
Immagine da-da-sk
L’appartamento in rue de Fleurus 27 era alloggiato su due piani ed un breve corridoio lo univa allo studio dove la signorina Stein riceveva gli amici, scrittori e pittori, in un eccezionale clima culturale ed artistico. Ella aveva il debole per le bistecche(al sangue?), il soufflé e le crostate di prugne incurante d’ingrassare e bien sur per la prosa, il meglio della sua prosa, la sua rosa. Su tutto quanto scriveva e faceva, la signorina Gertrude Stein, scendeva un’adorabile ambiguità e un distacco che alleggeriva, ironizzava i suoi gesti e le sue parole, nel modo in cui ad ognuno guardandosi allo specchio accade di sentirsi diverso e irresponsabile. Il sabato sera era rituale la cena servita nella piccola sala da pranzo. Non è arduo pensare che tra quelle mura tappezzate di orrendi fioroni color porpora, sulle sedie in stile rinascimento italiano, scomodissime, intorno alla fumosa stufa di ghisa siano nate le idee delle avanguardie impressioniste i primi cenni al cubismo qualsiasi altra diavoleria che desse spazio al fermento innovativo al meraviglioso slancio di novità nell’arte al quale la signorina Stein faceva da madrina. Non mancavano deliziosi pettegolezzi, gli aneddoti, le persone, le storie di tradimenti, le avventure galanti tenute chiuse nella scatola dei colletti. Un’altra sua debolezza era conservare cianfrusaglie d’ogni genere, piccoli oggetti inutili, quaderni, bocchini, tremendi animaletti di vetro, calamai, biglietti augurali. Li teneva sul tavolo dello studio senza alcun ordine mentre le pareti erano ricoperte di quadri. C’erano dei Picasso, suo grande amico, Matisse, Cezanne, Renoir, persino un piccolo Delacroix ed un Greco grandissimo. Impossibile nominarli tutti, posso dire che l’impressione era stupefacente seppure all’epoca nessuno avrebbe immaginato l’incommensurabile valore che avrebbero raggiungo, allora erano doni e manifestazioni d’affetto alla padrona di casa.
Quella volta a Parigi andai di proposito in rue de Fleurus , lo dico sans discrétion; la signorina Stein mi accolse con gentilezza un po’ brusca, mi fece accomodare in salotto. Aveva i capelli tagliati cortissimi grigi e pareva un incrocio tra un grasso contadino russo e un medico di campagna scoraggiato, era affascinante. Aveva inoltre una particolarità fisica che non si può dimenticare e che mi guardo bene dal rivelare. Mi disse subito che non rilasciava interviste: “nella vita sono importanti la cucina e la letteratura, l’amore fa da legame e ne esalta i sapori e i colori”. si rifiutò di aggiungere altro e in modo perentorio mi chiese se giocavo a scacchi prendendo la tavoletta della scacchiera e i pezzi scolpiti e levigati di onice. Ne mancavano alcuni. Evitai così di dare scacco matto a Gertrude Stein, sarebbe stato increscioso. Mi propose di andare in un bistrot poco lontano a mangiare omelette, prima di uscire mi regalò una bruttissima spilla di strass a forma di tartaruga, l’aveva acquistata in Spagna, e per molto tempo l’aveva messa come fibbia alla cintura. Ce l’ho ancora, non ho mai osato indossarla. A distanza di tempo ricordo, nel corso di quella colazione, la signorina Stein aveva lo sguardo prossimo all’allegria e una voce bassissima: “ma cher” disse al commiato “lei è adorabile ma completamente priva di fantasia”.