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NATALITA’

foto di Angela Grieco

Ho perso un bambino 

e non l’ho perso come ho sempre temuto

in un supermercato

per poi ritrovarlo con un annuncio.

Ho perso un bambino 

ed è successo proprio nel giorno

in cui tutti nel mondo 

festeggiano la nascita di un bambino.

Ho perso un bambino

e ho creduto perchè non ero stata

capace di essere

il suo giusto contenitore.

O forse l’ho perso 

perchè non ero abbastanza forte,

abbastanza grande,

abbastanza pronta.

Ma non è vero:

l’avevo voluto e cercato 

e quando l’avevo trovato, alla fine

ho perso un bambino.

 
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Pubblicato da su 11 aprile 2023 in bambini, dolore

 

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SE OGGI SIAMO QUI

fotoBLOG

Foto di Angela Grieco

Se oggi siamo qui, io e te,

ci dev’essere un perchè.

Non si può nemmeno dire

che i tuoi occhi

siano incastrati ai miei

o che le mie labbra

siano incollate alle tue,

perchè i miei occhi

sono i tuoi, e

i tuoi i miei,

e così le labbra.

E chiedo scusa, per questo,

agli occhi e le labbra

che ho ospitato per un po’:

siete stati buoni compagni

ma adesso è diverso.

Se oggi siamo qui, io dico,

è perchè ieri non ci siamo trovati

e forse domani ci perderemo.

Ma se oggi siamo qui

è perchè

così doveva essere.

 

 
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Pubblicato da su 30 Maggio 2016 in Uncategorized

 

L’INTOLLERANZA ZEN

La verità, nuda e cruda, è che sono diventata intollerante. Pensavo, anzi, ci speravo, che con l’età mi sarei ammorbidita e accontentata. C’era qualcuno forse che la diceva, una cosa del genere. Sarà. A me non sembra…Perché sono tante le cose che non tollero.

Non tollero più, per esempio, chi si riempie la bocca di belle parole per nascondere i propri egoismi, chi pontifica senza costruire e chi critica tanto per distruggere.

Mi sanguinano le orecchie a sentire discorsi razzisti spacciati per sentimento patriottico, o parole fintamente compassionevoli sulla disabilità e complimenti esageratamente sorpresi sulle donne che fanno carriera.

Non sopporto chi si prende tempo senza darlo mai, o chi usa a sproposito la frase “ho problemi più importanti di cui occuparmi” per potersi permettere di trattare persone e cose come più gli aggrada, o, peggio, chi pensa di risolvere i problemi degli altri senza pensare ai propri.

Mi infastidisce, ancora, chi giudica senza sapere, chi svalorizza il lavoro degli altri senza conoscerlo, chi campa sugli errori degli altri e nasconde i propri sotto il tappeto.

E più di tutto, non tollero gli ignoranti di cuore, gli indecisi cronici con i sentimenti altrui, per non parlare poi di chi invece che con gli altri scende a compromessi con se stesso.

Ma chi proprio non sopporto è chi ha bisogno di sminuire gli altri per sentirsi grande, chi usa il sarcasmo per ferire e soprattutto, e qui finisco, chi non ha alcun rispetto per gli altri, ma lo pretende, e vuole pure conto.

A volte, quindi, mi capita di non tollerare neanche me stessa, perché, beh, sono un essere umano e non sono esente da tutto ciò.

 

E lo so, lo so bene che dovrei fregarmene, chiudere gli occhi e mettermi a tacere. Non dire nulla, non arrabbiarmi, stare tranquilla e stare a guardare mentre ci si fotte il cuore a vicenda.

“La calma è la virtù dei forti”, si dice.

Lo so. Come so bene che dovrei essere zen, ma la verità è che non sono un giardino.

 
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Pubblicato da su 18 agosto 2015 in liberazione, Racconti

 

LE DIMENTICANZE

 

 FORGOY

 

Arriverò di notte

mentre dormi

a cancellar di me

ogni traccia nei tuoi sogni

e butterò lo spazzolino

che ancora tieni in bagno

e porterò via le foto

dove ci sono anch’io,

farò sbiadire in fretta

dai tuoi libri le mie dediche.

 

Sarò come la neve di marzo,

inaspettata e silenziosa

verrò a coprire tutto ciò

che è stato prima,

un foglio bianco

su cui riscrivere da capo

la tua vita senza me.

 

So già che un giorno,

e forse è già arrivato,

quando verrò davvero

a farmi dimenticare,

mi accorgerò

che accanto al tuo sorriso

ce n’è un altro,

e un’altra mano nella tua,

e scoprirò,

ma in fondo lo so già,

che scordarmi

è stato facile

e tutto quel dolore

è stato inutile.

 

 
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Pubblicato da su 2 febbraio 2015 in amore, delusione

 

POLISINDETO

Prima di andar via,
chiudi bene la porta
e portati via
cuore e cervello
e ogni ricordo,
e lavami via
corpo e profumo
e ogni ferita,
e asciugami
pensieri e parole
e ogni lacrima.                                                                   

Foto di Angela Grieco

Foto di Angela Grieco

Ma se rimani,
le mie lacrime
saranno bicchieri da svuotare,
le mie ferite
strade da percorrere,
i miei ricordi
favole da raccontare.

Prima di andar via,
chiudi bene la porta
e portati via
anche me.

 
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Pubblicato da su 18 ottobre 2014 in amore, POESIA

 

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SOLO PAROLE

 

Immagine

foto di Angela Grieco

Le parole che mi usi contro

davvero non hanno un perché.

Scavano dentro

come gocce sulla roccia,

ma il cuore non è materiale

che si possa scolpire.

Se ho colpa, è solo

di starti a sentire,

mentre usi parole

per farmi soffrire.

 
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Pubblicato da su 21 giugno 2014 in amore, delusione

 

foto di Angela Grieco

foto di Angela Grieco

 

Li lascerò pensare

di me

quello che vogliono.

Che sono stupida, ingenua,

che non riesco a capire

le cose del mondo

che han costruito loro.

Li lascerò credere

di me

tutto il peggio.

Che non sono capace,

nè in grado di fare, di dire

le parole di senso

che hanno inventato loro.

Ma la cosa più assurda

è che, in fondo,

lo lascerò credere

anche a me.

 
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Pubblicato da su 30 novembre 2013 in Uncategorized

 

AL PIANO DI SOTTO

foto di Angela Grieco

foto di Angela Grieco

 

La signora del piano di sotto                                     

ha perso un figlio.

Dicono che

si è buttato

l’han buttato?

non si è buttato!

nel fiume. 

La gente che sale le scale

lo fa in punta di piedi.

Il corpo,

l’han già trovato, ma

al piano di sotto una madre

aspetta il figlio.

 
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Pubblicato da su 26 ottobre 2013 in Uncategorized

 

IL RUMORE SOTTOPELLE – terza puntata

foto di Angela Grieco

foto di Angela Grieco

Mamma dice che da quando Giulia se n’è andata non esco più di casa. Dice che sono più musona. «Ce l’hai qualche amico a scuola? Devi cercare di aprirti di più, di fare amicizia.» Come se fossi un cane che scodinzola e la gente si sdilinquisce, come se fosse facile come quando all’asilo davi la mano al tuo compagno di dormite ed era amore per tutta la vita. Non è vero che non ho amici, a scuola parlo con Silvia, ci parlavo anche prima, quando Giulia occupava un ampio spazio della mia esistenza. Giulia è sempre stata la mia migliore amica, forse da prima che nascessimo. Le nostre mamme si conoscevano dai tempi del liceo, e non si erano mai perse di vista nemmeno quando la mamma di Giulia aveva cominciato a viaggiare per rincorrere il suo lavoro di traduttrice. La nascita di Giulia l’aveva un po’ frenata, ma non appena ha ricevuto un’offerta come insegnante di italiano in un prestigioso istituto della Provenza è partita senza pensarci due volte, portandosi appresso Giulia a mo’ di bagaglio umano. Va beh Giulia poteva anche impuntarsi e decidere di rimanere qui, ormai a diciannove anni e finito il liceo poteva iscriversi all’università qui a Milano, ma ha voluto seguire sua madre, allettata dalla prospettiva di abitare in Francia e parlare e ascoltare la lingua dei suoi scrittori preferiti. Con una che chiama il suo gatto Balzac, c’è poco da recuperare.
Così adesso parlo un po’ più di prima con Silvia. Silvia è bellissima, ha questa massa di capelli biondi che scivolano a boccoli sulla schiena e gli occhi scuri come la benzina. Solo che è timidissima e nessuno a scuola sembra accorgersi di quanto sia bella. C’è da dire che i maschi della nostra classe sono dei grandi cretini, soprattutto Roberto che la prende sempre in giro imitando la sua vocina quasi afona che si spezza su certe consonanti. L’altra mattina l’ho beccata che piangeva chiusa in bagno, sapevo che era lei da come tirava su col naso.
«Silvia, sono io, Alina» ho detto forte.
« Mmm, che c’è?»
«Esci tu o mi fai entrare?»
Ha aperto la porta. Sono entrata svelta e ho richiuso subito; so bene quanto può essere fastidioso farsi vedere tristi dal mondo lì fuori dal bagno.
«Piangi per Roberto?»
«No.. Sì, un pochino. Ma non solo per lui.»
«Ma tu lo devi lasciare stare a quello scemo! E’ talmente brutto con quella testa romboidale che non troverà mai nessuna che se lo fili, figurati una come te.»
Dopo un po’ di tempo, Silvia ha fatto uno sbuffo strano con la bocca. Quando l’ho vista sussultare ho capito che stava ridendo e mi è scappato da ridere anche a me. Poi mi ha confessato una cosa. E io ho capito tante cose di lei, il perché del suo modo di parlare o del fatto che spesso non si giri quando qualcuno la chiama dai banchi dietro per chiederle qualcosa. E mi è venuta voglia di andare fuori e dare quattro o cinque sberle a Roberto.
«Silvia, ma sai che io non l’avrei mai detto..»
«Ah sì, e perché?»
«Perché mi sembri l’unica che sappia ascoltare davvero..»
Non avessi mai detto questa frase! Ha ripreso a frignare più di prima, mentre io stavo lì guardarla, a pensare che forse avrei dovuto abbracciarla ma non ci riuscivo. Sono disabile anch’io, non so più volere bene, non so più abbracciare o condividere spazi angusti con altra gente. Piano piano si è ricomposta, si è asciugata gli occhi e ha soffiato forte il naso in un pezzo di carta igienica con i fiorellini. « Andiamo?» mi ha chiesto, con già la mano sulla maniglia della porta.
E lì l’ho ammirata. Ho pensato che le persone con una qualche disabilità debbano avere una forza tremenda per stare in questo nostro mondo di stronzi. Mi sono vergognata dei miei tagli.

 
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Pubblicato da su 13 luglio 2013 in Il rumore sottopelle, Racconti

 

DEBORA

foto di Angela Grieco

foto di Angela Grieco

Quando aveva dodici anni, giocava a calcio. Male. Più che altro, in quel modo, si passava il tempo tra le lezioni del mattino e quelle del pomeriggio. Quasi sempre Giulia era in squadra con Debora e la faceva ridere quando parava la palla col sedere. Quando rideva, Debora sembrava avesse ancora più lentiggini sul viso di porcellana, spezzato solo dagli occhi troppo verdi. E Giulia, che aveva gli occhi marrone, i capelli marrone, la faccia marrone, la invidiava.
Poi Debora era morta. Era successo l’ultimo giorno di scuola. Loro, i ragazzi delle scuole medie, l’avevano saputo dopo, dal telegiornale. «Padre di famiglia uccide nel sonno moglie e due figli e poi si fredda con la pistola d’ordinanza.» I giornalisti accerchiavano come avvoltoi il dolore, mandando in onda ripetutamente le riprese dall’alto e dal basso dell’appartamento al terzo piano e di una palla abbandonata nel salotto. Era del fratello più piccolo, mica di Debora.
A Giulia sembrava strano che il ciliegio del loro giardino continuasse a fare i suoi frutti sanguigni e che la vicina parlasse arrabbiata con la mamma perché la loro gatta era entrata, di nuovo, in casa sua. Era assolutamente convinta si sarebbe fermato tutto.
Invece il tutto andava avanti e Giulia continuava a far fatica ad addormentarsi di notte. Stava con le orecchie ben drizzate a cogliere ogni minimo rumore, non di un ladro che veniva da fuori, ma di un qualcuno lì dentro che poteva rubarle la vita. Poi anche suo padre aveva i baffi, come quelli folti e grigi del papà di Debora. Ma suo padre non era un assassino. Ancora oggi, a volte, si chiede se lo pensasse pure Debora.

Se lo chiede proprio adesso, di fronte ad un caso che non si sa spiegare. Eppure dovrebbe averlo ormai imparato dal suo lavoro, che l’animo umano nasconde sempre un buco nero. Fa l’assistente sociale, le è venuto naturale, con gli anni. Ne è passato di tempo da quando aveva dodici anni, da quando cercava di capire quali circostanze potessero indurre una persona ad uccidersi, e ad uccidere. Pensava che una volta spiegato che cosa fosse successo al vigile buono, il padre di Debora, sarebbe andato tutto bene, avrebbe potuto prevedere altre situazioni del genere e bloccarle. Invece col tempo, ha solo capito che ci sono cose che non possono essere spiegate. E che anche spiegarle non impedisce certo il loro accadere. Sa per esempio cosa spinga un uomo a violentare una donna, ed una ragazzina per di più. Lo sa come si può saperlo da dei manuali di psicologia. Ciò nonostante non è riuscita ad evitare che quattro ragazzi di diciotto anni abusassero, e più volte, di una bambina di quattordici anni.
Ora è lì, con i documenti, le parole della vittima e quelle degli aguzzini registrate a mano sul diario dei colloqui, la sentenza del tribunale minorile, e non riesce nemmeno a concepire una situazione del genere. La ragazzina alla fine l’avevano dovuta raccogliere col cucchiaino, dal vicolo. I genitori non si erano accorti di nulla. “ Lei portava fuori il cane, ogni sera.” “Chi poteva immaginarsi?” “Se solo non andasse in giro vestita così..” “Mi hanno obbligato, hanno detto che mi avrebbero ucciso..”. Di fronte a tutto questo, Giulia chiude gli occhi, le orecchie. E ascolta. Le sente, le lacrime che stanno arrivando, la rabbia che le strozza la gola. Ma parla.
– Perché il decreto ci ingiunge di chiudere il caso? – domanda al responsabile.
– I ragazzi sono in prigione, la ragazzina è a posto.
– E’ a posto? – a parlare è una tazzina che si scheggia.
– Dottoressa Crisanti, dal tribunale ci è stato detto così.
– Mmm, tanto i ragazzi tra un anno escono per buona condotta, se non prima, e la ragazzina.. Perché non continua con la psicologa?
– Perché non vuole. Ha detto che va bene così.
– Che va bene così? Non vogliono i suoi genitori. Li ho sentiti al colloquio. Si vergognano, non vogliono casini. Ma ci sono dentro fino al..
– Giulia, il caso si chiude. Non siamo dei supereroi.

foto di Angela Grieco

foto di Angela Grieco

No, non siamo dei supereroi. Se così fosse, potrebbe tornare indietro fino ai suoi dodici anni e chiedere al vigile dagli occhi tristi se si sente bene, o solo, o triste da morire, e da ammazzare. “Era un uomo così gentile.” “Guidava il pullmino delle elementari, chi avrebbe mai pensato che avrebbe fatto una cosa del genere?” “Ah, ma che c’era qualcosa che non andava, l’avevo capito, c’era qualcosa in lui.”
Giulia se lo ricorda in mezzo all’incrocio vicino alle scuole, con le braccia che si alzavano e si abbassavano a ritmo alterno. Quando loro, da bambini, dovevano attraversare la strada, il vigile bloccava sempre il traffico e faceva un cenno con la mano per farli passare. Sorrideva, le pare di ricordarsi. E le tornano sempre in mente gli occhi, azzurrissimi e grandi, che fossero tristi o pazzi non saprebbe dirlo, a quell’età non stava certa attenta a cogliere barlumi di follia nelle iridi degli altri. Ma un padre, un padre!, come può uccidere i propri figli? Perché? E un ragazzo, giovane, carino, come riesce a trasformarsi in un orco e a violentare una bambola, nemmeno una principessa? Li hanno guardati negli occhi, prima di farlo?
Giulia guarda quelli dei suoi utenti quanto basta per stabilire un contatto, per far credere loro che c’è e li ascolta e li capisce. Ma non capisce. E’ tenuta a non farlo, per lavoro. Capire vorrebbe dire non saper mantenere il distacco giusto per risolverlo, il problema, e per aiutare il paziente. Ma adesso se ne frega del distacco professionale e della tecnica dell’ascolto attivo, che se per Debora ormai è troppo tardi, almeno che si salvi la ragazzina. E come fare, senza evitare un richiamo disciplinare?
– Giulia? – a riscuoterla dai suoi macchinosi pensieri è l’usciere – C’è qui quella ragazzina, quella del cane, dice che vuole parlarti.
– Falla entrare.-
Appena pronuncia quelle parole, la ragazza esce da dietro la figura imponente dell’usciere e accenna ad un sorriso.
– Salve.
– Ciao.
– Io vorrei continuare con la psicologa.. So che i miei genitori hanno detto che è tutto a posto, che..
– Non ti preoccupare, fissiamo subito un incontro. Aspetta che guardo l’agenda e chiamo la dottoressa Ghitti.
E lì, mentre porta la cornetta all’orecchio, le capita di alzare lo sguardo e d’incrociare quello intimidito della ragazzina. Non si era ancora accorta che avesse gli occhi così verdi.

 
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Pubblicato da su 15 giugno 2013 in dolore, Racconti

 
 
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