5° e Ultimo appuntamento con Hammett: L’uomo ombra

•giugno 19, 2008 • 1 commento

E si chiude qui l’ultimo appuntamento con il maestro Hammett. Dopo aver ripercorso infatti, tutti e 4 i precedenti romanzi di Dashiell Hammett, siamo giunti alla conclusione che questo percorso era da fare…era necessario sviscerare uno scrittore, forse talvolta un po’ all’ombra del sempre ottimo e anche lui maestro Chandler, forse troppo poco osannato…comunque sono orgoglioso di avergli dedicato 5 post…l’ultimo riguarda il romanzo “L’Uomo Ombra”. Le particolarità di questo romanzo sono quelle di mettere una coppia di coniugi al centro del romanzo, con la figura maschile, che rispolvera le arti del investigatore, visto che lo era stato, dopo essere venuto a contatto con un omicidio che, in qualche modo, coinvolge proprio lui e sua moglie. Particolare, dall’inzio alla fine del romanzo, la descrizione di questo postumo di sbronza vera e propria che avvolge la coppia per quasi tutta la durata del romanzo. Romanzo, molto molto intrigante, per tecniche narrative e per la storia. Come posso non dirvi, arrivati alla fine, che non potete non leggerlo?

“L’Uomo Ombra”
Dashiell Hammett
1934

L’Uomo Ombra
Nel 1934, quando Hammett pubblica il suo quinto (ed ultimo) romanzo, The Thin Man, parecchie cose sono cambiate nella vita dell’autore. L’avvicinamento di Hammett al teatro (attraverso la Hellman) e al cinema, la mancanza di uno stimolo prettamente venale per la scrittura, visto il successo dei suoi precedenti lavori, e come già detto un ovvio interesse per tematiche diverse da formule già ampiamente collaudate, confluiscono in questo “canto del cigno” che segna una ulteriore svolta stilistica nell’opera dello scrittore.
Il romanzo ha come protagonisti una coppia di coniugi particolarissimi: Nick e Nora Charles.

Lui ex-investigatore ora completamente dedito alla sua grande passione: l’alcool. Lei bella e ricchissima, nonchè annoiata, e alla ricerca di emozioni, cerca di trascinare il marito in una indagine per cui egli non nutre alcun interesse. Entrambi caratterizzati splendidamente nei loro atteggiamenti aristocratici e snob dai risvolti comici, si trovano coinvolti più per caso, che per reale intenzione di risolvere il mistero della scomparsa di uno scienziato, la cui famiglia si rivelerà un vero nido di vipere.
Ossessivamente ostentata tra le pieghe della vicenda viene descritta una sbronza perenne, in cui i due protagonisti si crogiolano per tutta la durata del romanzo. Anche in questo caso Hammett ricalca le personalità dei due personaggi su quelle di sé stesso e della sua compagna Lillian Hellman deformati attraverso un raffinato sarcasmo che dà al romanzo una personalissima atmosfera da commedia.
Con questa ultimo romanzo Hammett che aveva creato l’archetipo del duro, indispensabile nell’economia del racconto Hard Bolied, si inventa la negazione totale del suo modello originale con risultati di sorprendente freschezza.
In linea con questa vena dai risvolti umoristici, Hammett scrisse anche alcuni racconti con un altra coppia di stralunati protagonisti: gli investigatori Thin, padre e figlio. Il padre burbero e duro che mal sopporta la passione del figlio per la poesia, il figlio dotato di un fine intuito investigativo, preferisce invece dar sfogo alle sue velleità poetiche componendo sonetti demenziali in ogni ritaglio di tempo, sempre attento a non farsi cogliere sul fatto dal padre. Peccato che a questi due stravaganti personaggi non sia toccato l’onore di un intero romanzo.
Sarebbe risultato certamente interessante conoscere un maggiore sviluppo di questa ironica rappresentazione in bilico tra scuola inglese e quella di estrazione americana. L’Uomo ombra divenne anche soggetto per una serie di film di successo
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Cinema: S.(ummer)O.(f) S.(am)

•giugno 19, 2008 • Lascia un commento

Come non rimanere elettrizzati da cotanta bravura e da un film che ha queste ambientazioni. Sì, un giorno proverò a scrivere una recensione, più che farvi un elenco di mie emozioni e sensazioni, ma adesso quel che mi viene da dire è questo…Ambientato alla fine dei 70 quando in Inghilterra imperversava il Punk e arriva pian pianino anche Oltreoceano lo scalpore delle prime creste, in una realtà, quella disegnata e raccontata da Spike Lee, da una parte dei solito afroamericani (o perlomeno solo in parte) e dall’altra dalla realtà italo americana, si ricorda l’estate dell’ assassino seriale che tenne in scacco New York, fino al suo arresto, quella’ estate celebre anche per il famosissimo blackout che immobilizzò la grande Mela…Che dire! Nè un Noir, nè un giallo, ma un classico…

Summer of Sam
di Spike Lee
con John Leguizamo, Mira Sorvino, Adrien Brody
(1999)

Nella filmografia del talentuoso Spike Lee e dell’intera produzione cinematografica degli anni novanta, un posto di rilievo spetta di certo a questo ottimo Summer of Sam – Panico a New York, un film che segna decisamente una svolta nella carriera del regista americano, a cui i panni del portavoce del cinema nero evidentemente stanno sempre più stretti. Sin dagli esordi portatore di una voce e di uno stile diverso nel panorama del cinema made in Usa, reso celebre dagli ottimi Fa’ la cosa giusta (1989) e Malcolm X (1992), le sue pellicole sono caratterizzate da una potente forza evocativa, uno stile concreto e asciutto, una sottile ironia e una grande capacità di raccontare le storie e la cultura della working-class, specialmente di quella nera.

Tema portante della filmografia di Spike Lee, è quello dell’integrazione e dell’emarginazione. La sua analisi tocca sempre le radici e gli sviluppi della difficile integrazione culturale nella multietnica New York con un linguaggio realistico, aspro, che nulla lascia al moralismo e alla demagogia e che allo stesso tempo trasuda amore per la sua città. Questa componente eminentemente sociologica, in alcuni suoi lavori, ha reso il suo cinema un po’ più statico e pericolosamente didattico, ma ogni preoccupazione scompare di fronte alla forza di questo Summer of Sam (apripista per l’eccellente La 25a ora), nuovo punto di partenza di uno Spike Lee più maturo, che ha fatto sua la lezione di Martin Scorsese, ed ha annotato il devastante passaggio di Quentin Tarantino nel cinema americano. Ma è soprattutto Scorsese, che pare aver ispirato Lee in questo suo mirabile esercizio di rappresentazione di una realtà (quella italo-americana), che a cavallo degli anni ottanta appariva in fisiologica crisi, dilaniata tra la morsa passato-futuro. Sono difatti i temi della cultura di quartiere, della violenza e della redenzione, che fanno da colonna portante alla storia dell’Estate di Sam, temi che riportano in mente i migliori lavori del regista di Taxi Driver…
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a cura di Adriano Aiello

Cinema: Le Iene

•giugno 19, 2008 • Lascia un commento

Non lo avevo neanche nominato…Tarantino. Molte volte viene indicato come regista di tutti i generi possibili, ma mai nessuno gli riconosce (e so che lui lo vorrebbe) l’influenza che ha avuto dal noir (soprattutto nei primi film), dal poliziottesco italiano e dal thriller in generale…ed è così che vado a presentare, l’indiscutibile, per me capolavoro, che si chiama “Le Iene”, un noir a tutti gli effetti, toccato da momenti grotteschi ( che poi diventeranno tipici di Tarantino) ma che tutto sommato si regge sulla tecnica del flashback a racccontare dettagliatamente tutti i personaggi della storia, e man mano che i personaggi vengono presentati, la storia prende corpo e si comprende fin verso un finale da fuochi d’artificio. Importante il cast, che regge bene il film, a partire da chi ha permesso la produzione di questo film, l’immane Harvey Keitel, ad altri personaggi mica da ridere come Steve Buscemi, Michael Madsen, Tim Roth la buonanima di Chris Penn. Significativa la partecipazione come comparsa di Edward Bunker, voluta dal regista a tutti i costi, e il che la dice lunga…grande recensione del dottor Noir, gustatevela…
PS- Chi di Tarantino apprezza le ultime cose, o guardando Le Iene, penserà che non sia lui e non ne vorrà sapere, o ri-scoprirà un grande regista…


Le Iene
di Quentin Tarantino
con: Harvey Keitel, Steve Buscemi, Michael Madsen, Tim Roth, Chris Penn
1992

Lungometraggio d’esordio di Quentin Tarantino, a tutti gli effetti, uno dei maggiori esponenti del neo noir insieme ai fratelli Coen, tanto per citare alcuni tra quelli di maggior rilievo.

Regista di culto come ,ormai, tutti sapranno esclusivamente o quasi, ahimè, grazie alla pellicola seguente, Pulp fiction, la piu’conosciuta e decantata trascurando o addirittura ignorando l’esistenza di Rasevoir dogs, Le iene, il film in questione, davvero un’ottimo esempio di gangster-movie contemporaneo. In seguito Quentin oltre ad averci regalato un’altro film se pur inferiore ai precedenti nonostante questo di pregevole fattura come Jackie Brown, lo stesso purtroppo ignorato da molti, i quali sembrano aver dato sicuramente piu’ credito ai successivi lavori come Kill bill vol. 1-2 e Grindhouse – A prova di morte, i quali, naturalmente, a mio modo di vedere siano dei meri divertissement divertenti e divertiti e nulla piu’.

Ritornando alla pellicola che merita sicuramente di essere annoverata tra i nuovi classici del genere in questione, racconta di due criminali (di cui uno gravemente ferito) scampati a una rapina finita male si rifugiano in un capannone, stabilito come punto di ritrovo per tutta la banda. Man mano che arrivano gli altri si cerca di capire cos’è andato storto, e la situazione prende una brutta piega: si è trattato di una trappola? Chi ha tradito? Il sospetto cresce, fino all’esplosione finale.

La vicenda si svolge quasi per intero nel capannone dove si incontrano i gangster, vestiti tutti allo stesso modo e ognuno chiamato con il nome di un colore (Mr. White, Mr. Pink ecc.).

Su questo impianto teatrale si innesta una vertiginosa struttura a flashback, tipica del genere, infarcita di dialoghi brillanti da commedia (nera), come ad esempio nella sequenza d’apertura, in cui troviamo i membri della banda, gangster professionisti, parlare dei loro singoli musicali preferiti di Madonna, come fossero persone comuni intente a passare del tempo con argomenti occasionali e frivoli. Black Humor quindi e un’ esplosiva carica di violenza contraddistinguono quest’ottima pellicola intrisa di riferimenti, come già detto, al cinema noir-gangsteristico, che vanno dal Kubrick di Rapina a mano armata al Melville di Lo spione, passando per alcune pellicole italiane di maestri del genere, cosidetto poliziesco all’italiana, come Fernando di Leo, autore tra gli altri di Milano calibro 9 e Umberto Lenzi.

Nel film sono presenti sequenze di straordinaria forza espressiva, raggiunta anche grazie a un gruppo di interpreti di prim’ordine come Harvey Keitel, anche coproduttore del film, Tim Roth, Michel Madsen e Steve Buscemi, caratterista di talento tra i prediletti di Tarantino che ritorna in un piccolo cameo in Pulp fiction, e dei fratelli Coen, il quale lo ritroviamo in Fargo e ne Il Grande Lebowsky.
Fabrizio Catalani

4° Appuntamento con Hammett: La chiave di vetro

•giugno 19, 2008 • Lascia un commento

E siamo giunti al penultimo con Hammett. Purtroppo su questo libro non sono riuscito a trovare molto in rete…meno male che l’ho letto. Questa prova risulta essere la preferita del buon Hammett, forse perchè mette come caposaldo del romanzo la corruzione politica, uno dei suoi argomenti preferiti…infatti la storia gira tutto attorno a un tirapiedi, un portaborse di un politico: una realtà fatta di bustarelle, ricatti, omicidi. Il bello è che non c’è il solito investigatore a prendere possesso della scena del romanzo, ma appunto questo anomalo (per un romanzo noir) personaggio…molto amato dall’autore per i cenni autobiografici di cui è permeato il romanzo…descrizioni e impressioni a parte, questi post a puntate sui 5 libri di Hammett, lasciano sottointendere il fatto che dobbiate leggerli tutti, io vi sto solo invogliando, ma Hammett è una lettura obbligata, non solo per gli amanti del genere…chi è stato così previdente da farlo già prima, comunque, lasciasse una sua impressione…

Dashiell Hammett
“La Chiave di Vetro”
(1931)

Arriviamo quindi al quarto romanzo di Hammett (la sua creazione prediletta, come dichiarato in seguito dallo stesso autore) The Glass Key del 1931 segna anche la fine del periodo creativamente più fertile di Hammett. Il tema attorno a cui ruota la trama del romanzo è quello della corruzione politica (tema particolarmente caro a Hammett).
Il protagonista, Ted Beaumont è l’immagine speculare del suo autore (questa è probabilmente un’altra delle ragioni di attaccamento a questa opera). Beaumont è alto, magro, coi baffi, è un forte bevitore, ed è malato di tubercolosi, è cinico e nel contempo un inguaribile idealista.
Stilisticamente molto più maturo, segno di un certo distacco dal genere di cui Hammett stesso fu artefice, e di una forte volontà di approfondimento verso temi più impegnativi, questo romanzo testimonia inequivocabilmente l’estrema versatilità dell’autore.
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Carabinieri in Giallo: i vincitori in un libro!

•giugno 19, 2008 • Lascia un commento

Leggete qui…questo fa riferimento al primo concorso che vi avevo consigliato…Carabinieri in Giallo. Adesso esce un libro che ne raccoglie tutte le opere vincitrici…questo è uno dei risultati tangibili dei concorsi in genere, e di questo sono contento…godetevelo…

Sarà disponibile in edicola a partire dal 31 luglio il volume che racconta l’Arma in tredici storie di genere. Si tratta di Carabinieri in giallo, l’antologia che raccoglie i vincitori della prima edizione dell’omonimo concorso letterario bandito dalla rivista Il Carabiniere.
Come scrive Roberto Riccardi (direttore responsabile della rivista) si tratta di tredici noir all’italiana, di varia ambientazione, ciascuno nato da una sensibilità differente, visto con occhi diversi. Un solo comune denominatore: al centro di ogni storia un investigatore in divisa nera, bande rosse sui pantaloni, fiamma sul berretto. Questa, infatti, era una delle richieste imposte dal regolamento del concorso.

Giancarlo De Cataldo, presidente della giuria, nella postfazione al volume definisce i contributi “Istantanee” che mandano all’Arma un “messaggio complesso”: una richiesta di ordine e legalità senza eccessi, una rassicurazione alla comunità per il rispetto delle “regole di convivenza civile”.
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L’uomo dentro

•giugno 18, 2008 • 1 commento

Un film magnifico che gioca con gli stilemi thriller e con il tema del colpo perfetto. Il finale è mozzafiato, accompagnato da un montaggio serratissimo che già dall’inizio fa intuire, proponendo appunto spezzoni di un ipotetico post-rapina con delle persone interrogate in un commissariato, una trama ricca di emozioni e colpi di scena. Il tema come al solito, consocendo i film in cui si imbatte Spike Lee, tralaltro registicamente impeccabile, ha uno sfondo politico, cosa tralaltro che non ti aspetteresti vedendo come procede il film, ma è finemente costruito e rimane all’interno del conflitto “guardie e ladri” che accompagna tutto il film…In definitiva “Inside Man”, secondo il mio modesto, ma insindacabile parere, è un capolavoro di questi ultimi anni, per la sua capacità di sorprendere per tutta la durata del film, per il suo cast stellare (Clive Owen, Jodie Foster, Denzel Washington e molti altri), per la regia, per la trama fitta e per i suoi momenti grotteschi e paradossali tipicamente Spike Lee! Consigliatissimo!

Inside Man
di Spike Lee
con Clive Owen, Jodie Foster, Denzel Washington
(2006)

Quattro persone mascherate da imbianchini fanno irruzione nell’edificio della Manhattan Trust, caposaldo finanziario di Wall Street e in pochi minuti prendono in ostaggio cinquanta persone tra impiegati e clienti della prestigiosa banca, costringendo loro ad indossare delle tute e delle maschere. Nel frattempo intervengono le forze di polizia, tra loro figura il brillante detective Keith Frazier ( Denzel Wahington), che ha la responsabilità di negoziare con il capo dei Imagecriminali: Dalton Russell (Clive Owen), un uomo estremamente intelligente che mantiene in scacco le forze dell’ordine con un piano inattaccabile nel quale i malviventi sono sempre un passo più avanti alla polizia. Frazier inizia a sospettare che dietro a tutto ciò vi sia qualcosa che gli viene tenuto nascosto, quando sul luogo appare Madeline White (Jodie Foster), una potente e misteriosa mediatrice che chiede di interloquire da sola con Russell per conto dell’imprenditore Arthur Case (Christopher Plummer), presidente del consiglio di amministrazione della Manhattan Trust. Cosa vuole veramente Russell? Che ruolo hanno in questa faccenda Madeline White e Arthur Case? Queste le domande a cui Frazier cerca di dare risposta impegnandosi contemporaneamente a salvare la vita degli ostaggi, ingaggiando un rischioso gioco al gatto e al topo nel quale le regole cambiano continuamente. Una mossa sbagliata può portare la situazione verso un epilogo catastrofico e mortale.
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Venti regole per scrivere un giallo

•giugno 18, 2008 • Lascia un commento

Sull’ottimo sito “La Tela Nera”, ho trovato un articolo molto interessante. Si parla infatti delle 20 regole per scrivere un giallo, ad opera di S.S. Van Dine, che hanno ormai 80 anni, ma a quanto pare tengono botta. Certo, come ci dice l’articolo che cito di seguito, c’è stata un’evoluzione un po’ in tutto, nelle investigazioni, nelle dinamiche, negli strumenti, insomma la naturale evoluzione umana di 80 anni, ma a queste vecchie 20 regole, vale ancora la pena di dare un’occhiata. Buona lettura, e chissà che non ne impariate qualcosa…

Hanno ottanta anni ma non li dimostrano! Parlo delle Venti regole per scrivere un giallo di S. S. Van Dine (pseudonimo di Willard Huntington Wright, 1888- 1939), il grande giallista americano dell’epoca d’oro. 

Proprio così! Nel leggerle e nel rileggerle la domanda nasce spontanea: quale autore moderno non le sottoscriverebbe quasi tutte? Dico quasi perché, in realtà, qualcosa è cambiato, non tanto dentro il testo, quanto nel contesto di produzione. Il va sans dire: sono cambiati i tempi (non è una contraddizione)!

La concorrenza, soprattutto sotto forma di telefilm di avanguardia trattanti tematiche correlate (cito per tutte la mitica serie di CSI, quella originale con William Petersen nel ruolo di Gil Grissom per intenderci!), è spietata, mentre le intasate strade dell’interweb non lesinano emozioni criminali ad ogni click anche solamente pensato.
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Il Re dell’horror/thriller…e delle vendite

•giugno 18, 2008 • Lascia un commento

Mi sembrava doveroso citare uno scrittore spesso criticato per il suo facile appeal, per il suo stile a volte troppo manierista e semplice ( come se essere ostico e arzigogolato fosse sempre sinonimo di qualità) e devo ammettere che anche io, talvolta, ho trovato qualche suo romanzo forse troppo scontato o raccontato “a favoletta” (scusate non so come altro dirlo, povero ignorante che sono).
C’è da dire che quest’uomo è un professionista dell’incubo, fosse stato qualche decennio più indietro avrebbe fatto compagnia di sicuro a personaggi come Poe (un idolo!) e Lovecraft (grande lenza anche lui!). Mi ha tolto il sonno IT, Shining e mi hanno appassionato con un brivido sulla schiena Carrie e molte sue raccolte, ma il libro che volevo proporvi è un grande must, una raccolta di 4 racconti che ha avuto anche un forte impatto sul cinema (3 su 4 sono diventati dei film, 2 in particolare dei “signori” film).
Si inizia con “Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank”, e si riesce a notare subito di quanto questo scrittore sia multiforme e sappia raccontare una storia lasciando trasparire gran sentimentalismo: carcerati, evasioni e personaggi ben incastrati e una storia di fondo molto molto valida, che ha fatto la fortuna di un film chiamato ” Le ali della Libertà”.
Poi c’è The Body e qui non dico niente se non: chi non ha mai visto “Stand by me?” (io fino a poco tempo fa, ma questa è un’altra storia)…chiudono “un ragazzo sveglio” e “il metodo di respirazione” a sigillare e suggellare una raccolta davvero fantastica e da leggere indubbiamente.

Per quanto ormai lo si voglia a tutti i costi etichettare come horror writer, il tizio in questione non è solo questo, anzi, forse le prove migliori le ha date con il thriller o qualsiasi altro genere si sia imbattuto(vi dice niente “Il Miglio Verde”?). Volevo, con questo post, essere una voce nella rete che dice ai suoi detrattori: basta, smettetela, lasciatelo stare, sa il fatto suo!! Ma, appunto, sono solo una voce (flebile) nella Grande Mamma Rete!!!

Stephen King
“Stagioni Diverse”
1982

Non bisogna lasciarsi fuorviare dal breve riassunto della casa editrice riportato nelle righe soprastanti: in “Stagioni Diverse” di “brivido”, “orrore” e “storie agghiaccianti” non v’è molto, ma si sa la casa editrice deve vendere e il nome Stephen King dev’essere associato a tali definizioni.
In realtà qui ci troviamo di fronte al primo esperimento non horror del Re il quale, a mio modesto parere, ha rifilato una batosta clamorosa ai suoi detrattori: le quattro novelle (o meglio due novelle e due racconti…) sono di una bellezza deliziosa, a parte forse proprio l’unica ad avere connotati più tipicamente horror e cioè l’ultima. Ma analizziamole nel dettaglio.

Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank:
Quando lessi questo primo racconto ero giovane e inesperto, adoravo l’horror più puro e dissi: “Mah, che bisogno c’era di un remake di ‘Fuga da Alcatraz’?”. Quando alcuni anni dopo uscì il meraviglioso film “Le ali della libertà” da esso tratto, con Tim Robbins e il grande Morgan Freeman, rimasi folgorato e mi chiesi se fossi impazzito. Si tratta di una storia bellissima e andando a rileggere il racconto mi accorsi anche narrata in maniera superba.

Un ragazzo sveglio:
Qui il discorso si complica, in quanto in questa storia King ha ripreso il suo filone “claustrofobico”, anche se in maniera meno spettacolare che in “Misery” e “Shining”. Il risultato è un’ottima novella, come sempre narrata magistralmente, morbosa, triste, poco dinamica forse, ma inquietante in particolare per la follia del ragazzo che ti spiazza quando ti aspetteresti quella dell’ex gerarca nazista. Anche da questa novella è stato tratto un film, “L’allievo”, di Bryan Singer che ci aveva stupito e deliziato con “I soliti sospetti”, ma che non è stato sostenuto, questa volta, dalla brillante sceneggiatura del suo precedente film.
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3° appuntamento con Hammett: Il Falcone Maltese

•giugno 18, 2008 • Lascia un commento

Continuando con la saga di Dashiell Hammett ci avventuriamo in quello che è il terzo romanzo, ma suo vero e proprio capolavoro, a mio modestissimo parere. Il fatto che poi sia stato reso celebre e immortale dal film do John Houston, con Humphrey Bogart a fare la parte di Sam Spade, è tutto dire, perchè il romanzo sarebbe (spero) sicuramente sopravvisuto lo stesso. Per la prima volta (e anche per l’ultima, in un suo romanzo) appare la figura del detective Sam Spade. Tutt’altro che Marlowe, un investigatore stanco, depresso, demotivato, agnostico, cinico e duro come Spade, era all’epoca una novità ( e il primo fu proprio Hammett a rivoluzionare questa figura ) e nel contempo una nuova figura mitica a cui, i lettori “avanguardisti” del tempo, hanno fatto riferimento. Insomma, Hammett sta al noir e l’hard boiled come Mick Jagger sta ai Rolling Stones…Paint it Black!!!

Dashiell Hammett
“Il Falcone Maltese”
(1930)

Il terzo romanzo di Hammett, The Maltese Falcon (Il Falco Maltese) del 1930, vede come protagonista il detective privato Sam Spade.
Questo personaggio diventerà il simbolo stesso dell’autore, come Philip Marlowe per Chandler. Nota curiosa è il fatto che, al contrario di Chandler che dedicò tutti i suoi romanzi al personaggio, Sam Spade appare solo in questo romanzo e in alcuni racconti.
A contribuire alla fama di Spade è stata certamente la perfetta interpretazione, nella versione cinematografica del romanzo, ad opera di Humphrey Bogart (che fu altrettanto perfetto in altra sede nei panni di Marlowe) nel film di John Houston nel 1941.Ma il motivo principale resta indubbiamente la caratterizzazione fornitagli dall’autore: Sam Spade è ancora più cinico, freddo e calcolatore dei precedenti personaggi creati da Hammett.

La sua maggior dote è l’abilità diabolica di manipolare ogni cosa a proprio favore e la disinvoltura nel barcamenarsi in complicatissime situazioni, ricorrendo alla menzogna e al raggiro. E’ quanto di più ambiguo si potrebbe immaginare nei panni “dell’eroe positivo”. Certamente Spade è motivato da una propria morale, regolata da un proprio codice d’onore (ben diversa comunque da quanto professato e praticato dal Marlowe di Chandler).
Ma la vera filosofia di vita di Spade, la radice del suo pensiero, è la sopravvivenza ad ogni costo in un mondo la cui visione è altrettanto pessimistica quanto quella mostrata anche da alcuni grandi autori europei contemporanei di quegli anni. Mai come in questo caso la trama del romanzo diventa relativa di fronte ad un personaggio che regge da sè la narrazione, nulla togliendo ad una storia ottimamente congeniata, Sam Spade, investigatore, deve indagare sulla morte del suo socio,dopo che una bella signora ha offerto loro di seguire un tale che dice la donna, è scappato con sua sorella. Nel corso delle indagini si imbatte in un gruppo di loschi figuri legati alla donna ,alla ricerca di una statuetta raffigurante un falco che si dice sia tutta doro. C’è l’avventuriero maldestro, il ciccione straricco, la dark lady che racconta malissimo le bugie.
Fonte

“Questo romanzo non è solo un giallo (misto a nero) di brillantissima fattura. E’ anche uno dei capostipiti di un genere nuovo. Scrittori come Hammett (poi verrà anche Raymond Chandler) relegarono tra le anticaglie il classico giallo inglese, fatto di blandi sospetti e di geniali deduzioni. Come disse una volta il famoso capitano Joseph Shaw, inventore della rivista Black Mask: ‘Io e i miei collaboratori decidemmo di dare vita a un nuovo genere di racconti polizieschi, diversi da quelli già in uso al tempo dei Caldei’. Hammett e gli altri fecero sparire per sempre le vecchine che spiano il giardiniere colpevole, nascoste dietro tendine di pizzo o sorbendo una tazza di tè. Scomparvero le chiacchiere, sottoprodotto del romanzo inglese di conversazione, nelle quali si fa baluginare il nome dell’assassino. ‘Hammett’, dichiarò Raymond Chandler, restituì il delitto alla gente che lo commette per ragioni vere e solide e non semplicemente per dare un cadavere in pasto ai lettori’. Quelle ragioni ‘vere e solide’ sarebbero diventate nella nuova scuola del giallo detta hard-boiled (dei duri), una delle vene più copiose del realismo, pezzi d’America offerti alla voracità del pubblico. ”
Fonte

Effetto Collateral

•giugno 18, 2008 • 4 commenti

Che Michael Mann fosse sinonimo di sicurezza, lo si sapeva già, ma quando uscì questo film, qualche anno fa, con un Tom Cruise volutamente “depatinizzato” (De Mauro appunta), l’imberbe Jamie Foxx e per sfondo una Los Angeles nuda e cruda, fuori dal clima orgiastico hollywoodiano, ho personalmente goduto!!!
Davvero una bella prova quella di Tom Cruise, sicario professionista e altrettanto quella di Jamie Foxx, tassista utopico, peggio di Travis Bickle (eheh), che dopo questo film ha iniziato la sua ascesa nell’olimpo (questa volta sì) hollywoodiano, i due tengono alto il ritmo di un film, che comunque ha una storia che la tiene alta già di suo. Il merito di Mann è di offrirci una Black Los Angeles, come non se ne vedevano da un pezzo e fa riflettere in molte parti del lungometraggio, regalandoci un buon noir in versione moderna. Assolutamente da vedere, sconsigliato a chi non apprezza questo sito

Collateral
di Michael Mann
con: Tom Cruise, Jamie Foxx, Mark Ruffalo
(2004)

La pellicola di Michael Mann- già autore di neo noir come Strade violente (1981), Manhunter (1986) e Heat- la sfida (1995)- ci regala un ottimo esempio di noir contemporaneo.
Protagonista assoluta di questa pellicola è la Los Angeles notturna contemporanea che fa da sfondo, accoglie e al tempo stesso risucchia i protagonisti: Max, un mite tassista, interpretato da Jamie Foxx che sogna di migliorare la propria condizione aprendo una ditta di auto di lusso e Vincent (Tom Cruise), sicario dalla mente lucida e razionale, incaricato di uccidere in poche ore sei testimoni di un’ inchiesta nel traffico di narcotici. Il tempo filmico è quello di un intera notte, nella quale gli eventi si susseguono ad un ritmo serrato e di pari passo si delineano le personalità dei due protagonisti, i quali arriveranno poi ad una resa dei conti finale.
Questa notevole pellicola è un ottimo esempio di noir metropolitano intriso di ansie e paure dell’ America contemporanea, il tutto rappresentato anche dal punto di vista formale senza patine o filtri propri di molti film hollywoodiani laccati affini a questo, sia dal punto di vista tematico che formale. Ciò grazie all’utilizzo di una macchina da presa digitale e del solo uso di luci presenti nel panorama urbano, ossia senza l’ausilio di luci ed attrezzature, tranne che in alcune scene, di consueto usate nell’industria cinematografica. L’immagine che ci viene offerta è quindi anche dal punto di vista visivo, quella non certo da cartolina, nonostante ciò non meno cristallina e brillante come ci viene mostrato soprattutto nelle bellissime riprese dall’ alto della città.
Fabrizio Catalani

 
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