Panama contro grandi navi: vediamo chi la spunta

Vi piace giocare a Risiko? A me non tanto: parliamo di un sistema di regole nel quale un gruppo di maniaci mentalmente tarati si diletta ad assalire ogni vicino impiegando mezzi militari totalmente avulsi da qualsiasi contesto industriale, economico o politico. L’idea di poter calpestare chiunque a piacimento, di poter “vincere tutto”, è infantile: è solo questione di tempo, e lo sconfitto tornerà a saltar fuori. Non necessariamente usando carri armati – la guerra asimmetrica è concetto ovvio, in teoria. Alla Casa Bianca abbiamo un Presidente, tale Trump, che ritiene vantaggioso giocare a Risiko; ignorando forse il fatto che stavolta, dall’altra parte, non c’è la Kamchatka. Il nemico è….. chi è il nemico esattamente? Lo Yemen? Grenada? Cuba? Ma no, è quel paesone grosso e strano che fa affari con tutti….. la Cina! Già, la Cina: commercia con tutti – anche con gli Stati Uniti – e realizza notevoli surplus commerciali. Soprattutto, porta infrastrutture e sviluppo laddove fa male: nei Paesi più poveri. Nessuno finga di non sapere, ché il ridicolo è sempre in agguato. Per metterla semplice, con RFK: “…We’ve spent $8 trillion on war in the last 20 years, since 2002, that has gotten us nothing. It has made us less safe. The Chinese spent $8 trillion during that same period building ports, bridges, roads, schools, universities, and hospitals. And they’re now the principal creditor for almost every nation in Latin America and Africa…”.

Se i cinesi fanno affari con l’America Latina, e se questi affari includono notevoli movimenti di merci fisiche, è in teoria possibile provare a contrastare la presenza cinese nell’area interrompendo i traffici mercantili. Sia ben chiaro, il commercio internazionale si fa via nave: è di gran lunga il mezzo più economico; anche in presenza di alternative – non c’è ferrovia che possa competere, men che mai autostrada. Le Americhe offrono uno strumento piuttosto importante in tema di regolazione dei traffici mercantili: il Canale di Panama. O forse lo staterello nato in funzione del canale: il territorio in oggetto era parte della Grande Colombia, quella di Simón Bolívar, e successivamente della moderna Colombia. Fu Theodore Roosevelt ad assaltarlo militarmente, imponendone l’autonomia: se lo staterello dell’istmo è minuscolo, sarà facile controllarlo; la presa degli Stati Uniti sulla gestione del canale è garantita. Alla fine l’infrastruttura tornerà nelle mani dei panamensi, con i trattati appoggiati da Carter; i quali si guarderanno bene dal farne uso discrezionale: fin dai tempi dell’invasione del 1989 è chiaro a tutti che, nell’area del canale, non è il caso di creare problemi gestionali che possano infastidire Washington. A parti invertite, Washington ritiene di avere il diritto divino di causare problemi agli altri: da qui l’accusa di “cinesizzazione” della gestione del canale – ovviamente ridicola e falsa – unita all’accusa circa i costi di transito esorbitanti imposti esclusivamente a fantomatiche “navi statunitensi” – altro falso risibile. Il messaggio politico è comunque chiaro: gli USA, con le buone o le cattive, chiuderanno il Canale di Panama a piacere. E i commerci tra Cina ed America Latina saranno il primo bersaglio.

Contestualizziamo: cosa fa il Canale di Panama? Si tratta di un’opera mastodontica, capace di unire gli oceani Atlantico e Pacifico, evitando la terribile circumnavigazione della Terra del Fuoco. Una rivoluzione: perfino il commercio tra le coste Est e Ovest degli States se ne avvale, ché la ferrovia risulterebbe comunque costosa – una realtà questa ben nota agli operatori del settore. Panama non è mare aperto: le chiuse hanno dimensioni ben definite. Sono state rimodernate, a partire dal 2006, e hanno portato al lancio della nuova classificazione “Neo Panamax”: dal 2016 quindi queste nuove grandi navi possono attraversare l’istmo. Risultato: il tonnellaggio di portata lorda, o DWT, transitabile è cresciuto da circa 55.000 a ben 120.000 t. In aumento anche la capacità di carico delle porta container: da 5000 a 13.200 TEU circa. Il Canale di Panama non è opera esente da problemi: la recente tornata di modernizzazioni ha avuto, tra le altre cose, l’obiettivo di contenerne il consumo di acqua. La regione dell’istmo ha sperimentato ciclicamente siccità importanti; anche nel 2023 e 2024 questo fenomeno ha temporaneamente limitato il numero di natanti capaci di transitare nel canale.

Ebbene, veniamo al dunque: cosa può fare la Casa Bianca per infastidire un po il governo cinese? Potrebbe provare a catturare il Canale di Panama – non una novità – ed interdire il transito delle navi mercantili ritenute sgradite. Tra i possibili bersagli, prendiamone uno scelto in modo assolutamente casuale: il Venezuela. A Pechino potrebbero porsi il problema di trovare un modo alternativo per gestire i commerci con Caracas: non che si tratti di una vicenda così importante per la Cina, ma la risposta serve soprattutto come segnale politico. Immaginiamo di voler coprire la tratta tra Shanghai – porto di riferimento in Cina – e Caracas La Guaira – equivalentemente importante per il Venezuela: impiegando il Canale di Panama la distanza ammonta a 17.430 km circa. Perso il canale che fare? Esistono varie vie alternative. La più ovvia è Suez, transitando lo stretto della Malacca, il Mar Rosso, il canale medesimo, il Mediterraneo, quindi l’Atlantico. Sono 23.550 km circa, parecchi di più. Ma c’è un altro problema: Suez si trova al centro di un drammatico confronto politico. Non garantisce in modo certo la transitabilità: come viene usato adesso contro il traffico cargo delle compagnie che fanno affari con Tel Aviv, potrà essere facilmente rivolto contro chiunque, anche la Cina.

Volendo evitare i canali navigabili, tanto per non ritrovarsi di nuovo con lo stesso problema di partenza, la tratta del caso si può anche coprire sulle sole acque oceaniche. Il viaggio attorno alla estrema propaggine meridionale del Sud America, dentro o fuori lo Stretto di Magellano, è l’opzione più costosa e problematica. Sono oltre 28.000 km, nelle acque più tempestose del pianeta: un affare discutibile. Rimane la circumnavigazione dell’Africa, già impiegata negli ultimi anni per aggirare lo stesso Suez al bisogno. Se questa è la scelta, occorre scegliere il varco di transito tra i vari stretti disponibili a cavallo delle Isole della Sonda. Propongo Lombok: grande, profondo – a differenza dello stesso Stretto della Sonda – probabilmente impossibile da chiudere – a differenza dalla Malacca. Fatti i conti in carta, sono 25,150 km circa: senza impedimenti politici possibili, su acque sempre praticabili con qualsiasi stazza. Il conto economico è in teoria salato: 25.150 / 17.430 = 1,443; un + 44,3% imposto a distanze, consumi, costi per viaggi e carichi similari. Fattibile in caso di necessità, ma non gradevole per Pechino, così come per nessun Paese sudamericano.

Ricordate Neo Panamax? 120.000 t di tonnellaggio. Poi ci si ferma, il canale ha una sagoma definita. Che succede se ingrandisco una nave? Soprattutto, una nave cos’è in termini semplici? Parliamo di uno scatolone di lamiera che fende l’acqua e porta un carico. La resistenza al moto, per questi oggetti, è turbolenta: si vedano le espressioni per cose come numero di Reynholds e resistenze idrodinamiche / aerodinamiche. Imponendo velocità costanti, alla fine quel che cambia è l’area frontale del mezzo: tutto il resto rimane com’è. Supponiamo di ingrandire uno scafo, senza modificarne le proporzioni: se raddoppiamo ogni dimensione dell’oggetto, l’area frontale quadruplica. Il volume disponibile invece cresce di ben otto volte. E così otteniamo perdite dovute alle resistenze idrodinamiche quadruple, ma il carico utile è otto volte più grande: la potenza impiegata per smuovere ogni tonnellata di materiale, a pari velocità, si dimezza. In fondo, far cadere due sfere di acciaio di diverso diametro nell’acqua potrebbe evidenziare altrettanto bene il fenomeno. Il calcolo è rozzo, approssimativo, roba da terza media. Stranamente però le navi mercantili non fanno che ingrandirsi, pensate un po: e no, non è un problema di costo degli equipaggi: i filippini si accontentano di paghe modeste. E’ proprio un problema di fisica: la grande nave consuma meno, per smuovere la medesima massa. Da qui la corsa al gigantismo, incessante, pervasiva, che ha una sua ragion d’essere.

Ma esattamente di quanto dovrebbe ingrandirsi una nave, mettiamo una porta rinfuse, per raggiungere il punto di pareggio nei consumi? Medesima velocità – accettiamo un ritardo alla consegna – dimensioni maggiorate, +44,3% in distanza da coprire. Lo scatolone, la nave, è oggetto tridimensionale: le due navi possono essere identiche in sagoma, a differire sarà la dimensione di riferimento L. Il carico utile è proporzionale al cubo della dimensione di riferimento (il volume V); la resistenza al moto – a pari velocità – è proporzionale al quadrato della stessa dimensione di riferimento (l’area frontale A). Ignoriamo ogni costante: Cu = consumo per unità di volume. Cu ∝ A/V ∝ (L^2 / L^3). Da cui Cu ∝ 1/L. Come dire: il consumo unitario per unità di carico è funzione lineare inversa della dimensione del natante. Il confronto tra la nave piccola (L1) e grande (L2) imponendo pari consumo sulle diverse distanze – D1, D2 – percorse: D2 = 1,443 * D1; D2 * Cu2 = D1 * Cu1. Per sostituzione: 1,443 * Cu2 = Cu1 (ovvio). Ricordando la proporzionalità Cu ∝ 1/L, e sostituendo: 1,443 * (1/L2) = 1/L1; la costante introdotta per sostituzione è omessa essendo identica su entrambi i lati dell’uguaglianza. Semplificando: L2 = 1,443 * L1. In volumi, V2 = 3,004 * V1. Tre volte: per coprire i consumi extra, sulle due tratte a confronto, è sufficiente disporre di uno scafo avente volume triplo; accettando un viaggio di maggior durata.

Questa non è tutta la storia: se optiamo per una nave che possa transitare Panama, poi dobbiamo pagare i diritti di transito, e sopportare i tempi di attesa e di viaggio lungo il canale. E’ un’opera faraonica, e richiede spese ingenti per funzionare. Per 120.000 t, stando al documento pubblicato dall’Autorità competente, parliamo di un fisso di 300.000 dollari più una quota variabile di 0,8 dollari a tonnellata (DWT). 396.000 dollari a transito. L’alternativa oceanica di taglia tripla è in grado di risparmiare 1,188 milioni di dollari per viaggio solo in diritti di transito. Probabilmente questo può bastare a coprire gli extra costi di nolo connessi alla maggior durata del viaggio; maggior durata che in parte è mitigata dal venir meno dell’attesa all’ingresso del canale. Esistono realmente navi abbastanza grandi da rispondere al problema? Esistono, ad esempio quelle appartenenti alla classe Chinamax: 400.000 t di DWT; una possibile materializzazione nelle navi Valemax. Ovviamente è possibile servirsi di natanti un po più piccoli, ma in linea di principio più ci si avvicina alle 360.000 t e meglio sarà possibile reggere il confronto con Panama. Nel complesso, la tratta oceanica sostitutiva può essere gestita dalle navi esistenti per le rinfuse, solide ma ragionevolmente anche liquide: le difficoltà esistono, ma non sono insormontabili.

Con i container la situazione qual è? Il traffico in contenitori non è certo dominante, ma ha il suo significato: pur pesando meno, muove un valore finanziario più elevato delle rinfuse. Neo Panamx permette nominalmente il transito di porta container fino a 13.200 TEU – unità di misura di riferimento per i contenitori. Le nuove, grandissime porta container appena varate possono ospitarne fino a 24.346. Quasi il doppio rispetto alle Neo Panamax. Questo significa che il canale, nel caso dei container, ancora riesce a spuntare un margine competitivo; l’incessante incremento della capienza di questi natanti però erode continuamente questo margine. I costi di transito attraverso Panama, nel caso dei container, sono perfino più pesanti di quelli registrati con le rinfuse. E poi l’elevato valore trasportato – nel 2020 già più di 54.000 $ per contenitore – è un’arma a doppio taglio: rende ovviamente meno rilevante qualsiasi aggravio di costi, anche quello prodotto dalla scelta di una più lunga tratta oceanica. Il container, con il suo elevato valore trasportato, è in realtà un bersaglio più difficile: può sopportare un viaggio più lungo, anche solo facendo leva sulla minore incidenza finanziaria che questo imporrà sul carico.

La trovata della Casa Bianca forse non è poi così brillante: esistono alternative praticabili a Panama, già operanti nel caso delle rinfuse. Anche le porta container si stanno ingrandendo: non ci metteranno molto a diventare grandi a sufficienza da poter competere con il canale, e comunque già ora se la possono cavare contenendo il danno. Possiamo liquidare la trovata di Trump come un atto di pirateria poco efficace. O forse no: forse c’è dell’altro in questa vicenda? Provate a pensarci: se il commercio regionale mediato da Panama rischiasse di essere bloccato senza preavviso, voi cosa fareste? Io fare così: cercherei un partner molto grosso, capace di fornire sia le merci che mi potrebbero mancare che le linee di navigazione oceaniche necessarie per aggirare l’ostacolo. Pensateci: non vi sembra di vedere la descrizione di un certo Paese chiamato Cina? Il piano di Trump non è sciocco, non è brillante, non è nemmeno mera propaganda: è un suicidio. In questa vicenda sta compromettendo la reputazione del proprio Paese, e ha reso infido il canale di Panama agli occhi degli altri attori politici ed economici. Ma la pirateria funziona solo se le vittime non hanno alternative: in questo caso le alternative esistono, e a far fortuna sarà chi le può garantire. Si chiama concorrenza.

E’ da mesi ormai che la discussione attorno a Panama pare sopita, sopravanzata da questioni come sanzioni e guerre: se vedi le bombe cadere su Gaza, dimenticherai in fretta le sparate presidenziali su questo o quel canale navigabile. La vicenda sembra avere perso peso: a che serve discutere adesso, ad agosto, di una faccenda che già ad aprile di quest’anno a malapena riusciva a fare capolino nelle pagine interne dei notiziari? Ed è qui il bello: nelle operazioni industriali il tempo è dilatato. Per costruire un porto, una grande nave o per allestire una linea di navigazione occorrono anni. Le minacce giornalistiche possono anche svanire, ma una cosa è certa: la fiducia è venuta meno. Gli operatori industriali, senza clamore, si stanno certamente preparando al peggio; ed i politici dell’America Latina, quelli sani di mente, stanno facendo lo stesso. Le magiche “sanzioni” non  funzionano? C’è sempre il Canale di Panama, penseranno a Washington: chiudiamolo. Sembra un buon piano, finché non provi: ad andare in pezzi sarà il commercio regionale; a sostituirlo sarà probabilmente, per molti Paesi del circondario, il commercio con la Cina. Su questo, come su altri argomenti, abbiamo bisogno di ritrovare il buon senso; giocare a Risiko non è d’aiuto.

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Il fotovoltaico che divora la Terra

Se combatti un nemico, se decidi di fare guerra, non ti fai dei problemi circa i mezzi utilizzati. In guerra tutto è permesso: quel che conta è il risultato. E così abbiamo i paladini dell’ambiente, quelli nostrani: in un Paese ormai sommerso da colate di catrame e cemento, il loro bersaglio prediletto non poteva essere altro che …… il fotovoltaico! Avete letto bene: non quella discarica puzzolente che avete di fianco a casa, e neanche quella cava abbandonata dove andavate a giocare da ragazzini. I meno fortunati di voi si godono una schifosa tangenziale in cortile, col corollario di fumi, rumore, lancio di rifiuti e distruzione di campi, vigne e frutteti. No, niente di questo: oggigiorno sui social network il difensore dell’ambiente, in Italia, fa la guerra al fotovoltaico. Colpevole di consumare suolo, di puzzare, di causare incidenti e chissà che altro. Soprattutto di occupare la preziosa terra coltivabile. Quando è ora di vendere una tesi, qualcosa bisogna pur mettere in vetrina. I numeri è bene evitarli – che altrimenti chi legge scoppia subito a ridere. Però è sempre possibile servirsi di una immagine.

Campo fotovoltaico RajastanTerra coltivabile distrutta da un impianto fotovoltaico. Fonte: credeteci per pietà.

Si va dunque alla guerra: basta trovare una fotografia che ritrae un impianto fotovoltaico, tipo quella qui sopra, caricarla su Facebook o Twitter (così si chiamava) o simili, e piazzarci attorno qualche messaggio indignato. Messaggi del tipo “il green uccide la terra“, “quante persone sarebbero state sfamate se questi campi fossero stati coltivati?“. “una truffa per espropriare la terra“, “falso green che vuole distruggere l’uomo e la natura“, “di questo passo avremo carestie, questi impianti andrebbero distrutti“….e via dicendo. Il tono dei commenti è generalmente questo. L’operazione è economica solo se richiede uno sforzo minimale: i commenti di 50 o 100 caratteri costano poco. L’immagine è un problema: come te la procuri? Vai a fare una gita e fotografi un impianto? E’ una briga, mica ce l’hai un drone. Si fa molto prima con un motore di ricerca: basta digitare “solar farm” o qualcosa di simile e vien fuori tutto l’occorrente. Caricata l’immagine, piazzati i commenti, rilanciato il tutto sui social: vittoria! Milioni di italiani vedranno la buona terra distrutta per sempre da questo orrido ammasso di pannelli fotovoltaici.

Ma non è che per caso qualcuno tra i lettori si rivelerà essere un antipatico scocciatore? Può anche darsi che qualcuno di costoro, avendo la possibilità di sciupare ben 180 secondi del proprio tempo, decida di cercare da dove sia venuta l’immagine. Si fa così: si salva l’immagine, la si dà in pasto ad un motore di ricerca per immagini, e si verifica da dove provenga. Detto fatto, la bella foto di cui sopra origina da un articolo pubblicato su thenationalnews.com del novembre 2022; qui il pezzo originale con l’immagine in apertura. La didascalia in calce alla foto, ripresa suppongo con un drone, recita “A solar park in Rajasthan. India has set a target of 175 gigawatts of renewable energy capacity by the end of this year.“. Tralasciamo gigawatt e belle speranze, e concentriamoci sul problema: dove sta l’impianto? Dopo una rapida indagine, svelato il mistero: si tratta molto probabilmente del gigantesco parco solare di Bhadla, Rajasthan. Qui una descrizione. Pare che nel 2023 fosse il più grande al mondo, con circa 56 kmq di superficie. Qui la foto satellitare dell’area.

Dov’è il problema? E’ grosso, il problema, molto grosso: perché l’impianto di Bhadla sorge in un deserto. Un deserto, avete letto bene: si tratta del deserto del Thar. Nella foto in lontananza pare di vedere del verde, che roba sarebbe? Facile: l’ambiente circostante è costituito da una steppa piuttosto arida, che stagionalmente si ricopre di un prato abbastanza magro. C’è qualche alberello qua e la. Molti dei deserti del mondo si ricoprono stagionalmente con un po di erba. Però è e rimane un deserto, o almeno in parte una arida steppa, e purtroppo in termini di agricoltura offre poco. E’ una locazione assai problematica, per ammissione del gestore: le frequenti tempeste di sabbia offuscano i pannelli fotovoltaici; bisogna spesso procedere a pulizie impegnative. E ovviamente le reti elettriche ad alta tensione sono state realizzate ex novo, trattandosi di un ambiente davvero poco popolato: il governo indiano ha fatto le cose in grande, pur di non consumare preziosa terra coltivabile. I difensori dell’ambiente nostrani non hanno gradito lo sforzo.

Cari difensori dell’ambiente, apprezzo molto la vostra solerzia. Mi permetto di darvi qualche modesto consiglio. Non affidatevi mai a soluzioni economiche, rapide e poco faticose, tipo raccattare una immagine a caso in giro per la rete: come avete fatto presto voi a trovarla, faranno prestissimo i vostri lettori a scoprire da dove viene. Non riponete mai troppa fiducia nella forza della massa: non serve a niente pubblicare un milione di volte una notizia fasulla, se anche una sola volta venite smascherati. Non vi fidate mai troppo di chi legge: in mezzo a quella folla si può nascondere qualsiasi malintenzionato, anche gentaglia che si mette a cercare le fonti delle notizie che riferite. Non crediate di comprendere fino in fondo la battaglia che combattete: è pieno di gruppi di pressione che cercheranno di usarvi, per i più disparati interessi – e senza rendervene edotti, pensate un po. Soprattutto, non illudetevi di poter rappresentare una qualche forma di bene comune, o men che mai di interesse nazionale: il Paese delle colate di catrame sparse ovunque per i campi ha problemi più gravi del fotovoltaico.

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Joe Biden va a caccia di petrolio: il Venezuela

Il tempo è trascorso lentamente, ed inesorabilmente. A Washington l’amministrazione federale si arrabatta per cercare di rimediare ad un problema che ha creato con le proprie mani: la carenza di petroli intermedi e pesanti da impiegare nella fabbricazione del gasolio. I dettagli del bizzarro pasticcio industriale / politico nel pezzo precedente. Questa vicenda si intreccia in modo complesso con le sorti del Venezuela, antico produttore di petrolio, e storico fornitore degli USA nonché territorio di caccia per le multinazionali a stelle e strisce. Una cronistoria dei turbolenti rapporti tra Washington e Caracas è reperibile, almeno per gli ultimi anni, via Wikipedia. Riassunto: a Washington hanno pensato di rovesciare il governo venezuelano tramite “sanzioni”; il suddetto governo, dispettoso ed antipatico, è rimasto al suo posto. Nel mentre l’industria energetica del Venezuela è entrata in crisi, perdendo capacità, attrezzature e personale. Sorvolo sulle sofferenze inflitte alla popolazione, visto che in apparenza questo argomento non è molto popolare; ricordo solo che alla fiera delle “sanzioni” abbiamo partecipato anche noi sudditi europei. Quantifichiamo le conseguenze della guerriglia condotta contro Nicolas Maduro con qualche parametro semplice, tramite le restituzioni grafiche della EIA statunitense.

Export petrolifero del Venezuela per tipologia, migliaia di barili / giorno. Grafica: EIA

Le “sanzioni” fanno effetto, e mettono al tappeto l’export petrolifero di Caracas. Da più di due milioni di barili/giorno, viene raggiunto un minimo di appena 400,000 barili/giorno nel 2021. La ripresa successiva è modesta, e comunque l’impatto è forte anche sui consumi interni. Si noti bene la natura della materia prima esportata: quello che viene classificato come heavy-sour sarebbe olio pesante con elevato tenore di zolfo. Non proprio acqua di colonia: il costo di raffinazione è alto in confronto a materie prime convenzionali; spesso questo materiale richiede impianti di pre trattamento anche solo per garantire che sia possibile la successiva movimentazione.

Export petrolifero del Venezuela per destinazioni, milioni di barili / giorno. Grafica: EIA

Prevedibilmente, se a Washington ti sanzionano e ti sequestrano le raffinerie, puoi rivolgerti ai soliti noti per provare a rimediare. A Pechino sono sempre felicissimi di fare affari con i Paesi sanzionati; e visto che la lista ormai è lunga quanto un papiro, non fanno certo fatica a trovare candidati. Tradizionalmente gli USA hanno rappresentato un importante mercato per il petrolio venezuelano, assorbendo anche i due terzi della produzione del Paese. Le politiche sanzionatorie recenti hanno colpito le raffinerie della PDVSA, sfortunatamente dislocate su suolo statunitense: da qui la trasformazione delle destinazioni dell’export di Caracas evidenziate nella immagine sopra, via EIA.

Export petrolifero del Venezuela per Paesi di destinazione, percentuali 2023 . Grafica: EIA

Nel 2023, più dei due terzi dell’export di Caracas hanno preso la via della Cina; molti altri attori, come l’India, hanno ceduto alle minacce di Washington e si sono ritirati. Negli ultimi mesi sono ripartite in sordina le consegne dirette negli stessi USA. Dettaglio divertente: la macchina della propaganda racconta che l’export verso Pechino coprirebbe essenzialmente debiti pregressi; in pratica il governo cinese, desideroso di spararsi nei piedi per raccogliere spiccioli, starebbe distruggendo il governo venezuelano per favorire un bel “cambio di regime” a beneficio di Washington. Avete il diritto di crederci. Credeteci. Sforzatevi di crederci. Mettetecela tutta, potete riuscire a crederci.

Capriole recenti: l’amministrazione Biden decide di levare le sanzioni dal Venezuela. Si tratta formalmente di una sospensione temporanea, ma il messaggio è quello. Forse sulla decisione hanno pesato le minacce dei venezuelani rivolte contro la Guyana, riguardo la regione contesa dell’Essequibo – e i relativi interessi delle compagnie petrolifere occidentali. Via FP si apprende che: “… On Oct. 18, 2023, a day after representatives of Venezuelan President Nicolás Maduro and the Venezuelan opposition assembled in Barbados to announce they were resuming negotiations on inclusive and competitive presidential elections in 2024, the White House announced that it was loosening select economic sanctions on Venezuela …”. Hanno poi riattivato qualche restrizione, ma non fa differenza: in affari come in amore è il pensiero che conta. Già, il pensiero: cosa pensa di fare l’amministrazione Biden? Risposta facile: visto che il piano per rovesciare Maduro è un fiasco, e visto che gli USA hanno sperimentato la più grave crisi del comparto raffinazione degli ultimi decenni, perché non comprare un po di petrolio a Caracas? Può servire a ridare equilibrio al mercato, e ha grande importanza in un momento storico nel quale il Medio Oriente è ambito più infido del solito e la Russia è dipinta come un lazzaretto di appestati. E poi i venezuelani dispongono – si racconta – della più grande riserva di petrolio del mondo; per lo più olio pesante, proprio quello che scarseggia oggi su suolo statunitense.

Produzione di idrocarburi del Venezuela per tipologia, migliaia di barili / giorno. Dati: PDVSA.

Riserve e produzioni di petrolio del Venezuela sono argomenti popolari, già trattati anche su queste pagine; ma per capire davvero la situazione il dato aggregato non basta. Vale la pena osservare la materia prima disponibile suddividendola per qualità. La compagnia statale PDVSA fornisce dati di produzione – rivolti agli investitori – nei quali distingue puntualmente le tipologie di petroli estratti; la voce del caso sul sito aziendale è “RELACIÓN CON INVERSIONISTAS”. L’immagine sopra riassume il dato, pubblicato solo fino al 2016. Quel che traspare dai pochi numeri lasciati trapelare al pubblico è sufficiente per capire alcune cose fondamentali. Nel periodo 2002-2016 le produzioni venezuelane sono sostanzialmente stabili: con o senza il contributo degli NGL – condensati ottenuti a lato dell’estrazione di gas naturale – gli andamenti sono stazionari. Guardando le somme, sembrerebbe un ritmo di estrazione pressoché stazionario. Problema: la qualità dei petroli ottenuti è cambiata profondamente nell’arco di tre lustri. Al passaggio di millennio, a dominare erano petroli leggeri ed intermedi, assieme ai vari condensati. Nel 2016, poco prima del tracollo, la testa della corsa era ormai saldamente detenuta dalle materie prime pesanti ed extra pesanti.

Produzione petrolifera del Venezuela per tipologia, percentuali. Dati: PDVSA.

Volendo limitare il discorso alle sole frazioni ottenute dai petroli veri e propri, è interessante ragionare quindi sul peso relativo delle varie classi di greggi estratti. La metamorfosi del comparto petrolifero venezuelano è palese nell’ultima immagine, sempre basata sui dati PDVSA. Nel 2002, i greggi pesanti ed extra pesanti coprivano appena un terzo dei volumi estratti; nel 2016 rappresentano ormai più del 60% del totale. Quel che pareva stazionario in somma, appare come una precipitosa trasformazione non appena osserviamo dati disaggregati per qualità. E d’altronde, stando ad EIA, l’export odierno del Venezuela si compone per buoni quattro quinti di materia prima pesante: evidentemente gli andamenti accertati al 2016 non hanno smesso di affliggere il comparto. Il problema così generato è oggetto di discussione da tempo: tra gli altri, consiglio la lettura di Crudeoilpeak e del recente comunicato della EIA. Riassunto: inesorabile declino dei petroli convenzionali, stallo degli oli pesanti, difficoltà ad espandere le produzioni.

La vicenda dell’industria petrolifera venezuelana fornisce qualche insegnamento. Le riserve possono essere gonfiate o sgonfiate a piacere, è facile giocare con le definizioni: le centinaia di miliardi di barili attribuiti al Venezuela potrebbero anche essere impossibili da estrarre. La produzione non racconta niente, fin quando non la suddividiamo per qualità: il Venezuela è un produttore di petrolio convenzionale in grave declino, dopo 100 anni di attività. Esistono enormi depositi di oli pesanti – specie nel bacino dell’Orinoco – ma questo materiale non è equivalente ai petroli leggeri in esaurimento: è decisamente più difficile da estrarre. E’ viscoso, gli interventi di ampliamento della permeabilità richiesti per mobilizzarlo costano molto. Può darsi che sia necessario surriscaldare l’intera massa dei giacimenti per ottenere flussi accettabili. L’idea dell’amministrazione Biden in sunto è questa: servirsi degli oli pesanti venezuelani per dare equilibrio alle raffinerie USA, affamate di petroli pesanti – e ha una sua logica. Ha però un limite: le produzioni ottenute non si potranno espandere a piacimento, ben difficilmente potranno toccare i massimi storici del passato. Speriamo che anche in casa ENI questi problemi siano stati considerati con attenzione.

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Tight oil, oppure petrolio. Fate la vostra scelta.

Come andiamo con il caro buon vecchio petrolio? E’ da tanto che non me ne interesso, preso come sono da mere questioni di sopravvivenza. Lo spread, le bollette, le tessere lasciapassare tinte di verde…. forse il petrolio non ha smesso di interessarsi di me, e di tutti noi. Nemmeno per un istante. Tra i tanti attori rilevanti, controlliamo cosa fanno gli USA. Hanno conosciuto gli effetti di importanti crisi energetiche negli anni ‘70, quando è entrata in crisi la loro produzione domestica di petrolio convenzionale. Poi si sono trovati nuovamente nei guai al passaggio di millennio: tutti ricordate l’estate del 2008, con i prezzi insensati raggiunti dal greggio, e con le conseguenze che ancora paghiamo. Gli americani hanno risposto con l’utilizzo diffuso del fracking, fratturazione idraulica: iniettano acqua, sabbia e solventi in rocce sfruttabili, e raccolgono idrocarburi capaci di uscirne grazie al miglioramento della permeabilità indotto nelle rocce stesse. Così la produzione USA di petrolio è aumentata, al punto di poter coprire più o meno i consumi nazionali. Vediamo cosa è accaduto affidandoci alla banca dati ufficiale della EIA, Energy Information Administration del governo USA .

1 – Produzione di petrolio USA, migliaia di barili / mese. Grafica: EIA.

Il petrolio USA cresceva fino al ‘71, poi la storica crisi. Quindi il recente miracolo reso possibile dalla osannata tecnica di fratturazione idraulica. Se abbiamo una produzione nazionale di petrolio in crescita, cosa ci aspettiamo di vedere? In linea di principio, sostituzione delle importazioni; e questo è sempre stato lo scopo dichiarato dei proponenti del cosiddetto light tight oil in terra americana. Produrre – o meglio estrarre – di più in casa per tagliare le importazioni e dipendere meno dall’estero. Non fa una grinza come ragionamento. In effetti oggi gli USA producono – o meglio estraggono – una quantità di greggio che è più o meno equivalente al consumo nazionale. L’ultimo dato consolidato, anno 2021 via BP, pone l’estrazione a circa 711,1 milioni di t, contro consumi di 803,6 milioni di t. Per gli anni 2022 – 2023 è probabile che si abbia una sostanziale equivalenza dei due valori. Missione compiuta: gli USA hanno ottenuto l’autosufficienza in tema di petrolio, o almeno qualcosa che ci va abbastanza vicino.

2 – Importazioni di petrolio e derivati negli USA, migliaia di barili / mese. Grafica: EIA.

Questo fatto dovrebbe riflettersi sui flussi di import / export: se copri il tuo fabbisogno, a cosa ti serve importare petrolio? Ti diverti ad imbarcare verso l’estero materiale che stai al contempo importando? Chi paga gli inutili costi prodotti? Osserviamo l’andamento dell’import di petrolio e derivati per gli USA, dato EIA nella seconda immagine: cresce linearmente a partire dagli anni ‘90, e tocca l’apice nel mese di agosto 2006 con 455,6 milioni di barili. Quindi prende a scendere, e si ridimensiona gradualmente. Negli ultimi mesi del 2022, circa 260 – 270 milioni di barili / mese. E’ una diminuzione significativa, ma non è certo un azzeramento. Lo stesso atlante statistico di BP segnala, per il 2021,un deficit nel commercio di petrolio e derivati USA attorno a (7,892 – 8,478) = – 0,586. Un ammanco di 586.000 barili / giorno. Tornando alle importazioni totali mensili indicate da EIA, e volendole tradurre in unità internazionali, si tratta di un import di petrolio e derivati di circa (265 x 0,1364 x 12) = 433,8 milioni di t annue; il tutto immaginando di trattare petroli aventi peso specifico nella media. Avete letto bene: un Paese che manifestava un deficit netto di combustibili liquidi di neanche 93 milioni di t nel 2021, dato BP, e che nel presente probabilmente copre per intero i propri consumi con la produzione nazionale, insiste a movimentare un volume di importazioni equivalenti a qualcosa come il 54% dei propri consumi di petrolio e derivati. O comunque almeno un metà, anche immaginando differenze importanti nelle densità delle materie prime in esame. Sarebbe una storiella bizzarra e divertente, se non fosse un dato statistico ufficiale.

3 – Esportazioni di petrolio e derivati dagli USA, migliaia di barili / mese. Grafica: EIA.

Se gli USA estraggono petrolio in quantità grossolanamente equivalente ai propri consumi, ed insistono ad importare enormi volumi di petrolio e derivati, dove va la differenza in surplus? Va a finire nell’unica voce contabile in cui può stare: gonfia a dismisura l’export di petrolio e derivati. E proprio questo è accaduto: dopo almeno 25 anni di esportazioni stabili, a partire dal 2005/2006 si è innescata una vorticosa crescita dell’export statunitense di petrolio e derivati. E’ un bel gioco, importare gigantesche quantità di carburanti ed al contempo esportarne altrettante; ma è un gioco costoso e poco utile: chi paga il conto di tutto questo viavai? E soprattutto, perché farlo? Ricordiamo l’antica regola: nel mondo dell’industria le uniche attività che possono essere operate a lungo sono quelle che hanno senso; per “senso” intendesi la capacità di coprire i costi. E il senso della cosa è banale, nel nostro caso: gli USA esportano prodotti per buona parte diversi da quelli che importano. Per indovinare cosa sia il materiale esportato, e cosa quello importato, abbiamo bisogno di qualche informazione in più.

4 – Riserva strategica di petrolio USA, disponibilità in migliaia di barili. Grafica: EIA.

La riserva strategica di petrolio, o SPR, è uno strumento introdotto nel 1975 negli USA con lo scopo di garantire una fornitura di emergenza in caso di interruzione delle importazioni. L’idea originaria era quella di sopperire per qualche mese agli effetti di una guerra o di una serrata da parte OPEC. La riserva è stata riempita durante gli anni ‘80, e poi incrementata al passaggio di millennio; al punto da superare la capacità nominale di 714 milioni di barili nel 2009 / 2010. In realtà è rimasta sostanzialmente stabile per tre lustri: le variazioni, spesso sbandierate alla TV, sono generalmente consistite in prelievi simbolici in quantità. Fino ai primi mesi del 2022: da qui in avanti, si è innescata una caduta dei volumi in riserva mai sperimentata nei decenni precedenti. Le giustificazioni politiche non mancano: la Russia forniva quantità rilevanti di greggio e derivati perfino agli USA, un 5,5 – 6 % dell’import totale ad inizio 2022; e la “guerra delle sanzioni” ovviamente ha gettato nel caos i rapporti di import – export esistenti tra i russi ed i paesi occidentali. Ma questo non risponde all’interrogativo di fondo: se gli USA non sono quasi più un importatore netto di petrolio e derivati, perché movimentano un import così rilevante? E perché la riserva strategica è collassata ad appena il 51% della sua capacità massima? Soprattutto, perché quest’ultimo evento si è verificato solamente a partire dall’inizio del 2022?

E’ ora di parlare di qualità. Signori, sia chiaro: il petrolio non esiste, è solo una frottola giornalistica. Esistono semmai i petroli: il plurale è d’obbligo, quando si discute di partite di materie prime radicalmente diverse tra loro. Abbiamo petroli leggeri e pesanti, per densità. Abbiamo greggio convenzionale e non. Abbiamo shale oil, ottenuto frantumando roccia scavata come solido, vedi le varie tar sand canadesi; e anche light tight oil – noi italiani di solito li confondiamo – ottenuto via fratturazione idraulica: che è quello che ha fatto crescere tanto le produzioni USA. Per la diatriba linguistica tra shale oil e tight oil si veda la voce di enciclopedia, che riferisce: “… The International Energy Agency recommends to use the term “light tight oil” and World Energy Resources 2013 report by the World Energy Council uses the term “tight oil” for crude oil in oil-bearing shales …”. Se confondiamo le varie categorie di materie prime, niente più è comprensibile. Il materiale che gonfia il mercato USA da tre lustri è un petrolio leggero – “light“, ottenuto fratturando una roccia serbatoio altrimenti pressoché incapace di rilasciarlo – “tight“. Usualmente si dice che il tutto consista nell’iniezione di fluidi ad alta pressione, assieme a solidi granulari: la pressione esercitata anche da semplice acqua divarica le fratture nelle rocce, e queste non possono richiudersi a causi dei granuli, per esempio di sabbia, immessi assieme all’acqua. Le fratture aperte in gran numero rendono la roccia permeabile, e così l’agognato petrolio può uscirne ed essere raccolto. Queste tecniche, di miglioramento della permeabilità, si sviluppano fin dall’800 – ai tempi con l’impiego di semplici dispositivi esplosivi calati nei pozzi; e hanno avuto applicazione compiuta a partire dal 1946/47 con l’affermarsi della moderna fratturazione idraulica.

Se parliamo di tecniche antiche, a cosa si deve il successo recente? Cosa ci sarebbe di diverso nelle attività di fracking condotte oggi? La scala degli investimenti è divenuta gigantesca, ma c’è dell’altro. Se osserviamo bene i fluidi che vengono iniettati durante le operazioni, vediamo che sono più interessanti di quanto si potrebbe pensare. Sono generalmente coperti da segreto industriale, e sono fatti di cose molto diverse dalla semplice miscela di acqua e sabbia impiegata negli esperimenti più antichi. I componenti esotici, di solito un 2-3 %, sono moltissimi; un riassunto via NRDC: “… The U.S. Environmental Protection Agency (EPA) examined more than 39,000 chemical disclosure forms submitted to FracFocus from January 1, 2011, to February 28, 2013; it found that more than 70 percent of the forms listed at least one chemical as CBI and that 11 percent of all chemicals were claimed as such …”. Più del 70% delle miscele impiegate conteneva qualcosa che si classifica come segreto industriale. E’ vero che oggi molti Stati USA impongono trasparenza, ma la scelta di allora aveva delle ragioni: tra cui la tossicità di alcuni dei componenti. E’ difficile speculare sull’azione di molte di queste sostanze, ma mi permetto di segnalare la presenza di cose come metanolo, benzene, toluene, xilene. Nei documenti in circolazione, compare la definizione di “solventi”. Un aiutino lo merita, questo tight oil, se vogliamo farlo uscire dalle rocce che lo ospitano.

Se immaginiamo per un momento che le tecniche di fracking abbiano l’effetto collaterale di indurre un certo grado di frazionamento nel materiale estratto – con o senza un contributo rilevante da parte di alcuni additivi chimici ormai noti – forse abbiamo in mano una traccia logica di qualche utilità. Per “frazionamento” intendiamo, alla lettera, l’azione di suddividere la materia prima inizialmente omogenea in partite aventi composizione diversa. E’ facile immaginare che ad abbandonare più facilmente una roccia serbatoio poco permeabile saranno volumi di materiale meno viscosi e più facilmente mobilizzabili; le frazioni pesanti resteranno dove sono. Grossolanamente, con gli idrocarburi vale una regola basilare: più sono lunghe, complesse e pesanti le molecole considerate, più denso e viscoso sarà il materiale che compongono. Se effettivamente gli idrocarburi rilasciati via fracking sono più “leggeri” della media del materiale geologico da cui originano, dovrà pure esistere un modo per dimostrarlo. Una misura fisica, normata e ripetibile, che renda conto della differenza che esiste tra questo particolare light tight oil ottenuto via fracking ed un qualsiasi petrolio convenzionale.

5 – Tipologie di petrolio estratte negli USA, gradi API. Grafica: EIA.

La misura esiste, da più di un secolo, e prende il nome di Grado API. In pratica si tratta di un parametro che rende conto del peso specifico di una miscela di idrocarburi: più è basso, e più la miscela è pesante – o meglio densa. I petroli aventi grado API < 10 affondano nell’acqua. Le addizioni di produzione operate negli USA negli ultimi tre lustri non sono costituite da petroli convenzionali: sono dominate da idrocarburi “leggeri”. Il dato restituito dalla quinta immagine, sempre da un rapporto della EIA, non lascia dubbi: il panorama è dominato da nuove produzioni aventi gradi API > 40. Spicca in modo eclatante la differenza tra le produzione ereditate, pesanti in gradi API ed in lento declino, e le nuove produzioni ottenute spesso via fracking, aventi basse densità. Problema: i petroli lavorati dalle raffinerie USA hanno in media – dato di inizio 2022 – gradi API pari a 33; in crescita dal valore di 30,2 del 2005, ma comunque lontani dai valori elevati tipici del tight oil di recente introduzione. Come possono quindi adattarsi all’arrivo di una marea di nuovi petroli leggeri? Lo avete indovinato anche voi al volo, immagino: basta esportare petrolio leggero ed importare materia prima pesante.

6 – Flussi volumetrici di petrolio e derivati negli USA, milioni di barili / giorno. Grafica: EIA.

I flussi consolidati, per il 2021 nel dato EIA, parlano chiaro: gli USA esportano sia derivati che petrolio greggio. In termini di volumi sono un esportatore netto, per l’equivalente di 1,95 milioni di barili/giorno. Attenzione: il dato EIA riferisce di volumi in barili al giorno. Durante la lavorazione, al petrolio in ingresso si aggiungono cose come additivi, biocarburanti, condensati: il volume finale è più elevato di quello iniziale, ma i prodotti ottenuti hanno spesso contenuto energetico per volume un po più basso. Questo significa che non dobbiamo tentare confronti tra il dato volumetrico EIA ed il dato energetico BP. Sono ambedue corretti, ma un po differenti. La contabilità offerta da BP definisce gli USA come un debole importatore di greggio; nel senso che il loro mercato dei combustibili liquidi segna ancora, nel 2021, un lieve deficit energetico. La contabilità di EIA rappresenta un discreto esportatore, ma solo in senso volumetrico. Non è un dettaglio, ed entrambe le letture hanno un proprio campo di validità: solo non sono sovrapponibili.

Riemerge la domanda iniziale: a che pro gli USA esportano petroli quando al contempo li stanno importando in gran massa? Serve, e parecchio anche: perché esportano materiale utile per produrre benzina, ed importano materia prima necessaria per ottenere frazioni pesanti. In sintesi: le tecniche di fracking non hanno prodotto nuove disponibilità di petrolio convenzionale, ma semmai di materiale a basso peso specifico. Questo materiale va bene per fare cose come benzina o jet fuel , ma è meno utile per il gasolio, che nell’industria è la materia pregiata per eccellenza. Le raffinerie americane, impossibilitate a modificare molto in fretta il grado API medio della materia prima in ingresso, non hanno potuto far altro che miscelare alla produzione USA grosse quantità di greggio “pesante” importato. L’origine del problema risiede forse nel frazionamento chimico causato, tra gli altri, dai solventi iniettati nelle rocce serbatoio con le operazioni di fracking; ma è solo una delle ipotesi. Ad ogni modo gli USA hanno rimediato attuando un imponente movimento di import / export; almeno fino all’inizio del 2022. Poi sono arrivati i grattacapi: il governo federale ha iniziato a svuotare precipitosamente la riserva strategica. C’è stato anche un florilegio di articoli allarmistici, specialmente a fine 2022, su una supposta “crisi del diesel”. Si veda Rapier su Forbes ; o anche il più popolare WP. La crisi c’è stata davvero, soprattutto con il crollo delle scorte di gasolio. Poi nessuno ne ha parlato più, ma non è scomparsa per magia: è stata scaricata sulle riserve. La riserva strategica contiene petrolio convenzionale, essendo stata riempita decenni or sono: ha risolto il problema, ma si è dimezzata.

La ragione di tutte queste contorsioni è abbastanza chiara: gli USA lo scorso autunno erano a corto non di petrolio in senso lato, che in un certo qual modo esportano pure, ma di petrolio adatto a fabbricare gasolio; in generale di petrolio “pesante” avente bassi gradi API. La narrazione ad oggi è stata quella secondo cui le tecniche di fracking avrebbero portato l’indipendenza dall’import di carburanti; in special modo dalla Russia, ed in generale dagli attori politici ritenuti ostili. Al primo tentativo è andata davvero molto male. Il light tight oil non è un sostituto del petrolio convenzionale, e non causerà grossi pensieri a Mosca: da cui Washington insiste ad acquistare il greggio “pesante” di cui difetta, ovviamente per vie traverse e senza dare nell’occhio. Diffidate di chi vi propina una qualche fantomatica “indipendenza energetica” ottenuta tramite petrolio non convenzionale. Rischiate di buttare miliardi in una impresa di scarso effetto; e alla fine, per azionare i motori diesel, sempre a Mosca finirete con l’andare. O peggio ancora, a Caracas o a Teheran. Se vi chiedono come fate a sostenere questa tesi, rispondete con una semplice domanda: a cosa si deve l’inedito e precipitoso crollo della riserva strategica USA, e perché si è verificato solo a partire dall’inizio del 2022?

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Settimane in cui accadono decenni?

Il celebre Lenin, in una possibile versione: “Ci sono decenni in cui non accade nulla, e ci sono settimane in cui accadono decenni”. Popolare come aforisma, ma fasullo: è una rielaborazione successiva dei pensieri e dei discorsi del leader bolscevico. Però rende bene il concetto: stiamo a guardare un mondo che sembra immobile, immutabile. Tutto intorno a noi si trascina più o meno come sempre – per “sempre” intendendo il lasso di tempo che abbiamo vissuto noi stessi fino ad oggi. E magari ci troviamo a chiederci come mai i libri di storia che leggiamo siano pieni di battaglie, intrighi e rovesci degni di un romanzo d’appendice: come mai niente di questo sembra accadere intorno a noi? Perché il nostro tempo sembra immobile e vuoto? La Storia, per dirla con Fukuyama, si è conclusa davvero?

E poi arrivano le sorprese. Improvvisamente, dal nulla, si materializzano le notizie: quelle che segnano un passaggio epocale. Iraniani e Sauditi, avversari abbastanza espliciti da lungo tempo, si siedono attorno ad un tavolo a Pechino. Ristabiliscono relazioni diplomatiche che, già cattive per molti anni, erano completamente interrotte più o meno dal 2016. Non è stato detto molto circa gli argomenti trattati – e di certo i media occidentali non gradiscono l’argomento – ma non ha importanza. La notizia è che politici e diplomatici dei due Paesi si sono seduti ad un tavolo per negoziare. Questo è un cambiamento epocale in se.

Con relativa nonchalance, l’agenzia stampa ufficiale iraniana mette nero su bianco che il re saudita Salman ha invitato il presidente iraniano Raisi a visitare il Paese. Evidentemente a Pechino le due rappresentanze diplomatiche non avevano discettato di pistacchi e cammelli; gli argomenti dovevano essere stati più corposi. Vale la pena ricordare che sauditi ed iraniani si sono confrontati in modo abbastanza diretto in due teatri di guerra importanti: Siria e Yemen. Anche questa faccenda, la visita ufficiale iraniana in Arabia Saudita, non ha ricevuto una copertura entusiasta da parte dei media nostrani – eufemismo per definire una delle più ridicole campagne di censura del decennio. Sapete già tutti il perché; chi vuole fingere di cadere dal pero faccia pure, ne ha tutto il diritto.

A stretto giro, sorpresa davvero poco sorprendente: Riad decide di riaprire la rappresentanza diplomatica a Damasco. E’ una mossa importante: i sauditi hanno guidato a lungo la coalizione di “volenterosi Paesi arabi” che sostenevano il “cambio di regime” in Siria. La neolingua dei nostri padroni impiega queste definizioni. La riapertura dei canali diplomatici ufficiali non è l’inizio di un percorso, ma semmai la sua conclusione. Equivale a riconoscere che il governo di Damasco sarà semplicemente quello votato dai siriani, e che l’operazione iniziata più di dieci anni or sono per smembrare il Paese è definitivamente fallita. Fa ben sperare il silenzio tombale dei nostri media: auguriamoci che continuino a tacere, per il bene di tutti.

Poi c’è l’altro dossier spinoso, la guerra in Yemen. Si tratta in realtà di un confronto antico, che oppone parte della comunità yemenita al centro di potere saudita da ben prima che iniziassero le recenti ostilità. A complicare la vicenda, la guerra settaria interna allo stesso Yemen. Non è che al momento si possano nutrire grandi speranze per un ritorno alla normalità, ma comunque la notizia c’è: si parla apertamente di diplomazia. Può darsi che sia solo questione di tempo. Auguriamoci che funzioni: gli yemeniti non meritano la fame e le distruzioni che hanno avuto in sorte, e neanche possono continuare a sopportarne il peso. Ormai sono stremati.

Fermatevi a pensarci: i due centri di potere politico / religioso del Medio Oriente, Riad per i sunniti e Teheran per gli sciiti, stanno riallacciando le relazioni diplomatiche. E trovano il tempo di regolare anche questioni operative prosaiche, come il dossier siriano. Questa cosa, raccontata cinque anni fa, sarebbe sembrata ai più una barzelletta; eppure sta accadendo sotto i nostri occhi. L’effetto finale di tutti questi movimenti per ora è difficile da indovinare, ma una cosa sembra abbastanza chiara: l’era delle guerre per procura in Medio Oriente volge al termine. I nostri telegiornali possono anche fingersi ciechi. I nostri politici invece faranno bene a prestare attenzione.

La visione che emerge da questi lanci di agenzia è di genere “catastrofista”: tutto era in apparenza bloccato, fino a quel giorno in cui a Pechino taluni politici si riunirono attorno ad un tavolo. Per carità, questo genere di assemblee è importante; ma forse, più che di un punto di svolta, si tratta semplicemente dell’istante in cui molti attori politici hanno dovuto prendere atto di cambiamenti già in essere. La guerra di Siria si avviava da tempo all’esaurimento; e le guerre per procura ideate negli scantinati di Washington e Londra – e di qualche altra località innominabile – erano un fiasco evidente già da qualche anno. Nessuno può più negare la cosa, dopo quanto accaduto in Afghanistan. Siamo davanti a cambiamenti “graduali” e “nascosti dalla censura”, che vengono percepiti “improvvisamente”. La Storia è abbastanza lineare; la nostra percezione storica è molto più movimentata. Auguriamoci che lo spettacolo si concluda una buona volta con delle strette di mano, che di morti e sfollati ne abbiamo visti abbastanza.

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Lo strano caso dei morti Covid – Atto II

Riprendiamo il discorso circa la mortalità connessa a Covid19. I decessi imputati ufficialmente a questa nuova malattia sono numerosi, oggi in Italia circa 170.000. Ad una analisi più attenta, pare chiaro che la gran parte delle persone ufficialmente decedute con Covid non abbiano visto ridurre la propria aspettativa di vita complessiva rispetto al periodo precedente la pandemia. Le elucubrazioni polemiche circa la differenza tra i “morti di Covid” ed i “morti con Covid”, alla luce di questi dati, sembrano abbastanza fondate: lo stesso ISS rileva la prevalenza di persone affette da tante altre patologie. E’ logico che in molti casi Covid non abbia fatto differenza – ma questo si potrebbe dire anche per qualsiasi malattia stagionale. Ulteriore problema: è impossibile decidere in senso deterministico chi, nel complesso dei casi, sia stato realmente danneggiato dalla malattia e chi no. Possiamo trovare il caso di novantenni che avrebbero potuto vivere ancora, e si sono fermati prima a causa della pandemia; e potremmo anche trovare il caso di trentenni che, formalmente deceduti positivi alla nuova infezione, erano in realtà affetti da patologie mortali che non li avrebbero lasciati vivere un giorno di più in nessun caso. In senso numerico, può essere utile cercare di isolare un gruppo di persone che non hanno visto ridurre la durata della propria vita da quanti invece ci hanno rimesso parecchi anni; il risultato ottenuto in fondo descrive una situazione concorde con l’analisi dell’effetto delle patologie concomitanti proposta da ISS. Ma non è l’unico né forse il migliore approccio per dare conto della gravità del fenomeno.

Volendo ragionare in modo diverso, come potremmo definire il danno reale causato da un “decesso Covid”? Un morto è un morto, non ci piove, ma i morti sono tutti uguali? In realtà no: la dipartita di un ventenne è un evento molto diverso da quella di un centenario. In gergo, quando si ragiona sul danno causato da una patologia potenzialmente letale si parla di cose come “anni di vita persi”, o “anni di vita in salute persi” L’idea di base è che il danno, volendo supporre anche omogenee le condizioni di vita al variare dell’età, sia più grave con la perdita di un giovane che non di un anziano. Capisco bene le perplessità: non esiste un numero di anziani a cui allungare la vita che giustifichi l’uccisione di un solo bambino. L’etica ha il suo valore, certo, ma non descrive il problema: per una semplice descrizione numerica, attribuiremo ad ogni anno di vita il medesimo valore. Il giovane deceduto avrà perso molti più anni di vita rispetto all’anziano, in tal modo dando conto della gravità dell’accaduto. Il riferimento da cui partire è al solito la speranza di vita ante pandemia: vista la vicinanza temporale e la relativa stabilità, il valore di 82,756 anni rilevato nel quinquennio 2015 – 2019 rimane un buon parametro, peraltro non ancora superato. Si tratta, apparentemente, della aspettativa di vita più elevata spuntata finora dagli italiani; questo permette di rendere cautelative le considerazioni conseguenti: è sempre bene evitare l’accusa di aver nascosto qualche morto.

Età al decesso per i positivi a Covid19, mediana. Grafica: INFN / ISS.

Per stimare le perdite di anni di vita rispetto alle attese ante Covid, occorre conoscere in modo puntuale due parametri: il numero di decessi attribuiti alla nuova malattia, e l’età media delle persone così decedute. Il numero di decessi è un problema modesto, visto che viene sbandierato ovunque. Le età dei deceduti sono una faccenda diversa: di solito non se ne parla, oppure sono riferite in maniera aneddotica dalla stampa locale. Ci soccorre ancora una volta la restituzione numerica e grafica di INFN, sempre basata su dati ISS, da cui deriva la prima immagine in alto; i dati di base utilizzati in questa sede sono aggiornati al 12/07/2022. Evidenti le oscillazioni del parametro. A marzo ed aprile 2020 età al decesso basse, quindi rapida risalita. L’estate 2020 mostra valori instabili: ovvio, essendo pochi i decessi registrati la varianza è alta. Alla fine dell’inverno, nel 2021, si registra uno sprofondamento che spinge le età al decesso ad oscillare attorno ai 75 anni: davvero basse. La successiva risalita, pur con deviazioni abbastanza evidenti, riporta le età registrate stabilmente al di sopra degli 80 anni. L’impatto sulla speranza di vita, tenendo conto anche del numero di persone decedute, sembra quindi essere stato particolarmente forte durante le primavere del 2020 e del 2021. Combiniamo ora i dati, mettendo assieme età al decesso e numero di decessi: per ogni giornata è possibile definire la differenza tra la speranza di vita ragionevolmente attesa – quella ante pandemia – e l’età effettivamente raggiunta dalle singole persone decedute con Covid19. Il prodotto di questa differenza con il numero di deceduti fornisce un valore in anni, anni di vita persi totali: questo è il danno in termini di mortalità causato dalla malattia, ogni giorno. Non è detto che sia un danno: se il morto Covid vive più a lungo delle attese, allora parliamo di un guadagno e ci troveremo un segno negativo nei grafici.

Età al decesso per i positivi a Covid19, anni vita persi per giornata. Dati: INFN / ISS.

Nella seconda immagine in alto possiamo confrontare mediana delle età al decesso Covid e anni di vita persi, intesi come dati giornalieri, assieme alle relative medie a 15 giorni. Perché aggiungere una media? Se ci affidiamo ai valori puntuali, notiamo subito deviazioni forti nei grafici. Può essere che in una data giornata i deceduti Covid siano tutti molto anziani, o molto giovani: questo è frutto del caso. L’impatto in termini di anni di vita persi può essere realistico solo se mediato su un buon numero di valori. Che dire degli andamenti nel secondo grafico? La narrazione della pandemia offerta dai media è forse poco accurata. L’impatto in termini di anni di vita persi è significativo nel periodo marzo – aprile 2020; dopo il 20 aprile 2020 si sprofonda in territorio negativo: Covid19 fornisce un guadagno di aspettativa di vita, anziché una riduzione. La malattia rimane irrilevante fino al periodo compreso tra metà ottobre e metà dicembre, laddove torna a fare danni; l’effetto è modesto, ma visibile. Nel 2021 le cose si mettono molto male: il danno in anni di vita persi cresce rapidamente fino a toccare l’apice a fine aprile. La discesa delle età medie al decesso, combinata col crescere del numero delle vittime, produce effetti forse perfino peggiori di quelli osservati nel 2020. Successivamente si registrano due ultime recrudescenze – di portata limitata – a fine agosto 2021 e a gennaio 2022. Poi il nulla più totale: a partire dai primi giorni di febbraio, il parametro anni di vita persi rimane in media sempre in territorio negativo, al più neutro. Da quasi sei mesi, non esistono di fatto decessi realmente imputabili a Covid19. Abbiamo un termine di paragone per valutare il danno? In Italia nel 2019 gli incidenti stradali hanno causato 3173 vittime [ISTAT]; gli incidenti sul lavoro 1156 vittime [INAIL], di cui 470 (254 in itinere e 216 in occasione di lavoro) coincidenti con incidenti stradali. Sommando: 3173 + 1156 – 470 = 3859. Se ogni vittima ci ha rimesso, ragionevolmente, metà della vita, il danno è (3859 X 82,756) / (2 X 365) = 437,5. Ogni giorno, questi incidenti divorano quasi 440 anni vita. Ogni santo giorno. Teniamolo a mente.

Numero di deceduti positivi a Covid19, anni vita persi per giornata. Dati: INFN / ISS.

Un ulteriore possibile raffronto, questo davvero molto imbarazzante, è tra anni di vita persi e numero ufficiale di decessi Covid – sempre dati INFN / ISS. Questo confronto, nella terza immagine, basta da solo a far capire che qualcosa non va nella narrazione mediatica a cui siamo esposti. Al telegiornale sentiamo parlare di “situazione critica” per 800 – 900 morti Covid in una giornata. E questo è vero a marzo / aprile 2020. A novembre 2020, con lo stesso numero di vittime giornaliere, l’impatto reale in termini di anni di vita persi è minimo: ma per il telegiornale i due eventi sono equivalenti. Si scende ad un plateau di 400 – 500 morti al giorno a gennaio 2021: in realtà si tratta un equivoco, essendo nullo il numero di anni vita persi nel periodo. I decessi totali scendono quindi a 300 per giornata a febbraio; altro equivoco: in realtà in questo istante le età al decesso prendono improvvisamente ad abbassarsi, e si innesca la rovinosa crescita in anni vita persi che culminerà ad aprile 2021. Il numero di decessi positivi al tampone puro e semplice pare un parametro davvero poco rilevante: vede situazioni drammatiche laddove non sta accadendo nulla, e maschera disastri come fossero periodi di tregua. Bizzarri gli eventi di fine 2021: i decessi totali si impennano fino a 300/400 al giorno; ma in realtà gli anni vita persi stanno già crollando. Con la fine di gennaio 2022, secondo il telegiornale raggiungiamo un picco minore di decessi; nel mondo reale, in quei giorni Covid19 perde ogni capacità di accorciare la vita ai malati – divenendo dunque malattia rigidamente non mortale. Ma le redazioni dei nostri telegiornali non se ne sono accorte, purtroppo.

Vale ora la pena puntualizzare alcune questioni. La base del discorso è la definizione di malattia mortale: una malattia mortale ti accorcia la vita. Se non ci riesce, allora non è mortale. Chi non riesce a comprendere queste ovvietà aritmetiche farebbe bene a disinteressarsi dell’argomento, per non fare danni. La scelta della speranza di vita attesa condiziona i risultati: chiunque potrebbe proiettare linearmente gli andamenti noti e raccontare che, in assenza di Covid, a quest’ora avremmo vissuto 85 anni e non 82. Gonfiando subito il parametro anni vita persi a proprio comodo. Per rispondere a queste persone, disoneste, basterebbe chiedere loro come mai ad oggi il “morto Covid” manifesti una speranza di vita leggermente superiore ai morti “non Covid”, e goderci la risposta. Il valore delle medie: come detto, affidandoci ai valori di giornata finiremmo col vedere giornate di danno grave – perdita di anni vita – e giornate di guadagno. Facile speculare sulle prime, o al contrario sulle seconde, ma queste sono deviazioni casuali. Solo una tendenza di medio termine può fornire informazioni sensate. Le età al decesso: INFN fornisce mediane, non medie. Visto l’andamento a campana, piuttosto regolare, esposto sul sito, possiamo supporre che non differiscano granché da un valore medio. I più maliziosi tra i lettori avranno già intuito l’effetto della scelta della mediana in luogo delle mera media aritmetica. Le tempistiche: a volte l’apice nel numero di decessi coincide con l’apice del parametro anni vita persi, a volte lo precede; a volte addirittura è successivo. Evidentemente i decessi puri e semplici non offrono una raffigurazione accurata dell’impatto della pandemia. Il confronto con gli incidenti: ogni giorno, perdiamo 400 o 450 anni vita tra strade e lavoro. Se nessuno ci chiude in casa per questo, perché è lecito bloccare il Paese quando Covid19 arreca un danno comparabile? Vai a sapere. Da ultimo, l’incompletezza dei dati: mancano dal quadro molte informazioni rilevanti – il motivo per cui non riusciamo a liberarci di questa ossessione. Occorrerà ancora tempo per rinsavire.

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Lo strano caso dei morti Covid – Atto I

Dopo tanto tempo, e tante discussioni, è giunta forse l’ora di osservare in retrospettiva il fenomeno “pandemia”. Nella confusione del momento, nella percezione di emergenza portata dalla novità dell’evento, è possibile raccontare e credere praticamente qualsiasi cosa. La lentezza, talora esasperante, con cui i servizi statistici italiani mettono a disposizione dati ed elaborazioni non può che aggravare il problema: in assenza di metriche affidabili ed aggiornate, chiunque potrebbe decidere di fare o far credere qualunque cosa. Come potrebbe mai essere contestato? Un dato che giunge in ritardo, se operiamo provvedimenti emergenziali, è praticamente equivalente ad un dato contraffatto o mancante; indurrà decisioni basate su evidenze superate o inesistenti, che ben difficilmente potranno rivelarsi oculate. Siamo attorno alla metà dell’anno 2022, un lasso di tempo sufficiente per pretendere un minimo di chiarezza a livello statistico. E allora domandiamoci chi sono davvero e quali caratteristiche hanno i morti Covid. Sono giovani o vecchi? Sono sani o soffrono di altre patologie? Quanti anni di vita hanno perduto a causa di Covid19? Mi è capitato di toccare questo argomento a più riprese: usualmente siamo portati a pensare che il morto Covid sia un parametro più affidabile rispetto a contagi o ricoveri. Un morto è un morto, non lo nascondi. Ma come facciamo a dire che una persona è deceduta per Covid19? Quali sono i criteri utilizzabili?

Al cuore della questione: cos’è una malattia mortale? Come la identifichiamo? Una malattia mortale è una malattia che causa la morte di chi la contrae, direbbero al bar dello sport. Certo, ma allora se ho prurito alla schiena e muoio, sono morto di prurito? Non è che per caso qualche altra patologia potrebbe nascondersi dietro al prurito? E con l’età come la mettiamo? Ad una certa età tutti noi moriamo. Non è fondamentale né sempre fattibile individuare una specifica patologia come causa del decesso: la mera vecchiaia, con il suo corollario di perdita di funzionalità e degrado progressivo, ci porterà comunque via prima o poi. Proviamo ad attenerci a parametri semplici e verificabili: una malattia mortale è una malattia che riduce la mia aspettativa di vita. Senza questa malattia, avrei potuto vivere qualche anno ancora: per il fatto di averla contratta sono morto un po prima. Esistono vari metodi per verificare se una patologia uccide o no: possiamo confrontare gruppi di persone che la contraggono o che ne sono immuni, e vedere se le aspettative di vita sono diverse o meno. E’ abbastanza ovvio rilevare che chi si ammala di tumore muore in media prima di chi non è incappato in questa pericolosa malattia. Se la patologia del caso si è materializzata da un certo istante di tempo in poi, si può confrontare l’aspettativa di vita della popolazione prima e dopo la sua comparsa: se è mortale, ancora un volta l’aspettativa di vita ne sarà diminuita, altrimenti nulla cambierà. E allora proviamo ad eseguire una verifica banale: vediamo a che età se ne vanno le persone ufficialmente decedute con Covid, e verifichiamo se queste persone abbiano vissuto di meno rispetto a chi non ha incontrato la malattia.

Speranza di vita in Italia, variazioni annue. Fonte: ISTAT.

Il primo esercizio aritmetico è ovviamente verificare come si sia evoluta l’aspettativa di vita negli ultimi anni. Il parametro non è stazionario: in Italia invecchiamo, e in media viviamo più a lungo rispetto ai nostri antenati. Il nostro ISTAT fornisce le serie dati del caso, liberamente consultabili nella sezione delle Tavole di Mortalità. Di mortalità si parla: non possiamo sapere oggi quanto vivranno in media i ragazzini che hanno oggi 10 anni di età; quel che possiamo sapere è a quale età si muore oggi. La cosiddetta “speranza di vita”, così come definita abitualmente, è basata sull’assunzione secondo cui una persona che nasce oggi vivrà in media all’incirca un numero di anni pari all’età al decesso che si registra oggi. Divinare il futuro è difficile: per correttezza ci limitiamo a divinare il presente. Il dato: in Italia la speranza di vita alla nascita è cresciuta nell’ultimo trentennio. Nel 1992 in media, mettendo assieme maschi e femmine, potevamo vivere fino a poco più di 77 anni. Nel 2021, dopo il passaggio della “pandemia Covid”, viviamo comunque ben più di 82 anni. La riduzione innescatasi nel 2020 è evidente: 82 anni circa, più o meno come nel 2012. Osserviamo per un momento anche le variazioni percentuali: le tendenze di crescita più evidenti si sono registrate, in media, negli anni ‘90 e fino al 2005; successivamente sono state più modeste. Dopo il 2013 la speranza di vita media in Italia cresce sì, ma in maniera molto più debole ed irregolare. In assenza di incidenti di percorso, forse avremmo potuto assistere ad una sorta di stasi nel fenomeno, un appiattimento.

Numero di decessi Covid19 per età. Grafica: INFN.

E quindi i morti Covid? A che età si muore con questa nuova malattia? Per questo dato, suggerisco l’utilizzo delle elaborazioni statistiche e grafiche targate INFN; sono basate comunque sulle serie dati di ISS, ma oggettivamente sono più complete ed esaustive di molto altro materiale in circolazione. La seconda immagine è presa a prestito direttamente da INFN. Commenti utili? Parliamo di persone anziane, a dominare il panorama sono i decessi di settantenni ed ottantenni. Esistono anche morti più giovani, ma sono pochi; al di sotto dei 40 o 45 anni parliamo di mosche bianche. In media, mettendo assieme maschi e femmine, l’età al decesso per il morto positivo a Covid risulta complessivamente pari a circa 80,79 anni. Spostata in alto per le donne, rispetto agli uomini, semplicemente perché le prime sono di base più longeve anche in assenza di pandemie. Visto che le analisi sugli effetti di Covid19 sono state spesso basate sul confronto con il quinquennio precedente, 2015 – 2019, e visto che in quel lustro la speranza di vita pareva divenire relativamente più stabile, tentiamo ancora il medesimo confronto. Nell’intervallo di tempo ‘15 – ‘19 la speranza di vita era pari in media a 82,76 anni. Una perdita complessiva di due anni circa, oggettivamente visibile e già discussa da queste parti, imputabile a Covid19. Problema: per le persone che sono morte a 85, o magari 90 o più anni con Covid, come possiamo parlare di riduzione dell’aspettativa di vita? In un Paese nel quale puoi sperare in media di vivere 82 – 83 anni, cosa hai perso morendo ad 87 anni? Forse le cose stanno in maniera un po diversa da come ce le raccontiamo: abbiamo mescolato situazioni differenti senza riguardo. Torniamo a considerare il concetto fondamentale: una malattia mortale è una malattia che riduce la mia aspettativa di vita. Se ho contratto questa malattia, e sono riuscito a vivere quanto o più che in assenza di essa, per me quella malattia si può definire in molti modi ma di certo non è stata mortale.

Basandoci su questo assunto ovvio e semplice, tentiamo ora un simpatico esercizio: prendendo a base la distribuzione delle età al decesso dei “morti Covid” fornita da INFN, e partendo dalle età più avanzate, proviamo a dividere questi decessi in due categorie. Alla cima, le età più elevate, avremo raggruppato le persone che hanno spuntato una età al decesso in media equivalente agli 82,76 anni tipici del periodo pre pandemia; alla base, al di sotto di una certa classe di età, avremo invece raggruppato persone decedute in anticipo rispetto alla media pre pandemia. E’ un esercizio semplice, che chiunque può eseguire con un foglio di calcolo. Risultato: il discrimine tra i due gruppi si posiziona a 62 o 63 anni compiuti. Tutti i deceduti Covid che hanno età uguale o maggiore a questa, manifestano in media una età al decesso equivalente agli 82,76 anni rilevati prima dell’arrivo della pandemia. Per questo gruppo di persone, la pandemia non ha modificato l’aspettativa di vita. Sui 161.200 casi segnalati al 10 maggio 2022, stiamo parlando di circa 149.671 – 150.945 persone. Come dite? Quelli che sono morti a 65 anni ci hanno rimesso parecchio? Attenzione, la speranza di vita media si compone sempre di persone che vivono oltre la media e di persone che invece si fermano prima. Era così anche nel 2014, ed è vero per qualsiasi patologia – semplice vecchiaia inclusa. La media è il riferimento più ragionevole che possiamo avere. Se la usavamo nel 2010, la dobbiamo usare anche nel 2022. Tolte le persone che non hanno in media visto ridurre la propria aspettativa di vita, cosa rimane nel gruppo dei “morti Covid”? Al di sotto dei 62 o 63 anni compiuti, circa 10.255 – 11.529 persone. Per queste persone, incontrare Covid19 non è stato apparentemente un buon affare: hanno potuto vivere in media grossomodo 54,2 – 55,1 anni. Queste sono le persone che, basandoci su mere considerazioni aritmetiche, hanno visto effettivamente ridurre la propria speranza di vita a causa della pandemia: il 6,4 – 7,2 % del totale dei morti Covid rilevati ufficialmente.

Comorbilità comuni nei pazienti deceduti positivi a Covid. Grafica: ISS.

Potrebbe valere anche la pena fare qualche considerazione circa le caratteristiche dei pazienti. Hanno contratto Covid19, semplicemente perché positivi ad un test o magari perché manifestano sintomi credibili. Ma forse, in specie tra i deceduti, sopportavano anche altre patologie rilevanti. Una possibile fonte di notizie al riguardo è il nostro ISS, con il rapporto Characteristics of COVID-19 patients dying in Italy, da cui è derivata la tabella della terza immagine sopra esposta. Questo è il documento che ha infiammato le polemiche degli ultimi mesi: ad una indagine accurata, si scopre che la gran maggioranza dei “morti Covid” è probabilmente morta di qualcos’altro. Tra le persone incluse nel campione di indagine, appena il 2,9% non aveva alcuna patologia grave concomitante. L’85,7% dei “morti Covid” soffriva di due o tre o anche più di tre comorbilità gravi. I “morti Covid” per i quali Covid19 pare essere causa esclusiva di morte sarebbero quindi appena 4.675 dei 161.200 totali; in prevalenza giovani. Forse è un approccio troppo severo? Immaginando anche di sommare i casi di persone con nessuna o una sola comorbilità, staremmo parlando quindi di 4.675 – 22.890 casi. Sempre pochi, e comunque in ordine di grandezza vicini ai 10.255 – 11.529 stimati ragionando sulla mera riduzione della speranza di vita. Covid19 è una malattia che ha fatto delle vittime, ma i numeri non sono quelli sbandierati dai telegiornali: se a morire sono novantenni, non è possibile parlare di riduzione della speranza di vita – e dunque nemmeno di malattia mortale. I ragionamenti circa le patologie concomitanti suggeriscono conclusioni analoghe: le persone che hanno effettivamente subito un danno misurabile in termini di aspettativa di vita sono relativamente poche, anche se non facilmente individuabili; di sicuro non parliamo di 160.000 vittime. Covid19, come al solito, si rivela essere qualcosa di molto diverso dalla narrazione che ne facciamo.

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Inflazione? Colpa di Greta! O di Putin? O forse no…

Avete sentito? C’è l’inflazione. I prezzi corrono da mesi: energia, semilavorati, derrate alimentari, tutto costa di più. Tra gli energetici potremmo osservare il petrolio Brent: dopo il crollo primaverile innescato dalle misure legate alla “pandemia”, tra giugno ed ottobre 2020 si è mantenuto stabile attorno ai 40 – 45 $/bbl. A partire da novembre 2020 inizia la corsa ai rialzi, che non si capisce bene se si stia concludendo o meno: abbiamo superato anche i 120 $/bbl; al momento siamo di nuovo attorno ai 105 – 110 $/bbl. In realtà ogni cosa costa di più, oggi: l’indice FAO Food Price Index è un altro caso importante. Nel complesso, prezzi ai massimi dal 2011. Anzi, peggio: in tema di cibo questo famoso indice è riuscito in questi mesi a polverizzare tutti i record, sia in termini nominali che reali. Non si è visto niente del genere nemmeno negli anni ’70. Riempire il piatto è diventato più difficile, non c’è dubbio. Ma riempire la caldaia non è più facile: abbiamo anche una discreta crisi del gas naturale, soprattutto in Europa. I prezzi sono esplosi a partire dalla tarda estate 2021, fino ai livelli odierni che sono molto al di sopra dell’usuale. Ai consumatori domestici finali vengono appioppate bollette doppie o triple rispetto al solito. Per le utenze aziendali va peggio: ormai molte imprese, all’arrivo della bolletta, semplicemente sospendono le operazioni.

Se tutto costa tanto di più, viene da chiedersi di chi sia la colpa. In un ambiente costituito da attori razionali, potremmo sentir discutere di cose come la logistica, l’equilibrio domanda / offerta, la disponibilità di risorse e via discorrendo. Avete presente come stiamo gestendo la cosiddetta “pandemia”, vero? Lo strumento preferito al momento pare essere la “caccia alle streghe”. Se tale è il raziocinio che applichiamo a questo problema, volete dire che non stiamo facendo altrettanto con altri problemi? Appunto, ecco qua il colpevole dei rincari: è Greta! Una ragazzina svedese, gestita da un gruppo di consiglieri opaco ed interessato, che se ne va in giro a pontificare sul tema della pressione che noi umani esercitiamo sull’ambiente. Greta Thunberg è un buon candidato, come colpevole: è giovane, inesperta, non particolarmente graziosa, piuttosto celebre e sostiene pure tesi poco popolari. Se esci di casa con una torcia ed un forcone a cercare il colpevole di una disgrazia mandata dagli dei, non potresti sperare di trovare di meglio.

Questa ragazzina, con la sua rumorosa fazione, cosa avrebbe fatto di sbagliato? Pare che il problema siano le cosiddette “politiche green”: incentivi e disincentivi volti a decarbonificare la nostra economia. Tasse e prebende che dovrebbero spingerci a dipendere meno dai combustibili fossili, e ad utilizzare di più cose come energie rinnovabili, efficienza energetica et similia. Un bel danno si dice: con più carbone e meno rinnovabili l’elettricità la avremmo pagata meno. Però c’è un problema: il gas naturale lo usavamo anche tre anni fa, e non costava queste cifre spropositate. La ragazzina svedese ha la bacchetta magica? Poco probabile. Perché allora non provare con il caro buon vecchio Putin? Lo zar di tutte le Russie, arcicattivone per eccellenza, si è permesso di dichiarare guerra ad una aspirante base NATO – o forse il fenomeno si è svolto in ordine inverso, ma che importanza ha. La guerra alla Russia porta i prezzi in alto. Apparentemente vero, ma c’è un problema: i prezzi crescevano vorticosamente già dall’estate del 2021, e gli effetti del conflitto – di molto successivo – sembrano già in via di ridimensionamento. Possiamo provare a verificare ancora una volta utilizzando un dato sostanzialmente esterno al perimetro europeo.

Inflazione % annua, USA. Grafica: FRED St. Louis.

L’inflazione negli Usa, al massimo storico da decenni secondo la Fed, di sicuro non dipende né dalle pressioni dei fan di Greta, né dalle vicissitudini dei gasdotti del Mar Baltico. E’ comparabile a quello che si rileva in tante altre contrade del mondo, e rappresenta un riferimento chiaro: all’ultimo dato globale su tutti i prodotti rilevato a marzo in tutti i centri abitati maggiori statunitensi, un bel +8,56% annuo. Insomma, l’inflazione c’è, e si vede ovunque: non è un problema limitato a prodotti specifici, e non è circoscritta ad aree geografiche definite. Appare un po dappertutto. Il problema connesso ai costi del gas in Europa è stato pubblicizzato oltre misura: stiamo parlando di gestione incompetente dei contratti di fornitura, altro che guerra. Ma i cereali costano più del sopportabile, e così anche il petrolio, ed i semilavorati industriali e via dicendo. Il problema è generalizzato, si materializza ovunque. I trasporti? In crisi anche quelli, i costi di nolo e spedizione dei container sono arrivati a livelli incomprensibili. La bacchetta magica della giovane strega svedese sembrerebbe uno strumento potente e pervasivo, vero? Viene voglia di accendere un grosso falò, come usava nei bei vecchi tempi andati. Eliminati gli iettatori, risolto il problema. Non funziona? Eliminiamo Putin, o qualche altro cattivone da operetta: a forza di roghi, riusciremo pure ad incenerire il colpevole.

Proposta alternativa: e se provassimo ad analizzare il problema con metodi meno passionali? Esiste il raziocinio, oltre al sentimento. Partiamo da alcuni dati di fatto elementari. Uno: le cosiddette “politiche green” esistono da decenni, e si tratta di un grazioso e scaltro travestimento. Tassiamo a morte i carburanti che non abbiamo perché dobbiamo far quadrare la bilancia dei pagamenti con l’estero, non perché detestiamo il petrolio. Due: la riqualificazione energetica degli edifici viene incentivata perché fa risparmiare, ancora una volta, tanti quattrini. Serve anche a non generare eccessivi disavanzi nella bilancia dei pagamenti con l’estero. Tanto per cambiare. Tre: l’elettricità da fonte rinnovabile genera risparmi, e non solo costi. Il vantaggio che si cerca sempre di nascondere è l’abbattimento del costo elettrico “di punta” nella parte centrale della giornata. In generale si tratta di produzione domestica a prezzi poco influenzati dal costo dei combustibili. Quattro: nonostante – o forse a causa di – tutti gli artifici politici, i trasporti marciano ancora essenzialmente con il gasolio; la benzina è un attore secondario. Sempre di derivati del petrolio si tratta. Cinque: la catena logistica è globale, e funziona in modo simile nel mondo. I camion son quelli in Bangladesh o in Canada. Le navi sono oggetti equivalenti ovunque. Sei: la baruffa sui gasdotti tra Russia ed Europa Occidentale è un fenomeno temporaneo e localizzato. Gli energetici costano di più tutti quanti, carbone compreso, in tutto il mondo. L’inflazione conseguente perseguita anche gli automobilisti americani, e non solo noi.

Sono considerazioni banali, ma vale la pena ribadirle. E allora cosa c’è che non va? Abbiamo politiche non così diverse dal passato. Tasse sulla CO2? Nella patria delle accise a doppia razione faranno poca differenza, e poi generano efficienza. E l’inflazione che vediamo è davvero globale, colpisce tutto e tutti: non sembra fare differenza tra chi incentiva o disincentiva questo o quel genere di consumo. E allora cosa succede? Facciamo così: domandiamoci cosa abbiamo fatto negli ultimi mesi che non avevamo mai fatto prima. Io ho un candidato: la gestione della “pandemia”. La butto lì, tanto per fare chiacchiera. Cosa abbiamo fatto per gestire la supposta “pandemia” Covid19? Facile: abbiamo chiuso in casa miliardi di persone, fermato le fabbriche, inceppato temporaneamente la logistica. Poi abbiamo provato a riaprire tutto quanto, e abbiamo dato alle persone tante banconote: se spendiamo l’economia riparte, ci si dice. Problema: non è possibile fare in sei mesi quello che normalmente si fa in dodici mesi. Se fermo una fabbrica per mesi, e poi la faccio ripartire, la produzione persa è persa, non verrà recuperata. Non si potrebbe far camminare la fabbrica più velocemente? In teoria si, disponendo di un magazzinaggio a monte e di capacità operative inutilizzate. Problema: le scorte non esistono, e generalmente anche le capacità di lavoro inutilizzate non ci sono; la moderna logistica “just in time” ha come scopo esplicito proprio la soppressione di entrambe.

Cosa abbiamo combinato? Abbiamo bloccato a singhiozzo – e ancora lo stiamo facendo, ad esempio oggi a Shanghai – ogni genere di azienda ed attività in quasi ogni parte del pianeta. Abbiamo interrotto la catena logistica. Abbiamo cancellato mesi di attività in ogni fabbrica del globo. Niente riserve, niente magazzini – non usa più avere queste cose, sono costi. Abbiamo scoperto quindi che stavamo operando le nostre aziende al limite delle capacità: ogni interruzione finisce col produrre perdite di produzione non recuperabili. Poi qualcuno ha deciso di azionare la stampante dei soldi: sussidi, ristori, prestiti, dilazioni di versamenti e via dicendo. Se il denaro spendibile aumenta e le aziende ci forniscono meno prodotti, cosa credete di vedere? Io direi banalmente inflazione, e voi? E così ecco l’inflazione, elevatissima, mai vista dai primi anni ‘80. La caccia al colpevole andrà avanti ancora a lungo. Visto che è colpa di Greta, risolviamo il problema bruciando carbone. Che bella idea: nel mentre però il carbone ha raggiunto il prezzo dell’argento sterling. Distruggiamo Putin, brutto e cattivo, così il gas salterà fuori dappertutto. Siete scettici? Forse non funzionerà nemmeno questa, vero? Secondo me, il prossimo passaggio potrebbe essere la caccia ai “nemici interni”: Putin sta a Mosca, e Greta forse si nasconde in una caverna ghiacciata da qualche parte. Ma il vicino di casa ha una stufa, e si fa presto ad andare a prenderlo: la caccia alle streghe rappresenta l’ultima consolazione per chi non vuole ammettere di avere fatte scelte sbagliate.

Può esistere un piano alternativo? Accendiamo il cervello, e vediamo di usarlo almeno un po. Ci diciamo che le serrate medioevali, sanitariamente inutili se non pericolose, hanno causato un danno devastante all’economia globale. Tutte quelle aziende che viaggiano a singhiozzo, tutti quei lavoratori bloccati: cosa credevamo di ottenere con questo comportamento? Abbiamo danneggiato produzione e logistica, e ora ci godiamo il risultato: inflazione, appunto. I diversamente furbi che ci hanno marchiati, perseguitati, vessati, rinchiusi hanno già in mente la soluzione al problema: il lockdown energetico. Avete sentito bene: visto che le loro pazzie hanno danneggiato gravemente l’economia, vogliono insistere. Ci chiudono in casa, ci tagliano il gas e ci bloccano il bancomat; e faccio una scommessa facile: i prezzi saliranno ancora, pensate che stranezza! E no, Greta e Putin non c’entrano. Se ho bisogno di una sedia e ho impedito ai lavoratori che la costruiscono di uscire di casa, la sedia non c’è – ovvero costa il doppio. Se vogliamo risolvere qualcuno dei problemi che abbiamo, vediamo di intervenire laddove si sono originati questi problemi. Nessuno si deve arrogare il diritto di decidere se siamo degni o no di uscire di casa o di lavorare; queste sciocchezze da regime totalitario non servono. Usciamo di casa una buona volta, per lavorare, per studiare e per vivere: e vedrete che l’inflazione in qualche modo la metteremo sotto controllo. Il regime totalitario, lo abbiamo visto, combina solo disastri: il recente evento di “pianificazione centrale” a cui ci siamo sottoposti ci lascia in eredità una catastrofe ormai impossibile da nascondere. Proviamo a cambiare rotta: libertà, democrazia, stato di diritto. Rischioso? Rilassiamoci, peggio di com’è ora non potrà andare nemmeno a fare apposta. Val la pena tentare.

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Di gas, rubli e bollette

Le operazioni militari continuano, in Ucraina. E continuano anche in Italia. Noialtri ci siamo permessi di attuare manovre che mi sento di definire autolesioniste. Una perla su tutte: gli “aiuti umanitari” da inviare in Ucraina si sono rivelati poco umanitari e molto militari. Non oso immaginarmi le espressioni degli addetti dell’Aeroporto di Pisa, quando hanno scoperto la natura del carico che stavano imbarcando. Piano più elevato: continua la guerra delle sanzioni, quella che abbiamo tanto praticato negli ultimi vent’anni. Funzionava bene con Siria, Libia, Iraq: proviamo con la Russia. E’ finita male in passato, ma oggi lo zar si è arrabbiato più del solito: non ha gradito il congelamento delle riserve valutarie della Banca Centrale Russa. E allora ha deciso di farci uno scherzo: d’ora in poi l’export di idrocarburi di Mosca si paga in rubli.

Tasso di cambio Euro Rublo, 10 anni. Grafica: XE.

Per contestualizzare, osserviamo la storia del tasso di cambio Euro / Rublo – per esempio via XE . Storicamente, era possibile comprare un euro con 30 – 40 rubli; valore già altino, divenuto usuale solo dopo la guerra “per procura” in Georgia del 2008. Certa gente, se non vince in battaglia, vuole comunque vincere almeno allo sportello di cambio. Con l’arrivo delle vicende di Euromaidan in Ucraina, nuovo strappo: la valuta russa va in crisi a fine 2014, quindi trova un nuovo equilibrio al cambio di 60 – 80 rubli per euro. Un deprezzamento sostenuto e duraturo, molto comodo a Mosca: spinge la sostituzione delle importazioni con prodotti nazionali. Una storia antica come la moneta, con tanti e gravi danni per le aziende italiane.

Tasso di cambio Euro Rublo, dettaglio. Grafica: XE.

E ora il dettaglio: nell’ultimo mese le vicende militari e politiche hanno causato una ennesima crisi del cambio. Quando Mosca combatte, il primo soldato a rimetterci le penne è generalmente proprio il rublo. I venti di guerra si facevano sentire già da settimane; alla fine di febbraio il grosso dell’esercito ucraino viene frettolosamente ammassato alla “linea di contatto” con le repubbliche ribelli del Donbass, e si intensificano gli attacchi d’artiglieria sui centri abitati. Messa davanti alla prospettiva di dover gestire l’esodo dell’intera popolazione, Mosca interviene. Il resto è noto a tutti, almeno per sommi capi. Il rublo, tra sanzioni commerciali e congelamento di riserve valutarie, si deprezza ferocemente: si superano anche richieste di 160 rubli per euro, oggettivamente insostenibili. Ad inizio marzo inizia la discesa: senza tanto clamore mediatico, il rublo riprende lentamente valore. Probabilmente molti operatori economici cominciano a dubitare dell’efficacia delle sanzioni. Da metà marzo in poi, cambio a 110 – 120 rubli per euro: probabilmente molte aziende occidentali hanno cominciato a darsi da fare per non perdere impianti e quote di mercato in Russia; i soldi sono pur sempre soldi.

Ed eccoci al 23 marzo: lo zar annuncia che chi vuole comprare idrocarburi in Russia, paga in rubli. Questo gioco si chiama “indurre domanda di valuta imponendola in alcune transazioni”: lo puoi fare se puoi controllare un qualche tipo di mercato che abbia rilevanza globale. I meno ingenui tra i lettori probabilmente sanno cos’è il petrodollaro, e non hanno bisogno di ulteriori dettagli. Il cambio reagisce subito, anche se non di molto: 105 – 110 rubli per euro. Si può supporre che l’effetto si farà sentire nel medio termine, nel giro di alcuni mesi. Visto che gli energetici esportati da Mosca sono quantità significative, e visto che i sostituti del gas commerciato tramite gasdotto sono molto più costosi, l’esito della manovra appare scontato: alla chetichella, con vari stratagemmi, gli operatori europei si procureranno rubli e rimetteranno in moto le transazioni con la Russia. Ma su una base nuova, e per un lasso di tempo che non conosciamo a priori. Questo tipo di contro sanzioni era già stato messo all’opera nel 2014: ne avevo scritto pure io. Il giro di valzer odierno non è concettualmente diverso, rispetto a quanto accadde nel 2014: solamente a Mosca usano metodi più drastici a fronte di sanzioni più drastiche; potevamo immaginarcelo, mentre venivano congelate parte delle riserve valutarie russe. A Bruxelles e a Washington non imparano mai nulla, nevvero?

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La strategia della Russia?

Ed ecco qua, si surriscalda la guerra infinita d’Ucraina. I giornaloni nostrani forse non ci avevano fatto caso, ma da quelle parti si combatte dal 2014, mica ieri l’altro. I fatti: alla caduta dell’Impero Sovietico, qualche burlone decide di prendere le artificiose suddivisioni amministrative accettate dai comunisti, e trasformarle in nuovi confini di Stato. Imprigionando milioni di russi etnici e/o linguistici al di fuori della Russia propriamente detta. E così l’Ucraina, Stato sintetico creato nei secoli mettendo assieme territori e comunità assai eterogenei, subito dopo i fatti che conosciamo come “Euromaidan” prende a combattere la sua grossa minoranza russa. Il conflitto è inizialmente feroce, quindi evolve in uno stallo che persiste fino all’inizio di quest’anno. Nel 2022 le cose cambiano: la guerra apparentemente sopita torna ad infiammarsi, al punto di assistere ad un evento a cui pochi avrebbero creduto: le forze armate della Russia cominciano ad occupare l’Ucraina. Si può dire qualsiasi cosa ed il suo contrario al riguardo, ma i russi esattamente cosa stanno facendo? Che comportamento tengono in questo frangente?

La situazione sul terreno alla sera del 18 marzo; il sito Readovka fornisce la mappa in alto. E’ una elaborazione di notizie ufficiali o un po meno ufficiali, comunque vicina alla visione offerta dal Cremlino. Operazioni militari in corso a nord, ad est e a sud, limitato impiego di mezzi aerei – questo lo hanno capito anche i sassi – ed un blocco navale sul Mar Nero che per ora non sembra avere dato luogo a sbarchi importanti. Più che altro abbiamo una operazione di terra, abbastanza lenta. I media nostrani già scommettono su uno stallo: la macchina da guerra russa si è piantata, dicono. Le munizioni scarseggiano, i mezzi arrancano, la resistenza è solida. Stiamo bene attenti a non berci certe semplificazioni. I russi sono abituati a dare per scontato di dovere operare movimenti terrestri su distanze di migliaia di chilometri. In mare forse non brillano, ma a terra non hanno rivali. E così, l’esercito che riesce a muovere linee logistiche di 5.000 km in mezzo alle lande gelate della Siberia non sarebbe capace di coprire il centinaio di chilometri che separano i sobborghi di Charkiv da Poltava. Roba da non credere. E probabilmente non è vero.

Proviamo a spegnere la TV e ad accendere il cervello. I russi hanno cinto d’assedio il territorio ucraino a nord, est, e sud. Si sono spinti in avanti per 100 – 150 km, davvero poco, e quindi si sono fermati. Essendo dislocati ovunque su un perimetro di almeno 1.300 km, non esiste per loro alcun ostacolo geografico: si trovano su ambo i lati di qualsiasi fiume, e hanno accesso a qualsiasi infrastruttura. Ovunque decidano di muovere, possono farlo agilmente; ma insistono a tenere questa posizione da almeno una decina di giorni, e stanno fermi. Immaginiamo che questo non sia un fatto accidentale, ma che invece sia proprio il loro piano: circondare la frontiera ucraina, ed attendere. Attendere cosa? Fateci caso: la strada tra il fronte est e l’ovest del Paese è sempre stata libera. Così pure il corridoio che esiste a nord di Odessa, sempre aperto. Idem a Kiev, o a Charkiv: il percorso a sud è praticabile. Sono stati anche proposti a più riprese ulteriori corridoi di evacuazione, offerti esplicitamente sia ai civili che ai militari. Per ogni grosso concentramento di forze ucraino, esiste una vistosa via di uscita sostanzialmente praticabile.

Se c’è una cosa che in guerra non vuoi assolutamente che accada, è che il tuo nemico riesca a capire dove hai dislocato le tue truppe. E qui viene il bello: le tante cartine che circolano e che mostrano la disposizione delle forze russe in Ucraina si sono rivelate sostanzialmente attendibili. Le versioni fornite dalle autorità dei Paesi NATO sono poco diverse. Fonti terze come Al Jazeera raccontano cose simili. Da quando in qua un qualsiasi stato maggiore si mette a pubblicare per tutti mappe attendibili delle proprie operazioni in tempo quasi reale? Assurdo, vero? E se questo fosse stato il piano fin da subito? Torniamo a guardare quei grossi corridoi, aperti, in mezzo all’Ucraina: non vi sembrano gigantesche vie di fuga? Se vuoi distruggere il nemico, cerchi di circondarlo; così non può ricevere rifornimenti. Il grosso – si dice forse i 3/4 – dell’esercito ucraino si trova a ridosso della “linea di contatto” nel Donbass. Per aggirarlo alle spalle basta coprire circa 200 km: come mai questa semplice manovra non è stata messa in atto? Non bastavano due settimane per percorrere 100 km in mezzo ai campi? Possibile che siano estensioni così insormontabili?

Ancora una volta: e se il piano fosse proprio questo? Lasciare aperti ampi corridoi di fuga, premere con insistenza sulle unità dell’esercito rivale, fare in modo che tutti – ma proprio tutti, anche i soldati semplici – siano al corrente della possibilità di smobilitare verso ovest. Questo non è un assalto terrestre: questa è una evacuazione forzata. A che pro? Che senso ha spingere le varie unità militari ucraine ad ovest? Non sarebbe forse meglio tentare di catturarle, o distruggerle, o una via di mezzo? E qui bisogna capire quale sia davvero il piano di Mosca. La mia ipotesi, per quel che vale, è questa: a Mosca scommettono sui giovani, demotivati coscritti che compongono il grosso dell’esercito di Kiev. Se le varie unità di cui sono parte cominciano a smobilitare verso ovest, finiranno semplicemente col dissolversi. Immaginate di esserci voi, al fronte in Donbass, a sparare ai vostri concittadini senza capire perché. Avreste piacere di farlo? Vorreste morire per questo? Forse non è difficile da capire: a Mosca fanno leva sul morale della truppa nemica. Hanno messo le vie di fuga in bella mostra, ed aspettano. La guerra i russi la fanno a modo loro, ed è tutt’altra cosa rispetto a quello che noi occidentali crediamo di vedere.

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