Essere palestinesi, essere israeliani, essere ebrei

Essere palestinesi, essere israeliani, essere ebrei.

È da un po’ che mi frulla per la testa questa domanda, cosa significhi, cosa comporti, cosa si provi, a che si sia sottoposti.

Io penso che i palestinesi, con tutti i distinguo del caso (preciso subito che sono una convintissima sostenitrice dello stato di Israele), siano tra i popoli più sfortunati della terra.

I propal si riempiono tanto la bocca dei “poveri bambini palestinesi”, e io veramente desidero che quei poveri bambini possano avere una vita diversa, ma ritengo che la loro vita attuale sia così dura per motivi ben diversi da quelli che si vuole far credere.

Se è vero che…

Ecco, se è vero che. Mi sento in dovere di fare una premessa: in questa lunga drammatica storia che si perde nella notte dei tempi, probabilmente la più grande dispersa è la verità. Ho un’amica, una carissima amica, che invece si schiera tendenzialmente con l’altro fronte, ma che riconosce che ci sono mille verità, ognuno ha la sua, e di fronte a qualsiasi argomentazione c’è sempre un prima, giustificato però da un prima del prima, che a sua volta trova spiegazione in un altro fatto, un’altra azione, avvenuta prima ancora del prima del prima del prima.

Per quanto riguarda la guerra a Gaza, se avessimo dei fatti oggettivi universalmente riconosciuti, potremmo basare su questi le nostre considerazioni, ma questi fatti universalmente riconosciuti, per lo più, e principalmente riguardo al numero delle vittime, non ci sono.

Si parla di 70.000, 80.000 morti, di cui circa un quarto bambini, ma qualcuno sostiene che potrebbero essere più del doppio. Sull’altro fronte non solo si sostiene che siano cifre inventate sparate da Hamas, ma che sono entrati a Gaza organismi internazionali e queste salme non sono state trovate da nessuna parte, né all’aperto, né sotto le macerie, né in fosse comuni.

Ora capirete che, se dobbiamo giudicare in base al numero delle vittime, ogni giudizio è basato su una premessa non dimostrata.

Ma mi sono fatta prendere la mano, il discorso che volevo fare è un altro, e mettetelo tutto sotto la cappella “se è vero che”.

Se è vero che i bambini palestinesi vengono indottrinati all’odio, non stiamo parlando forse di infanzie rubate? Se è vero che vengono indottrinati a desiderare il martirio, non sono vite rubate? Se gli viene inculcata l’immagine di un nemico crudele, da sopprimere, e di un dio che vuole che lo sopprimano a costo della propria vita, che scempio si sta facendo di questi bambini? Se studiano su libri ad hoc una storia e una geografia alterate, non si sta manipolando la loro mente e le loro scelte? Se tua madre vuole che tu ti faccia esplodere, sia per fanatismo religioso sia per una più abietta questione economica, visti gli emolumenti elargiti alle famiglie dei martiri, e pure il governo del tuo paese mira al tuo sacrificio, che vita ti si prospetta? E non dovrebbe muoversi il mondo intero per venirti a salvare?

Non pensiate che le immagini di guerra trasmesse dalla tv non mi spezzino il cuore, non pensiate che vedere quella povera gente che vaga a destra e a manca trasportando le proprie povere cose non mi faccia chiedere il perché di tanto dolore.

Ma gli israeliani, gli israeliani, che cosa possono fare? Di chi è quella terra, chi c’era prima, prima del prima e prima del prima del prima? E dopo, e dopo il dopo, a chi spetta? Così non se ne esce.

Ci siamo messi nei panni dei bambini palestinesi, mettiamoci nei panni degli israeliani. Uno nasce in Israele e metabolizza subito di essere circondato – e spesso avere in casa – gente che lo vuole uccidere. Tu nasci là, non hai scelto di farlo, ma qualcuno ha deciso che sei un abusivo e te ne devi andare. Dall’altra parte ti dicono che quella è la tua terra – non ne hai un’altra – e la devi difendere.

Non sei sicuro in nessun luogo, “loro”, quelli che sono stati convinti che tu lì non ci debba stare e che sia giusto ucciderti, possono far esplodere l’autobus che ti porta a scuola, o accoltellarti nel sonno passando attraverso i cosiddetti tunnel della morte, o mentre sei raccolto in preghiera, o in discoteca, o alla fermata di un mezzo pubblico, ovunque. Le sirene d’allarme in Israele suonano quasi senza sosta, razzi e missili sparati da Gaza arrivano in continuazione, la vita lì è fatta di corse nei rifugi, nelle camere di sicurezza che, come ci insegna il 7 ottobre, non sempre bastano.

E poi ci sono gli ebrei di tutto il mondo, che possono provare senso di appartenenza oppure no, possono sentirsi legati spiritualmente allo stato d’Israele oppure no, possono condividere le scelte del governo israeliano oppure no, o ancora fregargliene più o meno come quelle del Ghana o della Nuova Zelanda, ovvero zero.

Gente che vive da mille, duemila anni altrove, completamente integrata nella propria patria (Europa, America o Australia che sia), che però un giorno qualcuno decide di ammazzare perché sì, perché i Gazawi soffrono tanto, e allora si va in giro per il mondo a sterminare qualsiasi cosa abbia un vago sentore di ebraico e, quello che è peggio, con parte del mondo che giustifica questa azioni scellerate “perché a Gaza”.

Lo chiamano “antisionismo”, ma considerare gli ebrei di tutto il mondo una massa unica,  tutti complessivamente colpevoli di qualsiasi cosa ognuno di loro faccia, non è “antisionismo”, è il banale sempiterno antisemitismo.

Qui, se non interviene qualcuno – o qualcosa – non se ne esce.

Io credo che non ci sia altra scelta che fare un punto e a capo, perché se si vanno a cercare le ragioni e i torti (*), questa storia – drammatica – continuerà a essere infinita.

E comunque, più leggo gli interventi sui social, più penso “Dio ci salvi dalla stupidità umana, soprattutto da quella stupidità che si trasforma in crudeltà, che giustifica la crudeltà, e che vuole mascherare tale insensata crudeltà da sentimento umanitario e senso di giustizia”.

 

(*) delle popolazioni del medioriente intendo, perché voglio ben sperare che la maggior parte dell’umanità sia d’accordo sul fatto che gli ebrei della diaspora, sparsi nel resto del mondo, che abbiano perso o conservato la propria identità religiosa, con la politica del medioriente non ci azzecchino proprio.

 

Lo sdoganamento della violenza

Il telegiornale oramai è un bollettino di guerra e quasi non passa giorno senza la notizia dell’ennesimo femminicidio. Dell’ultimo, quello di Martina Carbonaro, mi ha colpito non solo la violenza di un ragazzo peraltro così giovane, perché questa è presente ovviamente in tutti gli altri femminicidi, ma la freddezza, la crudeltà della sepoltura della ragazza a quanto pare ancora viva, fino alla partecipazione alla ricerca della ragazza con l’espressione affranta di circostanza.

Viviamo in un mondo violento. Cioè, la violenza è sempre esistita, ma quello che mi sgomenta è la sua diffusione, pare non conoscere confini né anagrafici, né sociali, né culturali, sembra che qualcosa l’abbia sdoganata e, francamente, non capisco cosa.

Abbiamo sentito come Filippo Turetta abbia inferocito sul corpo della povera Giulia Cecchettin – anche se poi non gli è stata accollata l’aggravante della crudeltà.

A parte l’assurdità del “chiedere scusa” da parte degli assassini, come se potesse avere un senso, a parte l’inaccettabile richiesta di perdono ai familiari della vittima, mi pare proprio che, in un’epoca in cui si alza il livello di coscienza nei confronti degli animali (v. il diffondersi del veganismo e il tramonto delle pellicce), la soppressione di una vita umana sia sdoganata.

Un’anziana signora vede in internet il demonio colpevole del degrado morale, io non sono d’accordo, ma in questo mondo del tutto possibile e del tutto reversibile, non si sarà persa un po’ la consapevolezza della portata delle nostre azioni?

Io pensavo ieri alle immagini prodotte dall’IA, in un mondo in cui già i giovani tendono a pensare che i pomodori crescono nei barattoli, non si perderà ancora di più il senso della realtà, del possibile, dell’impossibile e dell’irreversibile?

Io, contraria all’aborto, ho sempre contestato la frase “non voglio un figlio” pronunciata da persone incinte: tu la decisione di non avere un figlio sei padronissima di prenderla prima di crearlo questo figlio, ma quando oramai c’è la decisione che prendi non è di non averlo, ma di sopprimerlo, eppure è legale, eppure vengono contestati gli obiettori di coscienza, più che i padri che fuggono lasciando la donna da sola ad affrontare una gravidanza indesiderata.

Io vedo proprio una confusione di valori insostenibile. In questo periodo, con la guerra in medio oriente che ha risvegliato un antisemitismo mai debellato nell’animo dei più, leggo post raccapriccianti che inneggiano a “baffetto”, si rammaricano che non abbia terminato il lavoro e auspicano il ritorno dei treni piombati, ma la cosa assurda è che questi “desideri” vengano espressi in nome della compassione umana!

Altro che mondo al contrario, qui la follia è dilagante e il buon senso disperso: anche l’idea sbagliatissima di lottare contro la discriminazione attraverso la censura dei termini, quando poi si sdogana nei fatti, a parte il fatto che poi la censura delle parole viene portata avanti in maniera pressoché idiota: mi raccontano di un tizio, tale Professor Negri, cui veniva in continuazione censurato il suo nome, come viene censurata la bevanda Negroni, mentre “baffetto” viene lasciato là perché “baffetto” è un termine neutro e innocente. Su un post di pulizie di casa una lamentava che la suocera le aveva fatto venire in sua assenza una domestica che aveva messo le mani ovunque, e io avevo commentato “potrei uccidere per questo”, che significava chiaramente “mi arrabbierei moltissimo” e non che avrei effettivamente soppresso qualcuno!

Ovviamente, agli automatismi manca la contestualizzazione (ma a volte anche agli umani…) e davvero, il buon senso, questo sconosciuto! Mi torna in mente quando anni fa una mia amica mi portò un vassoio di un tipo di dolci che desideravo tanto ma che da me non si trovano, e io vedendo tutto quel ben di dio esclamai “Voglio morire!” e lei mi rispose “Stasera ci riuscirai!”. Ovviamente, nessuno pensava al suicidio, ma solo a una grande libidinosa abbuffata!

Tornando a bomba, tutta questa censura, questa assurda follia del politically correct, tutta questa guerra alle innocenti parole anziché ai pensieri e alle mentalità malati, sicuramente non hanno messo un freno né alla discriminazione né alla violenza.

Io credo che ci voglia un forte richiamo alla realtà, un richiamo all’umanità attraverso l’insegnamento del rispetto, all’acquisizione della consapevolezza, e bisogna pure che impariamo tutti a convivere con l’insuccesso, il rifiuto, il fallimento, perché fanno parte della vita, e della vita di tutti. L’amore non si estorce, né quello fisico né il sentimento, le proprietà non si estorcono, le vite non si estorcono.

La vita è bella, anche se il fatto che questi assassini la passeranno in galera non mi turba affatto però… però vorrei tanto avessero capito prima che, oltre alla vita della vittima, hanno soppresso anche la propria, vittime a loro volta di un mondo malato che in qualche modo gli ha fatto credere che tutto gli fosse permesso e tutto gli fosse dovuto.

 

Genitori

La storia di Saman Abbas credo ci abbia colpiti un po’ tutti, perché oltretutto è avvenuta in casa nostra, in Italia (e diciamo per colpa nostra che importiamo e consentiamo culture medievali).

In breve la ragazza è stata uccisa dai familiari perché ha disobbedito alla famiglia rifiutando di sposare un cugino pakistano per lei scelto dai genitori. O forse perché ne frequentava un altro. O perché, insomma, voleva vivere una vita “occidentale”, e quindi “disonorevole”, e naturalmente per certe “culture” è più onorevole ammazzare un figlio piuttosto che fargli frequentare chi vuole e vivere le propria vita secondo le proprie inclinazioni e aspirazioni, ovviamente senza far male a nessuno.

Ok, da noi magari non si arriva a quei livelli, ma quanti figli sono stati rovinati dai genitori “per il loro bene”? Ragazze incinte costrette ad abortire, o cacciate di casa e finite male, figli costretti, per le ambizioni dei genitori, a corsi di studio che non erano nelle loro corde, o ad abbandonare la scuola (questo generalmente nel caso di figlie femmine) nonostante la loro attitudine agli studi e il loro desiderio di andare avanti.

Figli gay costretti a cure psichiatriche, o comunque a vivere di nascosto, etc. etc. etc., la lista si fa lunga.

Mia madre è stata la mia peggior nemica, sia per sua mentalità, sia per svolgere zelantemente il ruolo di braccio destro di mio padre, per il quale i figli dovevano scegliere la strada decisa da lui, per studi, lavoro, sentimenti, scelte politiche, etc. etc. etc.

Si sono scontrati con me, che sono il tipo “Mi spezzo ma non mi piego”, e abbiamo perso entrambi: mio padre mi definiva l’unica guerra che aveva perso, e quello che ho perso io è stata la voglia di vivere.

Quando parlo con mia figlia, che ho cresciuto come persona libera e non mi pare di avere avuto risultati negativi, è una persona in gamba e immensamente etica, per libera scelta e senza alcuna costrizione. Lei è diversissima da me, ma essere diversi dai genitori non significa essere sbagliati, anzi, spesso è proprio il contrario.

I tempi sono cambiati (a parte le sottoculture importate), ma non necessariamente migliorati. Dai figli controllati a vista siamo passati ai figli abbandonati a se stessi perché i genitori “devono vivere”, troppo occupati a farsi gli affari propri, genitori che per mettere la coscienza a posto allargano i cordoni della borsa e giustificano l’ingiustificabile, perché il loro pargolo ha sempre ragione, pure se picchia un compagno e sputa in faccia all’insegnante.

Siamo in attesa che si diffonda la cultura del figlio seguito, curato e rispettato.

Il mio blog è maggiorenne!

E grazie a te blog per avermi dato tanto, anche se ultimamente ti ho trascurato, ma sai com’è, panta rei!

Mia figlia è molto dispiaciuta che io non sia praticamente più qui, anche se in passato, da adolescente, ne fu terribilmente gelosa.

Una mia amica mi diceva “Ci credo che non cerchi nessuno, il blog è il tuo amante!”, e si scherzava sul fatto che qualunque cosa scrivessi ricevesse una miriade di commenti.

Sapete che mi ricorda lo stato attuale di questo blog? La fabbrica del film “Full Monty”, un tempo scintillante e fervente di attività, poi abbandonata: di nuovo, panta rei.

Ho scritto di tutto, e ogni tanto penso che questa è l’eredità che lascerò a mia figlia, ogniqualvolta penserà “Chissà che direbbe mamma” potrà trovare qui la sua risposta.

Ho stretto tante amicizie, molti ne ho conosciuti di persona, altri non è stato possibile, ma non per questo mi sono meno cari.

Abbiamo avuto iniziative divertenti, riso, scherzato e anche pianto, anche se i pianti, ahimé, quelli li ho vissuti soprattutto da sola. Questo blog ebbe una battuta d’arresto in seguito al voltafaccia di una persona che tanto aveva dato a questo blog, e quella fu una ferita che non si è mai risanata completamente, anche se ci eravamo totalmente riappacificati prima che lui, all’improvviso, ci lasciasse, aprendoci comunque un nuovo mondo, quello di una famiglia che non sapevo avesse.

Un’altra battuta di arresto l’ha avuta dopo un altro voltafaccia, anche questo estremamente doloroso e da parte di una persona che tanto aveva dato non tanto al blog, quanto a me personalmente. Una figura fraterna, presente, protettiva, che si è allontanata senza ritorno per il motivo più antico del mondo (Cherchez la femme!).

Non sono state solo queste due persone che hanno preso altre strade, la vita è una ruota, gira, va avanti, anche seguire questo tipo di social, peraltro passato di moda, è per molti un fatto momentaneo, ma a volte ci rendiamo conto che le persone non vogliono bene tutte nello stesso modo, perché quello che per tanti è stato un periodo, per me sono stati affetti che sono rimasti nel cuore, ma della cui fine non posso far altro che prendere atto, perché siamo adulti e sappiamo com’è la vita.

Che dirvi, sarà per questi motivi, sarà per altri, la voglia di condividere mi è venuta un po’ meno, però non mi dispiacerebbe tornasse, perché io qui ero a casa.

Intanto diciamo che se l’infanzia felice di questo blog è passata, è passata anche la turbolenza dell’adolescenza, e volendo paragonare la sua vita a quella di noi umani, diciamo che ora inizia l’età adulta, che si spera porti una maggiore stabilità: d’altra parte è pur sempre vero che la vita comincia ogni mattina e se non è vero che, come dicono in molti, riesce sempre a sorprenderci, diciamo però che talvolta lo fa.

Noi confidiamo che lo faccia nel bene e confidiamo anche nel fatto che… a volte ritornano ❤

Tanti auguri Diemme!

 

Di Palestina

Ci ho messo un po’ prima di rispondere a questo articolo dell’amico Aquilanonvedente.

Ci ho messo un po’ perché la situazione è molto ingarbugliata ed essere fraintesi è facile.

Ci ho messo un po’ perché chiaramente ognuno è convinto di essere dalla parte giusta ma, io personalmente, quando leggo i commenti sconvolgenti della controparte (che inneggiano a “baffetto” e alla “soluzione finale”) ne sono ancora più convinta.

Intanto, riporto qui il commento da me postato sul blog di Aquila:

Caro Aquila, ci ho pensato un po’ prima di rispondere a questo tuo post perché sia pure, forse, sul fronte opposto, la penso come te: non ho mai visto nessuno cambiare opinione in base alle argomentazioni portate, quindi qualsiasi confronto ha tutta l’aria di essere inutile. Devo dire però che ho visto invece molti cambiare opinione dopo essersi posto il problema e essersi informati autonomamente o dopo essersi fatti un bel bagno di verità “in loco”.

Quello che posso dirti è che la situazione va avanti da troppo tempo, ed è talmente complessa e ingarbugliata che trovare il bandolo della matassa è veramente difficile, ammesso e non concesso che ce ne sia uno solo e non ci troviamo davanti a tanti fili spezzettati e ammassati insieme.

Non so se consideri anche me fanatica, penso di sì, ma ti assicuro che non lo sono. Spesso vado sui siti della controparte per cercare di capire, perché ci tengo ad essere oggettiva, ma finora nulla mi ha portato a cambiare idea.

Una cosa però vorrei dirti: noi europei valutiamo a volte con le nostre chiavi di lettura, che sono diverse dalle loro, come sono diversi principi e valori. Quello che è uguale ovviamente è la natura umana e, per dirla con Umberto Saba, “il dolore è eterno, ha una voce e non varia”.

Non si può rimanere indifferenti al dolore di due popoli, ma sai anche come la penso, solo una delle due parti può mettere fine al conflitto senza soccombere.

Sono sionista, credo che oramai anche i sassi lo sappiano. Sono visceralmente dalla parte di Israele, e per visceralmente non intendo “fanaticamente” o “acriticamente”, bensì, “convintamente”, molto profondamente “convintamente”.

Spesso quelli che commentano dall’altra parte, quando esseri umani in buonafede, hanno una visione quantomeno ingannevole della storia.

Ho riportato nella prima immagine una foto tratta da una vecchissima edizione della Rizzoli Larousse, pubblicata quando lo stato di Israele ancora non esisteva.

A me due cose sono chiare: che fino a un certo punto della Storia, quelli che venivano chiamati Palestinesi erano gli ebrei. Poi a un certo punto c’è stato il furto di questo nome, e ora gli arabi possono facilmente dimostrare che tutto era palestinese. Sì, certo, palestinese, cioè ebraico (v. immagine Rizzoli Larousse).

Non mi dilungherò su questo punto che, nel dramma della guerra a Gaza, veramente è una cinica questione di lana caprina, ma vorrei che quella parte di mondo in buona fede, quella che sostiene la Palestina ritenendo davvero che sia davvero solo un popolo che lotta per la propria libertà e per la propria dignità umana, libera dal tallone di uno stato prepotente, vedessero un po’ le cose anche dall’altro versante.

La lotta di Hamas non è per la liberazione della Palestina – anche perché l’unica cosa da cui la Palestina dovrebbe essere liberata è proprio Hamas – ma per la distruzione di Israele: ditemi voi, con il pogrom del 7 ottobre, quale vantaggio hanno ottenuto per Gaza, che ora è distrutta e in drammatica emergenza umanitaria? Hanno ottenuto quello che volevano, la liberazione dei loro amichetti detenuti nelle prigioni israeliane, e nulla gli importa delle condizioni in cui versa il popolo di Gaza, cui sottraggono pure gli aiuti umanitari. Ma non li avete visti durante le manifestazioni farsa per la liberazione degli ostaggi? Ben vestiti, ben pasciuti, ben autominuti, mentre il loro popolo muore spostandosi a destra e a manca praticamente a piedi, con le loro povere cose e le loro poche forze.

Si parla di genocidio quando loro dichiarano apertamente che nessun ebreo sarà mai al sicuro in nessun angolo del mondo, è non è un genocidio quello che vogliono perpetrare?