L’ultimo gigante della moda italiana, quella vera, che ha lasciato un segno profonda nella cultura del mondo occidentale, se n’è andato.
I giornali sono pieni di racconti agiografici del personaggio, per lo più di persone che fanno parte di quel mondo molto esclusivo.
Oggi mi sono invece imbattuto in un racconto che mi ha lasciato di stucco, trovato su Facebook, che voglio riportare qui, perché lascia trasparire a mio parere un tratto che dice molto di più dell’essere umano di tutti gli aneddoti letti in questi giorni.

Nel giorno della scomparsa del Commendator Valentino Garavani, sento un bisogno che non è pubblico, ma profondamente intimo: quello di restituire memoria a un uomo che non è stato soltanto un’icona assoluta della moda mondiale, bensì una presenza silenziosa e determinante nella mia storia personale, nella mia infanzia, nella mia formazione, persino nel mio modo di concepire la dignità.
Non tutti sanno che il 5 febbraio 1992 un padre, di trentatré anni, attraversava uno dei momenti più delicati e insieme più luminosi della sua vita. Era nel pieno di una rinascita, stava provando a rimettere insieme i frammenti, a ricostruire un futuro che non fosse solo suo ma soprattutto di sua figlia di 9 anni. Quella mattina si trovava in Piazza Mignanelli dopo aver sostenuto un colloquio di lavoro presso la Tecnoconference: cercava un impiego stabile, concreto, che potesse garantirgli la possibilità di crescere sua figlia con dignità. Era questo il suo pensiero dominante: non il successo, non la visibilità, ma la responsabilità.
Quel padre era il mio, e la bambina ero io.
Dopo quel colloquio, quasi per gioco — come fanno gli spiriti leggeri e pieni di grazia — entrò a Palazzo Valentino. Chiese se potesse sfilare. Valentino lo guardò, lo ascoltò, e comprese immediatamente ciò che spesso solo gli uomini di grande sensibilità sanno cogliere: la presenza, la postura, la misura. Gli disse che aveva le qualità dell’indossatore e gli propose di lavorare per sei mesi, rinnovabili.
Mio padre rifiutò con educazione e fermezza. Disse che aveva appena sostenuto un colloquio per un lavoro “vero”, uno di quelli che servono a costruire un futuro per una bambina. Aggiunse che, se quell’occasione non si fosse concretizzata, avrebbe accettato l’offerta. È un dettaglio che per me dice tutto di lui: la bellezza non era mai separata dal dovere, il sogno non era mai disgiunto dalla responsabilità.
Quella notte mio padre morì.
La sua morte fu raccontata da tutti i giornali. Il dolore divenne pubblico, esposto, invaso. Eppure, dentro quella confusione, accadde qualcosa che non aveva nulla a che vedere con la spettacolarizzazione del dolore e tutto a che vedere con la statura morale.
Qualche giorno dopo, i collaboratori di Valentino si presentarono a Tor Bella Monaca. Mia nonna, comprensibilmente diffidente — eravamo circondate dai giornalisti, dalla curiosità, dall’invadenza — esitò a credere a quelle parole. Ma il messaggio era chiaro: Valentino desiderava farsi carico di ciò che sarebbe stato necessario perché io potessi crescere in modo dignitoso, come avrebbe voluto mio padre.
E non fu un gesto simbolico. Fu un impegno reale, concreto, mantenuto nel tempo.
Molte delle spese necessarie alla mia istruzione furono sostenute grazie a lui. Senza proclami, senza pubblicità, senza mai trasformare la generosità in rappresentazione. Era una nobiltà silenziosa, antica, quasi scomparsa: quella che non ha bisogno di essere raccontata perché trae senso da sé stessa.
Sono cresciuta così, inconsapevolmente al centro di un mondo che allora non comprendevo. Ricevevo in anteprima le collezioni junior “Oliver”, chiamate come uno dei suoi amati carlini, senza cogliere davvero il significato profondo di quei gesti. Solo molti anni dopo, vivendo a New York, ho iniziato a ricomporre i fili della storia.
Entrai in un evento riservato quasi per caso. All’inizio fui respinta dalla sicurezza. Lasciai un biglietto. Non mi aspettavo nulla. Eppure lui si ricordò di me. Mi fece entrare. Mi fece attraversare quella sala gremita di studenti delle scuole di moda di New York, che mi guardavano increduli mentre venivo accompagnata “oltre”, verso qualcuno che non aveva dimenticato una bambina di Tor Bella Monaca.
In quel momento riuscii finalmente a ringraziarlo. Con le lacrime agli occhi.
Piansi anche con Giancarlo Giammetti, la cui umanità è inscindibile, per me, da questa storia. Mi proposero persino di collaborare con loro. Rifiutai, perché dentro di me il desiderio di diventare avvocato era più forte di qualunque altra possibilità. Ma quella proposta, quel riconoscimento, quella delicatezza restano tra le cose più preziose che abbia ricevuto.
Oggi non piango soltanto la scomparsa di un gigante della cultura italiana e mondiale. Oggi piango un uomo che ha incarnato un’idea altissima di eleganza: non quella dell’abito, ma quella dell’anima. Un uomo capace di lasciare tracce invisibili ma decisive nelle vite altrui. Un uomo che ha scelto di aiutare senza esibire, di sostenere senza legare, di ricordare senza clamore.
Commendator Valentino, è stato un onore e un privilegio incrociare la Sua vita con la mia.
Che la terra Le sia lieve.

Il mondo sta andando a catafascio ad una velocità pari a quella dell’intelligenza artificiale.
L’ultima follia USA ci descrive chiaramente il futuro che ci aspetta: la legge del più forte.
Ci si prende quello che si vuole se si ha sufficiente forza per farlo.
Leggo molte veline di regime su quanto sta accadendo, tutto ovviamente raccontato mantenendosi miglia lontani dalla realtà e dalla verità. Ma è troppo fresca la cosa, dobbiamo attendere per vedere le reazioni del ondo, anche se quelle dell’Europa mi hanno lasciato disgustato e non mi fanno sperare nulla di buono.
Craig Murray è un ex ambasciatore britannico, giornalista, attivista per i diritti umani.
È onesto nelle sue analisi e questa è la cosa che in lui apprezzo di più. Poi, avendo fatto l’ambasciatore, conosce il modo di agire dei governi per averli visti all’opera da dietro le quinte.
Qui un suo articolo molto interessante, consiglio di leggerlo per cercare di capire meglio.

Adoro questa canzone cantata da lei.
Quando guardo le tue foto
Penso al fatto che la vita non è facile per nessuno, belli o brutti.
Che la solitudine, le delusioni, i tradimenti, i lutti, ci colpiscono tutti. Che l’essere umano ha questa ingenuità di fondo che lo spinge a credere che importanti siano cose che importanti non sono, salvo accorgersene spesso troppo tardi e poi crogiolarsi nel rimpianto.
Che la gioia è lì, a portata di mano, dentro di noi prima che fuori. Basta saperla cercare, guardare, saperla accettare, sapersi accettare.
Quando guardo le tue foto e vedo la splendida giovane donna che sei, penso a questo.
Alle tue fragilità, alla tua forza, ai tuoi dubbi, alle tue certezze, al percorso che stai facendo. Nonostante non abbiamo più modo di parlare davvero come un tempo io continuo a sentire che ci sei, che fai sempre parte del club, che quella seta grezza è sempre lì, morbida e leggermente rugata, imperfetta, com’è giusto che sia.
Perché la vera bellezza di un essere umano è data dalla somma armonica delle sue imperfezioni, che lo rendono unico, irripetibile e ricco di autenticità e non da perfezioni illusorie e irraggiungibili. Quando guardo le tue foto provo affetto per te, perché quei dubbi, quelle fragilità, quelle armoniche imperfezioni che vedo in te sono in realtà lo specchio delle mie (non so quanto armoniche, le mie…) e non posso che ringraziarti se con il tuo essere te mi dai ogni tanto la possibilità di guardare me e pensarci un po’ su.
Buona giornata
P.s. Che bellissima giornata di sole

Di questo film la scena che sarebbe diventata iconica e indimenticabile è sicuramente quella dello scontro in tribunale tra Tom Cruise (che interpretava il Tenente Daniel Kaffee) e Jack Nicholson (che interpretava il colonnello Nathan Jessep).
La trama è nota, Cruise è un giovane avvocato della Marina degli Stati Uniti che sostiene la difesa in un processo che deve stabilire le responsabilità nella morte di un marine nella base di Guantanamo a Cuba e che vede alla sbarra due commilitoni della vittima accusati di omicidio.
Quando chiama a deporre Jack Nicholson si trova davanti ad un ufficiale di grande esperienza, durezza e altrettanta arroganza.
L’aspetto interessante dietro questa prestazione attoriale è rappresentata dagli aneddoti che vengono raccontati a riguardo. Aneddoti che parlano del grande rispetto fra le due star.
Cruise, anche produttore del film, era una giovane star in ascesa, mentre Nicholson era un’icona del cinema, un attore dal carisma inarrivabile, la cui personalità sul set era potentissima. Ciò nonostante collaborò in maniera straordinaria con Cruise. Memorabile durante la prima ripresa della scena, dopo che Cruise si era paralizzato durante la recitazione, il suo incoraggiamento all’indirizzo del collega con la frase “Go on kid, find the truth in it!”, a sottolineare il rispetto per il talento di Cruise e la sua volontà di fare uscire il meglio dal suo collega.
Nonostante i termini contrattuali molto stretti rimase sul set per girare anche le scene in cui lui sarebbe stato invisibile perché di spalle, in modo da recitare le battute che avrebbero mantenuto alta la tensione recitativa di Cruise. Il risultato? Un’atmosfera così carica di magia ed elettricità che sul set, luogo tradizionalmente brulicante di persone e di un mormorio di fondo, regnava un silenzio assoluto, quasi ipnotico, perché regista, troupe e tecnici erano consapevoli di stare assistendo a qualcosa che sarebbe entrato negli annali della cinematografia.
Il regista Rob Reiner fu il direttore d’orchestra discreto, quasi invisibile, che si incaricò di cristallizzare su pellicola quella magia, con inquadrature mirate ad esaltare l’emotività dei personaggi e l’incredibile tensione scenica a cui tutti stavano assistendo.
Pare che alla fine di questa scena memorabile un applauso spontaneo scaturì dalla troupe, consapevole che qualcosa di irripetibile era accaduto e che sarebbe stato consegnato alla storia del cinema.
P.s. Ostinatamente scritto di mio pugno, niente AI 🙂
La paura di perdere ti fa perdere.

Non ci si abitua alla morte.
Ho sempre amato gli animali, spesso più degli esseri umani, per via della solitudine che mi porto dentro da sempre e per la capacità degli animali che ci amano di farlo disinteressatamente, in pieno, senza condizioni.
Teresina era così ed era speciale. La più intelligente di tutti, la più tenera, mai e dico mai l’ho sentita soffiare, mai un graffio e la sua andatura dinoccolata e tranquilla era la sua caratteristica principale.
Mi manchi.
Te ne sei andata all’improvviso l’altro ieri e non me ne capacito ancora e le lacrime scorrono, perché eri la piccola di casa, l’ultima arrivata, quella che mai e poi mai avrei immaginato andarsene prima.
Grazie per le tue fusa istantanee, per la tua dolcezza, per quel tuo adorabile capriccio di chiamarmi per darti da mangiare, anche quando la ciotola era piena e volevi solo che venissi da te.
Grazie per l’amore che mi hai dato e il cui eco rimane dentro di me.
Il tempo lenirà questa ferita, lo so, è già successo, ma lo stesso sento di aver un grande debito con te per tutto ciò che mi hai insegnato semplicemente con il tuo esempio.

Diciassette anni fa Heather Parisi ha accolto Pippo Baudo in casa per una chiacchierata fra due amici, però la ha ripresa, promettendo a Baudo che l’avrebbe mandata in onda solo in un lontanissimo futuro, quando sarebbe giunta l’ora.
Lei ha mantenuto la promessa e devo dire che il risultato è bellissimo. Onore a lei che ha saputo mantenere la promessa e onorarne la memoria con tanto affetto.
Un meraviglioso regalo, una testimonianza non solo per ciò che Baudo condivide con lei, ma più intrinsecamente del concetto di amicizia, rispetto e affetto che oggi sembrano essere molto, molto appannati.
Davvero grazie.
Più ascolto questo artista giapponese più resto deliziato dalla sua capacità di fare Musica.
Questo arrangiamento del Bolero di Ravel ha una potenza che mi coinvolge e trascina nel suo meraviglioso crescendo. Provo una bellissima invidia per questo ragazzo, mi sarebbe piaciuto avere il suo traboccante talento.
Levi’s – 1989 – Pickup (Be my Baby)
Sessista quanto basta, trito di luoghi comuni, divertente, un classico di un certo tipo di pubblicità di quel tempo.
Oggi per caso ho scoperto questo canale Youtube (di nicchia, dico con rammarico) che ha prodotto un interessante documentario, interessante dal mio punto di vista, sulla Maserati nell’era Montezemolo.
È in tre puntate, abbastanza brevi, ma esaustive. Consiglio la visione a chi apprezza quel periodo e ciò che ne è scaturito.
PARTE 1
PARTE 2
PARTE 3
Ho trovato un bel post su Facebook, lo ripubblico qui perché onora un grande uomo di sport, che è stato un personaggio di rilevanza mondiale quando ero un ragazzo.

Una vita vissuta sempre senza paura, a caccia della sfida successiva, inseguendo una velocità che ha reso grande la sua storia. Cesare Fiorio, 86 anni, ha vissuto le avventure e i successi di un motorsport che per molto tempo ha portato il suo nome, dai rally alla F1 passando ai prototipi e alla motonautica. Il segreto? Solo uno: “Essere sempre guidati dalla passione e dalla ricerca dell’eccellenza”.
“Vengo da una famiglia di “corsaioli” che mi hanno trasmesso la passione. Volevo fare il pilota ma dopo pochi anni ho capito che potevo dare di più nella gestione e l’organizzazione delle corse, che secondo me da molti punti di vista poteva essere migliorata e gestita in modo più professionale”.
Così è nata la Squadra Corse. Che anni sono stati quelli dell’arrivo nel mondo dei rally?
“Eravamo dei ragazzi con tante ambizioni ma con poca esperienza: in qualche modo riuscivamo ad avere delle macchina dalla Lancia e le facevamo preparare fuori. Poi pian piano la Lancia ci ha dato un capannone, poi una sala motori, e poi qualche meccanico… Ci siamo costruiti tutto un passo per volta, dimostrando che cosa potevamo fare. Serviva avere coraggio e noi lo abbiamo avuto nei momenti giusti”.
Come quando è andato a chiedere i motori a Enzo Ferrari?
“Esatto. Volevo una macchina per vincere e così abbiamo ideato la Stratos, ma mi mancava un motore adatto e non riuscivo a trovarlo in circolazione. Così ho preso la macchina e sono andato a Maranello. Nessuno aveva il coraggio di andare da Enzo Ferrari a chiedere dei motori ma io mi sono detto che provare non costava niente. Rimasi molto sorpreso nello scoprire che in realtà lui, di noi, già sapeva tutto. Ci diede un motore 6 cilindri, però la nostra macchina era molto corta e così decidemmo di montarlo di traverso. Fu un successo”.
Uno degli anni più indimenticabili per il Mondiale rally fu il 1983: Davide contro Golia, la vostra Lancia contro l’impero Audi.
“Audi aveva la tecnologia sviluppata per le quattro ruote motrici mentre noi, con la 037, no. Non avevamo una macchina idonea ma siamo riusciti a tirare fuori il meglio dai rally che ce lo permettevano, sfruttando la guidabilità della nostra macchina, e alla fine vincendo un Campionato che sulla carta doveva essere perso in partenza”.
Una storia che è stata anche raccontata in un film: Race for Glory, dove ad interpretarla è stato Riccardo Scamarcio. Le è piaciuto?
“Sì. Ovviamente la rappresentazione di quello che successe nella realtà non è sempre esatta, perché stiamo parlando di un film e non di un documentario e ci sono delle esigenze per la resa finale che capisco. Però credo racconti bene quella che era la nostra passione, il nostro amore per i rally. E poi mi è piaciuto molto il fatto che Riccardo Scamarcio sia venuto da me per conoscermi in modo da poter interpretare al meglio il suo personaggio”.
Ha vinto 18 titoli Mondiali, di cui dieci mondiali rally Costruttori. E poi nel 1989 arrivò la chiamata della Ferrari. Come andò?
“Stavo facendo un rally, in Inghilterra, ed erano anni di dominio e di grandi soddisfazioni per noi. Alla fine del secondo giorno di prova mi corre incontro il mio capo ufficio stampa dicendomi che dalla Ferrari mi stavano cercando in tutti i modi. Quando richiamai mi dissero che dovevo prendere il primo aereo per tornare in Italia. Lasciai la squadra, sapendo che era in buone mani, e domenica mattina ero già da loro, così iniziò la mia storia da direttore sportivo della Ferrari”.
Uno dei suoi pilastri fu riportare l’affidabilità a Maranello. Perché era così importante?
“In 30 anni di corse automobilistiche avevo imparato che se non si taglia il traguardo è tutto inutile. Puoi essere il più forte ma non conta niente se non si arriva alla fine. Sono partito da lì e i risultati si sono visti: il primo anno, il 1989, abbiamo vinto tre GP su 15, il secondo anno ne abbiamo vinti sei. E la macchina era molto più affidabile. Furono anni di cui vado molto fiero: conservo una Ferrari, quella con cui Mansell vinse il GP del Brasile nel 1989, appesa a un muro nella mia masseria in Puglia”.
In quegli anni provò anche a portare Ayrton Senna in Ferrari. Come andò?
“Per me era il migliore e lo volevo portare a Maranello. Era troppo in vista per cercare di avere un colloquio nei fine settimana di gara così organizzai un viaggio in Brasile, a casa sua a San Paolo, per incontrarlo lontano da occhi indiscreti. Poi ci rivedemmo a Montecarlo per definire meglio il contratto ma non era una trattativa difficile, perché Ayrton voleva davvero venire in Ferrari. Le cose però alla fine non andarono avanti perché il funzionario che avevano messo come sostituto di Enzo Ferrari (morto nel 1988; ndr) fece diffondere la voce e saltò tutto. A quel punto anche io lasciai la Ferrari”.
Non ci furono solo le quattro ruote però nella sua vita: cosa la portò alla motonautica?
“Le competizioni in mare furono tra le più grandi soddisfazioni della mia vita. Con i motoscafi ho vinto due campionati del mondo, sei europei e 31 Gran Premi nella mia vita, per 18 anni in totale. Poi è arrivato il Destriero, un progetto che fu un punto di arrivo per me: nel 1992 portammo a termine la più veloce traversata atlantica da ponente verso levante, attraversando l’Oceano Atlantico in 58 ore, 34 minuti e 50 secondi, un record che resiste ancora oggi e che ben rappresenta l’innovazione di quel progetto e la grandezza di ciò che riuscimmo a fare. È una delle tante avventure della mia vita a cui oggi guardo con orgoglio”.
Un commercial di qualche anno fa, non politicamente corretto e non autorizzato dal brand.
Però è bello!
Davvero ben fatto, un’idea semplice per rendere memorabile un prodotto che nell’immaginario comune non era poi tanto diverso da mille altri. Bravi!

L’originale è qui

Non aspettarti mai dall’amicizia i miracoli che l’amore riproduce: gli amici non possono restituire l’amore. Non possono strappare la solitudine, riempire il vuoto, offrire quel tipo di compagnia. Hanno la propria vita, gli amici, i propri amori. Sono un’entità indipendente, estranea, una presenza transitoria e sopratutto priva di obblighi.
Riescono ad essere amici dei tuoi nemici, gli amici. Vanno e vengono quando gli pare o gli serve, e si dimenticano facilmente di te: non te ne sei accorto? Oh, andando promettono montagne. Magari in buona fede. Conta-su-di-me, rivolgiti-a-me, chiama-me. Però se li chiami , nella maggior parte dei casi non li trovi. Se li trovi, hanno qualche impegno inderogabile e non vengono. Se vengono, al posto delle montagne ti portano una manciata di ghiaia: gli avanzi, le briciole di se stessi. E tu fai la medesima cosa con loro.
No, a me non basta l’amicizia. Io ho bisogno dell’amore.
Io ho bisogno di amare ed essere amata con gli obblighi dell’amore, le scomodità dell’amore, le assolutezze e le tirannie dell’amore: l’amore del corpo e dell’anima. Ne ho bisogno di come si ha bisogno di mangiare e di bere, dicevo, ne ho bisogno per sopravvivere.

Mi sono imbattuto per caso in questa serie italiana, non ho mai letto i romanzi da cui è tratta, per cui posso esprimere un giudizio personale senza conoscere la qualità degli scritti originali.
La cosa migliore è la colonna sonora, davvero bene fatta, capace di sottolineare magistralmente le scene e di creare un pattern in determinati momenti della narrazione. Davvero un buon lavoro.
Il personaggio è particolare e Marco Giallini lo interpreta bene, anche se secondo me gli sceneggiatori non hanno sempre fatto un lavoro minuzioso nel raccontare al meglio la trama dei vari episodi, mi riferisco a sbavature piccole o grandi, salti logici e narrativi.
Ma in generale si fa guardare nonostante tutto, merito anche di una cosa che ritengo una furbata, cioè il fatto che il personaggio di Giallini parla con la moglie morta, cosa che mi fa pensare alla storia reale dell’attore e della moglie Patrizia, a cui era legatissimo e di cui avevo parlato qui.
Qualche colpo di scena ben assestato ha reso alcune puntate particolarmente azzeccate, in definitiva un buon prodotto anche se non eccezionale (e lontano anni luce dalle produzioni inglesi, americane e simili).
Rimarrete senza fiato…

