividere nuove metodologie di lavoro e nuovi modelli di leadership, mentre i senior trasmettono le strategie acquisite nel corso della loro carriera. Il dialogo tra generazioni è una priorità per il successo delle aziende, ma anche per il progresso sociale. Il futuro è multigenerazionale”.

Vacanze al mare: una giornata in spiaggia costa fino a 700 euro

Lo ha scoperto il Codacons: quest’anno per l’affitto di ombrellone e lettino sulla spiaggia si arriva a spendere quasi a 700 euro al giorno. E dal nord al sud della penisola si registrano ritocchi dei listini dal +3% al +5% per i servizi balneari.
Secondo l’associazione, che ha realizzato un’indagine sui lidi più costosi d’Italia, per affittare un ombrellone e due lettini durante il weekend in uno stabilimento standard la spesa media si attesta tra 32 e 35 euro al giorno, ma le  differenze sul territorio sono piuttosto forti.

A Sabaudia, ad esempio, servono fino a 45 euro, che arrivano a 90 a Gallipoli e toccano i 120 in alcune località della Sardegna.
Se però ci si sposta nelle spiagge di ‘lusso’, la spesa supera 500 euro al giorno.

Un gazebo al Cinque Vele Beach Club di Marina di Pescoluse costa 696 euro

Al Cinque Vele Beach Club di Marina di Pescoluse, in provincia di Lecce, un gazebo con due sedute in prima fila ubicato nell’area ‘Exclusive’ ad agosto arriva a costare, se prenotato oggi con opzione rimborsabile, ben 696 euro al giorno.

Servono invece 600 euro, come lo scorso anno, per una tenda araba presso il Twiga di Forte dei Marmi comprensiva di sofà, 2 letti king size, 2 lettini standard, 1 sedia regista e 1 tavolino.
Per una giornata al mare nella spiaggia del prestigioso Hotel Excelsior del Lido di Venezia, la spesa per una capanna in prima fila è di 515 euro, ma con 2 sdraio, 2 lettini, lenzuolo, cuscino, asciugamano, tavolo, armadio, specchio, attaccapanni.

Sanzionare l’utilizzo di concessioni balneari oggetto di proroga illegittima

Al beach club dell’Augustus Hotel di Forte dei Marmi si spendono 500 euro per una tenda in prima fila. Stessa spesa al Nikki Beach Costa Smeralda, dove per l’Iconic Beach bed servono 270 euro, ma occorre aggiungere una consumazione minima da 230 euro per vino o champagne, per un totale appunto di 500 euro al giorno.
E proprio in tema di spiagge e stabilimenti balneari il Codacons, a seguito della decisione del Consiglio di Stato sulle proroghe delle concessioni, ha avviato una nuova iniziativa legale: l’associazione ha presentato una diffida alle Capitanerie di porto di tutta Italia chiedendo di “sanzionare l’utilizzo di concessioni balneari oggetto di proroga illegittima, garantendo in tal modo il pieno utilizzo delle spiagge italiane ai cittadini”.

I cittadini devono poter usufruire delle spiagge

Il Codacons alla luce della sentenza del Consiglio di Stato ritiene che “le proroghe delle concessioni balneari agli stabilimenti debbano essere considerate invalide. Pertanto le spiagge italiane, in assenza di valide concessioni, poiché appartengono al patrimonio dello Stato, possono essere utilizzate da tutti i cittadini liberamente. Allo stato attuale è legittimo ritenere che i cittadini possano usufruire delle spiagge come ‘libere’, portando ombrelloni e lettini anche lì dove sorgono gli stabilimenti. E, d’altra parte, i gestori di tali stabilimenti, ove titolari di concessioni scadute, nulla possono eccepire dinanzi al comportamento descritto”.

Smartphone: gli iPhone dominano l’usato 

Crescono la domanda e l’offerta di prodotti second hand, anche per quanto riguarda l’elettronica di consumo, in particolare, gli smartphone. Una crescita che riflette l’interesse dei consumatori italiani per dispositivi di alta qualità ma prezzi più accessibili. Ed è Apple a dominare questo mercato. Gli iPhone usati rappresentano infatti l’80% delle compravendite di dispositivi mobili di seconda mano.

Un’analisi di WeFix.it mostra come nell’ultimo anno siano i modelli 11, 12 e 13 della Mela a dominare le compravendite, sia tra i privati sia tra utenti e professionisti di elettronica di consumo. 

I modelli con più appeal regione per regione 

La mappa regionale dei modelli più venduti vede l’iPhone 11 dominare le vendite nel Lazio, con il 17,22% del totale delle offerte, seguito da Campania (16,55%) e Lombardia (14,56%).
Il prezzo medio per un iPhone 11 usato è 252,57 euro, con una capacità di 128 GB e una batteria in media all’87% della sua capacità originale. I colori più popolari per l’iPhone 11 sono nero (48,97%) e bianco (24,01%).

L’iPhone 12 è invece particolarmente popolare in Campania (16,84%), Lombardia (15,79%) e Lazio (12,42%). Il suo prezzo medio di vendita è 349,76 euro, e le sue caratteristiche tipiche includono una batteria all’86%. Quanto alle preferenze di colore, è in testa il nero (44,89%), seguito dal blu (21,06%).

Lazio in testa per numero di iPhone 11 venduti

Per l’iPhone 13, la Lombardia è la regione leader, con il 18,79% delle offerte, seguita da Campania (17,41%) e Lazio (12,07%). Il prezzo medio per questo modello è 475,86 euro, con una batteria al 91%. Anche per l’iPhone 13, il colore più richiesto è il nero (44,7%), seguito dal bianco (21,04%).

Le regioni italiane dove si sono svolte le maggiori compravendite di iPhone usati sono il Lazio, al primo posto per la compravendita di iPhone 11, la Campania, che guida la classifica per l’iPhone 12, e la Lombardia, in testa per l’iPhone 13.

Le donne offrono prodotti meglio conservati

“Un aspetto cruciale per chi acquista un iPhone usato è lo stato della batteria – spiega Joseph Caruso, responsabile del dipartimento analisi di WeFix.it -. In media, una batteria perde una parte significativa della sua capacità dopo 17/19 mesi. Anche il colore ha la sua attrattività: il pesca è generalmente il meno costoso, mentre, possiamo verificare dai dati, che la Valle d’Aosta è la regione che preferisce maggiormente i dispositivi di colore bianco. Un altro aspetto da sottolineare è che sono le donne, in generale, a mantenere i loro iPhone in condizioni migliori rispetto agli uomini, anche se i loro annunci sono meno dettagliati. Infine, le donne tendono a vendere i loro dispositivi a prezzi leggermente più alti. Da sottolineare, inoltre, che circa il 73% degli utenti preferisce comperare da professionisti del settore elettronica o da piattaforme di e-commerce piuttosto che tra privati, e che i dispositivi riacquistati sono prevalentemente provenienti da fuori Italia”.