La mia ninna nanna della guerra

Ninna nanna

Gattino cagnolino, tutti insieme

nonna mamma e bambino – pochi vasi

panni stesi.

Chi ha portato via il giardino ?

Chi ha mangiato nel mio piattino

e dormito nel lettino…?

Scappa, scappa via bambino !

Senti arriva il temporale

senti il tuono, distruzione…

E’ quel mostro senza occhi

che ci crede dei pidocchi.

Lo cavalca un assassino,

brucia il sole, secca l’erba

Scappa, scappa via bambino!

Niente più su questa terra

che bandiere della guerra.

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Ninna nanna de la guerra – #Trilussa

Nessuna guerra è ancora conclusa, altre nuove stanno nascendo

«Ninna nanna, nanna ninna,

er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili

Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.

Chè quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.

So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!»

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Contemplazione/distrazione, il motore della poesia

Raccolta poetica di Paolo Valesio

Con Contemplazione, distrazione Paolo Valesio arriva a un’opera che sembra nascere da una lunga maturazione interiore, come se ogni poesia fosse il frutto di anni di osservazione paziente del mondo e, allo stesso tempo, del suo perdersi. L’autore si muove tra due estremi: il desiderio di silenzio e di senso, che appartiene alla contemplazione, e la frenesia dispersiva della vita contemporanea, che fa inciampare i pensieri e li frantuma in mille distrazioni. In questo attrito continuo si genera un territorio instabile, una sorta di purgatorio quotidiano, dove le emozioni vengono declassate e la conoscenza si trasforma in un accumulo caotico di dati che non illumina, ma isola.

Viaggiando tra l’Italia e l’America — Bologna, New York, i paesaggi del Connecticut — il poeta sembra attraversare non solo luoghi, ma strati della memoria e stati di coscienza. I laghi, la neve, i giardini, le strade percorse, i bar e i treni diventano scenari sospesi in cui ogni gesto quotidiano è un varco verso qualcos’altro: un’interrogazione metafisica, un ritorno inatteso della spiritualità, una malinconia che aleggia sul presente.

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#Acquasantiera di Sebastiano Diciassette – Il battesimo del nulla

Ci sono libri che si leggono e libri nei quali si affonda. Acquasantiera, l’ultima tappa della Quadrilogia degli Elementi di Sebastiano Diciassette, è uno di questi. L’acqua, che qui prende il posto dell’aria, della terra e del fuoco, non è fonte di vita, ma specchio deformante, battesimo profano, dissoluzione del sé.

Sfogliando le pagine, si ha la sensazione di entrare in una chiesa abbandonata: l’acquasantiera è lì, colma di un liquido che non purifica ma corrode, in cui il poeta invita a intingere le dita – e l’anima. Ogni testo è un frammento di ossessione, una goccia di linguaggio che cade, lenta sul marmo dell’esistenza: <<Gesù non tornerà mai>> scrive Diciassette, con la disarmante consapevolezza di chi ha smesso di aspettare redenzioni.

Dannazione e redenzione, beatitudine e dissoluzione, un patrimonio visionario ed etico, il retaggio quasi genetico di chi è nato e vissuto, e ha respirato, le atmosfere cattoliche di una nazione come l’Italia, centro fondante di una religione matrice di molti altre confessioni che ne hanno messo in discussione e compromesso la solidità.

Il linguaggio di questa raccolta è feroce e mistico allo stesso tempo: alterna il ritmo del mantra alla bestemmia, la carezza al graffio. Si muove tra il sacro e il profano, tra l’epifania e la nausea, l’ironia e la disperazione, in una danza dissacrante del contrasto. Le poesie diventano piccole liturgie del disincanto – una messa recitata su di un altare fatto di vetro e ruggine, trasparenza e sgretolamento.

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Senza misura

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#Nucleare

Restiamo a goderci il sole

dopo che la nube invisibile

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Potpourri

Gli orsi bianchi combattono

contro gnomi che rubano

la neve

e impongono dazi sull’inverno

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Errata corrige

Ringrazio e chiedo venia hai lettori che bontà loro si sono soffermati sul mio ultimo post Chapeau Cristina Campo (2° parte ) per alcuni refusi di battitura, che ho prontamente corretto. Purtroppo nel digitare il pezzo il telefono non mi dava pace, so che probabilmente molti mi capiscono.

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Chapeau, Cristina campo (2° parte)

La corrispondenza personale di Cristina Campo ha sempre suscitato molto interesse da parte di studiosi e estimatori, numerose sono le pubblicazioni che raccolgono i suoi epistolari a conoscenti e amici. Un tono cordiale e caloroso le caratterizza e lascia presumere che la Campo considerasse la scrittura epistolare come una ragnatela da tessere e curare con attenzione poiché rappresentava il suo più valido legame con il mondo esterno. Le numerosissime lettere assumono la valenza di un diario: Cristina affida a loro emozioni, sentimenti e riflessioni sui più vari argomenti, dalla filosofia alla religione, dalla poesia alle opinioni sulla complessa temperie degli anni che stava vivendo con avversione e preoccupazione; forze inevitabili

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Chapeau, Cristina Campo !

” Ha scritto poco e le piacerebbe aver scritto ancor meno “ Disse di sé in terza persona – Una affermazione risoluta, perentoria, eretica e polemica insieme – una frase che non smette mai di affascinarmi e suscita in me una certa invidia letteraria, perché solo in questo modo risulta possibile comporre con le parole sinfonie d’oro bizantino, intarsiate di mistero e supplica, speranza e sacrificio, monumentali come la sfinge, inscalfibili nel silenzio di una preghiera o di un pensiero. Chapeau, Vittoria Guerrini – alias Cristina Campo, alias Puccio Quaratesi, Bernardo Trevisano, Giusto Cabianca, Benedetto P. d’Angelo, alias come ignota poetessa britannica per scrivere una poesia in lingua inglese e poi tradurla da se stessa con lo pseudonimo Cristina Campo, l’unico che alla fine sia rimasto. – Un gioco di maschere nel tentativo di allontanarsi dall’atteggiamento così ovvio e dozzinale, diffuso oggi come allora, nell’ambiente letterario di esibire la propria identità per aprire la strada a biografie, postume e anche no, dove chiunque può mettere in luce ciò che torna utile al suo discorso – Ma vorrei aggiungere, piuttosto quasi uno svago con ombre cinesi e travestimenti, un raffinato gioco di società, che doveva in qualche modo divertire, o perlomeno far sorridere, l’ambiente culturalmente elevato a cui apparteneva e dove era cresciuta – un gioco a nascondarella o caccia al tesoro tra chi sapeva e chi no.

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