Il manoscritto trovato a Saragozza

Rekopis znaleziony w Saragosie (1965) – Wojciech Has / Polonia

Si intuisce fin da subito quanto districarsi all’interno di quest’opera non sia affatto cosa semplice. Un labirintico delirio, un delirante labirinto a dischiudere l’ennesimo labirinto, preda dell’ennesimo labirinto e così via. Wojciech Has qui ha preso l’opera omonima, celebre caposaldo della letteratura polacca, cercando di renderle quanto più possibile onore. Purtroppo, non per sua colpa, l’opera originale vanta talmente tanti, vasti scenari, interpretazioni ed approfondimenti – letterari e non – da renderne difficoltoso il compito. Nonostante ciò, più di tre ore di filmato scorrono straordinariamente lisce e fluide, come al contempo emozionanti e burrascose correnti di un fiume in piena, e giunti al termine ci si chiede solo per qual motivo non se ne abbia altrettante ancora.

Anni or furono, un misterioso manoscritto venne ritrovato. L’opera tratta delle avventure narrate nello stesso, segue cioè il capitano Alfonso van Worden nel suo tentativo di raggiungere Madrid. Giunto infine tra le impervie valli della Sierra Morena, egli si ritrova invischiato in tutta una serie di spettrali, grottesche disavventure. Più ci si addentra nel cuore della vicenda e meno ci si raccapezza. Eppure, non tutto è come sembra ed una verità ben più comprensibile si cela a monte delle apparentemente astruse vicissitudini alle quali il povero protagonista viene continuamente sottoposto.

Non che per questo tutto quanto osservato diventi perciò comprensibile o più precisamente logico, ma sicuramente viene giustificato. Come matrioske o scatole cinesi infatti l’opera vive di storie che ne racchiudono al loro interno altre, finendo così facendo per allontanarsi considerevolmente dalla linea temporale principale, seppur in qualche modo infine tutte quante finiscano col ritrovarsi assieme nel medesimo scenario. Assurdo vero? Ad esempio, cosa ci faceva il padre del protagonista, immerso in un duello all’interno dell’ennesima vicenda raccontata all’interno dell’ennesima vicenda? Questo perchè il fulcro dell’opera risiede proprio nella molteplicità degli sguardi che propone. Ma non è tutto. Ogni racconto, ogni punto di vista, ogni vicenda viene narrata o per meglio dire rientra in un genere a sè stante, andando così a formare un corollario di esperienze assolutamente uniche. Passeremo infatti dall’horror all’erotico, dal romantico al fantastico, dall’avventura al romanzo picaresco e così via.

Ma ancora non è tutto, in quanto a distinguere ulteriormente ogni racconto vi è anche una personalità, un profilo psicologico ogni volta differente. Le medesime vicende vengono infatti osservate da personaggi che ne rappresentano un aspetto, un’ottica differente. Pensiamo infatti ad un matematico che ad un certo punto dell’opera conferisca una chiave di interpretazione aritmetica alle vicende udite, o ad un cabalista che ne deliri e complichi le conseguenze e ancora ad un sultano, un filosofo – per poi tornare al protagonista, che risucchiato in questo vortice di insensatezze mostri unicamente il proprio coraggio nel non farsi abbattere dalle stesse. Come intuibile, quest’opera non punta particolarmente ad una morale o a contenuti particolarmente nobili per quanto avrebbe sicuramente potuto (il film comincia infatti nel bel mezzo dell’ennesima battaglia napoleonica; tra i tanti vediamo anche svolgere il proprio ruolo un gruppo di folli dell’Inquisizione spagnola): il valore dell’opera risiede nel saper intrattenere attraverso la virtuosità di un linguaggio filmico tanto coraggioso quanto poliedrico, sfacciato come il miglior Bunuel (che pure lodò l’opera), comico, divertente ma mai banale, in una parola: geniale.

In definitiva, l’autore confeziona qui un superbo esercizio di stile la cui unica pecca se vogliamo è quella di non riuscire a reggere la grandiosità dell’originale letterario. Un film straordinario, che non ci si aspetta considerata la vena generalmente più astrusa e seriosa dell’autore. Per chiunque non tema di cimentarsi in visioni come questa che potrebbero far storcere il naso dall’apparente superficialità o mancanza di una vero e proprio fondamento materiale. Ma dunque perchè non poter volare sulle ali della follia di tanto in tanto?

Voto: ★★★★/★★★★★

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Le armonie di Werckmeister

Werckmeister Hármoniák (2000) – Béla Tarr / Ungheria

Quello del titolo è un riferimento all’omonimo compositore tedesco e sottolinea la ricerca di perfezione ed armonia che il protagonista e non solo ricercano in ogni cosa. Il titolo dell’opera originale scritta dall’ormai consueto Laszlo Krasznahorkai, Melancolia della resistenza, rimanda invece al lato più politico della vicenda narrata. Con quest’opera Tarr prosegue il suo percorso anticipando le conclusioni fataliste del successivo ‘Il Cavallo di Torino’. Ci troviamo di fronte ad una pellicola per certi versi più approcciabile, sia a livello di ritmi che come riflessioni ed approccio registico, un film sul contrasto tra bellezza e crudeltà, antirivoluzionario ed antibellico, coraggioso ed ambizioso.

Ungheria. Siamo in un modesto centro abitato di campagna. Il clima è teso, c’è fermento per le strade, fermento e malcontento. In un periodo così buio e critico, un circo fa il suo ingresso in città, un’enorme balena e un misterioso ‘principe’ le sue due uniche attrazioni. Ma questa novità fa scattare la scintilla della rivoluzione, che si abbatterà sul paese con rabbia e furore inaspettati per poi sfumare altrettanto rapidamente lasciando dietro di sè morti e macerie. E quella stessa balena, abbandonata senza posa nella piazza centrale, sempre più celata allo sguardo da un fitto velo di nebbia.

Al centro della narrazione Janos, un umile fattorino. Un po’ come lo spettatore, durante lo svolgimento dell’opera egli smarrisce la propria via. Disinteressato a politica, ribellioni e quant’altro di simile in atto, egli viene quasi sospinto dal corso degli eventi in una direzione piuttosto che un’altra senza poter fare nulla a riguardo. La follia imperante non lo tocca, non può che scorgere fascino e fierezza in quel maestoso cetaceo orribilmente strumentalizzato. Perchè allora sottoporre il suo punto di vista, quello di un estraneo alle vicende in un film incentrato su di un atto rivoluzionario? Perchè, lungi dal sottolinearne il lato più prettamente politico, è l’orrenda, brutale viltà, l’amoralità dell’atto stesso ad essere messa in dubbio- ciò che spesso potremmo non considerare, ovvero non tanto la necessarietà dell’atto quanto le sue conseguenze dirette.

A fare la differenza però è ciò che viene dopo. Di fronte a determinate realtà dunque l’essere umano è capace di commuoversi. Come un bagliore attraversa lo spazio e illumina quel determinato istante, così ogni personaggio si dimostra capace di tale miracolo, una sorta di epifania, un momento di stasi a dimostrare che la più brutale, selvaggia delle azioni può essere sciolta da un singolo atto pietoso. La bellezza, la pietà, confermano il proprio ascendente sull’uomo. La balena, così come l’anziano spoglio, in questo caso sono i pretesti ad avvalorare tale tesi. In un simile frangente, Tarr si dimostra senz’altro più benevolo del solito, bilanciando in maniera inaspettata bellezza e crudeltà, benevolenza ed assurdità. Posti entrambi sui piatti di una bilancia, quale esito otterrebbero?

Reiterando una struttura narrativa consolidata BT intende stabilire un costrutto basico già ipotizzato. Come nel precedente ‘Satantango’ infatti, l’impostazione è quella di una città in fermento. La quiete iniziale lascia presto il passo ad un evento che spacca in due la narrazione. Hitchcock inventò il Macguffin che qui funge da evento spacca-film: il circo itinerante è l’evento, la scintilla che innesca l’esplosione. Una circostanza apparentemente banale diviene inaccettabile affronto per la popolazione in fervore, ancora una volta raggirata, ancora una volta parte debole della scacchiera. Il Male è dunque insito nella natura stessa dell’essere umano, lo contraddistingue e completa: non si tratta di pessimismo o nichilismo – non ancora, non esattamente – quanto più di una semplice constatazione. Le conclusioni cui giunge l’autore non sembrano essere qui tanto definitive.

Così come tanto definitiva non sembra essere l’estremizzazione stilistica tanto caratteristica del regista ungherese. Ritmi estremamente lenti, dialoghi rarefatti seppur persistenti, eppure la componente musicale compare più volte ad enfatizzare i momenti clou dell’opera, quella stessa musicalità che dando il titolo al film ne chiarisce gli intenti e attenua l’esito finale. Tarr si riconferma un maestro assoluto nella sua arte, capace di sondare l’animo umano senza per questo scendere a compromessi. Ancora una volta è l’arte stessa a vincere, non le aspettative sulla stessa. Un film essenziale, un capolavoro intramontabile sulla capacità di commuoversi, un saggio sulla pietà unico nel suo genere, secondo tassello di un’immaginaria, essenziale trilogia.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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Hotel by the River

Gangbyun Hotel (2018) – Hong Sang-soo / Corea del Sud

Sotto un idilliaco, sibillino paesaggio innevato, osserviamo più storie diramarsi dai due fulcri narrativi principali: un uomo che percependo la morte ormai prossima chiama a sé i due figli perduti di vista e due donne che, parallelamente all’uomo, condividono i propri bilanci in amore. Il tutto si svolge nel medesimo luogo, un tranquillo hotel in riva al fiume. L’autore coreano ci aveva già abituato a questa sua poetica del falso ordinario, quest’osservare l’individuo nei suoi momenti più comuni, consuetudinari. Qui però vi aggiunge qualcosa, ovvero la morte. Per capire dunque come introdurre e giustificare tale elemento all’interno di una costruzione come quella appena indicata, occorre capirne lo sviluppo.

Tra silenzi e riprese statiche talvolta zoomate volentieri, Sang-soo mette in scena un vero e proprio teatro del doppio, un’opera in due atti dove come in un gioco di specchi rimandi e riferimenti si intersecano legando e recidendo di continuo le due linee narrative. Un anziano poeta che avverte la morte, così, improvvisamente e senza apparente motivo. I suoi due figli con le loro rispettive vite tra matrimoni finiti, blocchi emotivi, antiche ruggini. E poi due amiche, la prima abbandonata dal proprio compagno, la seconda al contrario fin troppo orgogliosa del proprio; si cullano, si carezzano a vicenda come amanti in fuga. I due mondi, maschile e femminile, pare vadano a formare due blocchi opposti in lotta l’uno con l’altro. Le debolezze dei tre uomini, incapaci di affrontare i propri fantasmi, avvinghiati alle proprie mancanze – si contrappongono alla spontanea fragilità delle due donne, al loro vivere per sé e per gli altri.

Questo contrapporre due schemi emotivi, due approcci diametralmente opposti, porta l’opera su un piano differente rispetto al solito osservato in precedenza. Quella infatti che spesso in Sang-soo è pura, ordinaria consuetudine fine a sé stessa, qui diventa chiave per la lettura dell’opera stessa. Le due tavolate, interna ed esterna, ad inizio e fine opera, rivelano più nitidamente i punti chiave nei rapporti tra personaggi ma soprattutto contribuiscono ad evidenziarne limiti, affinità ed approcci. Quello del padre, atto a conciliare col proprio passato, coi propri figli: infine serenamente pronto ad abbracciare il proprio destino. Le due ragazze, spettatrici del tutto un po’ come noi, distanti eppure così vicine, partecipi eppure estranee. A fare da cornice al tutto, oltre paesaggi sublimi ed un b/n freddo e opaco come d’una vetrata invernale, quei silenzi rivelatori, quel privilegiare la banalità dell’atto elevandolo ad espressione del proprio stato d’animo, l’estrema sensibilità con cui l’autore approccia la vicenda pare ricordare a questo senso la migliore Kawase.

L’arte riflette il nostro io, condanna, denuncia, rivela (come nel caso del figlio minore) un’identità ancora acerba ma purifica e redime anche, come per il padre. Nel leggere alle giovani il suo poema appena composto vi è un qualcosa di così sincero e sublime da spazzare, allontanare ogni tipo di considerazione in merito – e se ne potrebbero fare, su questa Ike, società segreta narrata nel poema capace di legare le persone a sè, forzarle in schemi preordinati abbandonandole poi al proprio destino. Non resta che l’atto finale, il termine della corsa sancito da quelle grida strazianti e – di pari passo – rivoli di lacrime che scivolano giù, ignare della loro esistenza. La pietà con la quale si consuma il dramma rende quello in causa un film toccante come pochi, un’esperienza visiva e sensoriale unica sul come approcciarsi alla morte ma ancora prima sul come approcciarsi alla vita e ai propri errori. Forse, in questo caso, accettare ed accettarsi per come si è resta l’unico lieto fine.

Voto: ★★★★/★★★★★

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Trilogia del Samurai

Miyamoto Musashi; Ichijōji no kettō; Kettō Ganryūjima (1954 – 1956) – Hiroshi Inagaki / Giappone

Quello sui samurai sappiamo essere un sottogenere ampiamente trattato dalla cinematografia giapponese (e non solo), in lungo e in largo nel corso degli anni; e solitamente la prima immagine, il primo pensiero, va al maestro Kurosawa e più in particolare al suo celeberrimo ‘I sette samurai’. Per quanto però il maestro abbia grandi meriti nella celebrità di questa tematica, non è sua la miglior opera del genere. Inagaki infatti con la ‘Trilogia del Samurai’ ha creato una serie di tre film impareggiabili sotto ogni punto di vista, tre opere che con pochissimi interpreti ed uno svolgimento essenziale riescono a sconvolgere per la loro bellezza (bellezza riconosciuta persino oltremare, dall’Academy Award che assegnò un Oscar al miglior film straniero al primo capitolo della saga e dal regista statunitense Quentin Tarantino, che prese ispirazione proprio alla presente per i suoi Kill Bill).

La storia dunque narra le vicende di Takezo, in seguito conosciuto come Miyamoto Musashi (brillantemente interpretato da Toshiro Mifune) che, da semplice soldato decide di intraprendere la via del samurai e dell’onore. Il suo viaggio lo porterà a crescere e maturare, sia nel carattere sia nell’abilità di spadaccino, fino a diventare tra i più rinomati ed abili samurai del territorio. Lungo il suo cammino più figure incroceranno il suo cammino, da donne perdutamente innamorate di lui a fedeli servitori fino a famigerati nemici. Di questi ultimi uno in particolare, Kojiro Sasaki, rappresenterà l’occasione finale per dimostrare la propria consacrazione definitiva come samurai ma soprattutto come essere umano.

Ciò che stupisce maggiormente di quest’opera, quando messa in confronto con altre appartenenti allo stesso genere, è proprio il fatto di riuscire a distinguersi sotto così tanti aspetti. In primis, pensiamo all’approfondimento delle figure principali: mai si era prestata tanta attenzione all’approfondimento e al divenire caratteriale e psicologico di non uno ma quattro o più personaggi in un film di samurai. Musashi infatti ma anche Kojiro, Otsu e Akemi, vantano profondi cambiamenti dal primo all’ultimo dei tre film dimostrando un impianto di base che conferisce molta più importanza a quest’ultimo punto piuttosto che alle scene d’azione, ai combattimenti – che al contrario sono uno/due per film e di esigua durata Altro punto, il ritmo: paradossalmente, le opere avanzano con una tranquillità quasi serafica, da dramma o comedy più che da classico film d’azione o d’avventura. Altro punto a favore, gli scenari: i paesaggi rivestono un’importanza capitale e sono soprattutto sostenuti da un technicolor d’avanguardia, che valorizza le grandi potenzialità delle bellezze nipponiche. Tramonti in riva al mare, splendide cascate incorniciate dal verde smeraldo della flora circostante, dal rosa dei boccioli in fiore e così via insomma, un vero e proprio spettacolo visivo.

Un peccato dunque che la carriera del regista Hiroshi Inagaki non sia mai andata oltre queste tre magnifiche opere, anomalo quanto proprio per questo quelle in causa dimostrino una dimestichezza coi mezzi fuori dal comune. Da valorizzare infine le splendide interpretazioni degli attori protagonisti, da Toshiro Mifune a Rentaro Mikuni fino a Mariko Okada, interprete favorita ed immagine di quasi tutte le opere del maestro Yoshishige Yoshida.

Voto: ★★★★/★★★★★

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Perdues dans New York

Perdues dans New York (1989) – Jean Rollin / Francia

Ciò che rende unici i prodotti dell’autore è probabilmente la capacità dell’autore stesso di combinare tecniche proprie a più generi cinematografici senza per questo stravolgere il canovaccio narrativo, la struttura sceneggiativa, che di fatto resta più o meno invariata. Con Perdues dans New York assistiamo a qualcosa di nuovo ed unico per Rollin, una sorta di sperimentazione su più livelli, narrativo appunto ma anche visivo, laddove a prevalere non è più l’horror in quanto proprio base di partenza su cui poi far evolvere il resto della storia ma il sogno; un fenomeno psichico ma soprattutto qualcosa di sorprendentemente incodificabile, affascinante in quanto imprevedibile, qualcosa di astratto. Ecco allora che, come scatole cinesi, ogni sequenza viene inghiottita dalla successiva, o se vogliamo scema nella precedente, in modo tale da creare un percorso illusorio perso nella nebbia, qualcosa di estremamente rarefatto ed incomprensibile.

Come in un fantasy infatti le due protagoniste, Marie e Michelle, legano il loro destino a quello di una statuetta divina, capace di trasportare i suoi possessori in altri mondi, luoghi lontani, misteriosi o sconosciuti. Ed è cosi che comincia il viaggio delle due alla ricerca l’una dell’ altra, gli anni passano finché un giorno…Si può dire che in un solo film, Rollin raggruppi ogni elemento a lui caro, dai vampiri ai cimiteri fino alle spiagge – l’amore per la spazialità, cercando però al contempo di andare oltre il loro significato. Sì perché l’opera in causa è qualcosa di più di un lavoretto di genere – senza per questo screditare opere peraltro splendide precedenti alla stessa. In questo caso l’impegno è visibilmente maggiore, così come l’ambizione nel cercare una chiave di lettura nuova.

L’atmosfera è fin da subito magica, incantata da queste note al contempo ipnotiche e suadenti, leggere e sinuose che ci accompagnano lungo tutto il viaggio. Ogni sequenza pare vivere di vita propria nel senso proprio di giustificare la propria presenza rincorrendo la bellezza dell’atto in sé per sé: due sconosciute si incontrano nel silenzio più assoluto, si avvicinano lentamente l’una all’altra senza quasi saperne il motivo, gli sguardi si incrociano, i movimenti sempre più lenti e solenni, come in una rappresentazione teatrale, poi avviene il fatto. Appare il coltello, due lunghi canini cercano un collo, che viene di rimando gentilmente offerto. Questo è il chiaro esempio di un’opera che si racconta per enigmi, in cui una sequenza non dipende necessariamente dalla precedente o dalla successiva, senza per questo pretendere di non avere uno script di base, percorso narrativo che invero non viene mai perso di vista, un controsenso solo in apparenza.

Nuovamente Rollin si dimostra essere un autore capace e competente, in grado di suggerire senza scandalizzare, turbare senza eccedere. Il suo potrebbe essere definito un erotic horror, l’arte di fondere insieme due espressioni apparentemente inconciliabili, far convivere la violenza più truculenta con la bellezza più sensuale ed erotica, suggerire forme affascinanti imbrattate di sangue. PDNY ripropone il concetto (che , per chi volesse, osserviamo al suo apice nel precedente ‘Fascination’) sviluppandone una sorta di antidoto: slegarsi dal ‘genere’ realizzando un film che racconta, affascina e sorprende ma soprattutto un film che esprime qualcosa, parla di legami forti e immortali, del significato stesso di tempo, dell’incredibile potenza di una semplice storia, una pagina scritta o una bozza di disegno ed il tutto splendidamente incorniciato da una regia e in generale di un comparto tecnico impeccabili. Due bambine, due donne, due anziane signore, immutabilmente, al contempo in tutt’e tre le forme, unite e separate da un sogno, uno spicchio di luna intagliato nel legno.

Voto: ★★★/★★★★★

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Cemetery

Cemetery (2019) – Carlos Casas / Francia

  • Immissione: Presentata alla Viennale e passata in sordina tra i vari festival, l’opera segna al contrario il punto di svolta nella carriera del regista ispanico, che sette anni dopo ‘Avalanche’ torna a cimentarsi col lungometraggio. Svolta appurata in questo caso in termini di qualità, approccio, durata e spessore.
  • Intreccio: Quattro frammenti compongono l’itinere dantesco di un elefante – ultimo rimasto della sua specie – verso un cimitero, sito legato da sempre a miti e leggende di rara grandiosità. In un mondo sull’orlo del collasso apocalittico, quello in atto è il ritorno alle origini e del vetusto pachiderma e della realtà stessa. Ogni cosa viene rapidamente inghiottita da un’oscurità opprimente, quindi rilasciata tra magnifiche, sterminate vedute.

  • Tempo: Non ci è data alcuna spiegazione riguardo lo scorrere del tempo. Ore, giorni o addirittura anni trascorrono come a definire lo status allegorico di una favola che tratta di caducità, bramosia e decadenza di mondi lontani seppure nel presente. Il tempo di cui parla Casas può essere inteso come quello di una vita intera, ciclico in quanto affetto da costanti ben precise (la morte tra tutte), può altresì rifarsi ad un battito d’ali fugace e distante o può piuttosto non determinarsi affatto, non tanto poiché irrilevante quanto proprio per via della sua inconoscibilità.
  • Spazio: Quella spaziale è la costante sulla quale Casas fa più di tutte riferimento, è anzi fondamentale nell’ottica del discorso antropologico da egli stesso addotto. Il paesaggio naturale è la culla della civiltà ai suoi primordi, rappresenta quanto di più puro e grezzo risieda nell’essere umano ma anche l’assenza, la perdita di raziocinio e la conseguente morale fatalista. La foresta è un luogo tetro incognito, rappresenta il cammino caotico e vorace dell’uomo che non segue né si lascia alle spalle sentieri. I toni cupi propri dell’opera non impediscono tuttavia un ritorno al locus amoenus, a quell’intima predilezione per la bellezza che offre armonia ed equilibrio non solo dal punto di vista emotivo quanto proprio dell’inquadratura.
  • Forma: Stilisticamente parlando ci si avvicina all’idea di un Cinema in grado di totalizzare le esigenze avanguardiste delirando il costrutto narrativo puro e lineare e al contempo far propri approcci estremi, sinonimi del Cinema contemplativo di maestri come Rivers, Reygadas ecc. Un documentario, quindi, nella misura in cui un’apocalisse tratti della fine del genere umano, catarsi e distruzione per un nuovo inizio: ma anche avanguardia laddove si comprendano i limiti espositivi e pratici di uno script fondatamente più azzardato, cupido. In tutto ciò, il complesso lavoro sul sonoro va a rivestire un ruolo quasi centrale, imponendosi agli occhi e alle orecchie dello spettatore. Ogni luogo (e non luogo) diviene invero un tempio, dal sussurro al fragore ogni rumore viene caratterizzato e posto in primo piano subordinando azioni e parole laddove presenti (in quanto spesso mancanti). Rincorrendo l’essenzialità dello sguardo, a sopravvivere lo spettatore sono in ultimo l’oscurità e un insistente, penetrante stridio; i protagonisti, dal canto loro, soccombono, si dissolvono in quelle tenebre avvolgenti come niente fosse.
  • Valore: Come a tratti deducibile da quanto detto fin’ora, si tratta di operare su concezioni di suono e di spazio del tutto nuove. L’esperimento presentato si basa sulle potenzialità del sonoro in un presente genesiaco, dominato dalle pure potenzialità della natura incontaminata. In quest’ottica, l’umanità (rappresentata da un manipolo di cacciatori senza scrupoli), al contrario protrattasi fino al termine dei giorni per via delle sue stesse devastazioni,  si aggrappa disperatamente a quell’unica speranza di sopravvivenza (ovverosia l’elefante). Ecco allora che amplificare percezioni e uditive e visive acquisisce un’importanza centrale laddove a fare da vero protagonista è il silenzio. Si tenta di proporre la storia di un’apologia interpretandone i tratti naturali: buio perenne, tuoni in lontananza poi una grande luce, e di nuovo la pace.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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Classifiche #7 – Top 20 Migliori Film del 2019

  1. Cemetery – Carlos Casas
  2. Untitled #1 (Sun Vision) – Barbara Sternberg
  3. The Lighthouse – Robert Eggers
  4. Zombi Child – Bertrand Bonello
  5. Just Don’t Think I’ll Scream – Frank Beauvais
  6. White Noise – Antoine d’Agata
  7. That Cloud Never Left – Yashaswini Raghunandan
  8. La ragazza d’autunno – Kantemir Balagov
  9. Vitalina Varela – Pedro Costa
  10. Heimat is a Space in Time – Thomas Heise
  11. Parasite – Bong Joon-ho
  12. Ritratto della giovane in fiamme – Céline Sciamma
  13. The Halt – Lav Diaz
  14. Joker – Todd Phillips
  15. The Tree House – Minh Quý Trương
  16. Parigi è Nostra – Elisabeth Vogler
  17. Il Traditore – Marco Bellocchio
  18. Ralf’s Farben – Lukas Marxt
  19. Libertè – Albert Serra
  20. Atlantique – Mati Diop

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Untitled #1 (sun vision)

Untitled #1 (sun vision) (2019) – Barbara Sternberg / Canada 

È un bene, in effetti, che all’opera non sia stato concesso un titolo più specifico, o per meglio dire più orientativo, ciò in linea generale non si sposa opportunamente con linguaggi visivi propriamente sperimentali. Ci viene concesso giusto un accenno a quella che potrebbe essere una sensazione, una memoria o più semplicemente un’idea, qualcosa su cui porre l’accento. Certo è che a visione ultimata si percepiscono un calore e un’intimità davvero singolari con l’autrice – Barbara Sternberg – come se l’intera opera rappresentasse un viaggio, un itinerario più o meno arduo che non è ricerca e nemmeno divenire, piuttosto raccolta. Quest’ultimo termine riassume un concetto fondamentale, in quanto ‘raccogliere’ suggerisce come un atto di radunare qualcosa, ma non necessariamente con ordine: si tratta di presentare immagini familiari alla Sternberg stessa, affini agli stati d’animo ricercati e coerenti con la linea narrativa proposta.

Una linea che segue mostrando momenti non sequenziali e mai collocati temporalmente se non per i rispettivi tratti stagionali. Sono infatti le stagioni a caratterizzare la pellicola: evocano sentimenti ben precisi, tanto precisi quanto lo è, come detto, l’intima valenza che li giustifica. ‘Untitled #1 (sun vision)’ fa da specchio al soggetto, BS in questo caso, colto nel privato. Il momento è quello di transazione dell’esistenza, non più giovane ma al contempo non ancora anziano: tanto il passato alle spalle quanto il futuro davanti a sé. Queste impressioni contrastanti, questo amalgama di stati, il tutto viene interpretato autorialmente. Non più forme, linee e confini ben precisi, all’opposto stati in transazione, in procinto di mutare in qualcosa d’altro, di indistinto, fatto nuovo.

D’altro canto, ulteriore presupposto è quello di verificare la coerenza degli stati amorfi nell’ottica del cosiddetto quotidiano; in tal caso l’osservazione dei fenomeni ordinari, consueti, si potrebbe ritenere più o meno accessibile, ciò non nega (piuttosto ottenebra) l’importanza di velare l’immagine appena definita, disturbarla, offuscarla. L’obiettivo non è rendere astruso, incodificabile, qualcosa che di prassi si fatica a non trascurare (come detto dunque scene di vita quali strade innevate, passanti, elementi naturali ecc), lo spettatore è portato a trovare un nesso ed un’armonia tra ciò che l’immagine stessa ora rappresenta e lo stato d’animo provato nell’esperire l’opera, perché questo è ciò che l’autore si aspetta – o si augura – avvenga.

Essenzialmente, tradurre gli impulsi in impasti cromatici come in questo caso, è un lavoro artistico, quello del pittore (pre-impressionista parrebbe, a giudicare dalle influenze avvertite), il che indica una tendenza al tradurre un modo di essere più che un concetto o un’idea. La frenesia avvertita nel corso della visione ad esempio, tradisce un’inquietudine cardine per la comprensione della disposizione psicologica dell’autrice. D’altro canto, il frequente ricorso a colori caldi, abbinati a loro volta ad immagini d’infanzia e vaghi ricordi – specie nella prima metà dell’opera – sembrerebbe suggerire una certa lietezza. Tutto ciò per dimostrare la forza e la varietà degli stimoli che muovono l’autrice sospingendola ora da una parte ora dall’altra a seconda dell’immagine messa a fuoco, sempre e comunque indistinta, fosca, lontana – come si direbbe di impetuosa corrente ansiosa di giungere alla sua foce. 

Voto: ★★★★/★★★★★

 

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C’eravamo tanto amati

C’eravamo tanto amati (1974) – Ettore Scola / Italia

Tra i tanti volti del Cinema italiano classico, Ettore Scola è forse quello che con più intelligenza e coscienza ha saputo tradurre gli impulsi della società sua contemporanea in un periodo così delicato come quello del secondo Dopoguerra, sicuramente quello che si ricorda con più amarezza. Sì, perché – in quel contesto – quelli cui ha dato vita sono stati forse i personaggi più veri, per questo i più graffianti. Come clown tristi e fuori posto, schiacciati dal peso di una nazione in lento riassestamento, quelli dei vari Mastroianni, Gassman, Manfredi e Tognazzi sono gli emblemi della sconfitta – sotto ogni punto di vista. Prestando fede a questa lettura, ne consegue che quello in causa rappresenti uno dei massimi risultati raggiunti dall’autore, un affresco diretto, non per questo privo di sfumature, che nel perorare la propria denuncia non trascura una narrazione ricca di pathos.

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Le vite di tre uomini (Gianni, Antonio e Nicola), indivisibili compagni sotto le armi, e di una donna legata nel tempo ad ognuno di loro (Luciana), sono il pretesto per raccontare, o meglio svelare, il volto dell’Italia e di chi realmente la ha caratterizzata, costruita e popolata. Così, ognuno dei protagonisti rivela un sentiero differente, le possibilità dell’italiano prima di fronte alla Ricostruzione, infine ai piedi del Boom Economico: dal fallimento alla disgrazia fino al rapace arrivismo. Non è tanto l’amicizia che, nell’ottica, Scola punta a evidenziare positivamente, né tanto meno la netta demarcazione tra prototipi (cui solo per comodità si fa qui riferimento e che per l’appunto, a uno sguardo più approfondito, tale si noterebbe non essere). In effetti, l’intento di ES è quello di insinuarsi tra le pieghe dell’italiano medio analizzandone i diversi stimoli o reazioni una volta posto di fronte all’urgenza del presente storico. A questo senso gli riesce persino arduo biasimare chi, come Gianni, ha fatto del successo la propria ragione di vita, sacrificando ad esso ogni cosa: il suo è un ritratto insolitamente ricco di nuances, spietato fino in fondo, o almeno così parrebbe.

Il film, del resto, viene spaccato in due da un cambio cromatico, vira verso il colore grazie ai pastelli di un artista di strada; gradatamente, a tingere la pellicola. Così, il paese ha guardato a se stesso fino alla metà degli anni cinquanta, in bianco e nero. Il procedimento, oltre che esteticamente avvincente, richiama una matrice storica andando a slegare i ricordi dal presente, due momenti ma soprattutto due realtà ben differenti. È infatti cruciale per la pellicola chiarire l’impossibilità per i tre reduci di ricongiungersi pienamente con le esistenze trascorse prima della guerra. Allo stesso modo l’affinità che tanto li aveva uniti in passato lascia il posto a una discordia continua, uno scontro senza sosta che pare riaccendersi come braci al minimo soffio di vento, al minimo pretesto: un’unione sacra e radicata proprio perché priva di materiale fondamento laddove complicità tra caratteri e personalità diametralmente opposte (un paradosso in apparenza).

È propria di Scola l’arditezza nell’azzardare figure e cornici altamente provocatorie, basti pensare al Gabriele di ‘Una giornata particolare’ così come all’intero plot de ‘La terrazza‘. Qui è forse il personaggio interpretato da Aldo Fabrizi a far riflettere maggiormente, graffiante satira del potere, imperituro magnate la cui voce è quella dell’autore, amara e disillusa. Ma, come detto, c’è del buono in tutti, i resti di un’umanità rinsavita, la presa di coscienza di una generazione che infine cede alla realtà. Come brevi sipari si aprono e chiudono i monologhi dei personaggi. Illuminati al pari di attori sul palcoscenico, le loro sono riflessioni a collegare il presente col passato, salti temporali che, in ordine sparso, ricostruiscono le vicende narrate. Con grandissimo estro visivo, l’autore campano racconta trent’anni di storia italiana senza per questo trascurare il parallelo cinematografico, un viaggio intraprendente che aspira a un’impresa onerosa portandola a termine egregiamente.

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Voto: ★★★/★★★★★

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That Cloud Never Left

That Cloud Never Left (2019) – Yashaswini Raghunandan / India

La vita di un modesto paesino indiano scorre quieta e ripetitiva, fatta di piccole attività e gesti abitudinari. Il cuore, il segreto dell’operosità ivi osservata, risiedono in una pratica molto particolare, quella cioè di riciclare pellicole in disuso della vecchia Bollywood sfruttando il materiale per costruire oggetti di ogni tipo, prevalentemente giocattoli e utensili di uso quotidiano. Eppure questa è soltanto la premessa al fulcro dell’opera, ciò che di fatto ne giustifica lo sviluppo. Un’eclissi lunare totale (per di più rossa) viene annunciata dai telegiornali del luogo, un evento storico dal significato ben preciso, pronto a incidere singolarmente sulle vite dei protagonisti. Le loro reazioni paiono quasi casuali, contestuali al normale svolgimento delle mansioni ad ognuno relative; al contrario, l’intima percezione che l’autore ricava del soggetto proposto risiede nell’impatto sullo stesso di una prospettiva distorta, velata cromaticamente da quel rosso che le stesse pellicole così bene proiettano in ogni dove.

Opera prima per il regista indiano, questo ‘That Cloud Never Left’ pare non risentire affatto delle trappole che ciò comporti, manifestando anzi apertamente la volontà di porsi su più piani analitici. Sottostimando la narrazione per come classicamente intesa, il fine è altresì quello di sottolineare quanto arbitrario sia l’occhio che ne trae le conclusioni. Di conseguenza, destabilizzare l’ottica dello spettatore comporta in primis  un capovolgimento dei valori cromatici legati ai soggetti via via osservati: un cielo, un volto, una vasta zona boschiva e così via.

È Cinema Avant-Garde, e l’autore non si premura di attenuarne gli effetti pratici, le pellicole scorrono libere sullo schermo disperdendo miriadi di colori, personalità, situazioni: intere vite racchiuse all’interno di singoli fotogrammi, gamme cromatiche ne fuoriescono freneticamente. I personaggi dunque vivono attraverso la pellicola o è la pellicola a vivere attraverso di essi? dove termina la memoria – e quanto ad essa legato – l’arte della rappresentazione, la finzione, l’atto stesso di registrare, immortalare un dato evento e in che misura presente e futuro possono porsi nei confronti di tutto ciò?

Il processo alla base è sostanzialmente equiparabile a quello attuato da un sistema bifocale laddove a fare da metro, da unità di misura, non è più la distanza (come per delle comuni lenti) bensì la realtà stessa, la medesima – a tratti – vista sotto le spoglie di una pellicola, o per meglio dire ciò che essa diviene, restituita infine a nuova vita. Quest’ultima infatti scorre a volontà disperdendosi in infiniti frammenti, infinite storie che narrano di mondi fantastici, la si può osservare dovunque, proiettata su mura, televisori finanche a prendere completo possesso della scena e vincere ogni altra fonte di illuminazione.

La stessa pellicola finisce, specie sul finale, per prevalere sul buio, che a sua volta annuncia l’eclissi, un’eclissi lunare imminente: il film si perde nell’oscurità, il che non è sinonimo di nefasto anzi, allude (non a caso) al luogo della camera oscura, proprio quella del fotografo. Poco prima del termine, l’opera abbandona lo spettatore gettandolo nel buio: ora egli ragiona in funzione di quel rosso, osservando per suo tramite. A sua volta i protagonisti si muovono in quel rosso in un finale che prova a suo modo – omaggiandolo – a ribaltare il parossismo apocalittico del ‘Melancholia’ di von Trier: in attesa che la nuova luna tinta di rosso centri il grande occhio in cima alla scala.

Voto: ★★★★/★★★★★

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