Condivido solo ora, a distanza di due mesi, pensieri messi su carta ormai due mesi fa. Sempre attuali, ma è un po’ un ongoing business. A presto nuove considerazioni dalla dottoranda con le valigie.
Sono in America da due mesi e sto scoprendo tante cose. Sto scoprendo che i ventenni qui vanno a letto alle dieci, non usano Whatsapp e usano ancora scrivere “lol”. Sto scoprendo che sono anche delle bellissime persone, che hanno interessi profondi per la verità, che cercano fino allo spasmo nei loro studi, nei libri, nei viaggi. Gli americani, avranno pur tanti difetti, ma sono questo: sono dei gran cercatori di grandi verità.
Noi in Europa forse questo abbiamo un po’ smesso di farlo – abbiamo smesso di crederci. Mentre al di là dell’oceano aleggia speranza, tanta speranza, noi alla ricerca della verità definitiva ci siamo un po’ disaffezionati. Forse addolorati dalle delusioni, forse per le poche risposte che ci é sembrato di vedere, ma abbiamo un po’ smesso di gridare ad alta voce le nostre verità – fossero anche solo abbozzate.
In due mesi di America Però ho intuito, forse a torto o chissà, che la ricerca della verità, come quella della felicità, puó prendere una piega strana. Non ho ancora individuato l’origine di questa piega, ma provate a seguirmi lo stesso – magari la individuiamo insieme.
Ho cominciato a pensare a tutto questo dopo due mesi. Quando cominci a conoscere le persone abbastanza da pensare di esserci quasi “amica”, ma non ancora abbastanza da poter essere sicura di ogni passo, anche di un passo falso. Ed é proprio da un passo falso che tutto si capisce.
Qui in America tu sei quello che fai. Nella terra delle opportunità e delle speranze, il modo più sensato per guardare alle persone é chiaramente il modo in cui si usano le opportunità e si fanno fruttare le speranze. Qui alla fine vieni ascoltato per quel che hai da dire, che é molto bello per carità, ma il tuo nome conta poco o niente – conta solo la scelta che ha fatto. Che sia chiaro: puoi cadere tutte le volte che vuoi. Puoi, anzi devi fare, tutti gli errori possibili. È la cultura dell’errore: sbaglia tanto, sbaglia in fretta. Fai tutti i tuoi errori così da imparare. Ma vedete, anche qui gli rimane nelle ossa: devi sbagliare per imparare, così da non sbagliare più e arrivare in alto.
Magari non sempre, magari non con tutti, ma in ultimo nelle ossa di ognuno rimane questa idea. Ne sono fatti, costituiti, intrisi tutti quanti, anche i cuori più buoni. Perché tutti i cuori lo sanno: io sono di più, io voglio di più. Nessuno vuole essere guardato per quel che fa: per gli errori e le nefandezze, ma nemmeno per i brillanti risultati ottenuti. Eppure si fa così: tu sei i tuoi risultati. E di solito tutto procede bene, perché ottieni bei risultati. Nessuno ammetterà mai di stimarti per quel che dici o scrivi, per quel che guadagni o dove vivi. Però, sotto sotto, sottopelle come quelle ossa di cui sopra, é così. Per accorgersene basta dare tempo al tempo: al primo fallimento sarà chiaro. Alla prima cazzata fatta magari ti verrà detto “so che sei più di questa cazzata”, ma dieci minuti dopo chi te l’ha detto sparirà, smetterà di ascoltarti, di esserci. Perché dai, chi vuole stare con un fallimento?Chi vuole ascoltare qualcuno che non ha niente di intelligente da dire? Nessuno, logico. La stima é qualcosa da meritarsi, e la si perde con un soffio. Parlando in inglese, le decisioni si “fanno”. É la lingua di questo modo di guardare le cose, in cui tu sei quello che hai deciso di fare di te, del modo in cui hai deciso di porti, di farti.
Tutto questo noi Europei l’abbiamo superato da un pezzo, a parer mio. Ci siamo stufati molto in fretta del moralismo, del guardare ed essere guardati per quello che facciamo. Ce ne siamo stufati in fretta per il semplice fatto che sappiamo, molto bene, di essere dei disperati. Ci piace chiamarlo senso del dramma: l’abisso tra l’ideale e la realtà dei fatti é talmente enorme che non facciamo nemmeno più finta di giudicarci l’un l’altro a seconda della vicinanza all’ideale. Se sbagli sei un condannato per un po’, sulla gogna mediatica o su quella quotidiana – ma dopo un po’, alla fine, cosa importa? Un dramma che diventa tragedia nella distanza di un passo: la promessa intravista nell’ideale é talmente impossibile da compiersi che tutto, ogni opzione, diventa nulla e, per quanto tu possa insistere, alla fine la verità se anche esiste rimane lontana e se ne infischia del tuo dolore. Un dolore che sorge alla fine dal rifiuto del compromesso. Non ci vogliamo accontentare, non ci basta un buon lavoro e una bella casa – vogliamo tutto, ma non possiamo averlo. E allora, se il dramma si trasforma in tragedia, la tragedia si trasforma in poesia. Siamo davvero la terra della “ginestra”: a malapena sappiamo quel che ci succede e perché, ma non possiamo spararci in faccia perché alla fine tu, in un modo o nell’altro, sei più di quel che succede. Sei un fiore fragile e pronto alla fine, ma sei pur sempre un fiore, e come tale ti guardo.
[Per questo uccidiamo i nostri padri. Gli americani uccidono gli sconosciuti in piazza, a scuola, ovunque – uccidono chi é riuscito laddove loro falliscono, uccidono chiunque gli ricordi il fallimento. Noi invece uccidiamo i nostri padri, uccidiamo chi ci ha promesso tutto, chi ci ha fatti per una promessa che la vita non ha saputo mantenere]
Allora pensavo. In italiano, le decisioni si “prendono”: magari c’é qualcuno che te le porge mentre vacilla con te sul precipizio, oppure davanti all’angoscia delle mille scelte tu puoi tirarne su una o l’altra. Siamo la terra di quest’angoscia, di questo non essere mai davvero contenti con niente, del farci forza a vicenda davanti a quel briciolo di senso che rimane, se rimane.
Noi forse abbiamo smesso di crederci, nella verità. Però qui oltreoceano, ragazzi, qui la verità si é messa addosso un vestito molto stretto. Quel vestito per cui le tue azioni sono tutto, tutto. Alla verità non é più concesso darsi in modi sorprendenti, fuori dai tuoi schemi, magari dentro un amico che sbaglia o in un discorso non troppo intelligente ma detto camminando insieme. La verità é una, fine. E questo io sto imparando ad apprezzarlo, a tratti: la verità va mostrata, difesa, annunciata al mondo – puoi persino morire per lei, quanto l’hai trovata.
Noi Europei non ci crediamo più a questa ricerca. Non ci basta. Non abbiamo più speranze, siamo allo stremo delle forze, non ci va proprio più di alzarci ancora per qualcosa che non ci salvi fino al midollo. Non abbiamo più voglia di provare, vogliamo una risposta che non solo sia una, che sia vera, ma una risposta che sia capace di salvare tutto di noi. Non solo le cose intelligenti che diciamo, non solo le decisioni giuste che prendiamo ma tutto, proprio tutto. Vogliamo, abbiamo un bisogno disperato di qualcosa che metta in salvo la ginestra dalla lava, qualcosa che non tremi mentre le case sono scosse dai terremoti, qualcosa che non venga travolta dalle inondazioni. Non vogliamo ricostruire pieni di speranza: vogliamo qualcosa che non crolli. E quel qualcosa non può essere la speranza in sé: abbiamo smesso di crederci.
Dopo due mesi in America insomma, ho capito che quando credi così tanto in te stesso e nel tuo sogno americano, da buon figlio di Washington guarderai sempre un po’ dall’alto in basso noi figli di Sofocle. Però ho pensato, per un istante, alla lingua che ho fatto mia nei lunghi mesi in trasferta teutonica. Ho pensato che alla fine la soluzione giace forse nelle fila di una lingua che ha dato qualcosa all’America, ma che non ha mai negato un grande amore per noi del sud del mondo.
Parlando in tedesco, le decisioni si “incontrano”. Ecco perché il tedesco, alla fine, é un po’ la mia lingua preferita. Perché mi piace pensare che ci sia qualcosa o qualcuno che viene incontro, e sono convinta che questa sia l’unica vera possibilità per uscire dal dualismo del tragico o della speranza morale. Qualcosa o qualcuno che ti viene incontro, che un po’ si nasconde e un po’ si fa vedere, che puoi incontrare per strada mentre peregrini per il mondo. Che alla fine non sei tu a farlo o a prenderlo, ma lui a farsi incontrare. Che alla fine la verità, prima di essere qualcosa per cui morire, potrebbe essere qualcosa che si lascia incontrare – magari proprio morente.