Una prospettiva sul potere magico dei bambini in letteratura (I Distruttori di Graham Greene) e sulla scoperta della violenza, della distruzione e della morale
Nel film del 2001 Donnie Darko, durante un’interrogazione scolastica il protagonista, Donnie, offre la propria interpretazione («destruction is a form of creation») del racconto di Graham Greene del 1954, The Destructors, di cui riporto l’incipit:
«Fu alla vigilia delle ferie bancarie d’agosto, che l’ultima recluta divenne capo della banda dell’autoparco di Wormsley. Nessuno ne fu sorpreso salvo Mike, ma Mike all’età di nove anni si sorprendeva di ogni cosa. “Se non tieni la bocca chiusa” gli aveva detto uno, una volta, “ti ci troverai dentro un ranocchio”. Dopodiché, Mike aveva tenuto i denti strettamente sigillati, salvo quando la sorpresa era troppo grande.»

Si tratta di un racconto pregevole il cui tema non è la “distruzione” ma la “scoperta della distruzione” (e cioè di se stessi). Racconto a tratti simbolico (qualunque cosa ciò voglia dire), piacevole anche nella traduzione italiana (I Distruttori, p. 75) contenuta nel libro Amori facili, amori difficili (edizione del 1979 riedita da Euroclub, con una copertina fresca, a partire dall’edizione graficamente molto poetica di Mondadori del ‘77 e, appunto, con un titolo perfetto).

La “distruzione creatrice” di cui parla Donnie coincide a mio avviso con la scoperta della propria capacità di distruggere. Il bambino scopre il proprio potere e in quella fase distruttiva crea se stesso, l’uomo che sarà.
I Distruttori è un racconto che affonda le proprie radici nei ricordi d’infanzia dell’autore (quella fase della vita, l’infanzia, da cui nasce il genio secondo Baudelaire: «Il genio è l’infanzia ritrovata a volontà»), ma soprattutto nella tematica della destabilizzante energia vitale che si sperimenta quando si è bambini; la capacità cioè di esperire, senza nemmeno ricercarla, quella stupefazione quasi drogata, la meraviglia della scoperta (La Dea Bianca, Graves), che accompagna l’uomo in quei primi scatenati e perturbanti anni dell’esistenza, permettendogli di vivere esperienze raccapriccianti (come distruggere una casa) e dionisiache («Il bambino è un Dio. Poi impara la morte e diventa uomo» Cocteau).
Tutto l’universo contenuto in quello che precede la scoperta dell’anima, si potrebbe dire.
Ne I Distruttori – come in molti capolavori degli anni ‘40 e ‘50 del 1900 (Agostino di Moravia, Teddy di Salinger, Il signore delle mosche di Golding) – al centro della narrazione vi è calata come un’ancora in mezzo al mare la scoperta della violenza, della distruzione e della morale (e delle loro relative assurdità) e al tempo stesso la presa di consapevolezza del proprio esistere, con tutta l’energia che si lega allo scontro di tali enormità.

Scrivere dell’infanzia rivela e trascrive in letteratura una piccola traccia di quell’energia, quel potere magico, che si è perso crescendo; potere magico che la narrazione ricrea e che da adulti sarà possibile ritrovare solo per contrasto, in modo assai diverso, forse fittizio o perfino terribile (di sicuro con enormi fatiche e senza più spontaneità alcuna): attraverso l’attesa dell’ispirazione artistica, mediante il ragionamento – il ragionare su quel “prospettivismo” che permette di ribaltare ogni cosa intuendo come la prospettiva possa cambiare, e cambi, ogni morale (La gaia scienza, Nietzsche) – o infine, e questo è il risultato peggiore, mediante l’atrocità della guerra e della distruzione.
Purtroppo però, quando si scopre il prospettivismo, siamo già andati al di là, siamo oltre, abbiamo perso la purezza della musica, non temiamo più, come Mike, che un ranocchio ci finisca in bocca.
Siamo ormai ingabbiati nella vita, nel pensiero che pensa se stesso; siamo, crescendo, «caduti al mondo per l’eternità» (Guccini, La Collina; rifacendosi a Salinger). Ogni elevazione di noi stessi non sarà mai più pura e devastante come avveniva da bambini, e come avviene, per fortuna, nei libri.
Loris Di Bella
La copia di Amori facili, amori difficili fotografata mi è stata prestata anni fa dalla dottoressa Laura Fabbri, ma credo, in verità, che oramai io me ne sia indebitamente e definitamente impossessato.



