Confusione

Questo blog, in origine una sorta di diario pubblico, è diventato un diario privato. Credo proprio che nessuno più lo segua, magari qualcuno ci arriva per caso grazie ai motori di ricerca. Per questo non mi perito a scrivere di cose personali che di certo non interessano a nessuno: sento il bisogno di scriverle e penso che possano essere utili a futura memoria, almeno a me.

Oggi in farmacia ho avuto un momento non breve di confusione mentale. Sto per finire due farmaci, uno erogato dal sistema sanitario e l’altro a pagamento. Mi è arrivata la ricetta elettronica del primo, la mostro alla farmacista e poi rimango stupito perché non mi dà il secondo. Poi capisco ma uscendo mi viene in mente che devo prendere anche il secondo, rientro con la ricetta “ripetibile” in mano e lo acquisto.

Lí per lì interpreto i fatti come un episodio di confusione mentale di quelli che capitano ai vecchi, anche se tanto vecchio non sono. Poi ci rifletto meglio e mi confermo l’interpretazione. Metto l’episodio accanto ad altri simili come quello di mettere -alla cassa self del supermercato- la spesa nel sacchetto senza passarla allo scanner. La cosa si ripete con una certa frequenza, da un po’ di tempo (fortuna che me ne sono sempre accorto, almeno lo spero).

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Oggi a Serra

Serra Pistoiese è uno dei miei luoghi del cuore, per averci passato le vacanze estive (e non solo) con le persone amate, per la bellezza del piccolo borgo e il paesaggio maestoso.

Un anno fà ero qui per pochi giorni con la Marta e la Viola; avevo solo voglia di andarmene, tanto stavo male. Ora invece ritrovo la pace che in luoghi come questo è il frutto, soprattutto, del ritmo tranquillo del tempo che trascorre e della bellezza che mi circonda.

È un segno, spero inequivocabile, che la malattia si avvia al suo termine.

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Il vento nei capelli

Che meraviglia! se non fosse che i capelli ora sono lunghi pochi millimetri.

È che dopo oltre due anni ho ricominciato a cavalcare la mia amata bicicletta, che non riuscivo ad usare nel periodo peggiore della depressione.

Pedalare per me è un grande piacere e poi il movimento fa bene al corpo ed anche alla mente, come è noto.

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Luce

Un mese fa sono andato dallo strizzacervelli per la visita periodica. Abbiamo parlato a lungo, mi ha prescritto un farmaco nuovo e una passeggiata giornaliera (iniziando da trenta minuti per arrivare progressivamente a un’ora).

Il giorno successivo mi sentivo già un po’ meglio, riuscivo a fare delle cose, piccole, che fino a quel momento mi pesavano esageratamente. Via via sono stato meglio, niente ansia e sempre meno pensieri neri. Insomma la luce alla fine del tunnel.

Camminare è una sofferenza, anche per 20/30 minuti. Ho deciso di ritornare dall’ortopedico e poi dalla reumatologa.

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Scuola guida

Mi sono sempre vantato, soprattutto con me stesso, di aver imparato a guidare molto presto. Correva l’anno 1966, avevo quindici anni; fu l’anno delle prime esperienze amorose, al mare in Versilia.

P. aveva la mia età: dopo il mare andò ospite di un amica sulla collina fra Firenze e Sesto Fiorentino. L’amica era di qualche anno più vecchia di noi, aveva la patente e una Seicento..

Intorno alla casa in collina c’erano stradine praticamente deserte. Avevo imparato i primi rudimenti della guida con la Panda della zia, nel vialetto della casa al mare. Non so come l’amica si decise a farmi guidare la Seicento, io con la P. a fianco, per due o tre volte.

Dopo molti anni rividi P. e le dissi di questo mio ricordo: per lei era inesistente, chiese all’amica della Seicento ed anche per lei non era successo nulla di quello che io ricordavo.

Due smemorate contro uno che ricorda poco, quasi soltanto le cose più emotivamente significative, come questa. Oppure un sogno, trasformato in ricordo. Chissá.

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Sono sette mesi

che non ritorno in questo luogo che fino a pochi anni or sono frequentavo assiduamente. I post scritti da quando è tornata la depressione (quasi tre anni) sono quanti le dita di due mani o poco più.

Ora mi è venuta voglia di scrivere, parrebbe. All’inizio ho pensato di cimentarmi in racconti brevi o brevissimi. Vediamo. Di certo il luogo è questo, il mio più che ventennale blog.

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La stanza accanto

L’ho visto, l’ultimo film de grande Pedro. Un bel film, per me, con due bravissime attrici.
Il tema è difficile, la morte vicina, la scelta dell’eutanasia; ma Almodovar riesce sempre a mostrare gli aspetti drammatici della vita con mano leggera, con sapienza e compassione.

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Cuore nero, un grande romanzo

Il lunedì di novembre in cui Emilia e suo padre imboccarono il sentiero chiamato Stra’ dal Forche e risalirono il bosco di castagni che separa Sassaia dal resto del mondo, era il giorno dei morti. Riccardo continuava a pensare che un posto del genere – una minuscola frazione isolata – non fosse adatto a cominciare una nuova vita: non per sua figlia, non dopo quello che aveva passato e, soprattutto, non da sola. Ma Emilia procedeva a passo spedito, convinta.

L’incipit è di quelli che mi fanno venir voglia di leggere: in queste poche righe c’è già tutto il senso del racconto.

Non ricordo come sono arrivato al romanzo di Silvia Avallone: non avevo letto niente di questa scrittrice. Diciamo che è stata una fortunata scoperta.

Sassaia contava quell’anno, in tutto, due abitanti. Uno, Basilio Raimondi, aveva sessantaquattro anni, ma ne dimostrava infinitamente di più. Non era mai stato sposato o fidanzato, aveva sempre vissuto quassù da solo, diventando un uomo di così poche parole da poter passare tranquillamente per sordomuto. (…)

L’altro abitante, non dissimile dal Basilio, sono io.

Ecco l’io narrante, Bruno, maestro nella pluriclasse di Alma, il paesino a valle di Sassaia. Trentenne come Emilia, alcuni anni in più. Questo io narrante spesso si ritrae, a lasciare spazio ad Emilia, al suo passato e al presente.

«Non sono abituata a questo silenzio, mi trivella le orecchie. Non c’è una tv, una radio, non c’è un cazzo, e io ho bisogno di sentire delle voci, delle persone che parlano. Perché è sempre stato così, non ho mai dormito da sola.» Pensai che fosse molto teatrale. «Presto verrà un signore a portarmi la tv e sarà tutto risolto. Ma intanto…» Non osai spiegarle che nessuna casa di Sassaia aveva un televisore né l’avrebbe avuto. «… Ma intanto, te lo chiedo per favore. E ti prego di non pensare male. Verresti a casa mia stasera a parlare finché non mi addormento?»

Da qui inizia il rapporto fra due solitudini, che si sviluppa mentre piano piano viene a galla quello che aveva passato Emilia.

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Sì,dissimuliamo

Da un po’ di tempo mi perseguita una parola: dissimulare, dissimulazione. Devo confessare che prima quasi non mi ero accorto di lei; sarà una nuova moda, una di quelle finezze verbali che si diffondono come un contagio fra intellettuali, politici e compagnia cantante.

Cominciamo dalla differenza tra simulare e dissimulare. In genere, se uno simula qualcosa, finge un comportamento o un pensiero che non sono i suoi; se li dissimula, non li lascia trasparire. In entrambi i casi c’è astuzia, accortezza, ma simulando ci si attribuisce qualcosa che non si prova, mentre dissimulando lo si nasconde. La differenza tra i due verbi è la stessa che corre tra i due sostantivi che ne derivano, come si legge in questa bella definizione del trecentesco Buti (citata dal Tommaseo): “Simulazione è fingere vero quello che non è vero, e dissimulazione è negar quello ch’è vero”.

(Questa e le successive citazioni sono dalla Accademia della Crusca)

Transitivi e intransitivi per me pari son. Ma l’intransitivo è intransigente e assoluto.

Sia dissimulare che simulare hanno costruzione transitiva, con complemento diretto che esprime il pensiero simulato o quello dissimulato; e in questo costrutto la differenza di significato tra i due verbi è netta. Ma entrambi si possono trovare pure in usi assoluti, con omissione del complemento diretto, come in questo passo di D’Annunzio riportato dal GDLI:

Simulaidissimulai senza tregua, non soltanto verso mia madre, mio fratello, gli altri inconsapevoli, ma anche ver­so Giuliana.

E infine Dante, nel Convivio, dice della dissimulazione anche la valenza moralmente positiva: nascondere la propria contrarietà o imbarazzo al fine di non nuocere a taluno.

(…) figura in rettorica… molto laudabile, e anco necessaria, cioè quando le parole sono a una persona e la ’ntenzione è a un’altra; però che l’ammonire è sempre laudabile e necessario, e non sempre sta convenevolemente ne la bocca di ciascuno. Onde, quando lo figlio è conoscente del vizio del padre, e quando lo suddito è conoscente del vizio del segnore, e quando l’amico conosce che vergogna crescerebbe al suo amico quello ammonendo o menomerebbe suo onore, o conosce l’amico suo non paziente ma iracundo a l’ammonizione, questa figura è bellissima e utilissima, e puotesi chiamare ‘dissimulazione’.

Insomma la dissimulazione onesta del trattato di Torquato Accetto.

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Dieci minuti

Ecco un bel film italiano, di Maria Sole Tognazzi, con la brava Barbara Ronchi e Margherita Buy, per una volta fuori dal solito personaggio. Tratto dal romanzo di Chiara Gamberale (Per dieci minuti).

Protagonista la sofferenza psichica che tormenta Chiara (Barbara Ronchi), e la porta a tentare il suicidio. Da quel momento una psichiatra (Margherita Buy) la aiuta ad affrontare il suo dolore e a riprendere il controllo della vita.

Ahimè lo conosco bene quel dolore, sotto forma di depressione e ansia grave: questa volta dura da lunghi mesi e forse in questi giorni inizio a vedere qualche segno di cambiamento. Sarà per questo che il film mi ha preso tanto.

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