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Immagini – “Mi serve…. la prendo io!”
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“La Vocazione di Perdersi”
Questo piccolo saggio non indaga solo come recuperare le capacità naturali di orientamento dei nostri antenati, ma anche la dimensione spirituale che nasce da questa straordinaria e dimenticata esperienza.
Cosa accade quando si lascia temporaneamente il mondo organizzato dall’uomo per affidarsi ai suggerimenti, visibili e invisibili, offerti dalla natura stessa?
La riflessione e i racconti di un esperto che nelle sue avventure ha cercato la via in territori selvaggi e solitari.
Perdersi, o deviare rispetto a un percorso sperimentato,è la tecnica utilizzata dalla natura per evolversi. Anche in campo culturale molte novità e scoperte avvengono perché deviando da una tradizione ci si imbatte per caso in qualcosa di nuovo che si rivela interessante. Cristoforo
Colombo ha trovato l’America mentre cercava l’Asia. Fin dalle sue prime traversate in montagna, Franco Michieli ha scoperto che accettare un mondo in cui ci si può perdere e dove si può finire su una strada imprevista e sconosciuta è un buon modo per rinnovarsi
Andare in natura è il modo più universale, a portata di mano, per distogliersi saltuariamente da troppe false sicurezze e vie prestabilite e mettere alla prova di persona il comportamento del mondo. In realtà, finché seguiamo itinerari preconfezionati o ben segnalati, non abbiamo modo di sapere cosa accadrebbe se la via la cercassimo leggendo la sola natura.
Tutto cambia se teniamo la rotta interpretando le forme del territorio così come ci si presentano, osservando i movimenti apparenti del sole e della luna, decifrando il reticolo fluviale, navigando nella nebbia secondo la direzione del vento, e molto altro.
La vocazione di perdersi
Franco Michieli
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Pentirsi
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“Non pentitevi troppo delle scelte che avete fatto in passato. Semplicemente, fate quelle giuste in futuro. Siamo sempre capaci di cambiare e di dare il meglio di noi stessi.”
Cassandra Clare
(Shadowhunters – Le origini)
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“Facciamo che l’America sia l’America ancora” poesia di Langston Hughes
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“Facciamo che l’America sia l’America ancora“
Facciamo che l’America sia l’America ancora.
Facciamo che torni ad essere il sogno ch’è stato.
Facciamo ch’essa ritrovi nella prateria il pioniere
in cerca d’una magione dove trovare la propria libertà.
(L’America non fu mai America per me.)
Facciamo che l’America torni ad essere il sogno sognato
da quei visionari — facciamo che sia questa immensa solida terra d’amore
laddove mai vi dovranno attecchire regimi o regni o tiranni corrotti
né più alcun uomo sarà schiacciato da qualcuno sopra di lui.
(Questa non è mai stata l’America per me)
Oh, facciamo che il nostro Paese sia la terra dove la Libertà
è onorata senza alcuna patriottica coccarda,
ma l’opportunità si riveli reale, e libera sia la vita,
e l’Uguaglianza sia nell’aria stessa che respiriamo.
(Non vi è mai stata uguaglianza per me,
né libertà, in questa Patria della Libertà.)
Dimmi, chi sei tu che mormori nel buio?
Chi sei tu che stendi il tuo velo di traverso alle stelle?
Io sono il Bianco nella miseria, ingannato ed emarginato.
Io sono il Negro che ancora reca gli sfregi della schiavitù.
Io sono il pellerossa strappato alle sue terra,
Io sono il migrante che stringe nel pugno la propria speranza —
e ritrova soltanto il consueto stupido schema
del cane che mangia cane, del piccolo divorato da chi è più grande.
Io sono la gioventù colma di energia e speranza,
impastoiata in questa antica perpetua catena
di profitto, potere, guadagno, occupazione di terre!
Di conquistar l’oro! Di cogliere ogni occasione per saziare i bisogni!
Dell’uomo al lavoro! Del giorno di paga!
Del possedere tutto per la brama di avere!
Io sono il mezzadro asservito alla terra.
Io sono l’operaio, asservito al congegno.
Io sono il negro, il servo d’ognuno di voi.
Io sono la gente, vile, umile, violata,
offesa ancor oggi, nonostante quel sogno.
Sconfitta, ancora oggi — Oh, Pionieri!
Io sono colui che non ha mai avanzato, il miserrimo
operaio sconfitto in perpetuo, anno dopo anno.
Eppure io sono colui che ha avuto il sogno originale,
mentre nel mondo passato era ancora servo di re,
colui che ebbe un sogno così ardito, così saldo, così vero,
che ancora oggi intona la sua immensa audacia
in ogni pietra o mattone, in ogni solco tracciato,
colui che ha fatto l’America la Nazione che è diventata.
Oh, io sono l’uomo che ha navigato quei primi oceani
in cerca di ciò che sarebbe divenuta sua patria —
perché io sono colui che ha lasciato le scure rive d’Irlanda,
e le pianure della Polonia, e le brughiere di Britannia,
e sono quell’uomo che è stato strappato dai lidi dell’Africa Nera
per venire a edificare questa “Patria della Libertà”.
La Libertà?
Chi ha parlato di Libertà? Non io?
Davvero non io? Tutti i milioni tra noi oggi licenziati?
I milioni tra noi abbattuti mentre manifestiamo?
I milioni di noi che non hanno alcuno stipendio?
Per tutti i sogni che abbiamo sognato
e tutti i canti che abbiamo cantato
e tutte le speranze che abbiamo abbracciato
e tutte le bandiere che abbiamo innalzato,
tutti i milioni di noi che non hanno alcun compenso —
se non quel sogno che è ormai quasi spento.
Oh, facciamo che l’America sia l’America ancora —
la terra che ancora non è mai stata —
e pure ha da essere infine — la terra dov’è libero ogni Uomo,
la mia terra, la terra del povero, dell’Indiano, del Negro, la MIA —
Chi ha fatto l’America
del suo sudore e del suo sangue, della sua fede e dolore,
delle sue braccia in fonderia, del suo aratro sotto la pioggia,
deve riportarci qui il nostro sogno, di nuovo.
Certo, chiamatemi pure con ogni epiteto vi pare —
l’acciaio della libertà non si macchia e non s’intacca.
Dalle mani di coloro che vivono come cimici sulla vita di altri,
dobbiamo riprenderci indietro la nostra terra,
l’America.
Oh, sì,
chiaro e forte lo dico,
l’America non è mai stata America per me,
eppure, lo giuro su Dio —
America sarà.
Via dalle mafie, e dalla vergogna della morte nostra criminale,
dallo stupro e marciume della corruzione, e dalla truffa, dalla
menzogna e dalla coazione, noi, la gente, dobbiamo riscattare
le terre, le miniere, e i campi, e i fiumi.
E le montagne e le sterminate pianure —
tutto; per tutto l’estendersi di questi Stati fecondi,
e fare l’America ancora, di nuovo!
Langston Hughes (1901-1967) fu un poeta, scrittore e drammaturgo afroamericano, figura centrale del Rinascimento di Harlem, celebre per aver dato voce all’esperienza nera americana con uno stile influenzato dal jazz e dal blues, utilizzando un linguaggio semplice e ritmi musicali per trattare temi come razzismo, giustizia sociale e vita quotidiana, con opere chiave come The Weary Blues (1926) e la poesia “Harlem”
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Immagini dal passato – “Punta Castore” (1983)






Immagini personali
“Punta Castore mt4226 (25 e 26/06/1983)“
Il mio primo 4000 a conclusione di un corso di alpinismo. Via normale dal Rif. Quintino Sella (mt3585) nel Gruppo del Monte Rosa. Le immagini sono fatte tutte dal rifugio. Non mi è stato possibile farne durante la salita, anche per le non felici condizioni meteo. Fu comunque per me una grande soddisfazione, il primo 4000 che apriva la strada agli altri negli anni successivi. Le immagini sono quello che sono, un pò per il meteo e un pò per lo strumento utilizzato, una macchinetta kodack usa e getta. Quanto basta comunque per mantenere vivo il ricordo.
by dany
Rimembranze musicali: “Il carrozzone” – Renato Zero (1979)
“Testo“
Il carrozzone va avanti da sé
Con le regine, i suoi fanti, i suoi re
Ridi, buffone, per scaramanzia
Così la morte va via
Musica, gente, cantate che poi
Uno alla volta si scende anche noi
Sotto a chi tocca, in doppio petto blu
Una mattina sei sceso anche tu
Bella la vita che se ne va
Un fiore, un cielo, la tua ricca povertà
Il pane caldo, la tua poesia
Tu che stringevi la tua mano nella mia
“Bella la vita” dicevi tu
È un po’ mignotta e va con tutti, sì, però
Però, però
Proprio sul meglio
T’ha detto no
E il carrozzone riprende la via
Facce truccate di malinconia
Tempo per piangere, no, non ce n’è
Tutto continua anche senza di te
Bella la vita che se ne va
Vecchi cortili dove il tempo non ha età
I nostri sogni, la fantasia
Ridevi forte e la paura era allegria
“Bella la vita” dicevi tu
E t’ha imbrogliato e t’ha fottuto, proprio tu
Con le regine, con i suoi re
Il carrozzone va avanti da sé
(Fonte: Musixmatch)
Compositori: Franca Evangelisti / Piero Pintucci
Album. Erozero
Anno: 1979
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“Il silenzio onesto”poesia di Chandra Livia Candiani
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“Il silenzio onesto“
Non tutti i silenzi sono uguali. Come, grazie alla consapevolezza del vivere, si diventa sensibili alla luce, alle diverse sfumature di luce in diversi luoghi, in differenti momenti della giornata e delle stagioni, cosí si colgono miriadi di sfumature nei silenzi nostri e altrui, silenzi umani, silenzi degli animali, degli alberi, silenzi minerali.
Il silenzio non è tacere né mettere a tacere, è un invito, è stare in compagnia di qualcosa di tenero e avvolgente, dove tutto è già stato detto. Il silenzio sorride.
Caro silenzio, aiutami a non parlare di te, aiutami ad abitarti. Addestrami. Disarmami. Tu mi insegni a parlare. Eccomi, mi lascio rapire. Non lascio niente a casa, niente di intentato. Ci sono. In te. Arte del congedo per ritrovare.
Arte dell’a-capo che insegna a lasciarsi scrivere. Il silenzio semina. Le parole raccolgono.
Il silenzio è cosa viva.
Chandra Livia Candiani all’anagrafe Livia Candiani (Milano, 1952) è una poetessa e traduttrice italiana.
È di origini russe: la nonna è nata a San Pietroburgo, ha vissuto a Minsk e a Parigi per trasferirsi infine con la famiglia a Milano.
Dopo gli studi superiori si iscrive alla facoltà di Filosofia ma lascia gli studi per il lavoro.
Alla soglia dei trent’anni viaggia in India e dopo essere entrata in contatto con il buddhismo e la meditazione, nel 1986 assume il nome di Chandra, che in sanscrito significa luna, datole dal suo primo maestro, Rajneesh[senza fonte]. Negli anni successivi sarà allieva di diversi altri maestri, tra i quali Ajahn Sumedho e Ajahn Sucitto.
È impegnata anche nella traduzione di testi buddhisti, nell’insegnamento della meditazione e nella attività di diffusione della poesia per i bambini delle scuole della periferia milanese.
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Immagini – “Solitudine”
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“Verranno i giorni della pace”
Il vissuto della gente comune in uno dei periodi cruciali della storia di Bari tra guerra e dopoguerra è al centro di questa narrazione in forma di romanzo di Amalia Mancini. L’autrice, con una significativa operazione di recupero della memoria, pone al centro della riflessione le drammatiche condizioni di vita e di lavoro di due giovani, una sarta e un marinaio, vissuti all’insegna della paura e delle privazioni negli anni della dittatura e di un’avventura bellica disastrosa. I diversi aspetti delle traversie familiari, della violenza e della disperazione vengono compensati dall’amore e dalla solidarietà nel contesto molto difficile di una città che vive i momenti più duri e sconvolgenti della guerra, soprattutto dopo il tragico bombardamento, messo in atto dai tedeschi il 2 dicembre 1943.
Verranno i giorni della pace
Amalia Mancini
“Fu in quella magica notte, in cui perse la sua innocenza, che capì quanto fosse preziosa la vita. Nel frastuono delle bombe, con le luci che si avvicendavano in un alternarsi irripetibile di bagliori e tenebre, si delineò il suo futuro.”
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“E non chiedere nulla” poesia di David Maria Turoldo
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“E non chiedere nulla poesia“
Ora invece la terra
si fa sempre più orrenda:
il tempo è malato
i fanciulli non giocano più
le ragazze non hanno
più occhi
che splendono a sera.
E anche gli amori
non si cantano più,
le speranze non hanno più voce,
i morti doppiamente morti
al freddo di queste liturgie:
ognuno torna alla sua casa
sempre più solo.
Tempo è di tornare poveri
per ritrovare il sapore del pane,
per reggere alla luce del sole
per varcare sereni la notte
e cantare la sete della cerva.
E la gente, l’umile gente
abbia ancora chi l’ascolta,
e trovino udienza le preghiere.
E non chiedere nulla.
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