
Carlo Diano, nato a Vibo Valentia, allora Monteleone di Calabria, nel 1902 e scomparso a Padova nel 1974, grande intellettuale, filosofo e pensatore riconosciuto a livello internazionale fra i maggiori del ‘900, aveva creato nel corso della sua vita una biblioteca di oltre 10.000 volumi, che naturalmente riflettevano tutti i suoi molteplici interessi, non solo di grande classicista, ma di quella che è stata definita una mente rinascimentale. Oltre alle preziosissime raccolte complete di tutti i testi greci e latini, collezioni complete de Les Belles Lettres, de La Pléiade, edizioni tedesche e inglesi dei classici, molte corredate delle sue note a margine, estratti, collezioni di riviste, alcune delle quali rarissime e ormai introvabili, c’erano poi le letterature di quasi ogni paese del mondo e di tutti i tempi, sia in traduzione italiana che in lingue originali, (inglese, francese, tedesco, svedese, danese, spagnolo), collane storiche e complete dell’intera letteratura italiana dalle sue origini, ricchissime sezioni di Storia delle Religioni, di filosofia antica e moderna, di arte e Storia dell’Arte, di archeologia, di sociologia, di antropologia, di teatro antico e moderno e storia del teatro, di psicologia, di storia della musica, ma anche testi di matematica, di scienze fisiche e naturali. La biblioteca comprendeva anche la Treccani e la Britannica, Insomma, una biblioteca che rifletteva, come sempre avviene in simili casi, il percorso intellettuale di Diano come studioso e come uomo, ma era anche un patrimonio molto importante della cultura italiana. Infatti, l’autorevolissimo Giuseppe Mazzariol, storico dell’arte, membro del Consiglio direttivo della Biennale di Venezia e dell’Associazione delle Biblioteche Italiane, in un suo studio dedicato, definì la biblioteca di Diano non solo significativa, ma, proprio per la sua ricchezza, completezza, vastità, “patrimonio della cultura italiana.” Bene, di questo patrimonio si è oggi persa ogni traccia… inghiottito da un buco nero.
Fra le ultime cose di cui mio padre si occupò fu la nascita dell’Università della Calabria, fondata nel 1972, della quale fu autorevole consulente e ispiratore. A una simile università nella sua terra aveva pensato a lungo e fu dunque molto felice quando vide finalmente realizzarsi un progetto così articolato. All’epoca io vivevo a Londra con l’allora mio marito, John Trumper, che dopo i tre anni del BA (Bachelor of Arts, insomma la nostra triennale), avrebbe dovuto completare i due anni per l’MA (il nostro Master), che poi però non concluse, mentre io, laureata a Padova in Storia dell’Arte, a quel tempo lavoravo come bibliotecaria al Courtauld Institute, la prestigiosa istituzione di studi artistici che conserva anche le collezioni d’arte della Regina – oggi di Re Carlo – e insegnavo Storia dell’Arte all’Istituto Italiano di Cultura di Londra. Eravamo dunque giovanissimi, laureati e sposati da poco. La neonata università aveva bisogno di tutto e mio padre ci incoraggiò fortemente a lasciare Londra per iniziare a Cosenza un nuovo percorso. Arrivammo dunque alla fine di settembre del 1973, il Trumper come incaricato di fonetica e io divenni assistente di Grazia Marchianò, che era docente incaricata di Estetica. I due anni a Cosenza, venendo da Londra, non furono facili, ma io avevo la fortuna di avere in Calabria molti parenti di mio padre, sia a Vibo, le amatissime cugine Rodotà, che a Cosenza – un cugino medico, un cugino archeologo, Tanino De Santis, che aveva fondato la rivista Magna Graecia, una zia acquisita, vedova di uno degli zii Diano a cui ero più legata, che era lo storico farmacista di Dipignano. A Dipignano infatti, dove ogni tanto, quando ero bambina, eravamo ospiti degli zii farmacisti, nella loro bella casa al centro del paese, trascorremmo due estati, ospiti di questa zia e tutti i dipignanesi ricordavano mio padre con grande affetto, affetto che non mancarono di dimostrare in ogni modo anche a noi, compreso il nostro primo figlio Carlo, nato da poco. Grazie a tutte queste persone straordinarie, che ci aiutarono in tutti i modi ad ambientarci, e ad alcuni loro amici divenuti poi nostri amici, trovai quella Calabria di cui mio padre parlava spesso e che amava. Purtroppo, nel dicembre del 1974 mio padre morì. La mia unica consolazione fu che ebbe modo di vedere almeno per qualche mese il nipotino, cui demmo appunto il suo nome, Carlo. Io ero ancora molto giovane e fu un dolore terribile, non solo perché con lui avevo da sempre un legame profondissimo, ma perché mi veniva a mancare un punto fondamentale di riferimento. Alla fine del 1975 comunque lasciammo la Calabria per Padova.
A parte queste note personali, che saranno utili a comprendere la mia incredulità per quanto poi è accaduto, successe che, verso la fine del 1975, l’Unical manifestò interesse per l’acquisizione della biblioteca di mio padre, e incaricò il figlio del filosofo Ludovico Geymonat, il classicista Mario, che allora insegnava all’Unical, di seguire la cosa. Io, giovane e inesperta, che non avrei certo voluto vendere quella testimonianza così importante della figura di mio padre, lo misi in contatto con mia madre, che se ne volle occupare in esclusiva. Fu lei a entrare in trattative con Mario Geymonat per concludere la vendita di 6.000 volumi. Fu fissato il prezzo: Lit. 6000 a volume, per un totale di Lit. 36.000.000, che nel 1976 era una cifra enorme. C’è da dire che io non fui purtroppo consultata sulla scelta dei volumi e mia madre lasciò che la scelta fosse fatta da terzi. Così finirono nel novero non solo edizioni rarissime, di valore ben maggiore di quello pattuito, ma anche preziosi libri antichi e volumi che rientravano nei miei interessi. Non fu fatto nemmeno alcun inventario, fu solo indicato il numero dei volumi. Dunque, all’Università della Calabria la biblioteca, pur mutilata ma comunque preziosa, di Carlo Diano, giunse nel 1976. Esattamente cinquant’anni fa.
C’è chi crede (e forse qualcuno spera) che di tutti questi fatti pregressi non si sappia nulla, ecco perché è bene riportarli alla memoria e darne testimonianza. Ne dirò in seguito. E’ naturale che, se affermo questi fatti, è perché di tutto questo io ho documentazione, comprese le fotocopie degli assegni da incassare (i volumi furono pagati in tre rate) e copia delle lettere di mia madre a Geymonat e viceversa per i ritardi dei versamenti. Anche se io avrei preferito fare una donazione, piuttosto che vendere, di questo denaro comunque io non ebbi nulla se non, anni dopo, quando venni a conoscenza dei miei diritti, le briciole. Già quanto ho detto sinora è molto triste. Ma più amaro e triste è quel che segue.
Come chiunque avrebbe fatto, io davo per scontato che all’Unical esistesse un Fondo Diano, sia per l’importanza internazionale del nome dell’illustre calabrese, sia per la consistenza del fondo e il suo essere una base fondante di una biblioteca universitaria che all’epoca era solo in fase di costruzione, e per la significatività di un pensatore di tale fama, che ha dato un così grande lustro alla sua terra. Non ultimo, il suo ruolo nella nascita dell’Università stessa. Io non ebbi comunque più contatti con l’Unical dopo aver lasciato Cosenza, tranne nel 2017, quando il compianto grande Nuccio Ordine volle dedicare a Carlo Diano, unico dalla fondazione dell’ateneo calabrese, un incontro di studi, cui parteciparono, oltre a Ordine, Massimo Cacciari, allievo di mio padre, Silvano Tagliagambe, Pio Colonnello e Romeo Bufalo, oltre a me. Un anno prima, in occasione del Certamen Classicum Vibonense dedicato a mio padre, avevo incontrato una docente dell’Università di Messina, la quale mi disse che era molto contenta di comunicarmi che alcune collane di testi greci e latini provenienti dalla biblioteca di Diano… erano da loro! Di fronte alla mia meraviglia, mi spiegò che l’Unical li aveva loro venduti!!! Non sapeva o non ricordava però in che anno. Ne rimasi scioccata! Che senso aveva disgregare una testimonianza così significativa e perché mai l’Unical aveva ritenuto di alienare testi che, comunque, costituiscono la base di una biblioteca di studi classici? Ma si erano venduti i volumi storici di Carlo Diano, molti dei quali recavano sue annotazioni a margine? E chi lo aveva deciso?
Tentai allora di mettermi in contatto con qualcuno che potesse darmi delle risposte, che potesse dirmi se esisteva o meno un Fondo Carlo Diano, ecc. Trovai però un muro. Tutto quello che venni a sapere fu che non c’era alcun Fondo con questo nome. Quando, in occasione della giornata dedicata a mio padre, cercai di sapere di più di persona, non fu possibile. Non mi fecero parlare con nessuno. Il mistero si infittiva. Che fine avevano fatto tutti quei volumi? Perché non era possibile a me – sua figlia – avere notizie o chiarimenti? C’era forse qualcosa che non dovevo sapere?
Tuttavia, per vie traverse, venni a sapere che, nel 2006 – 2007, una docente di “Tecniche dell’informazione e della comunicazione”, aveva assegnato delle tesi per la triennale – mi pare 4 – di catalogazione de Il fondo Carlo Diano della Biblioteca di area Umanistica dell’Università della Calabria. Stiamo parlando del 2006, TRENTA ANNI DOPO L’ACQUISIZIONE DEI VOLUMI! PER TRENT’ANNI ERANO DUNQUE STATI ABBANDONATI e in parte venduti! (Dunque lì si parlava di un fondo?) Nessuno aveva MAI catalogato quel preziosissimo lascito per trent’anni! Ma le sorprese non erano finite. Prima di tutto, nelle premesse, si diceva che non c’era traccia di come e quando il fondo fosse pervenuto all’Unical…, come se tutte le tracce fossero state cancellate. Sarebbe bastato chiedermi. Poi si parlava di circa 9.000 volumi… ma se erano 6.000! Comunque potei scorrere buona parte dei volumi così catalogati, circa 800. NESSUNO PROVENIVA DALLA BIBLIOTECA DI MIO PADRE! Era tutta roba che pareva acquistata a peso sulle bancarelle di libri usati, o roba di fine ‘800 di poco conto e di nessun interesse. Nessuno di quei volumi rispecchiava nemmeno lontanamente gli interessi di mio padre. E sia chiaro che io ricordo benissimo quali volumi erano in quella biblioteca in cui mi sono formata. C’erano persino ex libris o dediche che non avevano alcun collegamento con Diano, tutti a gente o da gente mai sentita e ignota. Insomma, persino le laureande cui venne affidato quel compito espressero per iscritto la loro meraviglia nel constatare come tutto questo fosse molto strano… persino a loro la cosa parve notevolmente anomala.
Dove sono dunque finiti i 6.000 volumi? A parte quelli venduti a terzi (cosa che, sia detto fra noi, denota una totale mancanza di rispetto per un Maestro del pensiero, cui sia in Calabria che altrove sono stati dedicati monumenti e intestate piazze e strade). Come mai non era mai stata fatta una catalogazione per trent’anni? E’ chiaro che questo rendeva possibile a chiunque di appropriarsi dei volumi a piacimento. Come mai sono stati annoverati in questo fondo fantasma volumi che nulla hanno a che vedere con Diano, di nessun valore e che darebbero l’impressione – se proprio si volesse pensar male – di voler sostituire numericamente quelli originari?
Io non sono mai riuscita ad avere una risposta da nessuno. Ma la cosa deve essere apparsa talmente anomala che, almeno per quanto io ne sappia, questa catalogazione non è mai stata completata e a tutt’oggi, se si va a consultare l’elenco dei Fondi della BAU (Biblioteca di Area Umanistica) dell’Unical, il Fondo Diano NON ESISTE! Cancellato, polverizzato, reso invisibile. Probabilmente non c’è mai stato. Io avrei ovviamente un’idea di cosa è successo, ma non ho prove per dirlo. Tuttavia, uno dei doveri di chi resta è di non permettere che si cancellino le tracce di avvenimenti e memorie importanti, soprattutto quando si possono tranquillamente produrre le prove di quanto si afferma.
Certo, non posso che provare grande tristezza per tutto questo, perché quella biblioteca rifletteva profondamente la formazione e la personalità eccezionale di Diano e, metterla a disposizione delle nuove generazioni avrebbe significato renderla viva, nutrire nuove menti. Dunque sono certa che ci sarà una spiegazione plausibile a tutto questo e sarei davvero molto grata all’Unical, se, nel cinquantesimo anniversario dell’acquisizione della Biblioteca di Carlo Diano, volesse fare un po’ di chiarezza su questa vicenda, che di sicuro non fa onore a un’istituzione in cui vedeva delle possibilità per i giovani calabresi. Mai avrebbe immaginato…
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