‘No, non mi piaceva lavorare. Avrei preferito poltrire e pensare a tutte le belle cose che si possono fare. Non mi piace lavorare – non piace a nessuno – ma mi piace ciò che nel lavoro è insito – la possibilità di trovare te stesso. La tua realtà – per te, non per gli altri – ciò che nessun altro uomo potrà mai sapere. Loro vedono soltanto l’apparenza e non sono mai in grado di capire che cosa realmente significhi’ […]
‘E’ quando dovete badare a cose di questo genere, ai piccoli incidenti che avvengono alla superficie, la realtà – la realtà, vi dico – si affievolisce. La verità interna si nasconde – per fortuna, per fortuna. Ma io la sentivo ugualmente; sentivo spesso la sua quiete misteriosa che guardava intenta i miei trucchetti, come guarda voialtri quando vi esibite sulle funi per – quant’è che vi danno? Mezza corona per ogni capriola’ […]
‘Chiedo scusa. Dimenticavo l’angoscia che è il resto del compenso. E poi che importanza ha se il numero è fatto bene? Voi i vostri li fate benissimo. E io non feci male il mio, dal momento che riuscii a non affondare con quel battello durante quel primo viaggio’.
Byron ancora si domandava perché l’altro rimaneva a Jefferson, quasi in vista e a portata d’orecchio della chiesa che lo aveva ripudiato ed espulso. Una sera Byron glielo domandò. <<Tu perché passi i tuoi sabati pomeriggio a lavorare all’officina mentre gli altri operai si divertono in città?>> disse Hightower. <<Non lo so>> disse Byron. <<Così, mi sa che è la mia vita>>. <<E anch’io, mi sa che è la mia vita>> disse l’altro. ‘Ma adesso so perché è così’ pensa Byron. ‘E’ perché uno ha più paura dei guai che potrebbe avere che di quelli che ha già. Si aggrappa ai guai ai quali è abituato piuttosto che rischiare di cambiare. Un uomo può parlare di come gli piacerebbe sfuggire alle persone vive. Ma sono i morti quelli che gli fanno più male. Sono i morti che se ne stanno belli tranquilli in un posto e non cercano di trattenerlo, quelli a cui non può sfuggire’.
Inutile nascondersi la verità. Non reagisco più come prima. Adesso faccio fatica a piangere. Dentro di me, intorno a me, qualcosa è cambiato. Le strade si sono svuotate, nelle città non c’è quasi più nessuno, e ancora meno nelle campagne e nelle foreste. Il cielo si è rischiarato ma resta cupo. La pestilenza delle grandi fosse comuni è stata lavata da innumerevoli anni di vento ininterrotto. Certi spettacoli mi addolorano ancora. Altri, no. Certe morti sì. Altre, no. Ho l’aria di uno sul punto di singhiozzare, ma poi non esce niente.
“Stefano cominciò a navigare, dando prova di qualità marinare, di resistenza alle fatiche, di
Antoine Volodine, 

