venerdì 2 luglio 2021

Recensione di Pina Bertoli e "L'estate del Sessantanove" di Andrea Rényi

 

Andrea Rényi, L’estate del Sessantanove. Cronache ungheresi

L’estate del Sessantanove. Cronache ungheresi, di Andrea Rényi, Infinito Edizioni 2021, Introduzione a cura di Patrizia Rinaldi, pagg. 112

Sarà in libreria nei prossimi giorni il memoir della scrittrice e – ben nota – traduttrice Andrea Rényi. Il libro appartiene ad un genere che io amo molto: le cronache familiari di persone comuni che vivono in presa diretta gli avvenimenti che hanno fatto la storia del loro paese. A volte inconsapevoli protagonisti di eventi che cambiano le sorti del mondo, altre provando a farne parte attivamente puntando sulla coerenza, e molto spesso stravolgendo la propria vita, perdendo gli affetti più cari e ritrovandosi poi a ricordare ciò che è accaduto come un ineluttabile disegno in cui si è stati costretti ad avere un ruolo.

Ciò che rende questo libro speciale è la capacità di raccontare in modo sobrio ma coinvolgente le vite di persone reali, con le loro speranze, gli affanni, le gioie, e, allo stesso tempo, di comporre il clima di un’epocasenza retorica né volendo prendere posizione. Semmai, ponendo l’accento sulle pratiche di mutuo soccorso e di solidarietà per resistere ai tempi più bui, sottoposti ad un regime che fondava la sua forza sull’oppressione e sulla delazione, ritenuta una pratica lodevole.

La disillusione nella realizzazione del comunismo, maturata da Kázmér e Angéla già alla fine degli anni Quaranta, si tramutò in spavento. Avevano saputo dei processi farsa, dei soprusi; avevano sperimentato il fanatismo in varie forme, come la denuncia per le unghie smaltate di rosso di Angéla fatta dalla professoressa Hajdú Gimes. Ma quella volta la repressione aveva colpito persone conosciute e lo aveva fatto con una ferocia ingiustificabile. Poiché fra le sue mansioni anche Kázmér aveva a che fare con la mensa, si insinuo pure il pensiero che uno dei due medici sarebbe potuto essere lui. (pag 42-43)

La narrazione si focalizza sull’arco temporale che copre gli anni dal dopoguerra alla fine degli anni Sessanta, con accenni agli anni precedenti nel ricostruire le storie familiari, partendo dall’amicizia di due bambine e andando a ritroso a raccontare le storie delle loro famiglie e delle persone con cui hanno avuto rapporti. Ecco allora che seguiamo le vite di Kázmér e Angéla, la loro gioventù, gli studi e poi le professioni, medico lui, disegnatrice di ceramiche lei; il loro matrimonio, la nascita della figlia e le mille traversie per superare gli anni difficili, dal dopoguerra, passando per il regime comunista, l’insurrezione del 1956 di studenti e operai a Budapest, il ritorno di una dittatura ancora più spietata e oppressiva, con l’inevitabile quesito emigrare o rimanere, il perdurare dell’antisemitismo, la scarsezza di beni anche di prima necessità, il doversi adattare a condizioni di vita disagiate, fino ad un timido ritorno alla normalità.

Nonostante le difficoltà, quello che emerge è la grande dignità dei protagonisti, la loro fede nel bene della cultura e nei legami familiari come nelle amicizie.

La narrazione segue un ordine cronologico che viene scandito, ad ogni inizio capitolo, da una fitta rete di citazioni prese delle maggiori scrittrici e dei maggiori scrittori e intellettuali di un paese dalla forte impronta letteraria e artistica – pensiamo alla musica – in generale. Una raccolta di citazioni che già da sola riesce ad impreziosire il libro come se fossero delle gemme incastonate in un’opera di fine costruzione. Immergendosi in questi spunti, il lettore può costruirsi una mappa culturale per approfondire la conoscenza delle personalità di spicco della letteratura ungherese. Nel libro si fa anche riferimento a tanti intellettuali, come ad esempio la militare e poetessa Hanna Szenes:

ebrea nata a Budapest ed emigrata ventenne in Palestina, oggi è considerata eroina nazionale in Israele. Insieme ad altri, nel 1944 si fece paracadutare dall’esercito britannico in Jugoslavia per allacciare i rapporti con la resistenza di Tito e per offrire aiuto agli ebrei ungheresi destinati alla Shoah. Fu catturata dalla Gestapo il 7 giugno e portata alla prigione di Margit körút; poi, alla formazione del governo nazista ungherese di Ferenc Szálasi passò sotto la giurisdizione ungherese che la condannò a morte. Hanna Szenes non presentò domanda di grazia e rifiutò di essere bendata al momento della fucilazione, il 7 novembre 1944. La sua poesia “Camminata a Cesarea” è stata messa in musica e con il titolo di “Eli Eli” fa parte della colonna sonora di Schindler’s List, il celebre film di Steven Spielberg. (pag.63)

Oppure quando Kázmér scambia il suo appartamento in coabitazione con uno di tre stanze solo per loro, con un giornalista, allora anonimo, ma destinato a divenire famoso:

Quel giornalista, pubblicista e librettista pieno di curiosità, di una stravagante voglia di vivere e dal sorriso aspro era Imre Kertész, il futuro e per ora unico premio Nobel ungherese per la Letteratura.

Dall’unione di Kázmér e Angéla nasce Güzü, una  bambina della generazione Ratkó, cioè quella figlia delle leggi per incentivare la crescita demografica – a est come a ovest – dopo le gravi perdite dei conflitti mondiali. Il nome viene da Anna Ratkó, operaia tessile e attivista sindacale comunista, prima donna della storia ungherese a divenire ministro, nella fattispecie della Sanità.

Dopo circa un anno dalla nascita della bimba, a Kázmér viene offerto il posto di primario internista a Budapest, quindi nel 1953 lasciano Pécs e si trasferiscono nella capitale. Trovano casa in una bella villa degli anni Quaranta, sulla Collina delle Rose, in un appartamento in coabitazione con un’altra coppia con due bambine. Tutti hanno un passato alle spalle, più o meno doloroso – alcuni sono ebrei scampati alla shoa ma che hanno perso i loro affetti più cari – però si preferisce non parlare del passato; il fatto di avere sperimentato gli orrori della guerra è un destino comune che crea uno spirito di solidarietà e la voglia di lasciarsi tutto alle spalle, provando a ripartire accettando quello la vita può ancora offrire.

Nel dopoguerra erano frequenti le famiglie rappezzate, nate sulle rovine del conflitto e dei duri anni successivi, e di solito funzionavano persino meglio delle classiche famiglie alle prime nozze, con uno o più figli arrivati insieme. (pag 48)

Seguendo il racconto ci si immerge anche nella città e, via via, si apprendono i fatti che avvennero in quegli anni, come ad esempio il destino di circa tremila esponenti della sinistra socialista e comunista che avevano trovato la morte fra il 1919 e il 1945 all’interno delle mura della prigione di Mártirok útja (Viale dei Martiri), oggi Margit körút (oggi Corso Margherita), la via in cui Kázmér e Angéla andranno ad abitare.

Ripercorrendo la storia di Angela veniamo a conoscenza anche del legame di amicizia con Gabi, un legame lungo una vita. Gabi e Angela si conobbero alla scuola superiore. Gabi si laurea in Architettura; all’inizio degli anni ‘60 si dedica alla ceramica. Nel 1962 vince una borsa di studio a Faenza. Angela intanto, dopo avere lavorato come ceramista da casa, entra nella catena di gallerie d’arte che vendevano anche gli oggetti decorati dall’amica. Gabi era la tipica donna emancipata, nubile per scelta, riesce a comprarsi l’auto, un Maggiolino. Gabi amava Güzü, a cui faceva sempre regali e dava libri da leggere.

L’apice dell’amicizia fra le due donne fu raggiunto con il loro viaggio in Italia. Una domenica di metà settembre del 1972, dopo aver affidato Muki e Belli (i cani) e le rispettive case a Güzü, ventenne, le due ungheresi di mezz’età, una zitella, perché all’epoca il termine single non era ancora in uso, e una vedova, che insieme non masticavano una parola d’italiano, si sistemarono nell’abitacolo della Volkswagen Maggiolino di Gabi. (pag.85)

Insomma, come avrete capito, una lunga storia di amicizie e resilienzadi ostinata fiducia nella vita e nella capacità del genere umano di sopravvivere anche alle tragedie più grandi, mantenendo intatta la dignità; una storia che si addentra nel racconto particolare che è però espressione di una generazione intera, sopravvissuta alle mille intemperie di anni densi di accadimenti epocali. Amicizia come bene che passa di generazione in generazione, insieme alla fiducia nella capacità di emancipazione operata dalla cultura, fino ad arrivare a Güzü, che stringe un rapporto duraturo con  “Anna, la bambina con i boccoli neri e il sorriso aperto che Güzü prese a chiamare Berci“. Un’altra amicizia al femminile, che nasce sui banchi di scuola, si cementa nei campi di lavoro estivo che gli studenti delle superiori e universitari erano tenuti a svolgere, per passare attraverso la voglia di cambiamento ispirata dai moti studenteschi del Sessantotto, ad ovest come ad est.

Güzü aveva sedici anni, nel 1968, e credeva ancora nei valori del socialismo che nell’Ungheria di János Kádár la scuola impartiva loro. Non era più la fanatica di un tempo, la quattordicenne che due anni prima aveva risposto con un no sdegnoso all’invito di suo padre di accompagnarlo in Francia.

Il viaggio in Polonia e i fatti della Cecoslovacchia cominciano ad istillare dei dubbi anche nella granitica Güzü. Una ragazza che si apre alla vita, forte dell’eredità morale ricevuta dai genitori e fiduciosa nelle proprie capacità per ottenere ciò che desidera.

Andrea Rényi è cresciuta a Budapest in una famiglia multilingue e si è laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Per molti anni ha insegnato lingue e ha fatto l’interprete, per molti altri ha lavorato come traduttrice e corrispondente in lingue prima in un’impresa, poi in un’agenzia letteraria. Negli ultimi dodici anni ha tradotto venticinque titoli ungheresi di narrativa e saggistica per l’editoria italiana, in collaborazione con le case editrici Anfora, Atmosphere Libri, BCD, Bompiani, Dedalo, Einaudi, Elliot, Fazi, Giuntina, Il Melangolo, Keller, nottetempo, Rizzoli, Salani, Voland e Zandonai.


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giovedì 1 luglio 2021

Sabrina Martinelli su "L'estate del Sessantanove" di Andrea Rényi

 Scrive Sabrina Martinelli sotto lo pseudonimo di Sabri Bibi su Facebook:

L'estate del sessantanove di Andrea Rényi, edizioni Infinito.
È appena uscito per le edizioni Infinito L'estate del sessantanove ed è stata per me una piacevolissima scoperta.
Come recita il sottotitolo, cronache ungheresi, è un affresco della storia ungherese, quella del '900, osservata dal punto di vista delle esistenze quotidiane dei singoli che spesso subiscono la Storia pur partecipando al suo divenire. Il racconto si apre in una giornata del '69 per seguire, tornando indietro nel tempo, la storia della famiglia di Guzü e dei loro conoscenti, per poi procedere attraverso la rivoluzione del '56 fino alle soglie del nuovo millennio.
Il filo conduttore, la storia della giovane Guzü, non è però che un'occasione, la narrazione si dirama in realtà in tante direzioni e si sofferma ora qui ora là, regalando al lettore un romanzo corale, composto da tanti attimi fermati nel tempo e da tante storie che nel loro insieme si intersecano ed evocano le atmosfere di giorni lontani, restituendole al lettore intatte e suggestive.
L'autrice ha il raro dono di saper narrare la Storia con pochi tocchi, senza calcare la penna, suggerendo immagini, fissando in poche frasi un'epoca e, soprattutto, con il talento che sa dar conto delle ricadute dei grandi eventi nella vita degli individui, ma anche con la sensibilità necessaria a trasmettere lo stato d'animo dei singoli. La sua è una scrittura delicata e poetica che, sul filo della memoria, non si esaurisce nel semplice ricordo né nella sola cronaca, ma si presenta composita e ricca, come una melodia capace di indurre nell'ascoltatore una pluralità di sensazioni.
È un libro colto che testimonia la ricchezza della cultura ungherese e che sa incuriosire con i suoi spaccati di vita, oltre a toccare grandi temi, come l'antisemitismo e la disillusione nei confronti, non del comunismo e dei suoi valori, ma della sua realizzazione che ne ha tradito le potenzialità.
Per la ricchezza dei rimandi, per il tessuto sul filo della memoria e per quella sapienza nel coniugare le storie con la Storia nella consapevolezza del continuo scambio tra macro e microcosmo, L'estate del sessantanove mi ha riportato alla mente l'indimenticabile Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, un'associazione di emozioni.
Andrea Rényi ha scritto un libro prezioso, pervaso da una profonda dignità, che va a coprire un vuoto, quello della storia ungherese, così poco rappresentata nel panorama letterario italiano.
Ve lo consiglio.
Potrebbe essere un'illustrazione raffigurante una o più persone e il seguente testo "Andrea Rényi L'ESTATE DEL SESSANTANOVE Cronache ungheresi Prefazione di Patrizia Rinaldi infinito edizioni"

lunedì 12 aprile 2021

IL SILENZIO DI UN POLIGLOTTA

 

IL SILENZIO DI UN POLIGLOTTA

A proposito di “Tutti i giorni” di Terézia Mora

di  12 aprile 2021

Copertina di Tutti i giorni di Térezia Mora

Uscito nel 2004, Tutti i giorni è la seconda opera di Terézia Mora come scrittrice di narrativa, e per questo romanzo l’autrice ha ricevuto il Premio della Fiera del Libro di Lipsia. Il titolo è un omaggio a Ingeborg Bachmann, ed è forse solo una felice coincidenza che Terézia Mora sia stata insignita del Premio Bachmann per il suolibro d’esordio.

Tradotto finora in più di dieci lingue, in italiano viene pubblicato per la prima volta nel 2009, nella traduzione di Margherita Carbonaro, per i tipi di Mondadori, e nel 2020 lo riscopre la casa editrice Keller, sempre nella traduzione di Margherita Carbonaro. Un’operazione valida, giustificata dal successo di critica e anche di pubblico del libro, e anche dell’autrice, ormai di consolidata fama come una delle voci tedesche più originali dell’inizio del Ventunesimo secolo.

La trama di Tutti i giorni è complessa, non facile da seguire, e la ricostruzione rischia di perdersi in mille rivoli. Il punto di partenza è una maldestra confessione d’amore: Abel Nema, ungherese per metà, dopo la festa dell’esame di maturità si dichiara a Ilia Bor, l’amico del cuore in cerca di Dio. La delusione gli fa commettere l’unico atto chiaro e comprensibile della sua vita: di notte dà in escandescenze e rompe le vetrine dei negozi. Da quel momento in poi la sua vita è un esilio volontario, una sorta di vita monacale senza rapporti sentimentali e legami di qualunque profondità. Dopo un incidente, come per miracolo, diventa capace di imparare le lingue straniere perfettamente, persino senza accento, ma il protagonista trascorre la suaesistenza praticamente senza parlare, come rivela, ma solo a chi conosce l’ungherese, il suo nome. Nema con l’accento sulla e, che in tedesco non esiste, significa muto. Abel, che è quasi Bábel, ovvero Babele, è Béla, un nome comune, e insieme fanno Némabéla, una rima baciata.

Abel è un ragazzo di bell’aspetto, uno che non passa mai inosservato. Vive nella Babele moderna in un campo sempre circoscritto, pur cambiando spesso domicilio. Come se quel trauma giovanile, quella delusione d’amore, lo avesse privato della capacità di provare sentimenti. Terézia Mora non offre ambientazioni chiare, le città non hanno nomi, ma dalle descrizioni si delinea prima Sopron, in Ungheria, la città natale dell’autrice, lasciata nel 1990 a diciannove anni, e poi Berlino, la città in cui approda e dove tuttora risiede. Luogo e tempo sono volutamente indefiniti, anonimi, perché il lettore deve rivolgere tutta l’attenzione ai processi interni, intimi.

Inoltre Abel Nema non possiede il senso dell’orientamento, sbaglia strada ovunque, si perde, quindi i luoghi non hanno, non possono avere alcuna importanza nella vita di un protagonista che fatica a ritrovare persino la strada di casa. Sono importanti invece gli interni, così come le comunicazioni non verbali che Mora descrive con molta precisione in quello che i critici tedeschi hanno definito un canto epico a molte voci, un quadro contemporaneo con la guerra balcanica sullo sfondo, la coraggiosa rappresentazione della vergogna di “stare al mondo in tempi cattivi”.Abel Nema parla dieci lingue, ma tranne quando fa l’interprete non lo vediamo comunicare. Per il lettore rimane un estraneo, eppure è sempre al centro della narrazione. La sua persona riunisce il destino dei rifugiati della guerra balcanica, l’estraneità, il multilinguismo e la vita in e di una metropoli. La narrazione che scorre seguendo più fili, i frammenti e i cambi di prospettiva rendono il romanzo una polifonia simile a quella che Terézia Mora ha incontrato nei libri da lei tradotti dall’ungherese al tedesco, in particolare in Harmonia Caelestis di Péter Esterházy, che le è valso, nel 2002, un premio per la traduzione.

Abel è un perfetto programma per tradurre, un robot che non sente fame, non si ubriaca e ha bisogno di pochissimo riposo notturno. Quando si stanca Abel si esprime infatti come una macchina parlante. Da bambino abitava in un armadio, in seguito trova alloggio in magazzini e sottotetti. La sua vita è un vagabondaggio incessante senza legami con persone e territori. Sembra non provenire da nessuna parte e ha i documenti di uno stato che non esiste più. Nel corso del romanzo perde più volte i documenti d’identità, trascorre periodi come membro inesistente della comunità, ma il migrante Abel trova sempre qualcuno che gli tende una mano. Attraversa ambienti molto vari, incontra persone curiose, ciascuna delle quali offre al lettore una storia ai limiti, alle periferie della normalità. Un microcosmo affascinante, a tratti repellente, che lotta per rimanere in superficie; incontriamo delinquenti e rassegnati, miti e violenti, persone di profonda cultura e altre che ne sono completamente prive. In un vortice di avventure Abel Nema sfiora quest’umanità variopinta, e in qualche caso ne rimane vittima suomalgrado, perché la sua indifferenza e la sua estraneità a tutto e tutti non è uno scudo. Così fino alle ultime pagine, quando Mora mette in atto una svolta che fa riflettere il lettore a lungo su salvezza, felicità e felice ignoranza.

Tutti i giorni è un romanzo sull’estraneità, in cui Abel è sempre davanti alla porta ma non entra mai. Accetta solo una mano, quella di un bambino, il geniale Omar: da lui si fa condurre, con lui varca anche una soglia. Abel Nema conduce il lettore lungo il romanzo: con lui non è possibile parlare, ma intorno a lui comunica un mondo vasto e vario. A volte usando toni drammatici, tragici, o solo asciutti, ma non manca una certa dose di umorismo che alleggerisce temi pesanti e procura sollievo.

Tutti i giorni è un romanzo di 500 pagine di alto valore letterario. Tradurlo non può che essere stato un compito molto delicato e molto difficile. Rispondendo generosamente ad alcune domande, Margherita Carbonaro, la sua traduttrice, ce ne dà un’idea e svela anche qualche curiosità.

 

Prima che lo pubblicasse l’editore Keller, Tutti i giorni di Terézia Mora era già nel catalogo di Mondadori nella tua traduzione del 2009. Hai ritoccato la traduzione, oppure è andata semplicemente in ristampa?Ho tradotto Tutti i giorni molti anni fa, fra il 2008 e il 2009, e naturalmente sono molto contenta che Keller abbia ripreso adesso la mia traduzione, uscita allora da Mondadori. Ho avuto la possibilità di vedere e correggere le bozze di questa nuova edizione, come avevo chiesto all’editore. Confesso che ero convinta che avrei cambiato parecchio, a distanza di anni, ma poi – anche a causa del fatto che, come spesso succede, in quel periodo avevo anche altre scadenze – mi sono limitata a rileggere e a fare qualche intervento qua e là, ma non ho modificato sostanzialmente la traduzione. Ho capito anche che era meglio non farlo. O meglio, che non sarai stata in grado di farlo. Se mi ci fossi messa davvero, avrei avuto la tentazione di cambiare troppo e forse avrei fatto peggio. Mi rendo conto che ci sono lavori che più di altri si legano a cose che stai vivendo in un certo periodo. Come un libro può parlare a un lettore in maniera diversa quando lo legge per la prima volta e quando poi lo rilegge tempo dopo, lo stesso succede naturalmente anche – e forse tanto più – al traduttore.

 

Questo romanzo è un microcosmo di migranti, a cominciare dal protagonista, quindi anche un mondo linguistico polimorfo, con riferimenti culturali ed espressivi a molte realtà. Reso presumibilmente in un tedesco piuttosto insolito, dovuto forse anche all’origine ungherese della scrittrice. Come te la sei cavata, è stata una sfida impari?A distanza di tanti anni non riesco a ricostruire le riflessioni che il testo mi aveva suscitato allora, le difficoltà e i problemi concreti di traduzione. Ho nel computer un file che li raccoglie, e da qualche parte un quaderno pieno di scarabocchi e appunti più o meno illeggibili, ma probabilmente non ho più le chiavi per leggerli. Mi scuso perciò se invece di entrare in questo tipo di dettagli divago e racconto brevemente qualcosa di più personale. Mentre ci lavoravo, il libro mi aveva parlato in una maniera molto forte. La città – Berlino – in cui si muove Abel Nema è quella in cui avevo vissuto anch’io, forse un paio d’anni prima che ci arrivasse lui. Anche se il filtro attraverso cui Mora ne parla è decisamente particolare, avevo comunque nella mente una mappa, anche temporale, in cui sistemare le cose raccontate. Quella mappa però in quel periodo, mentre traducevo il libro, si trovava con me a Pechino dove abitavo allora. Dentro casa, e dentro la mia testa, c’erano il tedesco e l’italiano, fuori casa c’erano la Cina e il cinese (e anche l’inglese), e lì io ero – non sempre ma spesso – nema, la muta, l’estranea, la straniera. Faceva parte della mia vita quotidiana l’essere straniera: era una qualità del corpo, della voce, degli occhi, che mi accompagnava ovunque andassi. Almeno a quell’epoca, era impossibile sfuggirvi. Qualcosa di quella situazione deve essersi insinuato quantomeno nel modo in cui leggevo e percepivo il libro mentre lo traducevo.

 

Puoi condividere con noi qualcuna delle tue riflessioni riguardo alla traduzione di questo libro?Tutti i giorni è un libro forte, pieno di energia – così l’ho sentito io. La sua lingua, la sua sintassi sono cariche di energia. La voce di Mora è tesa, nervosa, mordace e ironica, tagliente ma anche delicata. E nello stesso tempo la sua lingua e la sua sintassi sono leggere. A volte, traducendo, avevo la sensazione di quando ci si sta per tuffare, e poi l’istante del tuffo, o di quando si sta in cima a una pista di sci e si è pronti a buttarsi e ad assecondare la velocità. La lingua di Mora è piena di cunette che ti permettono di spiccare brevi salti, da una frase all’altra. Era stata proprio quella per me la sfida, e la difficoltà principale: seguire il suo ritmo, renderlo così come lo sentivo nelle orecchie. Certamente il tedesco di Mora è molto particolare, e lo è perché è scritto da qualcuno che ha intonato originariamente la propria voce su un’altra lingua. Avere dentro di sé lingue diverse è un modo magnifico di nutrire la lingua in cui si scrive. A me il tedesco di Mora piace molto proprio per le qualità a cui ho appena accennato: forza, leggerezza, nervi.

In un’intervista pubblicata sull’«Indice», a cura di Daria Biagi, Térezia Mora ha detto di trattare gli oggetti della sua scrittura come se questi fossero fisicamente liberi nello spazio, il che comporta continui cambiamenti del punto di vista che si riflettono a volte in alternanze dei tempi verbali anche all’interno di una stessa frase. «Può darsi che qui entri in gioco la mia lingua materna, l’ungherese, che non ha generi grammaticali e che per esprimere il tempo ha solo due forme che possono alternarsi nella frase, e che non prevede neanche un ordine fisso per le parole». Purtroppo non conosco l’ungherese. Sono affascinata da quello che lei dice, ma è qualcosa che riesco a cogliere solo in forma di eco. Probabilmente è meglio così, perché comunque era quell’eco, quel tedesco in cui evidentemente risuona un eco che io dovevotradurre, era il tedesco di Mora – e non l’origine dell’eco.

Devo comunque dire che traducendo non pensavo affatto all’“anomalia” di quel tedesco. Forse c’entra in questo anche il fatto che la mia vita stessa in quel periodo era multilingue. E così è stato anche per i giochi sonori che compaiono nel testo e per le parole in altre lingue – note o ignote – che il lettore non dovrebbe, spero, sentire come inserti in qualche modo estranei, come “parole straniere” ma come elementi naturali di quell’impasto e di quella storia.

 

(Terézia Mora, Tutti i giorni, trad. di Margherita Carbonaro, Keller, 2020, 496 pp., euro 19,50, articolo di Andrea Rényi)

L'articolo su Flanerì

martedì 12 gennaio 2021

"Numeri uno" di Gabriele Sabatini

 

Otto vicende editoriali del Novecento. “Numeri uno” di Gabriele Sabatini

Otto vicende editoriali del Novecento. “Numeri uno” di Gabriele SabatiniGabriele Sabatini, giovane editor della casa editrice Carocci, redattore della rivista letteraria online «Flanerì» e studioso della storia della letteratura italiana, in questa sua seconda opera, Numeri uno (minimux fax), ricostruisce otto vicende editoriali italiane fra gli anni Quaranta e Cinquanta.

Otto storie, otto primi titoli di otto collane storiche, titoli e autori divenuti nel frattempo grandi classici, e testimoni fondamentali di un periodo di transizione nella letteratura italiana. Buzzati, Pavese, Ginzburg, Morante, Lucentini, de Céspedes, Parise e Cassola, con la sola eccezione di Alba de Céspedes, sono tuttora presenti nelle librerie, e i loro lavori sono imprescindibili quando si cerca di inquadrare tutto quello che è stato scritto dopo. Tuttavia questi autori non componevano solo romanzi, alcuni di loro lavoravano anche alle dirette dipendenze delle case editrici, altri invece svolgevano attività attinenti come traduttori o consulenti. Perché scrivere non era sufficiente per mantenersi, se non si disponeva di altre fonti di reddito.

La nascita e il ruolo delle collane è un tema molto interessante, perché queste ultime rappresentano uno strumento fondamentale di orientamento e di fidelizzazione del pubblico, oggi persino più di ieri. Non per caso anche questo libro fa parte di una, intitolata Filigrana, che la casa editrice minimum fax dedica alla scrittura. Le collane sono viste dalla prospettiva di un singolo libro che fa loro da cornice, e i nomi che se ne occuparono oggi riscuotono consenso e ammirazione, pur non negando i loro errori e le loro debolezze.

Otto vicende editoriali del Novecento. “Numeri uno” di Gabriele Sabatini

 

In Numeri uno Gabriele Sabatini ricostruisce una dietro l'altra le storie di collane che oggi sono considerate colonne portanti dell'editoria, mettendo al centro vicende umane con tutti i loro aspetti che vanno dal grottesco al sentimentale, non trascurando neppure le questioni economiche e finanziarie che in quegli anni erano particolarmente stringenti. Dietro le quinte dei libri si stagliano editori e autori in carne e ossa, con le loro virtù e le immancabili debolezze, un crogiolo di affinità e scontri, amicizie e amori, fedeltà e tradimenti. Non mancano poi curiosi dettagli sulla genesi di alcuni romanzi, sotto quest'aspetto è particolarmente avvincente il resoconto dei metodi adoperati da Elsa Morante per Menzogna e sortilegio.

«Tra le pagine di questo libro sono raccontati anche una serie di esperimenti editoriali che, sotto forma di collane, hanno lasciato una traccia evidente nella storia di alcuni editori nonostante la non lunga durata (come nel caso della Biblioteca di letteratura Feltrinelli, attiva solo dal 1958 al 1963, nella quale esce Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa; o in quello dei Gettoni Einaudi, che rappresentano un soggetto di studio per qualsiasi corso di editoria, ma esauriscono gli scatti in otto anni)...»

Otto vicende editoriali del Novecento. “Numeri uno” di Gabriele Sabatini

Gabriele Sabatini offre anche lunghi stralci dalle lettere scambiate tra scrittori e editori: si delinea un mondo scomparso di cui provare un pizzico di nostalgia, per i rapporti diretti e per l'alto grado di coinvolgimento, resi possibili dal contesto caratterizzato da piccoli numeri. Nell'editoria di oggi non sarebbero certamente fattibili, con i numeri di pubblicazioni da capogiro.


 

Le presentazioni delle singole opere, tutte prime di una nuova collana di Einaudi o di Mondadori, Feltrinelli, Garzanti, non si limitano però a fedeli ricostruzioni delle circostanze che le hanno portate alla stampa. L'autore le arricchisce anche di incisi di critica letteraria non accademica, mai didascalica, esercitata da figure dello spessore di Emilio Cecchi, Giacomo Debenedetti o Eugenio Montale.


Testo originale su SUL ROMANZO

mercoledì 9 dicembre 2020

SREBRENICA PRIVATA

 

SREBRENICA PRIVATA

“La Salamandra” di Carmine Sorrentino

di  7 dicembre 2020

Copertina di La Salamandra di Sorrentino

È passato un quarto di secolo da quei giorni di luglio in cui i soldati di Ratko Mladić presero Srebrenica, separarono donne e uomini, e massacrarono migliaia di bosniaci che si credevano al sicuro sotto la protezione delle Nazioni Unite. Fu il primo genocidio dopo la fine della Seconda guerra mondiale, le vittime, ben 8372, sono ricordate nel memoriale di Potočari. Le notizie filtravano confuse, allora, e per mesi, malgrado la denuncia dei familiari delle persone scomparse, la comunità internazionale esitava a prenderne atto. Da un pezzo ormai sappiamo come sono andate le cose, chi erano le vittime e chi i carnefici, ma l’elaborazione del crimine e della tragedia è tuttora in corso.

La Salamandra (Ensemble, 2020) il romanzo di Carmine Sorrentino, regista, attore e scrittore di origine napoletana, è un contributo ingegnoso per fare i conti con la Storia: la protagonista è figlia di una cubana e di un militare serbo, discendente da una stirpe di cultrici della Santeria cubana, e sofferente di una rara malattia della pelle che in qualche modo è collegata alle sue capacità percettive. È lei, Marisol Stračeviċ, la Salamandra, il ponte fra coloro che diventeranno vittime e carnefici, testimone prima titubante, stupefatta, poi preoccupata, infine proattiva per contrastare il clima d’odio etnico.

L’opera di Sorrentino, che al di là dell’impianto narrativo è anche un preciso ma non pedissequo resoconto dei fatti storici, si avvicina piano alla strage di Srebrenica ma non entra mai nel vivo. Le gira intorno, la circoscrive, ma lascia all’immaginazione del lettore i particolari della mattanza. Preferisce accendere i riflettori su una tragica storia individuale che parte molti anni prima da Cuba, dove nasce l’unione dei genitori di Marisol. La madre è una ragazza senza futuro, una dei tanti giovani cubani condannati alla miseria, lui è un addetto militare serbo di mezz’età che per lei rappresenta un grande salto di qualità. Lui la sceglie, lei lo trova conveniente e accettabile, e rinuncia alla sua isola fatta di mare e di sole per Srebrenica nel montuoso entroterra jugoslavo.

Nasce Marisol, una curiosa combinazione di realtà balcanica, di fantasia, e di percezioneextrasensoriale caraibica. «Marisol Starčeviċ si era sentita protetta nel suo Paese. Ne amava ogni pietra e soprattutto l’area montuosa che lo circondava come una corona. Le piaceva l’operosità della gente, la saggezza degli anziani, la gentilezza rude degli uomini e la goffa civetteria delle donne che si struggevano dietro le melodie languide dei canti popolari. Ciò che però la emozionava sopra ogni altra cosa era assistere alla tradizionale danza kolo, un ballo di gruppo di grande energia».

Sorrentino crea una serie di intrecci poetici, intessuti di magia e allo stesso tempo realistici, che vedono la famiglia di Marisol legata con più fili alla famiglia bosniaca dirimpettaia. La politica, la disgregazione e i conflitti etnici iniziano ad avere il sopravvento sulle storie individuali fino a travolgerle completamente. Il lettore segue passo passo la radicalizzazione delle posizioni, è testimone di come uomini comuni non dediti all’odio nei confronti dell’altro possano diventarlo apparentemente senza ragione. Come la bellicosità, la violenza prima verbale poi fisica si possono trasformare nel fine ultimo dell’esistenza umana.

Ci sono due capitoli che sembrano vivere vite autonome nel romanzo e toccano le corde anche del lettore non incline al sentimentalismo: il rapporto fra madre e figlia che da un certo momento in poi diventa epistolare, e la storia d’amore di Marisol. Ingentiliscono e rendono molto umana la trama altrimenti dura e senza speranza. Nell’economia del romanzo risulta invece forse sbilanciato lo spazio narrativo dedicato alla magia, alla Santeria, seppure iltema è affascinante e trascinante.

Nell’insieme La Salamandra è un’opera letteraria di indubbio valore: lo stile, la scrittura, veicolano senza inciampi la trama, riflettono bene l’atmosfera, il clima di quei tempi e di quei luoghi. Il prodotto finale è una lettura interessante, una storia non facilmente dimenticabile. Un apporto alla conoscenza di una storia tragica, presentata con argomenti e mezzi insoliti, e in una forma qualitativamente alta. Di solito non se ne fa menzione, invece si dovrebbe: i libri sono opere collettive, la bravura dell’autore non è sufficiente, ci vuole un buon lavoro redazionale, e La Salamandra è il buon risultato anche di chi in redazione l’ha revisionato.

 

(Carmine Sorrentino, La Salamandra, Ensemble, 2020, 250 pp., euro 16, articolo di Andrea Rényi)
L'articolo su Flanerì

giovedì 12 novembre 2020

L’agonia dell’impero austro-ungarico raccontata da Miroslav Krleža

 Autore: Andrea Rényi

L’agonia dell’impero austro-ungarico raccontata da Miroslav KrležaMiroslav Krleža (1893-1981) è il più grande intellettuale croato del XX secolo e uno dei più importanti letterati mitteleuropei. Mitteleuropeo, perché pur essendo nato e morto a Zagabria, e nel dopoguerra fosse considerato ormai solo il più grande nome della cultura croata, le sue opere precedenti erano nate ancora sotto l'egida della monarchia austro-ungarica o per effetto della dissoluzione di quello che per secoli era stato l'impero, l'anello di congiunzione dei popoli dominati dagli Asburgo. In quella prolifica fase produttiva nacquero alcuni dei suoi capolavori assoluti come il dramma In agonia che grazie a Infinito Edizioni e Anita Vuco ora possiamo leggere anche in italiano.

In agonia è il secondo dramma del ciclo Glembay che consiste di tre pièce teatrali – I signori Glembay, In agonia e Leda -, e di una serie di novelle, saggi e frammenti. Un insieme di opere ispirate dalla drammaturgia di Ibsen e Strindberg, un grande affresco familiare innovativo nella forma, per narrare l'ascesa e la caduta di una grande famiglia di Zagabria, che al contempo è anche la metafora dello splendore e della decadenza della Monarchia. Con affermazioni drammatiche che investono lo spettatore con la forza di una lavina, con dialoghi dinamici e monologhi interminabili, I signori Glembay è un'istantanea prima della catastrofe, In agonia fotografa la catastrofe,Leda immortala invece la fuga.

 


 

Questa trilogia rappresenta anche l'abbandono della sperimentazione da parte dell'autore che, come dice la traduttrice Anita Vuco nella Prefazione, lascia la via quantitativa per quella qualitativa. Sono indubbiamente drammi sociali, la vita dei protagonisti risente del mutare delle condizioni socio-politico-economiche, ma più dell'effetto delle circostanze i loro destini risentono dei conflitti interiori che non riescono a risolvere. Così come non è possibile sciogliere il nodo delle loro incapacità di comunicare con efficacia fra di loro.

L’agonia dell’impero austro-ungarico raccontata da Miroslav Krleža

La trilogia fu portata in scena per la prima volta nel 1928a Zagabria. Nel 1932 Krleža aggiunse sei novelle, e cinque anni dopo completò il ciclo con altre cinque. In particolare In agonia ancora oggi è una delle pièce teatrali più frequentemente rispolverate sui palcoscenici dell'Europa centrale. Nel 1928 In agonia si svolgeva in due atti, trent'anni più tardi Krleža ne aggiunge un terzo, che mette il punto finale, definitivo, intuibile fin dalle prime battute, eppure di forte effetto drammatico.Di comprensione immediata, una testimonianza, quasi uno stereotipo del microcosmo che la Monarchia e la sua estinzione rappresentavano anche nella psiche, oltre che nelle pratiche di vita e nell'uso della lingua. Quest'ultimo è uno specchio del multilinguismo che caratterizzava quell'area geografica e che ha messo la traduttrice di fronte al compito complesso di un testo che alterna il croato d'epoca con locuzioni austriache d'inizio Novecento. Quindi l'edizione italiana di In agonia è anche una curiosa trasposizione linguistica: la traduzione non da una, ma da due lingue, come d'altronde prevedeva la consuetudine della buona borghesia e dell'aristocrazia nella Monarchia, qualunque fosse la lingua madre.

 


L’agonia dell’impero austro-ungarico raccontata da Miroslav Krleža

Leggere un testo teatrale spesso è comparato alla lettura di un libretto musicale: poco godibile senza gli attori o i cantanti, e un palcoscenico, la recitazione è un contributo essenziale per ottenere l'effetto pieno. Eppure leggere In agonia sa appagare i sensi anche senza il teatro, perché i monologhi e i dialoghi delle parti sono plastici, mettono in moto la fantasia del lettore. Fino al punto di arrivare persino a sentire la recita con la sola forza della carta. La prefazione di Anita Vuco e la postfazione di Silvano Ziliotto offrono strumenti preziosi per rendere la lettura consapevole, dunque più agevole e molto più piacevole; vale davvero la pena dedicare loro qualche minuto di attenzione. E poiché il libro non è solo nutrimento dello spirito e della mente ma è anche un oggetto, la bella e armonica copertina di Giulia Pasqualin rende In agonia un volume attraente anche dal punto di vista estetico.


L'articolo su SUL ROMANZO


venerdì 2 ottobre 2020

MACHADO DE ASSIS: LA MEMORIA È IL MINORE DEI MALI

 

Intervista a Daniele Petruccioli, traduttore di “Memorie Postume di Brás Cubas”

di  1 ottobre 2020




«Al verme che per primo ha corroso le fredde carni del mio cadavere dedico come caro ricordo queste Memorie Postume» recita la dedica dell’autore di questo romanzo (Machado de Assis, Memorie Postume di Brás Cubas, Fazi, 2020). Un libro ironico, divertente ma tutt’altro che leggero, pur non richiedendo al lettore alcuna fatica. Pubblicato nel 1880, è un grande classico di una letteratura e di un autore ingiustamente poco noti.

L’espediente originale di scrivere le proprie memorie post mortem offre una doppia funzione: essere l’io narrante e allo stesso tempo mantenere quella distanza da sé e dagli avvenimenti narrati da risultare distaccato e giudice scanzonato. Le poco più di trecento pagine ariose si suddividono in centosessanta capitoli a volte pugnaci, altre volte riflessivi o amarognoli, o persino sardonici, ma mai incattiviti, e raccontano la vita di un esponente dell’alta borghesia brasiliana di fine Ottocento, destinato a una brillante carriera per doti naturali e grazie a impegnativi studi in Europa, a un buon matrimonio grazie alla frequentazione dell’élite, a diventare persino ministro grazie all’ambiente che lo circonda. Eppure Brás Cubas non approderà a nulla per carattere, indolenza e scelta. Anche le sue storie d’amore si risolvono nel nulla, perché si innamora della persona sbagliata o perché non è in grado di assumere le sue responsabilità, di decidersi. Tuttavia non è una persona amareggiata né mal disposta, le sue risorse, la sua preparazione e cultura gli fanno attraversare la vita a passi levigati e gli donano serenità e saggezza. In particolare lo sostiene la filosofia dell’umanitismo, cui dedica pagine importanti che collegano anche a un’altra opera fondamentale del meticcio Machado de Assis, Quincas Borba.

Molto apprezzato da Saramago, Woody Allen, Susan Sontag e Dave Eggers, questo romanzo può essere accostato ad altri grandi classici in altre lingue. Difatti, analogie sono state sollevate con Tristram Shandy di Laurence Sterne, per fare un esempio, e viene in mente, anche con una certa insistenza, La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Si può anche affermaresenza timore di smentita che esso anticipa alcuni temi che saranno affrontati solo decenni dopo in altre aeree letterarie.

È sempre approssimativo l’approccio a un’opera di una letteratura poco conosciuta, al lettore mancano parecchi elementi per inquadrarla bene, con il rischio di poterla apprezzare meno, e soprattutto di non comprenderla bene. Può essere d’aiuto il traduttore, solitamente un esperto di quella letteratura, dell’autore, ed è anche il lettore più attento dell’opera. Perché, come dice Claudio Magris, «è difficile imbrogliare quel sosia che è il traduttore». Daniele Petruccioli, il traduttore delle Memorie Postume di Brás Cubastraduce da molti anni e con ottimi risultati dall’inglese, dal francese e dal portogheseè anche docente universitario di Teoria della traduzione e di Traduzione editoriale, ed è autore di importanti saggi. Gli abbiamo chiesto lumi su questo romanzo e sulla letteratura brasiliana, e dopo la lettura delle sue risposte esaustive, chiarificatrici e molto interessanti, con ogni probabilità il lettore avrà un rapporto più maturo e molto più stretto con Machado de Assis e con la letteratura brasiliana.


Durante la pandemia ho ascoltato su la tua traduzione di un brano di Os sertões, il romanzo di Euclides da Cunha, in un video che avevi girato per il Dopolavoro Stadera. Mi ha molto incuriosita e ho raccolto qualche informazione sul romanzo e sull’autore, e al contempo mi sono resa conto di non sapere praticamente nulla della letteratura di un paese immenso come il Brasile. Sfortunatamente l’edizione italiana di Os sertões si fa ancora attendere, ma poco dopo ho scoperto che usciva invece un altro classico brasiliano sempre tradotto da te, che si presentava altrettanto interessante. Memorie Postume di Brás Cubas di Machado de Assis è stato per me una grande scoperta, credevo ingenuamente che la letteratura brasiliana indispensabile si esaurisse con il Grande Sertão di João Guimarães Rosa, e con i romanzi di Jorge Amado. Puoi raccontarci in che modo o perché ti sei avvicinato alla letteratura brasiliana?

Da adolescente, mi sono interessato alla letteratura brasiliana come tutti, leggendo i grandissimi autori pubblicati dalle grandi case editrici – Jorge Amado, Clarice Lispector, Guimarães Rosa… – ma senza nemmeno rendermi conto che erano brasiliani: li leggevo come leggevo gli altri grandi sudamericani, Borges, García Márquez, Vargas Llosa, Isabel Allende… Soltanto all’università, quando ho deciso di studiare portoghese e tedesco (perché il francese e l’inglese li parlavo già bene e non volevo “barare”, né, soprattutto, studiare cose che sapevo già), mi sono avvicinato in modo più sistematico alle letterature di linguaportoghese. Non solo Brasile, ma appunto anche Portogallo, Africa, Asia. E ho scoperto, come sempre avviene quando si va a guardare le cose un po’ più da vicino, una miniera d’oro e di pietre preziose. Inoltre, il Brasile mi affascinava a livello linguistico perché il portoghese che si parla lì è una variante con una storia particolare ma ricchissima, oltre al fatto di rappresentare il numero di parlanti più grande del mondo. Infine, leggendo questi romanzi non solo in originale ma anche in traduzione, ho scoperto una storia di traduzioni variegata, complessa, sperimentale, modernissima già dagli anni Settanta, con traduzioni storiche come quelle di Edoardo Bizzarri di Grande Sertão per Feltrinelli o di Giuliana Segre Giorgi di Macunaíma del modernista Mário de Andrade per Adelphi. Questo mi ha entusiasmato tanto da spingermi a fare carte false pur di laurearmi – in tempi in cui una laurea in traduzione era ancora guardata con un certo sospetto – proprio su di esse. Ma la loro fortuna era talmente povera in Italia che la mia correlatrice (una comparatista, sia detto a sua discolpa) in sede di discussione mi rimproverò di non aver citato le traduzioni di Ungaretti, cosa che la commissione giudicò non tanto scandalosa da togliermi la lode ma abbastanza grave da non concedermi la dignità di pubblicazione. Non ebbi il cuore, o la presenza di spirito, in quella sede, di spiegare che Ungaretti aveva tradotto Oswald de Andrade, un quasi omonimo di uno dei miei oggetti di studio ma pur sempre un altro autore, e non lo avevo quindi citato a buon diritto… Da allora, dopo avere intrapreso la mia carriera come traduttore, il Brasile è stato – per una serie di casi un po’ paradossali, ma la vita è così –molto più presente nella mia vita del Portogallo stesso. Ho avuto modo di andarci, per motivi di studio e non solo, più spesso di quanto mi sarei aspettato, imparando a conoscerne meglio la letteratura e soprattutto gli scrittori, soprattutto giovani. Così, quando dopo i normali inizi più eclettici ho deciso di specializzare la mia attività di scout editoriale, è stato quasi naturale andare a leggere e a cercare le novità di laggiù. Attraverso questa parte del mio lavoro ho avviato e consolidato rapporti – oltre che con gli scrittori – con traduttori, editor, agenzie letterarie, e piano piano mi sono ritrovato al centro di una piccola rete che mi permette di essere abbastanza al corrente (per quanto possibile in un Paese che assomiglia più che altro a un continente) sulle novità editoriali brasiliane e le tendenze letterarie di quello sconfinato territorio dell’anima che nel frattempo è diventato, per me, il Brasile.

 

Potresti aiutarci a capire qualcosa dell’evoluzione linguistica, credo si trattasse addirittura di una sorta di rivoluzione, che ha generato il portoghese brasiliano? Se non sbaglio ha a che fare proprio con il romanzo di Euclides da Cunha. In questo contesto linguistico Machado de Assis dove si colloca?

In realtà non proprio una rivoluzione. O quanto meno non unica nel suo genere. Si tratta della normale evoluzione di una lingua veicolare quando attraversa un oceano. La particolarità sta più nelle ripercussioni che un simile distanziamento ha avuto nei rapporti politico-culturali tra il Brasile e l’ex madrepatria coloniale portoghese, tema di cui mi sono occupato per la rivista tradurre. Quanto a Euclides Da Cunha, il suo, invece, è proprio un caso particolarissimo: non essendo un romanziere né in fondo un saggista, ma fondamentalmente un ingegnere prestato al giornalismo, il suo capolavoro Os sertões, nonostante moltissime pagine dallo stile maestoso (di una maestà alla Mahler, oserei dire), ha un taglio tutto sommato molto giornalistico e fattuale, addirittura tecnico, per certi versi alla Melville se vogliamo, o comunque molto affine al giornalismo storico anglosassone e soprattutto americano. Proprio per questo ha finito per avere, secondo me (ma la questione critica resta molto aperta), un’influenza enorme sulla prosa novecentesca brasiliana, forse ancor più di Machado. Ciò non toglie che Machado de Assis, per ragioni storiche, personali e di talento oltreché di mole dell’opera, resti direi incontestabilmente il punto più alto dellaletteratura brasiliana ottocentesca, riconosciuto unanimemente tale anche in patria. E se Euclides è forse un modello più seguito, pur senza nulla togliere alla sua particolare grandezza, ritengo che la ragione sia nel fatto che il suo stile è più facile rispetto a quello di Machado. Non tanto da leggere (Machado è di una naturalezza, di una facilità stupefacenti) quanto da rifare. L’immediatezza di Machado, infatti, la sua cultura sconfinata, la sua capacità di leggere tra le righe della storia contemporanea in modo sottilissimo e soprattutto la sua ironia, la sua incredibile capacità di essere un vero sornione metaletterario, per così dire, non è così facilmente imitabile. Non sorprende che praticamente nessuno ci abbia ancora provato.

 

Sarebbe possibile saperne di più di Machado de Assis e della sua fortuna italiana? Dalle pagine di questo suo romanzo straordinario emerge un letterato fortemente impregnato di cultura europea, cita persino il nome di Klopstock.

Machado de Assis, formatosi da autodidatta perché troppo povero per studiare (proveniva da una famiglia meticcia di origini portoghesi, poco più che operaia), era culturalmente un onnivoro vorace. Non solo dal punto di vista letterario ma anche storico, politico, sociale, di costume. La sua cultura sull’Europa, benché sia senz’altro al di sopra della media anche rispetto a un europeo, non deve sorprendere, considerando il senso di inferiorità storico (per quanto senz’altro forzosamente inculcato) delle ex colonie nei confronti dell’ex metropoli. Era naturale, per l’uomo colto, sapere tutto quanto possibile sull’Europa. Quello che è già modernissimo in lui è piuttosto la capacità di destrutturare queste sue conoscenze con un’ironia coltissima e sottile. E soprattutto il fatto che non le mettesse mai al di sopra dei fatti culturali, sociali e letterari brasiliani, di cui pure la sua opera è costellata senza nessun senso di inferiorità. Da questo punto di vista, mi sarebbe piaciuto poter inserire qualche nota in più (proprio perché Machado è più colto del lettore italiano contemporaneo – e forse di qualsiasi lettore) ma alla fine con l’editore ci siamo accordati di spiegare solo le caratteristiche tipicamente brasiliane del testo, lasciando quelle europee alla buona volontà di chi legge. Un po’ mi dispiace, perché certe ironie davvero non si colgono senza conoscere le dispute politiche in Francia all’epoca di Luigi Filippo, ma va bene così. Oggi abbiamo tutti un cellulare in tasca, è tutto più facile.

Quanto alla fortuna italiana di Machado, come ha spiegato bene Roberto Mulinacci, è relativamente ampia ma molto discontinua. A parte le traduzioni degli anni Venti e Trenta, soprattutto di Giuseppe Alpi, il primo tentativo di una traduzione non diciamo sistematica ma almeno dei capolavori cosiddetti “realistici” del suo cosiddetto secondo periodo (Memórias póstumas de Brás CubasDom CasmurroQuincas Borba – che rappresentano comunque una parte infinitesimale del grande corpus machadiano, ancora in gran parte non tradotto da noi) è di Laura Marchiori, che traduce la trilogia per Rizzoli. Ma anche qui, dal suo primo Memorie dall’aldilà (Brás Cubas: 1953) a Quincas Borba (1967) passano ben quattordici anni. Questi tre romanzi sono stati poi variamente tradotti negli anni, soprattutto da case editrici come Fazi e Lindau ma anche da case editrici più piccole, che spesso nel frattempo hanno chiuso, o ancora di stampo accademico e quindi di scarsa o nulla distribuzione. Esistono poi, tra gli anni Ottanta e Novanta con qualche punta nei primi del Duemila, le traduzioni di Rita Desti, Amina di Munno e Liliana Segre Giorgi non solo di questi e altri romanzi e novelle come Memoriale di Aires o L’alienista ma anche diverse raccolte di racconti, che sono bellissimi, per case editrici più grandi come l’UTET o Einaudi. Ma sono tutte iniziative isolate. Manca non dico un’opera omnia, ma almeno un progetto editoriale delle opere più importanti curate da uno stesso traduttore, o almeno da un gruppo affiatato che lavori insieme partendo da una visione comune. Speriamo che questo mio Brás Cubas, che segue il Don Casmurro di Gianluca Manzi e Léa Nachbin uscito nel ’97 per lo stesso editore, possa segnare l’inizio di un rinnovato interesse che preluda a un’operazione di questo genere.

 

Una richiesta di consigli di lettura: quali sono le opere indispensabili e disponibili in italiano per un lettore intento a farsi una buona conoscenza della letteratura brasiliana?

La letteratura brasiliana nasce nel Seicento con il grande prosatore gesuita (nato a Lisbona ma morto a Salvador de Bahia) Antônio Vieira e finisce… no, scusa, ovviamente non è ancora finita… allora diciamo che ricomincia con gli scrittori delle favelas e le scrittrici nere. È anche vero che se si vuole andare in libreria qui in Italia si trova pochissimo. Comunque, senza velleità esaustive che non mi competono e andando per macroperiodi, comincerei – visto che è stato da poco ritradotto da Virgilio Zanolla per Nulla die – con Iracema del grande autore romantico nonché amico e patrono di Machado (che scrisse benissimo proprio di questo romanzo) José de Alencar. Poi Machado de Assis, naturalmente, cominciando dalle Memorie postume per continuare, volendo, con gli altri due libri della trilogia ancora reperibili, ma senza lasciarsi scappare i racconti (dovrebbero essere ancora in catalogo almeno quelli nella traduzione di Amina di Munno per Einaudi: La cartomante e altri racconti). Secondo me imprescindibile, come una roccia calcarea tra i graniti, Os sertões di Euclides da Cunha, del 1902, che era stato tradotto da Cornelio Bisello per la Sperling&Kupfer nel 1953 con il titolo Brasile ignotoL’assedio di Canudos, ma è ormai fuori catalogo da lunga pezza e chi vuol leggerlo senza recarsi in biblioteca dovrà aspettare l’uscita della mia traduzione per Adelphi. Passando al modernismo e attenendosi all’essenziale (del resto, ancor meno dell’essenziale è stato tradotto), resta imprescindibile Macunaíma di Mário de Andrade. Salto i famosi (Guimarães Rosa, Lispector – recentemente ritradotta da Roberto Francavilla per Adelphi e Feltrinelli –, Amado, anche Chico Buarque), comunque fondamentali; sono costretto a saltare la cosiddetta literatura marginal (scrittori da e sulle favelas) perché il poco che è stato tradotto secondo me non è abbastanza valido né rappresentativo; salto i poeti (ma uno sguardo almeno a Mário Quintana e soprattutto a Carlos Drummond de Andrade – di cui qualcosina è ancora in catalogo – lo darei) e arriviamo ai contemporanei. Faccio alcuni nomi da sud a nord: Moacyr Scliar, tradotto da Guia Boni per Voland (imprescindibili secondo me almeno I leopardi di Kafka e La donna che scrisse la Bibbia, ma sono tutti bellissimi), Carol Bensimon (Biliardo sott’acqua è uscito da poco per Tunué nella mia traduzione) e soprattutto Daniel Galera (di cui Sur ha pubblicato di recente Barba intrisa di sangue nella traduzione di Patrizia di Malta) che è forse il più promettente di tutti ma secondo me deve ancora scrivere il suo grande romanzo. A Rio e San Paolo c’è molto altro, ma il meglio non è stato tradotto (peccato). Forse il più grande di tutti oggi è però il mineiro Luiz Ruffato, tradotto da Roberto Francavilla per La Nuova Frontiera – purtroppo però non è stato ancora tradotto il suo capolavoro Inferno provisório, una geniale pentalogia di uno sperimentalismo linguistico pirotecnico. Infine un classico moderno: Il pane del patriarca (Lavoura arcaica), capolavoro del 1975 di Raduan Nassar, tradotto da Amina di Munno per Sur. È poco. È vago. È disperso. Bisogna cercare di più, seguire di più, tradurre di più. Il Brasile letterario è la caverna dei Quaranta Ladroni, il tesoro di Smaug, l’harem di Harun al-Rashid: chi ci entra non esce più dalla gioia.

 

La tua traduzione di Memorie Postume di Brás Cubas appaga magnificamente il doppio bisogno che il lettore avverte quando legge un romanzo scritto in epoca lontana: il gusto del testo d’antan e il volerlo sentire vicino. Qual è il segreto?

Intanto grazie per il complimento. Ma non ho molto merito. Me lo sono fatto dire da Machado… Lui usa uno stile altissimo con grandi inserti colloquiali, a volte quasi popolari. La sua prosa è intrisa di ironia, giudica e svela se stessa a ogni passo, si commenta, si prende in giro. Per giocare al suo gioco ho scelto una sintassi abbastanza elaborata cercando di spolverarla di parole e locuzioni modernissime (non tanto quanto alla loro apparizione nel nostro lessico – sono tutti termini già vivi nell’Ottocento, salvo pochissime eccezioni – quanto nell’uso: sono parole e locuzioni ben vive e in salute ancora nel Duemila). Nelle ritraduzioni, secondo me, è un errore farsi guidare da un apriorismo rammodernante o anticante, oppure – per usare una altra coppia oppositiva oggi alla moda – straniante o addomesticante (stare cioè più attenti a far sentire al lettore “lo straniero” o, viceversa, a farlo sentire linguisticamente “a casa” – come peraltro se “straniero” e “a casa” fossero concetti facili da definire e su cui siamo tutti d’accordo). Per tradurre non c’è un segreto univoco. Ogni libro ha il suo, o meglio una serie di caratteristiche che lo contraddistinguono. Basta saper ascoltare.

 

 

 

Un sentito ringraziamento a Daniele Petruccioli per questa intervista che si è trasformata in lezione, una fonte di idee e informazioni che torneranno molto utili anche nel tempo.

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“effe – Periodico di altre narratività” numero dieci

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