richiamo martellante

…e per contestualizzare, col beneplacito di Bauman:

infine, tornando a noi, chiunque voglia leggere oltre 100 pagine di neurodeliriche può cliccare sull’immagine del cassonetto virtuale e scaricare il file pdf di “il peso lordo del mare” (balenamenti belluini e malomoti), silloge neurodelirica rugliata da malos mannaja.

dissert’azione letteraria (più o meno fritta) DUE

nota: la dissert’azione 1 la trovate qui.

l’incomunicabilità muove il mondo. è uno dei miei nanoforismi preferiti, nonché uno di quelli che più spesso trovano conferma nei deliri della quotidianità.

l’incomunicabilità rassomiglia a un Cerbero a tre teste: una incarna il non riuscire a dire (limite della sorgente), l’altra incarna il non voler capire (limite del ricevente) e l’ultima simboleggia il non-ibile (ciò che lambisce l’indicibile e l’incomprensibile per limiti intrinseci dello strumento comunicativo)

ecco perché a volte sembra di impiegare male il tempo: è inutile cercare di toccare la parola cielo con un dito.

o forse no? resta il fatto che mio nonno mezzadro amava dire: “non c’è peggior sordo di chi sa di sapere”. io gli rimbrottavo in risposta: “non c’è peggior muto di chi straparla”, e allora ridevamo insieme.

ecco cosa manca, per calzare saldamente una museruola sulla terza testa: la leggerezza delle risate *condivise*, animata dall’ironica consapevolezza che “seeemo tutti sconfittiiii”.

in ogni caso, se, disperando di poter *condividere* un messaggio, si opta per *infliggerlo* sadicamente al lettore a suon di calci nei denti, ciò potrebbe risultare controproducente: il dialogo è precluso in partenza e si contribuisce alla morte della comunicazione. aggredire (sia nella forma che nella sostanza poetica) il lettore può anche rappresentare una reazione “tragica” e comprensibile, ma è asociale e distruttiva più che costruttiva.

ribadita tale preziosa premessa, prima di passare al nucleo polposo del post, aggiungo solo che io sono e resto un nano. ergo, le mie minime parole nonché le infervorate bollicine di saliva e di passione per la comunicazione che mi sfuggono, al massimo potranno inumi/dire le vostre lustre scarpe o, se scalzi, i vostri piedi. per questo pregherei chiunque legga i miei piccoli pensieri di non offendersi: chi si offende è offesso!

partiamo, da una premessa *biblica* tratta dal discorso della montagna nel Vangelo di Matteo: si quid est in oculo fratris tui festucam, et in oculo tuo trabem non vides (se vedi una pagliuzza nell’occhio di tuo fratello, e non ti accorgi della trave nel tuo occhio)… beh allora Houston, we’ve got a problem here!

: )

gli errori non sono mai un problema insolubile, anzi, sono preziosi se sbagliando s’impara. se si seguita imperterriti per anni a surfare attorno al mare magnum del proprio ombelico autoriale forse invece ci si avvita, nel senso che il progresso che si ottiene è quello di “sbagliare meglio”. comunque è un passo avanti? mah…

eviterò di tornare su punti già affrontati, stilizzandone qui di seguito i tre pilastri: il rifiuto del pensiero omeontologico che impera in alcune cerchie autoriali, il ruolo dell’umorismo ironico/sarcastico nella socializzazione umana e il dolo dell’autore nella “scomparsa” dei lettori). le etichette che s’attagliano alle varie cerchie autoriali “dolose” (NOE, kitchen, KNSEAE, neolirico, tardomoderno, neoNavanguardia, etc…) rimandano alla tassonomia sistematica delle lotte inte-stine inte-rautoriali, non hanno mai destato il mio interessee poco hanno a che fare con l’arte e la poesia. 

bene o male, tali molteplici *etichette* (al netto di *sfumature* che gli autori/artisti tendono a ingigantire e a rimarcare per ragioni identitarie) sono accomunate dalla tendenza a ricondurre la poesia verso l’ovile di quella che definisco estetica più o meno cool del disincanto attorto. più di qualche pur ammirabile letterato di grande istruzione mi appare conchiuso nel microverso dei parolismi autoreferenti (embricazioni astratte/irretenti estesamente interconnesse e fumose di magica v’erba), di cui una possibile summa crono-teologica prestidigitativa potrebbe essere “ologrammaticità del vuoto quantistico” che non a caso, già dal *suono*, è stupefacente.

preciso, com’è ovvio, che l’opinione di un nano non fa testo (neanche a corpo testo), soprattutto perché (come ho sempre premesso fin dai miei primi vagiti in versi oltre quarant’anni fa), in massima onestà non sono né un Poeta né un poeta, sono soprattutto un nano narratore, ovvero, in sostanza un nanorratore. ne deriva, come logica conseguenza, che *non posso* coltivare né l’ontologia della parola priva di sostanza né la *pareidolia* rorschachiana. al massimo, se proprio mi scappa, scrivo neurodeliriche.

ad aggravare il quadro, aggiungo che non sono nemmeno un letterato istruito, bensì un lotterato acculturato. e la lotta che porta avanti il contadinano nel suo retroterra accolturale non è classificatoria o nozionistica (aborro la lana caprina). tendo a concentrarmi unicamente sulle produzioni artistiche (i fatti, ovvero Poesie e poesie) ed evito le seghe mentali (i manifesti programmatici). tanto per capirci, i distinguo tra zuppanopticom e panopticom bagnato li lascio a chi si trova a suo agio all’interno di carceri concettuali.

ergo, banale da dirsi, ma lo ribadisco lo stesso, è d’uopo leggere, sentire e ragionare sui singoli componimenti in versi: il (cog)nome o l’appartenenza di un autore vale zero e sarebbe utile scotomizzarlo eviscerando i versi e le parole. poi con l’esperienza accumulata (nostro importante alleato anche nella vita non scritta) possiamo arrischiarci a estrapolare le tendenze generali. resta comunque il dato inoppugnabile che ragionando in modo inverso e aprioristico (per categorie stringenti), sarà poi necessario rincorrere infiniti distinguo dato che, com’è ovvio, ogni autore è un biscotto Bistefani a sé (Tosi è lontano dalla Colasson, e ancor più da Pugliese tanto per dire, e chi è più scafato s’inventa un proprio movimento letterario tipo Fobo e Pozzoni). una millimetrica visione/ricostruzione storiografica sistemica, diventa quindi soprattutto un gioco d’etichette artefacente, rigido, nonché poco interessante…

e ciò è verificabile sperimentalmente: possiamo dissertare senza difficoltà sul perché camminando su un marciapiede sia buona cosa non calpestare una cacca, pur senza poter disporre di un’analisi biomolecolare classificatoria del transito intestinale storico dell’escremento.

: )))

per contro, il gioco millimetrico delle etichette è utile allo scontro letterario tra bande armate (branchi di Poeti che a colpi di sarcasmo e perculatio intendono affermare la loro superiorità) e alla ricerca di simmetrie competitive, dove “gli altri” diventano semplici pedine da schierare in guerra per realizzare undato fine. ahimè l’individualismo ha fatto breccia sia negli “eruditi” che nella gente comune. in proposito mi ronza “in testo” la neurodelirica che segue:

tra un pomodoro e un peperone, ancora coltivo la speranza che nessun cervello sia a tenuta stagna (idee e pensieri attraversano le nostre menti anche se non ci con-vincono, anzi, spesso un pensiero con-perdente è più umano e quindi più condivisibile). forse chiunque scriva, è bene che si abbassi a ricordare l’ABC della comunicazione

un io (s)lirico (più o meno ipertrofico) iper-consapevole e iper-colto, schiavo della propria (im)potenza (declinata come disagio o come rivolta) che scrive *inter pares* non mi convince per nulla: in tale (con)testo, chiunque legga (se e quando esiste), è chiamato a possedere un medesimo elitario bagaglio culturale per decifrare il testo. ohi, beninteso, resta comunque un’ottima impostazione se l’obiettivo non è più quello di cambiare le cose del mondo, bensì di scompaginare i versi nei fogli…

è inutile girarci intorno: il punto di frattura resta il ruolo del lettore: la rottura del patto comunicativo amplifica (e spesso moltiplica) la fatica dei lettori, e la poesia da *dono* vira in enigmatico strumento di tortura o in muro (contro cui schiantare il capo) o in calcio (contro cui schiantare i denti). proviamo a capire come può essere accaduto, facendo alcuni passi indietro! ripercorriamoci a ritroso fino a alcuni crocevia importanti. tra cui c’è probabilmente il bivio con la freccia che recita “metafora discinetica tranströmeriana, ovvero il Nobel conferito al vuoto psichico.

ho scritto un’eresia? può darsi. ma leggo i versi e mi ritrovo in uno “spiazzo aperto mentale” uno spazio di silenzio (ancora il vuoto) che io dovrei riempire. maieutica? epistemologia dell’ascolto? qualcosa del tipo: gentile lettore, la sua psiche è gentilmente invitata a compartecipare del “mistero”, s’incunei nell’adito apertosi nel *muro* di cui sopra e si lasci andare al dinamismo metafisico per ricongiungersi al cosmo. in sostanza siamo dalle parti dell’esperienza mistico-sensoriale e metafisica condivisa come chiave di lettura d’un significato multìvoco, indefinito e soggettivo (*individualismo* che si compie in base alla propria sensibilità).

Tranströmer svuota di senso il messaggio per poi salpare verso altri illusionismi (tipo parola fissile iperuranica) e a me continua a non convincere l’idea che il “non-detto” e l’ermeticità siano strumenti per una conoscenza più profonda (un misticismo *eruditario*… bel neologismo, eh?).

la parola è messaggio e comunicazione, il “non-detto” non è precluso (ma è marginale, tipo “ciliegina sulla torta”) e l’ermeticità equivale a decidere di correre con i piedi legati a due blocchi di cemento. vieppiù, se un artista mi mostra solo il mazzuolo e la sgorbia (la tecnica) e mi dice “eccoti la mia scultura in legno”, ha scambiato lo strumento per il fine. idem se l’artista mi porge ciliegine e dice “assaggia: tagliati pure una fetta di torta”.

: ))

ritorno al classico (le fondamenta): la poesia è un sistema di comunicazione con un emittente (il poeta), un messaggio (il testo) e un destinatario (il lettore). qualsiasi discorso sulla poesia che cassi uno di questi tre elementi è monco (e poi son cassi!). la comunicazione serve a condividere (pensieri, esperienze, emozioni…) e il suo valore risiede nell’efficacia con cui si realizza la condivisione. se parlo in una lingua che il lettore non conosce (greco o linguaggio tecnico iper-specialistico), ho fallito. se parlo in una lingua che *sembra* quella del lettore, ma ne stravolgo la sintassi o il senso in modo arbitrario e privato, sto ancora comunicando? se invito dei lettori a cena e servo pasta cruda o un porco appena ucciso e sanguinante, sto ancora comunicando? e nel qual caso cosa?

ecco un altro nucleo polposo del problema: l’eterno ritorno neoromantico dell’equazione “oscuro = profondo”, ovvero l’equazione “ostico = artistico”. il fatto che un messaggio più oscuro/indecifrabile o meno appetibile (anche nella *forma*, tipo un erudito in un occhio o un calcio sui denti) diventi più prezioso è puro pensiero magico… in realtà diventa solo meno comunicativo e meno autentico. il valore di una poesia non sta nella complessità (né nella semplicità), ma nella capacità di generare senso nel lettore. una poesia che si rifiuta di farlo è un atto di narcisismo. una poesia che ambisce a farlo, ma fallisce perché il suo codice è troppo privato/elitario, troppo astruso/ostico o troppo crudo/aggressivo è un fallimento comunicativo.

: ((

se torniamo allo “spazio aperto mentale” di Tranströmer, che ne facciamo? un deserto (come nella poesia solipsistica dove il lettore vaga e muore), un bel giardino (come in Tranströmer e nei suoi seguaci più capaci, dove piantare semi d’atmosfera che il lettore farà germogliare), un ring di kickboxing (dove prendere a calci sui denti il lettore) o altro? il nano, dalla sua bassa prospettiva, non vuole farne né un deserto, né un giardino, né un ring, bensì un parchetto per *bambini* con altalena, scivolo, giostrina girevole e così via. badate bene, non sto parlando di *rimbambire* la poesia, ma di riscoprire la semplicità chirurgica degli occhi dei bambini (che mica fanno sempre oooh, anzi il più delle volte ci stendono mettendoci ko con chiavi di volta e logiche spiazzanti…)

andare oltre ilgiardino elitario”, il “deserto solipsistico” e il “ring da kickboxing” è una scelta possibile e (a mio avviso) auspicabile per qualsiasi poeta. nel “parchetto giochi” vedo una finalità chiara e inoppugnabile: il parchetto è fatto per giocare e il gioco ovviamente ha delle regole (la chitarra era una spada e chi non ci credeva era un pirata), ma il suo scopo restano il piacere e la scoperta (è un’attività seria ma non seriosa). ergo, giochiamo seriamente col linguaggio non certo per “competere tra poeti” o per “umiliare il lettore”, bensì per la gioia e il valore inestimabile di idee, pensieri, emozioni e rivelazioni da condividere.

il “parchetto giochi” è un luogo del pensiero e dell’arte accessibile a tutti (è inclusivo): accoglie sia i bambini che i genitori che i nonni e non richiede complessi manuali di istruzioni per capire come funziona. è dotato della suddetta “semplicità chirurgica” che elimina il superfluo per mettere a nudo l’essenza dell’esperienza. altro che banalità! trionfa la complessità *risolta*, tradotta/dominata e resa fruibile in un abbraccio di poche parole. non bastasse, nel parchetto il bambino non è un osservatore passivo, viene messo nelle condizioni di interagire con i giochi (il sedile dell’altalena non sta a tre metri da terra): ogni diverso lettore spingerà l’altalena più o meno in alto a seconda della forza e del coraggio (ma comunque si vola!), spingerà la giostra girevole *insieme* alle mani di altri bambini (collaborazione necessaria per vincere l’inerzia, ovvero esperienza condivisa), e così via

e tengo a ribadirlo: la “semplicità chirurgica” (in uscita) richiede un lavoro dell’artista a monte di grande (massima?) complessità. ecco il punto cruciale… la progettazione di un parchetto giochi è un’operazione di ingegneria e design multiforme e articolato: bisogna calcolare distanze, oscillazione, forze, angoli e ancoraggi… bisogna cercare i giusti materiali in base alle diverse caratteristiche… bisogna pensare alla sicurezza e alle versatilità di utilizzo da parte dei bambini. tutto lavoro che è a monte del piacere finale durante la lettura. ebbene sì: la grande poesia semplice è il risultato di un lavoro millimetrico artigianale e di un lavoro intellettuale *feroce*, il “tuning” che ti costringe a tagliare, limare e sgrossare parole esatte che siano insieme affilate e/o cariche (non sovraccariche) di energia, come un elettrobisturi.

arrivo dunque ad una (s)conclusione: le correnti letterarie e le cerchie autorali spesso e volentieri si transennano entro rigidi progetti estetici, ahimè molto distanti dal “parchetto” che è vita, movimento, gioco, sfida, scoperta, illuminazione (serale), urla di gioia o di dolore (il rischio calcolato d’un ginocchio sbucciato) e che, soprattutto, aspira ad essere uno spazio di comunicazione omnicratica. siamo dunque in un territorio molto lontano dal semplicismo, anzi, la poesia che prende corpo nel parchetto può essere spericolata quanto i bambini: non ha paura di essere chiara senza essere banale, profonda senza essere oscura, nonché coinvolgente senza essere manipolatoria. è una poesia che non confonde la complessità del processo (che è dovere del poeta) con la complessità del risultato (che più che un optional, è spesso una zavorra). in definitiva, è una poesia che riscopre con occhi nuovi il suo scopo primario: essere un meraviglioso, sofisticatissimo, gioioso parco giochi per lo spirito (il cervello?) umano. cerchiamo dunque di essere sia acuti “progettisti” di strutture, sia bambini imprevedibili con occhi luccicanti di fantasia e mani sporche di terra.

e diamo vita al “gioco”.

 : )

sveglia Poeti e poeti! siamo AI titoli di coda…

sveglia Poeti e poeti! siamo AI titoli di coda…

sul sito amico Neobar, ho scritto qualcosa di insignificante circa poesia, presente e futuro.

clicca qui se sei in grado di sostenere una lettura di 12 minuti

(in caso di cose da dire all’autore: [email protected])

“Wayne”, una serie-tv da amare

Per i più pigri, incapaci di leggere una recensione fino in fondo, chiarisco fin da subito che questa “scomoda” serie-tv è una colossale opera d’arte: un ibrido impossibile tra Tarantino, Fellini e il duo Ciprì-Maresco. E tanto basti per chiarire che stiamo parlando di qualcosa di più unico che raro.

Wayne è grande cinema, e come tale spazia tra gli estremi e spiazza gli spettatori trattando la materia “umana” con una delicatezza efferata (o forse con una spietatezza premurosa, non saprei). Fatto sta che il risultato è quello d’uno storytelling pieno d’azione e di trovate geniali, divertente e sincero, violento e tenero, trasgressivo e fatale che inchioda chiunque (pur non essendo – doverosa precisazione – prodotto “per tutti i gusti”) davanti allo schermo dalla prima a all’ultima puntata riuscendo a dire senza falsi moralismi qualcosa di significativo sulla povertà, sull’amore, sull’adolescenza, sul crepuscolo della società umana, sugli abusi, nonché sulla pochezza degli adulti.

In particolare, tra gli adulti, soprattutto le figure genitoriali fanno sfoggio in modo drammatico e impietoso della loro quasi totale inadeguatezza: anche quando amano indubbiamente i propri figli, sono però così incasinate/infantili/schiantate da risultare non sono inutili, ma addirittura controproducenti, condannando le generazioni future a vite ancora più sballate e patologiche.

Notevolissimo quanto Wayne riesca ad essere “sottile” anche quando sembra ovvio e complicato quando appare semplice: lo spessore emotivo dei personaggi è tridimensionale pure nei contesti in cui agiscono in modo caricaturale e la recitazione non è mai forzata o “splatterata” neanche quando la violenza o l’assurdità della vita tocca i suoi massimi livelli.

Adorabili, i due protagonisti: una chimica verace, fatta di sguardi, di sofferenza, di ironia, di incomunicabilità nonché di autentico bisogno che non può non coinvolgere lo spettatore per come risulta genuina anche quando lambisce il surreale. Davvero: impossibile non amarli.

Emozioni forti, dunque, ma anche azione, intreccio e trama, lacrime e risate, tanto *spessore* financo nello sviluppo dei personaggi secondari (una cura/attenzione di scuola quasi “vonnegutiana”…). La sensazione è quella di una full immersion, di toccare con mano una spaccato della vita e dei problemi più o meno reali con cui le persone “normali” lottano senza pace ogni santo giorno. Inevitabile, dunque, che come nella vita lo spettatore percepisca un senso costante di incertezza, perché, giustamente, non sai mai cosa ti aspetta dietro ogni angolo, mentre cerchi di barcamenarti tra i casini della vita.

Da un lato mi sembra incredibile pensare che serie-tv insulse siano arrivate alle decima serie e che per contro Wayne dal 2019 ad oggi non sia stato premiato nemmeno con l’uscita di una seconda serie. D’altro canto, mi dico, forse gli autori, consci dell’impossibilità di mantenere lo stesso standard di eccellenza “diluendo il brodo” hanno deciso di non svalutare il capolavoro appiccicandogli una replica/bis (come è invece accaduto con “The End Of The F*****g World”, dove a una prima serie da 8,5 ha fatto seguito una seconda serie da 7). Chissà, magari è solo un tipico segno dei tempi nel magico mondo liberal-capitalista: Wayne è addirittura pericoloso, poiché può far pensare e spingere a immedesimarsi, fino a “specchiarti” nella vita di una plebe sterminata che si contende le briciole sotto al tavolo degli oligarchi della finanza: siamo io, sono noi…

Vabbè, visto che sono in vena di dare in numeri, diamoli: un 9 pieno a Wayne non glielo toglie nessuno.

Trama disossata: Wayne (Mark McKenna) è un adolescente disadattato con seri problemi caratteriali, che agisce come fosse un Robin Hood di Brockton Massachusetts. Del (Ciara Bravo) è una adolescente sveglia e intelligente, con un padre e due fratelli che nulla hanno da invidiare a ominidi del paleolitico. Dopo la morte del padre di Wayne, i due partono insieme in moto per un lungo e strampalato viaggio verso la Florida con l’intento di recuperare la macchina del padre morto, rubata molto tempo prima.

ps: Wayne non è mai “uscito” in Italia, quindi dovrete scaricarvelo in lingua inglese e in caso non padroneggiaste la lingua d’Albione, è disponibile con i sottotitoli sia in inglese che in italiano.

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