Per colpa di due chicche, che presento oggi qui e sull’altro mio blog, “Non quel Marlowe“, sono costretto a confessare pubblicamente un mio oscuro e sporco segreto: che Zio (il dio della serie Z) mi perdoni, ma ogni tanto mi piace immergermi in una telenovela!
Sono un divoratore seriale di film, i quali sono tutti mostruosamente carenti dal punto di vista narrativo: che siano buffonate di serie A o cialtronate di serie Z, il cuore narrativo è sempre arido come il terreno di sepoltura dei micmac (questa è una citazione alta per pochi!). I romanzi mi annoiano a morte se cominciano a usare più parole del necessario, non parliamo dei fumetti. Insomma, ogni tanto avverto la pesante carenza di vitamine narrative, e in pandemia ho scoperto una cura che mai avrei sospettato: le nuove telenovele!
Essendo io del 1974 ho assistito in diretta alle invasioni barbariche delle telenovelas dell’America latina che hanno invaso i canali locali, al fianco delle grandi soap americane che invece erano accolte dai canali nazionali di alto profilo. Mi preme ricordare come negli anni Ottanta il fenomeno è stato così enorme e dirompente che alla fine di quel decennio tutti i distributori italiani hanno chiuso la porta in faccia a tutti i registi italiani, cancellando per sempre un’intera generazione di cineasti, spazzando via di fatto il cinema italiano. Questo perché nessuno voleva più i filmacci che producevamo in Italia, tutti volevano solo ed esclusivamente produzioni televisive. Cioè volevano la narrazione, non l’intrattenimento.
Mia personale tesi è che sia stata una rivoluzione femminile, cioè tutte quelle donne che per decenni non avevano trovato alcun tipo di interesse nel cinema e in TV d’un tratto avevano praterie di prodotti molto più intriganti, essendo basati su trame complesse invece che su eroi maschi che conquistavano la bella di turno, o peggio ancora su protagonisti poco avvenenti che passavano l’intero film a cercare di copulare con la bella di turno. Ma sto ancora lavorando su questa tesi.
Tutto questo per dire che sono arrivato con trent’anni di ritardo alla scoperta che una telenovela è un prodotto ricchissimo di narrativa, perfetto per sopperire alle regolari mancanze del mio organismo di spettatore.
In pandemia ho scoperto l’altissima qualità raggiunta da questi prodotti: io ero rimasto a robe con attori improvvisati e doppiaggi fuori sincrono, ma gli anni Ottanta sono lontanucci. Mi sono appassionato alla spagnola Grand Hotel (2011) e alla turca Brave and Beautiful (2016): seguite i relativi link se volete sapere della mia esperienza. Ho scoperto prodotti vivi, vivaci, spumeggianti, con ogni puntata farcita di colpi di scena, trame nerissime fatte di segreti inconfessabili, omicidi, tradimenti, connivenze colpevoli e ogni altro elemento del noir classico. e io che mi aspettavo storielline d’amore sdolcinate!

Il cast del mio oscuro sporco segreto!
Purtroppo entrambe le serie sono state interrotte e poi, ripartite, non ricordavo più nulla e non avevo voglia di ricominciarle, né di vedere le nuove puntate senza sapere cosa stesse succedendo. Così ora, che mi è ritornata la fame chimica di narrativa, mi sono buttato su una nuova serie turca: “Bitter Sweet – Ingredienti d’amore” (Dolunay, 2017) diretta da Çağrı Bayrak.
Malgrado il titolo sdolcinato, di nuovo è un noir cupissimo intervallato da situazioni frizzanti e divertenti. L’unico difetto della serie è il protagonista, un tronco umano totalmente incapace di qualsiasi espressione: puoi dirgli che sta piovendo o che gli hanno ammazzato la madre e lui avrà sempre la stessa vuota espressione. Tutti gli altri attori sono bravissimi, peccato per un tubero nel ruolo più delicato.

Durante la puntata 64 (numerazione italiana), andata in onda su Mediaset nei primi di settembre 2019 e che è ancora disponibile su MediasetPlay, a sorpresa arriva una magnifica sequenza scacchistica.
Protagonista della scena è Hakan (il bravissimo Necip Memili), cioè ’o malamente della vicenda: è il super-cattivo, eterno cospiratore, orditore di piani nel suo cocente desiderio di veder cadere il buon protagonista, anche se purtroppo la sua ragnatela di bugie e intrighi troppo spesso si sfilaccia. Il personaggio è davvero ben scritto, ogni tanto gli scappa un po’ di “cattivo all’americana” ma poi mediamente è molto più sottile, mostrando una grande umanità che lo rende un personaggio vero, con cui lo spettatore può empatizzare.

«I’ song’ ’o fetente» (cit.)
In questa scena lui e il suo braccio destro (anche se è molto più simile a un tirapiedi) stanno aspettando un loro amico che si è vigliaccamente infiltrato nell’azienda del protagonista, e mentre aspettano al bar il discorso cade sugli scacchi.
Il tirapiedi non sa giocare, e così Hakan gli fa un corso rapidissimo di scacchi…
«Neanche io ci so giocare bene, ma nella vita reale sono piuttosto bravo, per cui non credo cambi molto.»
Come la narrativa ci insegna da sempre, il “nobil giuoco” è perfetto simbolo dei piani dei cattivi e delle intuizioni logiche dei buoni.

Basta essere cattivi nella vita, per saper giocare a scacchi
«Questi sono i pedoni: valgono poco, o meglio sono importanti solo perché difendono i pezzi grossi. Questo è il loro ruolo.»
Al che passa ad elencare gli uomini che hanno messo in mezzo nei loro loschi piani, tutti sacrificabili (e spesso sacrificati) per il “gioco” di Hakan.

Erano tutte “pedine”: capita la metafora?
«Ed ecco il Cavallo, insieme all’Alfiere.»
E via nel citare i nomi dei protagonisti che, nella vita vera, fanno ciò che i due pezzi fanno sulla scacchiera.

Davanti al tirapiedi stupito, Hakan riassume tutti i loro traffici spiegandoli sulla scacchiera.

Ovviamente la moglie di Hakan, Demet (una Aliona Bozbey dalla bravura stratosferica), è la Regina, non solo perché è la moglie del Re ma perché si può usare nel “gioco” per fare molti danni ai nemici.
Ogni pezzo nero rappresenta una delle pedine umane che Hakan ha mosso nelle decine di puntate precedenti, mentre i pezzi bianchi sono i “buoni” che sono stati colpiti dai suoi piani.

Da bravo Re, Hakan non inserisce mai il sentimento nel discorso: non gli importa dei pezzi in sé, finché sono utili alla sua partita.

Persino l’aver infiltrato una propria pedina nell’azienda avversaria trova spazio sulla scacchiera. «Direi che è stata una mossa alquanto strategica».

In pratica il personaggio riassume alla scacchiera le più di 60 puntate precedenti, con ogni porcheria messa in atto che trova perfetta proiezione fra le pedine.
Alla fine il tirapiedi pone la più ovvia delle domande: «Ma io quale pezzo sarei?»
Lo sappiamo tutti che è solo un tirapiedi che crede di essere un “braccio destro”, e che Hakan non impiegherebbe un secondo a far sparire se gli servisse, ma tocca tenercelo buono, e così il cattivo adotta la più classica delle tecniche scacchistiche: la menzogna!

«Bella domanda: tu saresti la nostra Torre, la più affidabile, la più robusta. La nostra roccia, ecco cosa sei.»
Non so se dipenda dal doppiaggio italiano o sia una sottigliezza originale, ma mi piace questo rimando alla roccia, presente nel termine che usano gli inglesi per indicare il pezzo, rook.
La scena è meravigliosamente scacchistica, una delizia che non mi aspettavo in una telenovela, genere che rivaluto sempre di più, essendo in grado di veicolare quella narrativa ormai pressoché scomparsa dagli altri medium, troppo impegnati a ripetere aridamente schemi fissi e asfittici.
L.
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