QUELLI CHE USANO LA GRAMMATICA COME SE FOSSE UN’ARMA IMPROPRIA

VICEVERSA

La prima immediata, emotiva reazione è di chiedere che sia rubricata come reato penale grave l’uso della grammatica come arma impropria, che risulta esser tale nella bocca e negli scritti dell’ondata emergente di ignoranti.

A scatenare l’indignazione sono due notizie decisamente tragiche per gli effetti nefasti che stanno già producendo: il 60 per cento degli Italiani non legge e inoltre, i fatti sono connessi, gli studenti non conoscono la lingua madre.

La perdita di lettori nel mercato dei libri non è affatto una questione legata allo sviluppo industriale.

Il patrimonio perso va ben oltre le questioni di carattere economico, trattandosi della creazione di un vuoto culturale destinato a trasformarsi in catastrofe sociale.

Il paragone non è azzardato, ma ha le stesse caratteristiche del depauperamento del territorio con parallela incuria nel settore sicurezza, quella combinazione che al verificarsi di situazioni pericolose, naturali o provocate che siano, distrugge cose o addirittura uccide persone e animali.

Gli sciocchi forse sorrideranno, ma gli ignoranti che non leggono libri e che sbagliano le coniugazioni dei verbi, il congiuntivo è da sempre loro mortale nemico, non debbono ispirare tolleranza o mal riposta simpatia.

Lettura e scrittura sono frutto di sano esercizio: saper leggere permette di affrontare tanto un romanzo quanto un testo tecnico o scientifico; saper scrivere permette di divulgare le proprie idee; saper fare bene tutte e due le cose permette di affinare le competenze linguistiche, quindi di allargare la base di apprendimento necessaria per professionalizzare il sapere sviluppando il talento.

Altra strada non c’è.

Il mondo delle immagini, che siano televisive o catturate nella rete, non ha una vera capacità sostitutiva in tema di conoscenza e analisi della realtà, delle cose concrete, della scientificità.

Condivido pienamente il timore manifestato da oltre seicento docenti in merito all’incapacità di moltissimi studenti, perché se non leggono e non sanno scrivere difficilmente sapranno esprimersi verbalmente.

Sono tutte cose pericolose, anche nella vita quotidiana, quando si tratta di spiegare con parole semplice, efficaci e corrette quale sia un problema oppure una necessità ovvero un’emergenza.

L’ignoranza genera soprattutto fraintendimenti, incomprensioni, corruzione, truffe, intolleranza, eccetera, eccetera.

Inoltre produce distorsioni nella mentalità, quel complesso fatto di atteggiamento, valori, convinzioni di una popolazione capace di svolgere un ruolo dominante nel comportamento e nel progresso dell’umanità.

Con tutto ciò qualcuno potrebbe pensare che io ritenga gli ignoranti in tutto ovvero in parte responsabili delle crisi economica, del mal funzionamento delle istituzioni, della violenza e degli atti criminosi che funestano la società contemporanea.

Confermo che è proprio così.

Si tratta di un male sociale, anzi di una vera e propria piaga da estirpare in modo puntuale e preciso, cominciando col dotare il sistema scolastico di strumenti adeguati e di una riforma formulata in modo logico.

Siamo al disastro, come ha notato fra gli altri il professor Massimo Cacciari, perché si è sminuito il valore di materie fondamentali come storia, geografia, filosofia, senza dimenticare la lingua italiana e quindi il latino.

Sono questi i pilastri necessari per la costruzione delle mappe mentali, per l’affinamento del corretto ragionare, strumenti indispensabili per poter accedere a qualunque altra materia scientifica, matematica in primo luogo.

Col professor Cacciari ho avuto il piacere e l’onore d’essere fra i relatori in una recente iniziativa in ordine al concetto di Democrazia, organizzata giovedì 2 febbraio 2017 in Alessandria dall’associazione Arcipelago.

La parola, quando espressa in modo corretto, tanto nell’occasione citata come in tutti i confronti civili, permette di condividere pensieri e dispensare i doni più diversi agli intervenuti tutti, i quali lasceranno la sala con alcune ricchezze.

Gli ignoranti possono soltanto brillare per assenza, non soltanto mentale, per questo ritengo sia bene che chiunque non appartenga a questa orda selvaggia, individui almeno un loro adepto e gli dica di smettere.

Per il bene comune.

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Stocastiche Esternazioni Estemporanee

La domanda “Quante volte te lo debbo ripetere?” Non credo ammetta davvero una risposta…

Ci sono momenti in cui vorresti non esserci, allora fai un grandioso sforzo creativo di convincimento per dimostrare che in effetti non c’eri o che se c’eri non eri tu o quanto meno c’eri, ma non eri affatto in te; non risolve il problema, ma li farai ridere; molto.

Sorpreso a frugare nelle tasche altrui, si difese rivendicato il diritto universale a fare delle ricerche per scopi conoscitivi.

No, evadere le tasse non può mai essere considerata una forma di beneficenza verso sé stessi.

Quando mi hai detto che ti saresti presa i tuoi spazi, non hai precisato che il plateatico avrei dovuto pagarlo io.

Anche se paghi chiedi “per favore”, perché uno scambio non può esser affatto confuso con un ordine o comunque un’imposizione in qualunque forma sia.

Se proprio pensi di non conoscere qualcuno di importante, guardati allo specchio e con calma e pazienza comincia proprio da lì.

Bene se ti annoi, vuol dire che hai il tempo per fare qualcosa di utile a meno che tu non preferisca cacciarti in qualche guaio.

Nessuno riesce davvero ad avere idee innovative e brillanti, ma più fortunelli e talentuosi incappano o costruiscono il modo ed il momento adatti per trarne profitto per il proprio e l’altrui vantaggio.

Mi spiace, ma nel novero dei diritti non si comprende alcun “diritto ad andare in vacanza”, essendo questa una libertà di cui ti appropri in modo del tutto arbitrario.

D’accordo, esiste il sacrosanto diritto al gioco, ma viene meno quando si tratta di quello d’azzardo.

Intuizione fallace: anche se la tua automobile ci sta comoda, questo motivo non è sufficiente per considerarlo un parcheggio.

Alla domanda “ma allora se qui la mia auto dà fastidio, dove la parcheggio?” non aspettarti una risposta; almeno, per stare alla pari, non una risposta intelligente.

L’essere un tabagista non giustifica l’abbandono dell’automobile con le quattro luci d’emergenza lampeggianti per andare ad acquistare un pacchetto di sigarette.

Piazzarsi su uno stallo vuoto per rivendicare il parcheggio per qualcuno in arrivo, piantare un ombrellone, gettare indumenti sulle sedie ancora vuote in attesa di un evento spettacolare non equivale affatto alla conquista di un territorio non ancora rivendicato, ma di certo ti starebbe bene se tu incontrassi un selvaggio incline a malmenare i maleducati.

(…)STOCASTICHE ESTERNAZIONI ESTEMPORANEE

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L’ISOLA GIALLA ovvero ARTISTI CHE INTERPRETANO LA LETTERATURA GIALLA

Layout 1in Alessandria – Isola Ritrovata – vernice sabato 5 maggio 2018
La letteratura gialla è un territorio oggi indefinito, con richiamo alle origini della direzione dei famosi Gialli Mondadori con Alberto Tedeschi dal 1933, tempo a cui si fa risalire la definizione del giallo classico improntato su un crimine e lo sviluppo della risoluzione (sempre certa) del caso.
Scomparsi i cosiddetti generi letterari puri, il delitto entra in commistione con ogni possibile variante ed in questo territorio pressoché sconfinato sono stati chiamati a scorrazzare i creativi della penna e dell’inchiostro.
I curatori di “Isola Gialla” ovvero Artisti che interpretano la letteratura gialla hanno coinvolto dodici disegnatori umoristici, lasciati liberi di confondere scrittori reali viventi o meno ed i loro personaggi, dati comunque per esistenti.
Il risultato di questa ricerca è appunto una mostra di disegni umoristici inediti, che il fotografo Stefano Giraldi e lo sceneggiatore Claudio Braggio porteranno da sabato 5 maggio 2018 alle ore 18,oo all’Isola Ritrovata in via Santa Maria di Castello 8, Alessandria, e poi in varie altre località italiane.
Presenterà l’evento lo scrittore Danilo Arona, attorniato da opere di Massimo Cavezzali, quello di Ava, e Gianni Audisio, che collabora a Lupo Alberto; Dino Aloi de Il Pennino, Marco De Angelis pubblicato negli Stati Uniti, Alessandro Prevosto della rivista on-line Budùar, Milko Dalla Battista che si cimenta nella rivisitazione del Medioevo, Giuliano Rossetti indimenticabile penna de Il Male, Lido Contemori, presente in Linus ed in Satyricon, Massimo Presciutti, dalla mitica ABC degli anni Settanta, Lorenzo Vannini, soprattutto grafico umoristico, Massimo Cantini, pittore, e Mauro Pispoli, creativo ed art director nonché autore dell’accattivante manifesto dell’iniziativa (in allegato).
Dalle ore 20,00 è prevista una cena degli artisti, sempre nei locali dell’Isola Ritrovata, a cui è bene prenotarsi telefonando al 3331345751 (Ezio Poli).
Quindi l’evento proseguirà con interpretazioni musicali ispirati alla letteratura gialla, con la partecipazione della band Fooga & Nico, con Andrea Garavelli, Nicola Farinello, Carlo Guardamagna, nell’occasione rinforzati da Gianni Nesto, Stefano Marelli e Luigi Antinucci.
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parte quinta di CONTRO IL MIRACOLO ESTETICO DELLA CORRUZIONE

Ulteriore elemento legislativo inserito quale apporto salvifico nella lotta alla corruzione è quello trasparenza, posto a dominare il dibattito pubblico come feticcio di una società positiva in cui i flussi informativi vengono sottoposti a misurazione, tassazione, controllo.

L’utopia della società trasparente si basa sullo sconfinamento del controllo, con l’eliminazione di ogni flusso di informazioni asimmetrico che possa produrre relazioni di potere e di dominio.

Tuttavia trasparenza e potere mal si accordano, avendo quest’ultimo necessità di ammantarsi del segreto ed agisce con maestria nella prassi dell’arcano, appunto una delle tecniche di gestione del potere.

La trasparenza illumina la società perché offre la possibilità di esercitare il controllo anche dal basso verso l’alto, ma si realizza solo attraverso una sorveglianza continua che tende ad assumere forme eccessive.

Un Mondo consistente soltanto in informazioni e che definisse comunicazione la loro circolazione indisturbata, somiglierebbe ad una macchina in cui l’obbligo di trasparenza finirebbe col ridurre l’uomo ad elemento funzionale di un sistema.

La società della trasparenza si uniforma alle logiche della società della prestazione, che segue dettami da imperativo economico nella convinzione di avere eliminato il “non-sapere” con una forte richiesta di dati fondata sulla mancanza di fiducia, ormai fondamento morale divenuto fragile.

La coercizione sistemica delle norme sulla trasparenza se ricondotta unicamente alla corruzione ed alla libertà di informazione, ne diminuisce la comprensione come mutazione del sistema sociale sottoposto a crescente pressione nel tentativo di accelerare lo smantellamento delle negatività.

In quanto così espressa dalla legislazione, l’assenza di rielaborazione, come quello di aggregazione dei dati produce immagini libere da ogni drammaturgia e quindi rese pornografiche, nel senso originario del termine di contatto immediato fra immagini, oppure dati, e occhio.

Lo strumento dell’Accesso Civico amplia la portata dei preesistenti Regolamenti per l’accesso amministrativo, offrendo spazi illimitati di ricerca.

Trasparenza e verità non sono però identiche, quindi più informazioni, come pure un accumulo di informazioni, non producono quella che per gli antichi Romani era la virtù crudele, perché in questo modo non si elimina l’opacità, bensì la si accresce.

C’è anche lo spazio occupato dal segreto, nelle due forme di “segreto per occultamento” e di “segreto quale principio organizzativo”.

Il primo certamente sanzionato penalmente e suscettibile di innescare provvedimenti sanzionatori di varia natura, non appena svelato per causa di accertamento ovvero per delazione (quella detta in gergo “soffiata”).

Il secondo motivato dalla fase di sviluppo che porterà ad un atto o provvedimento amministrativo (iter burocratico), da quella di istruttoria per accertamento che condurrà ad una sanzione amministrativa, e così via in crescendo sino alla necessità di secretare documenti per ragioni di Stato.

Occorre rilevare che molti aspetti legislativi ovvero indicazioni di comportamento emanati in tempi recenti, prendono spunto se non addirittura ispirazione dal sistema sociale e giuridico anglosassone, in modo particolare dagli Stati Uniti d’America.

Talune contraddizioni e difficoltà di applicazione di tali dettati, originano dalla differenza di mentalità e di cultura che ci rende distanti da quel mondo, conosciuto attraverso il loro cinema commerciale-propagandistico.

Una influenza che probabilmente il legislatore ha infantilmente pensato di poter trasformare positivamente, coll’uso sparpagliato di parole e di frasi concettuali (words and sentences), in luogo della lingua italiana usata con sagacia ed accortezza (If speakeasy drunk them).

Ebbrezze da esterofilia a parte, vi sono fra questi due mondi approcci molto differenti nei confronti delle questioni sociali, perciò diventa difficile e talvolta impossibile importare in modo acritico scelte tecniche senza tenere in debito conto le grandi differenze culturali.

(5 di 7 parti – prosegue)

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parte quarta di CONTRO IL MIRACOLO ESTETICO DELLA CORRUZIONE

La corruzione è una sventura sociale che favorisce non soltanto la perversione dello sfruttamento in termini di potere politico, ma diventa fertile terreno di coltura per lo sviluppo di azioni criminali di stampo mafioso, esplicate nella cosiddetta “zona grigia” di commistione fra legalità e illegalità.

L’oppressione infame dell’autentico “nulla impastato col niente”, che si insinua col malaffare, non soltanto quello legato alla corruzione, negli ambienti sociali e politici segnati da criticità.

La mafia riesce ad intercettare il clima favorevole al proprio insediamento, perché la somma dei comportamenti e delle azioni illegali di lieve entità quando divengono prassi tollerata, costituisce sempre una incrinatura in cui infiltrarsi.

Le attenzioni dei corruttori sono rivolte a quanti esercitano un potere suscettibile di produrre favori come pure di costruire azioni illecite, i quali per cupidigia o per indolenza, naturalmente si mostrano ben disposti a farsi corrompere.

Azioni riprovevoli a cui il legislatore cerca di porre freno considerando l’espiazione di una pena in relazione al delitto commesso e comprovato, essendo il fatto colpevole giustificazione e fondamento per applicare l’idea di giustizia (il male che viene bilanciato con il male).

Il reo che ha commesso un reato e perciò deve essere punito secondo il criterio giuridico, ma occorre tener conto che la punizione deve soddisfare anche il diritto ad espiare il male e quindi deve soddisfare l’esigenza del colpevole di essere recuperato alla coesistenza sociale.

La dignità umana va salvaguardata evitando che si esaltino gli aspetti punitivi di carattere penale, che unitamente alle imposizioni normative costituiscono facile occasione se non giustificazione alle azioni illegali spacciate per ribellione (come accade nel caso dell’evasione fiscale).

Il nocciolo della questione è rappresentato dalla prevenzione, perciò anche le pene comminate ovvero paventate ai colpevoli debbono volgersi al futuro, in funzione utilitaristica per il corpo sociale.

Prevenzione intesa come sinonimo di intimidazione, perché deve essere ben chiara l’idea di distogliere qualcuno dal fare qualcosa ovvero di omettere qualcosa che produca un danno.

La corruzione la commettono soltanto alcuni individui, ma i danni li subiamo tutti in una generalizzazione che non sempre viene percepita.

Questo il punto che una volta dipanato renderebbe chiari e vantaggiosi i mezzi preventivi, perché il fine da perseguire dovrebbe essere quello del benessere generale e non unicamente quello dell’esecuzione concreta della pena in quanto monito.

Nel secondo caso ci si trova nelle condizioni in cui l’esecuzione concreta di una pena è condizionata da una legge penale precedente e dallo scopo di questa, in un ambito di discrezionalità decisa dal giudice.

Si confida nella certezza della pena e si teme l’impunità per il delitto, ma si dovrebbe agire costantemente sui mali poggiati tanto sugli inconvenienti della società, quanto sulla difettosa educazione.

(4 di 7 parti – prosegue)

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parte terza di CONTRO IL MIRACOLO ESTETICO DELLA CORRUZIONE

Ancor oggi, la fantasia popolare ritiene che i sistemi politico e amministrativo sia regolato da dettami come quello del famoso eppur mai scritto “manuale Cencelli”, e confida nelle proprietà taumaturgiche della “meritocrazia”, nell’erronea convinzione che siano in contrapposizione.

In questa divisione sommaria, fra male che si fonda sulla corruzione e soluzione che potrebbe condurre al bene, purtroppo non s’intravvede una vera presa di conoscenza del fenomeno criminale.

La semplice ricerca della notizia giornalistica, con il confezionamento di titoli sensazionali e narrazioni e sempre più spesso immagini oppure intercettazioni, l’attenzione è concentrata sul passaggio materiale di denaro o sul riscontro di favori fra corruttori e corrotti.

Vale tanto per le inchieste che s’avviano ad eternarsi come quelle denominate “Roma Capitale”, “Mose”, “Expo” ed anche quella miriade di casi che coinvolgono dipendenti pubblici e funzionari di aziende lungo la Penisola, con buona frequenza come riportano i mass-media.

La superficie è diventata un paesaggio, in cui l’estetica e lo spazio sociale occupato dai media offrono quotidiana materialità mediatica confuse con la potenza dello spirito, diventato infine immagine-affezione.

I corruttibili assumono comportamenti antisociali che fanno riferimento ad atti imputabili a soggetti ben individuati, in quali agiscono senza preoccuparsi troppo delle conseguenze oppure sono stimolati da ingordigia, eccitazione per il rischio, sopravvalutazione delle proprie capacità di farla franca, convinzione di saper sfruttare a pieno il proprio ruolo, stupidità.

Un tipo di condotta che assume una fisionomia sfumata volta a designare quale bersaglio non tanto dei comportamenti, quanto piuttosto individui oppure gruppi da contenere, controllare, contrastare con sistemi sociali e soprattutto penali.

Negli ultimi anni si è intensificata la produzione di norme dedicate al tema della corruzione, tese a contrastare condotte peraltro già di per sé rilevanti sotto i profili penale e amministrativo (leggi, regolamenti, codici di comportamento; inoltre occorre considerare anche le linee di indirizzo).

La legge è un precetto comune che stabilisce coercizioni per delitti che si commettono volontariamente o per ignoranza, una comune obbligazione nei confronti dello Stato che amministra la giustizia, da intendersi come costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il proprio diritto.

Quindi si considera una componente di rischio, affrontata dal legislatore in termini di giustificazione della pena, a cui si attribuisce uno scopo di riparazione sociale che in considerazione del male o fatto delittuoso dovrebbe essere occasione di profonda riflessione da parte del reo.

Uno degli elementi di valutazione nei piani triennali di anticorruzione concerne appunto la determinazione del rischio, che pongono l’alternativa tra la necessità di attuare misure di prevenzione e quella di ricorrere ad approcci punitivi, tanto dal punto vista simbolico, quanto da quello legislativo.

Nell’intento di salvaguardare il buon andamento della Pubblica Amministrazione si dovrebbe tener in maggior conto la tutela delle persone oneste, siano esse dipendenti pubblici ovvero cittadini.

Le misure di contrasto che privilegiano l’azione allo sviluppo di strategie di pensiero politico e amministrativo, offrono nell’immediato l’illusione che si stia facendo qualcosa contro il dilagare della corruzione, ma nel contempo tendono ad essere emotive, regressive e catartiche.

Maggior profondità si ricava dall’analisi dei cattivi comportamenti in relazione a procedure e prassi amministrative, perché la condotta antisociale attuata nell’ambito della corruzione, come pure per altre fattispecie di reato, può assumere significati differenti per persone diverse.

Questo vale per il fenomeno diffuso e storicamente radicato della servitù volontaria, che induce taluni a riconoscere esagerata rilevanza agli esponenti del mondo politico, di quello imprenditoriale, di quello religioso.

(3 di 7 parti – prosegue)

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parte seconda di CONTRO IL MIRACOLO ESTETICO DELLA CORRUZIONE

La crescita del fenomeno della corruzione ha portato il legislatore a produrre in tempi recenti un nutrito corpo normativo, con l’istituzione recente di una struttura dedicata ovvero l’ANAC, l’Autorità Nazionale Anti-Corruzione.

C’è sempre un rischio insito nella proliferazione di leggi, che si può graduare da semplice affollamento a vero e proprio impantanamento.

Tuttavia il pericolo deriva soprattutto dal far comprendere a tutti i cittadini che la produzione di regole, specialmente in questo caso, ha come fine la difesa di conseguenze generali migliori e non soltanto il perseguimento di quanti si sono fatti scoprire.

Il tacito patto fra corruttori e corrotti dev’essere vanificato all’origine.

Il passato non aiuta e la struttura organizzativa dell’Amministrazione Pubblica, la vetusta scelta gerarchico-funzionale, ha sempre offerto appigli ai corruttibili, interni ed esterni.

Il passaggio storicamente significativo avvenne quando dalla burocrazia post-risorgimentale specializzata nell’esercizio autoritario, sebbene su basi formalmente legali, il Pubblico Impiego venne riorganizzato in modo raffazzonato dal nuovo regime.

Un primo riferimento è ai Regi Decreti emanati il 30 dicembre 1923, uno per l’ordinamento giuridico dell’Amministrazione Pubblica e l’altro sullo stato giuridico degli impiegati dello Stato.

Non soltanto questi, certamente, ma essi rappresentano i primi passaggi di un percorso avviato nel corso dei dodici mesi precedenti da Alberto De Stefani, Ministro delle Finanze e poi anche del Tesoro, nell’intento di graduare una trasformazione della burocrazia per ottenere uno strumento che risultasse commistione perfetta con il partito politico.

Solchi profondi con cui hanno dovuto fare i conti tutte le riforme successive o per meglio dire gli aggiustamenti successivi che aspiravano a riformare la Pubblica Amministrazione.

All’epoca non v’era la minima traccia di norme anticorruzione e molte limitazioni, comprese le indicazioni di incompatibilità, erano velleitarie.

Il sistema delle clientele personali ereditato dallo Stato liberale, ebbe a trasformarsi in quell’andazzo da sottobosco che proliferò anche in età Repubblicana, almeno sino al periodo detto “Mani pulite” ovvero le inchieste giudiziarie sulle grandi corruzioni condotte negli anni Novanta.

Buon terreno di coltura per i corruttibili, alimentato da diversi fattori come la condizione soggettiva del Pubblico Ufficiale che permase sino agli anni Novanta, la proliferazione di Enti pubblici, le assunzioni in numero crescente spesso adombrate dalla benevolenza politica, l’amnistia del 1946 che vanificò completamente l’epurazione dei compromessi col regime.

Azioni che favorirono per lungo tempo un sistema di vita in cui corruzione, pubblico impiego, politica e inamovibilità tempo erano tutt’uno.

(2 di 7 parti – prosegue)

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CONTRO IL MIRACOLO ESTETICO DELLA CORRUZIONE (parte prima)

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CONTRO IL MIRACOLO ESTETICO DELLA CORRUZIONE (parte prima)

L’inverno del nostro scontento non è finito, perché il tema della corruzione mancherà sempre di soluzioni definitive albergando nell’animo umano istintive, anzi primitive tendenze ad assicurarsi maggior agio.

L’uomo è libero in sé, ma per esserlo pienamente deve rinunciare ad una parte di questa verità, riconoscendo quale limite della sua libertà quella altrui, entrambe esistenti in un corpo sociale regolato con leggi.

Il concetto di corpo, fuor di metafora, richiama il maggior timore ovvero quello di contrarre malattie, che potrebbero corromperlo in modo grave.

Dalla nascita, l’esperienza è crescente consapevolezza d’avere un corpo, a cui si sente di dover dare un posto nel Mondo, essendo nel contempo un vettore con cui si costruisce il Mondo.

Già nell’infanzia si crea un rapporto fra soggetti animati e oggetti, il corpo a far da saldatura con le cose; in una compenetrazione fra l’essere un corpo e l’avere un corpo, sorta di scambio che nell’età adulta si viene indotti a confondere col ruolo dello scambiatore universale, il denaro.

Gli elementi sono continuamente combinati nella cosiddetta situazione, intesa come stato caotico di molteplici cose e che, per quanto l’uomo possa riflettere sul proprio Mondo e compararlo ad altri, per via breve porta alla conclusione che tutto abbia un prezzo e che tutto si possa comprare.

Il denaro diventa così elemento di rottura e il sostantivo “corruzióne” segnala decomposizione, disfacimento, putrefazione e una miriade di ulteriori significati per definire un’azione violenta quale presupposto per infrangere l’integrità di qualcosa o di qualcuno.

Rompere in tanti pezzi è l’opera di chi induce altri al male, con varie declinazioni fra cui quella del nostro puntuale interesse qual è la corruzione di pubblico ufficiale ovvero di incaricato di pubblico servizio.

Si raffigura il delitto contro la Pubblica Amministrazione, consistente nella dazione ovvero nella promessa di denaro o altri vantaggi affinché ometta oppure ritardi un atto del suo ufficio o compia un atto contrario ai doveri di ufficio, la corruzione propria, oppure perché porti a compimento un atto del suo ufficio, la corruzione impropria.

Che si tratti di degenerazione spirituale e morale, depravazione, di totale abbandono della dignità e dell’onestà, la corruzione impone comunque una potente re-visione del Mondo.

Non è soltanto questione di denaro o di favori non meritati, ma soprattutto di confusione e alterazione delle identità, delle distinzioni, dei limiti che dovrebbero separare le cose, le persone, le idee.

La corruzione è rottura di un funzionamento equilibrato, di legami consolidati in un’organizzazione sociale, costituendo una varianza rispetto a quel che sarebbe dovuto accadere o si pensava sarebbe dovuto accadere.

Evidente oppure occulta, la corruzione si colloca al di fuori dal patto sociale e la sua illegalità non potrà mai esser sanata.

Tuttavia, accade di tanto in tanto che un legislatore, in qualche parte del Mondo, proponga sgradevoli e bizzarre interpretazioni dei fondamenti del diritto allo scopo di limitare la libertà positiva.

A lasciar spazio alla corruzione, che vive nel territorio della libertà negativa, si finisce per fermare ogni interferenza delle persone oneste, perché l’illegalità non ammette né scelte, né discussioni, né possibilità di costruire il bene comune.

Un singolo comportamento scorretto, moralmente riprovevole produce danni individualmente, ma non pare mettere in pericolo lo Stato, a meno che ad infrangere le regole non diventi una moltitudine.

(prosegue)

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METTETE LA BELLEZZA NEI VOSTRI PROGRAMMI POLITICI

Alessandria – Due regali insoliti arrivati in città per abili mani ignote, hanno avuto il pregio di sorprendere in modo piacevole chi ha avuto la sensibilità di notarli, per questo credo sarebbe bene avviare una riflessione sulla bellezza, anche come argomento da inserire nei programmi elettorali.

Nelle immagini scattate in due angoli del centro, un quadro con fiore appoggiato sul muro in mattoni faccia a vista dietro Palazzo Ghilini, quindi un murales o più propriamente una firma (tag) poco distante l’ex Ospedale Militare.

La terza immagine, ad alimentare ferocemente il contrasto con le prime due, un angolo di via Verona, con una installazione estemporanea e del tutto casuale, al fine di soddisfare l’andazzo contemporaneo secondo cui “in ciascuno di noi alberga un animo artistico”.

La bellezza illumina le città, come cultura e forma di vita perché afferma senza meno che vi sono uomini e donne che donano la loro anima in favore della comunità offrendo almeno tre buone ragioni per frequentarne gli spazi.

Per prima proprio la vastità dell’argomento, che induce a discuterne ed a promuovere azioni positive mettendo in moto l’intelligenza collettiva o meglio ancora accrescendo la foga dei cervelli quale motore che muove le città.

La seconda ragione sta che lo sviluppo degli spazi urbani non s’interrompe mai, ma rappresenta una costante dello spirito occidentale in cui le spinte della politica debbono sempre essere messe in discussione con lo spirito del tempo.

Infine, le città europee non sono affatto rappresentate dalla somma dei cittadini positivi e che quindi semplicemente la accettano, ma dalla differenza tra quelli che vogliono costituire la città e coloro che desiderano estraniarsene.

In ogni caso è il forte potere attrattivo della bellezza che rende significative le scelte, che altrimenti scadrebbero nella mera contingenza e affonderebbe nella terribile supposizione, talvolta messe a puntellare scelte politico-amministrative.

Inserire la bellezza nei programmi politici, tenendone poi debito conto nelle scelte di governo della città, avrebbe il pregio di rendere comprensibile lo spazio urbano e aumenterebbe il numero di coloro i quali lo vogliono animare.

La città ideale non è soltanto un luogo di commerci o la sede del potere, ma dev’essere soprattutto un centro di ambizioni capaci di ampliare le sfere di interesse, che sempre funzionano bene come antidepressivi sociali.

L’arte pare inutile quando estraniata da qualunque contesto, ma proprio per questo è in grado di sviluppare una grande forza attrattiva, di cui sarebbe bene per noi tutti far tesoro.

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