C’era sempre qualcosa che non andava. Qualche misterioso inconveniente naturale trasformava le sue ore di lavoro in spazzatura. Erano mesi che pensava di mollare e tenere la sua brodaglia così, dopotutto gli ubriaconi della sua locanda non facevano differenze tra l’acqua usata per pulire i pavimenti e la sua birra.
Era capitato, durante l’inverno passato, che Rufus, durante una delle sue sbornie quotidiane, bevesse dal bicchiere del vicino senza accorgersi di ciò che conteneva: un misto di sporco, vomito e vino. Non una smorfia, non un movimento strano tranne quello della mano alzata e della bocca che biascicando urlò: ” Un altro di questi!!”. Ogni volta che ripensava a quel momento, rabbrividiva e non sapeva mai se ridere o piangere. Dopo tutto il lavoro e l’attenzione che metteva in quello che faceva, veniva sempre ripagato così da quei cinque bifolchi che frequentavano il suo locale. Quei cinque bifolchi.
Nonostante tutto, erano la cosa più vicino ad una famiglia che avesse mai avuto. Li vedeva tutti i giorni: ci parlava e ci discuteva, ci rideva e ci scherzava, li consigliava e li aiutava, gli dava da mangiare e da bere, erano come dei figli e dei fratelli minori per lui. Non li giudicava mai, nonostante non li capisse a fondo, e nei momenti di sobrietà li ammirava per quello che dicevano e non facevano.
Tutti e cinque erano il risultato di sfortunate coincidenze che avevano del paradossale.
Rufus era un uomo sulla quarantina. L’artefice del suo taglio di capelli non era Gechi il parrucchiere locale, ma madre natura stessa. Lo aveva dotato di una vasta piazza liscia contornata da un perimetro di cespugliosi capelli lunghi, che seguivano le logiche della mangrovia. Era un normale contadino della zona, finché un bel giorno, riceve una ricca eredità inaspettata. Invece di migliorargli la vita, lo porta a vivere nell’unico locale del paesino di Novitar pagando di tasca propria per lui e i suo quattro compagni di sventura.
Sempre alla destra di Rufus, sedeva Dafne, un ometto al quanto buffo, basso, tarchiatello. Il nome femminile fu un regalo di sua madre. Decimo figlio maschio della sua famiglia. Dopo la nascita, la signora Brendi, non ne poteva più, voleva una femmina e se non la poteva avere, voleva illudersi di averla dando al nuovo nascituro un nome di donna. Le proteste del padre e dei fratelli non servirono a nulla e questo costò a Dafne anni di sberleffi, umiliazioni ed isolamento che lo portarono ad essere uno di quelli della locanda.
Regolare come il giorno e la notte, Crodi si presentava alla locanda tutti i giorni alle 10.00 vestito di tutto punto. Non aveva scarpe ne calze, diceva fosse per scelta.
Prima di sedersi puliva con un fazzoletto sudicio la sgabello a lui riservato, dopodiché con aria altezzosa, chiedeva una fetta di pane, un bicchiere di latte allungato con acqua, della marmellata di fichi poco maturi, un uovo non sodo, sette cucchiaini ed un coltello. Ogni mattina questa assurda richiesta gli costava un ora di litigio con i suoi compagni di bevuta finendo ad ordinare quello che volevano gli altri e non lui: pane e birra forte.
Conosciuto da tutti ed adorato in gioventù da tutte le donne del paese Marinel era il più alto di tutti, aveva gambe muscolose e sguardo aguzzo, con la schiena sempre dritta. A differenza del suo compagno ereditiero non possedeva nulla, aveva perso tutto scommettendo che sarebbe riuscito a correre da Novitar al paese vicino, Sovitre, in meno di due ore. Faceva il messaggero, ben pagato, rispettato e soprattutto ben allenato, perché cosi voleva il codice dei messaggeri, ma per sua sfortuna a poche centinaia di metri dal traguardo, nonostante il largo anticipo, nella foga dell’imminente vittoria, inciampò in qualcosa picchiando la testa e perdendo i sensi. Gara persa, risparmi di una vita persi, fu addirittura costretto a lasciare il posto di lavoro al figlio della persona con cui aveva scommesso il signor Folc.
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