La biblioteca di Carlo Diano e l’Università della Calabria cinquant’anni dopo.

Un’arpa d’oro. Di Paolo Ottaviani

A Francesca Diano e James Harpur in occasione del loro viaggio in Umbria. Perugia, settembre 2025.

Lyon&Healy. Arpa fine XIX sec.

<<… continuum ludum ludimus: rotam…>>

(c) By Paolo Ottaviani RIPRODUZIONE RISERVATA

James Harpur. Il Vangelo della Gargouille – a cura di Francesca Diano

Talvolta colgo un ricordo, simile a una meteora –
lampeggiar di caduta da un regno di luce attraverso la tenebra,
che tra le stelle ruzzola presso una luna immensa
come il grand’occhio di un dio. Altri spiriti caddero sulla terra,
assunsero forme – di satiri, naiadi, driadi, silfidi e ancora
o, forgiati con carne umana, di storpi, lebbrosi, ciechi ed accattoni.


Dall’Introduzione di Francesca Diano.

FRANCESCA DIANO

(C) Francesca Diano 2025 RIPRODUZIONE RISERVATA

L’esistenza di Dio

Una piccola porzione di universo tratta dalle Desi Legacy Imaging Surveys, centrata sull’ammasso di galassie, circa un miliardo, Abell 3158, la cui luce ha viaggiato per circa 825 milioni di anni prima di raggiungere la Terra. Crediti: Desi Legacy Imaging Survey/Kpno/NoirLab/Nsf/Aurs;

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(C)2025 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

L’anima delle piante di Raffaella Bettiol

Senza piante, senza il verde e i mille colori, ma anche l’ossigeno, la frescura, i profumi che il mondo vegetale ci dona, cosa mai sarebbe il mondo? C’è qualcosa di più retorico di una simile domanda? Eppure, quanto estranei e non accoglienti ci appaiono ambienti grigio/bruni, o peggio rossastri quali sono luoghi per noi ostili? Ma queste proprietà e questi aspetti, queste specificità che sono propri delle piante, non si limitano alla dimensione materiale, poiché sono in realtà metafora della loro essenza, quali potenti agenti spirituali dell’anima stessa della Natura. Le piante hanno un’anima? Esiste in esse una dimensione spirituale? Io penso di sì, come in tutti gli esseri viventi, fra i quali la separazione è solo apparente. Lo sapevano gli Antichi, lo sa il Mito, lo sanno la saggezza e la medicina popolare tanto quanto quella che gli ingenui definiscono “alternativa”.

Quel che si manifesta sul piano fisico non è mai materia inanimata, o men che meno immobile, ma sempre e solo il coagularsi di energie che, volendo far riferimento, seppure con un linguaggio semplificato, a quel che Federico Faggin, il geniale pensatore e fisico quantistico, definisce coscienza, esiste prima della materia. L’irriducibile presenza dell’essente.

Questa nuova, ultima raccolta di Raffaella Bettiol già rivela nel titolo, Nel domestico giardino, la volontà di rivolgere lo sguardo a una dimensione intima, quotidiana e in qualche modo rassicurante. La casa, il giardino, luoghi conchiusi e protettivi. Tuttavia lo sguardo non si ferma alla superficie, a una semplice contemplazione del visibile e del percepibile, ma affonda, persistendo sprofonda a cercare l’origine delle cose, le ragioni. I perché. E allora il quotidiano, che sconfina e si allunga, si protende, davvero quasi possedesse rami e radici, verso l’universale, non è più né intimo né rassicurante. E’ l’inizio di un viaggio. Le sue piante partecipano dell’umano, si metamorfizzano ovidianamente in esseri umani col sentire di piante, o in piante col sentire di umani, in una danza di scambio, ma anche in un dialogo reciproco, che talvolta diviene proiezione e dunque oggettivazione. Non a caso la medicina più antica dell’uomo è il tesoro di conoscenza acquisito in centinaia di migliaia, o forse milioni, di anni. Non a caso – sappiamo da Plinio e da altri testimoni del suo tempo – che gli antichi druidi curavano i mali del corpo e dello spirito in “cliniche” fra i boschi.

Quel che in questo dialogo profondo con le sue piante viene scoperto da Raffaella Bettiol grazie al suo sguardo di poeta, non è soltanto ciò che della natura vegetale è proprio, ma appunto quella parte universale, quell’Uno comune a tutte le forme di vita. Alberi, erbe, fiori, arbusti, piantine, foglie, cortecce sono così specchi, mezzi di un’esplorazione del Sé e metro di come sia sempre doloroso e complesso, persino temibile, guardare in volto sé stessi. Si veda Alberi: … “Abbattuti un giorno d’estate /dall’incuria di un nuovo linguaggio /dal vicolo cieco dell’asfalto /non schermano più il sole /alto d’agosto con l’impronta /brunita dai rami /il vento ora sferza veloce /disperde polvere /detriti d’altre vicende / e implode la natura in un nuovo /sconosciuto abecedario.”

Giunge questa raccolta come una fase molto matura della sua scrittura poetica, raffinatissima nei giochi sonori o di richiami ed echi, come nella bellissima Duino, dove respirano fra i lecci, le rosse bacche, i recessi boscosi e il salmastro del mare, gli spiriti di Rilke e Blok.

Gli stati d’animo – quelli che secondo l’estetica indiana sono i rasa – e le diverse emozioni, sono dipinti ed evocati dal combinarsi di paesaggio, immagini, aromi, rumori, colori, cosicché la tristezza, la melanconia, la gioia, il rimpianto, il dolore, il senso di perdita, la passione trovano riscontro in versi che narrano impalpabili spiriti o travolgenti correnti e vortici. Stabiliscono un ambiente emotivo, determinano una dimensione che trascende il qui e ora.

In una corona con molte gemme, quale è questa silloge, spiccano poi pietre di assoluta perfezione, come Antico cipresso, una quartina ispirata dalla grazia, in cui la fatica della spinta alla vita non si arrende e si ostina a definire ciò che veramente è la vita, la volontà oscura, quasi schopenhaueriana di affermazione dell’esistere. “E continua a crescere l’antico cipresso /nell’alchimia impervia del verde / in inquiete spirali di luce /nel morso di giorni crudeli.”

Sì, è vero, c’è questo diffuso sentimento di Sehnsucht e allo stesso tempo di perdita, un senso di malinconica contemplazione che, attraverso l’universo vegetale, approda a lidi del ricordo e del lontano. Verso una mèta che mai viene raggiunta e anzi si sposta sempre più in là, come un miraggio baluginante. Eppure sono le sue amate, familiari piante della sua casa, del quartiere, dell’infanzia o dei ricordi a guidarla e sostenerla nella loro infinita sapienza verso l’accettazione delle cose del mondo. Come La fiaba del giardino, “Non chiedermi nulla della vita / non so risponderti /ogni domanda s’annulla /nel fitto di gelsi e palme”…

E’ questo un piccolo Libro d’Ore, da meditare e amare, prezioso, poiché rivela come dietro ciò che potrebbe apparire familiare, scontato, noto, si cela un universo che ci richiama a sé, che ci attende vivo e pulsante e sconosciuto. Un dialogo con noi stessi per comprendere il mondo.

Una menzione speciale meritano i raffinatissimi disegni della sorella Massimiliana Bettiol, valente e sensibile pittrice, oltre che filosofa, che accompagnano come un contrappunto o un controcanto felicissimo non solo i versi, ma l’essenza stessa della poesia di Raffaella. Fra le sue opere più felici, amo soprattutto la sua natura rigogliosa e i suoi mari tempestosi declinati in una tavolozza di colori inattesi e potenti ma qui la ricchezza si dispiega nel disegno che è commento e suggestione. Persino le tante sfumature di grigio parlano di colore.

Francesca Diano

(C)2025 by FRANCESCA DIANO RIPRODUZIONE RISERVATA

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Raffaella Bettiol, Nel domestico giardino. Intr. di Umberto Piersanti, Disegni di Massimiliana Bettiol, Arcipelago Itaca Editore, 2025

Thomas Crofton Croker. Fairy Legends – Racconti di fate e tradizioni irlandesi a cura di Francesca Diano. Neri Pozza Editore

(C)2024 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Carlo Diano cinquant’anni dopo

(C)by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Il sogno di Antonella

(C)2024 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

Oralità, folklore, memoria, ricchezza.

Snap-Apple Night, Daniel Maclise, 1833.

Da poeta a poeta: James Harpur e Charles Harpur

FRANCESCA DIANO

N.B. Le parti in corsivo nel testo sono citazioni di versi di Charles Harpur.

Ringrazio l’editore Andrea Molesini per il testo, che è parte dell’antologia della poesia di James Harpur, Il vento e la creta, a cura di Francesca Diano, Molesini Editore, 2024.

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Lettera a Charles Harpur

a Charles Harpur

Caro Charles,

non mi sono mai spinto fino a Singleton,

a Jerry’s Palins o ad Eurobodalla,

la tua fattoria sopra il viottolo rialzato

con cigli erbosi ed eucalipti;

la tua tomba, e quella di Charles, tuo figlio

insieme incorporate presso la casa colonica.

Windsor l’ho vista, e invano ho cercato

di immaginarti ragazzo

da quel tuo dagerrotipo seppia –

come un vecchio soldato confederato,

barba fluente, biancogrigia,

sguardo sinistro da profeta Elia.

Accanto, il tuo amico, il fiume Hawkesbury,

che si snoda fra campi autunnali;

ed Omero che bisbigliava tra gli alberi –

i versi che più amo furono anche tuoi:

Come la genia degli uomini è quella delle foglie

alcune il vento ha disperse a terra, mentre altre

ancora spuntano sui rami fruttiferi,

per fiorire nella loro stagione. Così degli uomini

muoiono e si rinnovano le generazioni.

Hai scritto che, dopo che le alluvioni distrussero

la tua fattoria, il primo attacco di TBC

e la morte di Charles ti stroncarono.

Poi scrivesti il tuo proprio necrologio:

Qui giace Charles Harpur,

che a cinquant’anni

giunse alla conclusione

di vivere in un’epoca fasulla,

sotto un Governo fasullo,

e fra amici fasulli,

e che qualunque altro Mondo

dovrà essere dunque

un mondo migliore del loro…

A malapena sopporto il pensiero

del tuo purgatorio prima della morte,

all’appassire del tuo errante cercare

di trarre la verità dalla poesia

in un coraggioso e nuovo New South Wales

edificato dalla gentaglia del Vecchio Mondo

e dalle fustigazioni quotidiane: non meraviglia che tu veleggiassi

verso la piana nerovino di Troia

smistando lettere all’ufficio postale

o passassi quegli anni ad allevare pecore

per ricavarti del tempo per scrivere, per poi affrontare

la croce delle lettere di rifiuto.

Cosa ti ha sostenuto? La fede? O il timore

di incontrare Milton nell’aldilà?

O il magico ingresso delle idee

che apparivano come le tue oche in volo

che seguono il serpeggiare della valle, eppure

s’allargano in lunghezza e in alcuni luoghi

spesso si staccano in punti solitari.

O t’han rapito gli occhi della tua Musa –

due mezzenotti di pensiero appassionato

che nella mente ti hanno acceso immagini,

come quella del granchio sulla spiaggia, che attende

la sua preda fra le pietre lavate dall’onda

scintillanti al sole – e si accende di luce

quando si muove, quasi il suo guscio umido

andasse in fiamme.

I tuoi genitori t’han portato sradicato

in una terra di grog e marsupiali.

Hai mai chiesto a tuo padre, Joseph,

della sua infanzia a Kinsale?

O ti sei mai orientato con racconti

delle tue tradizioni familiari, quali quelle ch’io udii –

come, al seguito di Richard de Clare,

noi Harpur arrivammo a Wexford?

O del viaggio della bara di tuo padre

a solcare i mari del sud, per unirsi

alla tribù di Sisifo e forgiare

l’Ade agli antipodi della Britannia?

Ma tu, per i tuoi sogni condannato

ad essere il poeta laureato della tua nazione,

hai deportato te stesso in un regno

al di là delle Montagne Azzurre

ed hai scoperto… non la “Cina” –

lo Shangri-La delle fantasie dei deportati –

ma un cielo all’alba, alberi umidi di rugiada

e tutti luccicanti d’un velato argento;

o la sinuosa vallata delle acque;

o ampi ardenti campi, lieti di grano.

Sapevi che la natura ha una sorgente sacra

così come il sole è la fonte della luce

ed hai cercato di aprire gli occhi alla gente.

Ma non videro altro che un folle di Dio,

una voce che condannava nel deserto,

sacerdozi che restringono l’anima

incline al bere, all’autocommiserazione – ma che vedeva

in profondità nella vita delle cose:

e quel che è profondo è sacro, e deve tendere

a un qualche fine divino universale.

Fasulli l’epoca, il governo, gli amici –

qualunque luogo tranne Eurobodalla

ti parve una benedizione alla fine.

Immagino la scena sul tuo letto di morte,

la spettrale figura della Disperazione,

a testa china, fintamente afflitta;

ma anche Mary, seduta lì accanto

a ricordare il tuo corteggiamento; e scaffali

di pagine non lette, ibernate

come alberi d’inverno, per riaprirsi

in qualche luogo in una futura primavera,

di nuovo verdeggianti.

Letter to Charles Harpur

i.m. Charles Harpur (1813-68)

For Kevin Brophy and Penelope Buckley

Dear Charles,

I never got as far as Singleton,

Jerry’s Plains, or Eurobodalla,

your farm above the banked lane

of grassy verges and eucalyptus;

your grave, and that of Charles, your son

embedded by the farmhouse.

I did see Windsor, and tried in vain

to imagine you as a youngster

from your sepia daguerrotype –

like an old Confederate soldier,

waterfall beard, greyish white,

the baleful stare of Elijah.

Nearby, your friend, the Hawkesbury,

uncoiled through autumn fields;

and Homer was whispering in the trees –

my favourite lines were yours as well:

The race of men is as the race of leaves:

some the winds shed upon the ground, while still

the fructifying boughs put others forth,

to flourish in their season. So of men

the generations die and are renewed.’

You wrote that after floods ruined

your farm, the first flush of TB,

and Charles’s death had broken you.

Then came your self-obituary:

Here lies Charles Harpur,

who at fifty years of age

came to the conclusion,

that he was living in a sham age,

under a sham Government,

and amongst sham friends,

and that any World whatever

must therefore be

a better world than theirs …’

I can hardly bear to think about

your purgatory before death,

the fading of your errant quest

to wrestle poetry from truth

in a brave new New South Wales

constructed by Old World gentry

and daily floggings; no wonder you’d sail

to the wine-dark plain of Troy

as you sorted letters in a post office

or spent those years farming sheep

to scrape the time to write, then face

ordeal by rejection slip.

What kept you going? Faith? Or fear

of meeting Milton in the afterlife?

Or the magical ingress of ideas

appearing like your ducks in flight

following the windings of the vale, and still

enlarging lengthwise, and in places too

oft breaking off into solitary dots.

Or were you rapt by your Muse’s eyes –

two midnights of passionate thought

igniting images in your mind,

such as your beach crab, who waits

for his prey amid the wave-washed stones

that glisten to the sun – gleaming himself

whenever he moves, as if his wetted shell

were breaking into flame.

Your parents brought you rootless

into a land of grog and marsupials.

Did you ever ask your father, Joseph,

about his childhood in Kinsale?

Or orientate yourself with stories

of family lore, like those I heard –

how, in the wake of Richard de Clare,

we Harpurs came to Wexford?

Or of your father’s coffin-voyage

across the southern seas, to join

the tribe of Sisyphus and forge

the down-Underworld of Britain?

But you, convicted of your dream

to be the laureate of your nation,

transported yourself to a realm

beyond the Blue Mountains

and discovered … not ‘China’ –

the Shangri-La of convict fantasies –

but a dawn sky, trees moist with dew

and glinting all with a dim silveriness;

or the sinuous valley of the waters;

or wide warm fields, glad with corn.

You knew that nature had a sacred source

even as a sunbeam’s fountain is the sun

and tried to open people’s eyes.

But all they saw was a fool of God,

a voice de-crying in the wilderness,

soul-dwarfing priesthoods

and prone to drink, self-pity – yet seeing

deep down into the life of things:

and what is deep is holy, and must tend

to some divinely universal end.

Sham age, government, friends –

anywhere but Eurobodalla

seemed a blessing in the end.

I picture your deathbed tableau,

the spectral figure of Despair,

head bowed, pretending to grieve;

but Mary, too, sitting there

recalling your courtship; and shelves

of unread pages, hibernating

like winter trees, to open

somewhere in a future spring,

in leaf again.

(C)2024 by Francesca Diano RIPRODUZIONE RISERVATA

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