Si dice che un’immagine valga più di mille parole, ma qualche volta le mille parole racchiuse in un’immagine vanno raccontate, altrimenti l’immagine stessa rischia di rimanere oscura e di non comunicare tutti i significati che contiene. Uno spunto interessante è questa foto che ho scattato qualche giorno fa durante i monitoraggi del Life Drylands; decisamente pessima dal punto di vista tecnico, ma dal valore documentale non nullo.
Il sipario si alza su una prateria arida di bassa quota.
Tre sono i personaggi del nostro dramma.
Il primo è Knautia arvensis, una Dipsacacea abbastanza diffusa dai bei fiori violetti, detta in italiano ‘ambretta comune’ o ‘vedovella campestre’. È una pianta bienne o perenne che abita i prati, le praterie aride e gli incolti, preferibilmente su suoli calcarei ma talvolta anche a pH subneutro. Possiede anche proprietà officinali, e le foglie basali, raccolte in primavera prima che la pianta fiorisca, trovano impiego in cucina per arricchire insalate, minestre e frittate.
Il secondo è Andrena hattorfiana, piccola e colorata ape selvatica solitaria e oligolettica. Solitaria, cioè non vive in colonie come le sue lontane cugine api domestiche. Al tempo della riproduzione, come altre api della stessa famiglia (che proprio per questo in inglese sono dette mining bees, ossia api minatrici), le femmine scavano nella sabbia un nido a tunnel in cui depongono le uova. Oligolettica, cioè si nutre del nettare e del polline di un’unica specie di pianta, nel caso specifico di Knautia arvensis; immediato quindi il collegamento con il primo personaggio. In realtà non esclusivamente di Knautia arvensis, ma anche di poche altre specie appartenenti allo stesso genere; in Europa però K. arvensis è sicuramente la principale, e in molte aree l’unica pianta appetita da quest’ape.
Il terzo è Synema globosum, il cosiddetto ‘ragno napoleone’, per via del disegno nero sull’addome che ricorderebbe il ritratto stilizzato del grande condottiero corso con il tipico copricapo. Appartiene alla famiglia Thomisidae, i cui membri vengono collettivamente chiamati nel linguaggio comune ‘ragni granchio’, per la forma e la postura che ricordano grossolanamente quelle dei granchi. È un ragno floricolo, cioè uno di quei ragni che non costruiscono ragnatele, ma si appostano sulle corolle dei fiori per tendere agguati agli insetti, e non appena una preda ignara si posa in cerca di nettare ZAC!, con uno scatto dei cheliceri la afferrano saldamente senza lasciarle scampo. Inutile dire che tra i tanti fiori sui quali questi ragni si posono posizionare, figura ampiamente anche Knautia arvensis.
Le storie di queste tre creature si sono intrecciate in un caldo pomeriggio di inizio giugno in una bella prateria arida riqualificata grazie agli interventi del Life Drylands nel Parco del Ticino Piemontese, ma tutte e tre si possono trovare anche in tanti altri siti delle valli fluviali padane, sebbene l’ape sia delle tre la più rara.
Perché vale la pena parlare di Andrena hattorfiana? Questa rara, piccola e colorata ape può essere efficacemente usata come ‘specie-bandiera’, anche in abbinamento con la pianta a cui è legata, altrettanto colorata ed appariscente, per sottolineare l’importanza del suo habitat e della sua salvaguardia [1]. Andrena hattorfiana è una specie dalla mobilità molto limitata [2], che risulta per questo strettamente dipendente dal destino della pianta su cui si nutre e, quindi, da ciò che succede all’habitat tutt’intorno, che in genere è frammentario, viste l’incuria e la rarità degli habitat aridi al giorno d’oggi. Meticolose ricerche scientifiche hanno dimostrato che il frammento di habitat deve avere determinate dimensioni ed ospitare un determinato numero di piante della specie giusta, per poter sostenere una popolazione vitale dell’ape [2, 3], e che nuovi appezzamenti di habitat idoneo riescono a venire colonizzati solamente se supportano una popolazione molto nutrita di Knautia [4]. La Lista Rossa europea delle api [5], che la indica come “near threatened”, cioè “prossima alla minaccia”, sottolinea proprio che la perdita di habitat è la più grande minaccia per questa e per altre specie di impollinatori strettamente legate per l’appunto ad ambienti che stanno scomparendo, e sappiamo che purtroppo le praterie aride si collocano a pieno titolo in questa categoria a rischio elevato [6].
Questo piccolo dramma svoltosi in pochi istanti sull’infiorescenza di una Knautia arvensis dovrebbe quindi portare la nostra attenzione su un dramma molto più ampio e dai risvolti molto più impattanti sia sull’ambiente sia sulla nostra specie (cosa di cui prima o poi ci accorgeremo, ma forse sarà troppo tardi): quello della perdita di habitat naturali e seminaturali causata dal consumo di suolo, che proprio nella Pianura Padana è tristemente tra i più elevati d’Europa [7]. La perdita di habitat è la prima causa di estinzione delle specie viventi a livello mondiale: è quindi necessario dedicare maggiore attenzione e maggiori fondi alla gestione a fini conservazionistici degli habitat che stanno scomparendo. Solo così potremo salvare la biodiversità…e noi stessi.
A tutti sarà capitato di sentir dire “cresciuto/a nella bambagia” per indicare una persona viziata, cresciuta in un ambiente iperprotetto, comodo, agiato, addirittura lussuoso. Ma vi siete mai chiesti invece la bambagia dove cresca? O, prima ancora, che cosa sia la bambagia?
“Bambagia”
Non è insolito che l’Uomo peschi i suoi modi di dire direttamente dalla Natura, e anche stavolta sembrerebbe questo il caso. In realtà non è esattamente così: la Treccani ci spiega che la bambagia era innanzitutto il “cascame della filatura del cotone, utilizzato soprattutto in ambito medico ed estetico per strofinare sostanze liquide o viscose”, e quindi, per transizione, indicava anche semplicemente il cotone, l’ovatta; mentre, solo secondariamente, come ‘bambagia selvatica’, è il “nome popolare di varie piante della famiglia asteracee, coperte di peli bianchi”. “Bambagia” è per l’appunto il nome che in italiano si dà ad un genere di piante della famiglia delle Asteraceae (alias Compositae). Di fatto, anche altre piante appartenenti sempre alle Asteracee, come l’ambrenti (Helichrysum italicum) o il piede di gatto (Antennaria dioica), vengono popolarmente chiamate ‘bambagia’ – d’altronde, si sa, la parlata popolare non è precisa come la nomenclatura scientifica, e non è infrequente che lo stesso nome popolare indichi specie completamente diverse a seconda dell’area geografica – tuttavia, sul ‘Pignatti’ sono denominate ‘bambagia’ con precisione le piante del genere Filago…o per lo meno di quello che una volta era il genere Filago, che nel corso dei decenni è stato smembrato in più generi tutti accomunati dalla surreale caratteristica di essere stati battezzati con rocamboleschi anagrammi del nome generico originale: Oglifa, Logfia, Gifola, ecc.
Campioni d’erbario di Filago.
Quel che mi ha fatto sorridere nello scoprire il nome popolare delle Filago è il contrasto ossimorico tra l’accezione popolare del termine e il carattere pioniero, rustico e tenace delle piante stesse. Le Filago sono piantine eccezionalmente resistenti, che colonizzano con decisione ambienti inospitali per la maggior parte delle altre piante: tipicamente suoli aridi, oligotrofici e minerali, molto poveri quindi di acqua, nutrienti e materia organica. Condizioni difficili per le piante, che per sopravvivere necessitano proprio di acqua e sostanze nutrienti che vengono assorbite direttamente dal suolo. Condizioni però alle quali le Filago si sono perfettamente adattate: sono infatti tra le specie più caratteristiche di alcuni tipi di prati aridi delle zone temperate, tra i quali anche quelli oggetto del Life Drylands. Di certo le aiuta il fatto di essere terofite, cioè piante annuali o bienni che svernano sotto forma di seme. Le terofite sono le tipiche colonizzatrici di situazioni pioniere, in cui il suolo è poco evoluto, e la loro strategia di dispersione e svernamento si rivela vincente finché le condizioni si mantengono pioniere; in questo sono anche aiutate da fenomeni di disturbo del suolo, anche solo sporadici, che lo mantengano in una condizione appunto pioniera.
L’aspetto esteriore delle Filago ha ben poco a che vedere con quello di altre Asteracee ben più note ed apprezzate dal grande pubblico. Non sono, per intenderci, le tipiche ‘margheritone’ con petali vistosi e colorati, tutto il contrario, sono delle piantine piccole e piuttosto dimesse, caratterizzate da tinte tenui, scialbe, dovute alla fitta peluria chiara che ne ricopre le foglie e i fusti, diluendone il colore. Hanno però sicuramente un loro fascino, che parte dalla curiosa forma ‘a candelabro’ che hanno alcune di queste specie, ed arriva fino alla geometria quasi ipnotica dei glomeruli in cui si addensano i capolini florali, che sembrano quasi dei globi dorati sospesi sulle estremità dei fusti: delle perfette fiammelle in cima ai rami del candelabro.
Un glomerulo di capolini di Filago lutescens visto allo stereomicroscopio: si notano bene le reste rossastre, che le hanno valso i nomi popolari attribuitile in diverse nazioni europee.
Nelle praterie aride silicicole della Pianura Padana occidentale, dove ho lavorato negli ultimi dieci anni, si possono incontrare fino a quattro specie di ‘bambagia selvatica’. La specie più diffusa è probabilmente Filago germanica (alias Filago vulgaris; ‘bambagia comune’): compare spesso nei prati aridi e ai margini dei sentieri che li costeggiano, ma la si trova molto spesso anche negli incolti, o perfino in mezzo alle strade sterrate, a patto che il fondo sia almeno un po’ sabbioso, e non vi sia eccessiva la presenza di sostanze azotate. Molto simile – è un vero e proprio dubbio amletico tra questa e la precedente, quando ci si trova a dover determinare in campo un campione incontrato in un sito in cui entrambe sono presenti – è Filago lutescens(‘bambagia rossastra’), che è invece molto più rara e limitata ad ambienti con buona naturalità. In tanti anni di peregrinazioni in questi ambienti, mi è capitato di trovarla solamente in un paio di siti.
Esemplari di Filago germanica (a sinistra) e Filago lutescens (a destra). Di botto, sembrano identici. I caratteri di campo più evidenti sono la forma delle foglie (più larghe verso la base in germanica, verso l’apice in lutescens), il loro portamento (piuttosto appressate al fusto in germanica, ben distaccate in lutescens) e, un po’ più difficoltoso da distinguere, il colore dei peli (bianco-argentati in germanica, giallastri in lutescens). Ovviamente ci sono anche altri caratteri, che vanno controllati in laboratorio.
Sugli esemplari essiccati la differenza cromatica è un po’ più evidente, soprattutto se li si osserva insieme: la peluria bianco-argentata della germanica contrasta piuttosto bene con quella giallognola della lutescens.
Altra coppia di specie simili – ma per fortuna diverse dalle due precedenti, altrimenti sarebbe da manicomio: Filago minima (che negli ultimi anni ha ballato talmente tanti valzer, spostandosi tra Filago, Oglifa e Logfia, che ho smesso di tenermi aggiornato e deciso di continuare a chiamarla Filago) e Filago arvensis(rispettivamente, ‘bambagia minima’ e ‘bambagia campestre’). Queste non hanno quell’aspetto ‘a candelabro’ così evidente delle due precedenti, e sono nel complesso più smilze e più bassette – benché talvolta esemplari eccezionalmente sviluppati possano raggiungere altezze insolite. Condividono però con esse il carattere pioniero, massimamente espresso da Filago minima, che è in grado di colonizzare senza timore distese di nuda sabbia, come nelle valli fluviali del Ticino e del Sesia o sugli ultimi lembi relitti di dune dell’entroterra ancora esistenti in Lomellina. È un elemento talmente caratteristico che dà perfino il nome a un tipo di associazione vegetale di prato arido silicicolo, il Filagini-Vulpietum.
Colonizzazione di Filago minima su sabbia in una prateria arida.
Quello che le accomuna tutte, come scrivevo più sopra, è la necessità di avere disponibilità di un substrato minerale, povero di nutrienti e anche ‘disturbato’, cioè che venga un po’ smosso di tanto in tanto. Le condizioni pioniere sono necessarie non solo perché le Filago sono adattate ad esse, ma anche perché condizioni generalmente più favorevoli portano all’arrivo di altre specie erbacee più competitive che possono facilmente soppiantarle. È quasi paradossale: specie rustiche e tenaci, capaci di colonizzare suoli proibitivi per quasi tutte le altre, vengono scacciate quando si formano le condizioni buone per specie più ‘mollaccione’ – specie che crescono nella bambagia. Le ricerche sulla Filago lutescens in Gran Bretagna hanno dimostrato che proprio la progressiva scomparsa del disturbo meccanico del substrato ha causato la scomparsa anche della pianta, insieme anche al cambiamento delle pratiche colturali, che l’ha sloggiata dagli incolti. Negli anni Novanta risultava estinta in buona parte del suo areale britannico originario, ed è stata salvata in alcuni siti a costo di una discreta fatica, proprio reintroducendo le pratiche di disturbo del substrato che ne favoriscono la propagazione e l’insediamento. E questo può valere anche per le altre specie, meno rare ma ugualmente minacciate dalla scomparsa del loro habitat.
Le piantine dai riflessi argentati che spiccano nella striscia di ‘erbacce’ al centro della sterrata sono giovani Filago germanica; in questo sito si trovavano solo lì, nella situazione più disturbata, mentre erano assenti dall’incolto pieno di papaveri, probabilmente anche per la maggiore quantità di nutrienti presente lì.
Quindi, per salvaguardare queste specie allo stesso tempo tenaci ma sensibili, cosa bisogna fare? Esatto, sempre la stessa cosa: salvaguardarne gli habitat.
Nel post precedente sottolineavo come un enorme ostacolo alla conservazione della natura sia il fatto che, principalmente a causa delle preferenze dell’opinione pubblica – che ha delle ovvie ripercussioni dirette sull’indirizzamento dei (pochi) fondi destinati alla conservazione – si punti più che altro a stabilire misure di conservazione per (poche) specie, piuttosto che indirizzare gli sforzi sugli habitat, strategia che porterebbe maggiori benefici in quanto avrebbe ripercussioni positive su tutte le specie presenti nell’habitat, e non solamente su quelle poche privilegiate oggetto diretto di dette misure. Anche perché proprio la perdita di habitat è universalmente riconosciuta come la principale causa di estinzione delle specie viventi. Esatto: non la caccia, la pesca, l’inquinamento o l’essere compaesani di Jessica Fletcher, ma la perdita di habitat. È perfettamente logico: se scompare l’habitat, vengono meno le condizioni ecologiche nelle quali si sono evolute e alle quali si sono adattate le specie tipiche di quell’habitat, che di conseguenza scompaiono anch’esse.
Le preferenze dell’opinione pubblica non sono motivate dalle conoscenze scientifiche, ma dalla ‘pancia’: dalla simpatia per un animaletto puccioso, dall’indifferenza per un lichene rachitico, dal disgusto verso un invertebrato strisciante e schifosetto. Certi scempi ambientali si consumano di continuo proprio perché così come alla ‘pancia’ dell’opinione pubblica piacciono tanto certi animali a scapito di altri e a scapito dei vegetali, avviene pure che piacciano tanto certi habitat a scapito di altri; e perché assecondare la ‘pancia’ del pubblico, per gli amministratori, è molto più facile che informarla ed educarla a cambiare opinione. Del resto, gli stessi amministratori hanno spesso un’informazione incompleta. Un’opinione pubblica non correttamente informata può creare enormi problemi alla conservazione. È quindi vitale educare correttamente il grande pubblico relativamente a queste tematiche, facendo informazione di qualità e sensibilizzando su tematiche sconosciute, o semplicemente fraintese perché spiegate malamente in precedenza.
Disgraziatamente, tra le tematiche più fraintese e strumentalizzate sulle quali negli ultimi decenni l’opinione pubblica è stata bombardata da informazioni errate presentate come soluzioni contro i mali del mondo, ce n’è una che può avere delle gravi ripercussioni in campo ambientale. Ovviamente mi riferisco a quell’atteggiamento di piantare alberi a tutto spiano e in modo spesso poco ragionato, che è stato venduto da fin troppi personaggi come la panacea, se non per tutti i mali, almeno per contrastare il cambiamento climatico e le altre minacce di tipo ambientale tipiche dei nostri tempi. “Piantare alberi” è uno slogan che tutti abbiamo sentito spesso, e forse, in buona fede, anche appoggiato. Tuttavia, per evidenziare come questa visione sia errata, sarebbero sufficienti delle conoscenze basilari di ecologia, che però non tutti hanno – e delle quali anche alcuni sedicenti ‘esperti’ sono evidentemente carenti. Innanzitutto non dovremmo piantare alberi, ma piuttosto dovremmo piantare boschi. Si tratta di due concetti profondamente diversi: se piantiamo solo alberi, finiamo per trovarci con quelle che sono niente più che delle piantagioni, prive della reale struttura di un bosco, e di conseguenza prive della biodiversità, dei processi ecologici e dei servizi ecosistemici che caratterizzano invece i veri boschi; un vero bosco è molto più complesso, lungo e costoso da ricostituire, rispetto a ciò che otteniamo piantumando qualche filare di alberi. Questo dilagante fraintendimento è comunque legato alla percezione ‘di pancia’ del grande pubblico, di cui avevo già scritto in questo post relativo alle differenti accezioni di “bel bosco” tra naturalisti e non-naturalisti. Ancora più difficile è far capire che i rimboschimenti – a prescindere dalle modalità, spesso prive di un vero valore naturalistico, con cui venivano e vengono fatti – non sono sempre una soluzione adeguata, in quanto boschi e foreste non sono gli unici habitat naturali importanti e degni di tutela. La percezione del grande pubblico è, a livello di habitat, analoga a quella che è per le specie: come è estremamente più elevata la preferenza per gli animali ‘pucciosi’ sopra a tutti gli altri animali e ai non-animali, è purtroppo diffusissima anche la convinzione che la “natura” sia solo quella dove si trova il bosco, e la “natura ben conservata” sia solo quella in cui si trovano boschi molto estesi. Una visione sbagliata, ma a quanto pare profondamente radicata. Sbagliata, perché oltre ai boschi esistono tanti altri habitat, e per alcuni di questi, ossia gli habitat aperti, come le praterie o le brughiere, il rimboschimento è proprio qualcosa che va evitato – altrimenti li perdiamo completamente.
La visione del piantare alberi in modo estensivo e scriteriato è quindi molto più dannosa di quanto si potrebbe pensare, in primis proprio per gli habitat forestali – pensateci: dove è stata effettuata una piantumazione malfatta, non ci sarà più posto per operare un rimboschimento fatto come si deve. In secondo luogo perché, come si è detto, in certi habitat gli alberi non ci dovrebbero stare; e se per conservare un habitat aperto gli alberi vanno rimossi, decidere addirittura di andarceli a piantare dentro di certo non è una buona idea. Infine, perché fin troppo spesso le piantumazioni vengono effettuate senza il minimo buon senso, andando a piantare alberi su terreni palesemente non idonei ad ospitare alberi, in quanto troppo primitivi a livello di struttura del suolo, o, peggio del peggio, andando a piantare specie esotiche anziché specie autoctone – in alcuni casi particolarmente gravi ho visto di persona piantumazioni fatte addirittura con specie invasive come robinia o ailanto! – costituendo quindi un danno ambientale ulteriore.
Talvolta la confusione è tale che i responsabili di azioni tanto improbe sono gli stessi gestori delle aree protette che avrebbero il compito di prevenire, tra gli altri, anche questi stessi scempi ambientali. Le immagini mostrano due piantumazioni fatte in modo scriteriato sopra a (ex, ormai) praterie aride in due diverse aree protette lombarde. In entrambi i siti, molte specie tipiche – piante vascolari, licheni, briofite – sono state eradicate dai lavori di messa a dimora degli alberelli, e il disturbo eccessivo del soprassuolo ha causato, oltre alla scomparsa di queste specie, anche l’ingresso di specie erbacee aliene e invasive, molto competitive e favorite da fenomeni di disturbo del suolo; in uno dei due siti, l’operazione ha anche causato l’estinzione locale di una specie di orchidea. In aggiunta, il suolo dei prati aridi, palesemente inadatto ad ospitare alberi, causerà molto probabilmente la morte della maggior parte degli individui piantumati entro breve tempo, aggiungendo un danno economico al danno ambientale. Questa di certo non è una gestione ben fatta del patrimonio naturalistico. Ma è a questo punto che si arriva quando mancano le conoscenze di base, quando mancano le competenze giuste nei posti giusti (e qui meglio non aprire il discorso sul fatto che gli incarichi per i quali sarebbero più idonei dei naturalisti non vengono praticamente mai assegnati a laureati in scienze naturali…), e quando la ‘pancia’ dell’opinione pubblica conta di più dell’evidenza scientifica. Questa scellerata tendenza al ‘rimboschimento a tutti i costi’ ha come risultato che per ripristinare (male) un habitat, si determina la perdita di un altro habitat diverso, ed è particolarmente grave che questa perdita di habitat sia esplicitamente favorita, o addirittura fortemente voluta dall’uomo, che rimpiazza deliberatamente un habitat di per sé importante ma considerato esteticamente brutto – i prati aridi – con un altro habitat che, pur non essendo meno importante, non avrebbe nessuna ragione di stare lì; ma siccome questo altro habitat – il bosco – piace molto di più alla ‘pancia’ della gente, addio prati aridi e specie annesse.
Non si possono biasimare le persone per il fatto di avere dei gusti personali, ma se questi gusti personali impattano negativamente sulla conservazione, ciò che si può e si deve fare è educarle, informarle, affinché vengano messe a conoscenza di aspetti che ignoravano e ne comprendano l’importanza. Cambiare opinioni pubbliche errate, a prescindere dalle ragioni per le quali esse sussistono, è la grande sfida che deve affrontare la divulgazione a scopo conservazionistico. Non è facile. Ad oggi la gente continua a preferire delle porcherie che pensa essere bosco – che in realtà non sono boschi, ma solo piantumazioni di alberi di fatto prive della biodiversità e di tutta quella serie di processi ecologici annessi a un vero bosco – ad habitat molto più naturali e ricchi di biodiversità, con tutti i loro processi e funzioni ecosistemiche, ma percepiti come esteticamente brutti, come possono essere praterie aride, brughiere o arbusteti. Chi si occupa di conservazione e divulgazione naturalistica deve cercare di far capire al grande pubblico perché la nostra visione è così opposta. Ovviamente non sto dicendo che dobbiamo abbattere tutte le piantumazioni malfatte per farne dei prati aridi, ma semplicemente che le cose vanno rimesse nella giusta prospettiva.
Per fare questo ci accorre in soccorso la Scienza, che, con il lavoro recentemente pubblicato da Tölgyesi et al. (2021), ha messo nero su bianco la necessità di rimpiazzare lo slogan “piantare alberi” con qualcosa di più scientificamente corretto e meno dannoso per un’autentica ed efficace conservazione dell’ambiente. Per chi non mastica molto l’inglese, traduco l’abstract per intero, in modo che non sorgano equivoci di sorta: “Per affrontare il cambiamento climatico, la soluzione ‘basata sulla natura’ prevalentemente adottata è la piantumazione di alberi. Tuttavia, ci sono sempre maggiori prove che questo abbia gravi controindicazioni in molte aree geografiche. Il principale difetto della piantumazione estensiva di alberi è che genera una disparità di consapevolezza rispetto ad altri tipi di ecosistema, come le praterie. Le praterie, ove costituiscono la vegetazione naturale, possono supportare una maggiore biodiversità e una maggiore e più sicura capacità di immagazzinamento del carbonio nel suolo, rispetto alle piantagioni o ad altri tipi di foreste. Suggeriamo di sostituire lo slogan “piantare alberi” con “ripristinare la vegetazione nativa” [restore native vegetation]. Questa migliorata terminologia pratica riduce il rischio di rimboschimenti inappropriati e, diversificando i tipi di ecosistemi target, non riduce, bensì aumenta la potenziale superficie di territorio utilizzabile per una mitigazione del cambiamento climatico ‘basata sulla natura’”. Riassumendo le necessarie fonti scientifiche, il lavoro sottolinea come il ruolo delle praterie nella mitigazione del cambiamento climatico sia importante quanto quello delle foreste, e come sia dannoso voler installare a tutti i costi delle piantumazioni di alberi ove le potenzialità della vegetazione siano improntate ad accogliere altri tipi di formazioni vegetali, che si rivelerebbe dannoso non solo in termini di una meno efficace opera di mitigazione, ma anche e soprattutto in termini di conservazione della biodiversità. Un altro punto fondamentale sollevato da questo lavoro è che l’atteggiamento del piantare alberi indiscriminatamente può minare la credibilità delle misure di mitigazione del cambiamento climatico ‘basate sulla natura’: infatti, dimostrandosi inefficace nei casi in cui è inappropriato ricorrere ad ecosistemi di tipo boschivo per questa mitigazione, può facilmente portare a uno scetticismo generalizzato su questa tipologia di azioni di mitigazione.
È quantomai vitale che l’evidenza scientifica cominci finalmente a contare di più della ‘pancia’ del grande pubblico. Ma l’evidenza scientifica non andrebbe imposta dall’alto come un dogma della fede, bensì spiegata in modo che anche le persone ‘non addette ai lavori’ abbiano la possibilità di comprendere e di accettare con consapevolezza le ragioni di chi invece è competente in materia. Purtroppo spesso avviene che ad ottenere consensi non sia chi dice le cose giuste, ma chi urla più forte. Negli ultimi due anni lo abbiamo ampiamente visto con infiniti siparietti poco edificanti sulla questione COVID-19. Se la disinformazione regna sovrana su qualcosa che tocca l’Uomo così da vicino come la salute, figuriamoci cosa può essere su questioni che, sebbene altrettanto rilevanti, vengono percepite come meno urgenti o meno consistenti (…ma aspettate giusto un’altra ventina d’anni, e poi vedremo se avrà fatto più morti e danni economici il COVID o la crisi climatica…). Pare che la percezione generale preferisca ancora il santone telegenico che da sotto i riflettori predica di piantare alberi ovunque, piuttosto che il naturalista che dopo essersi guadagnato due lauree cerca di spiegare con argomenti validi che quella non è la soluzione giusta, magari ottenendo come unico risultato quello di venire sprezzantemente bollato come ‘professorino’ servo di un sistema che si oppone a chi mette in scena una recita di ‘sintonia con la natura’ che però nulla ha di scientifico. Ma a questo punto bisogna rimboccarsi le maniche e fare almeno un tentativo.
È chiaro che nulla di tutto questo vuole in alcun modo andare a nocumento della conservazione delle foreste che già esistono. Le foreste sono e rimangono habitat importantissimi, tanto per la biodiversità quanto per il benessere dell’Uomo, da preservare esattamente quanto gli altri habitat, ma, appunto, non più degli altri, né tantomeno a discapito degli altri. A ognuno il suo: dove è opportuno che stia una foresta, ci stia una foresta; ma dove è opportuno che stia altro, allora ci stia altro – e non una piantumazione forzata e raffazzonata.
Uno studio di Mammola et al. (2020) appena pubblicato ha dimostrato con evidenza scientifica che la maggior parte dei fondi investiti in Europa per la conservazione “della biodiversità” va a beneficiare progetti che riguardano solamente poche specie considerate più “carismatiche”, cioè più gradite al grande pubblico. Quasi a ricalcare l’antica massima che “la pubblicità è l’anima del commercio”. Io non sono stupito tanto da questo, quanto dal fatto che così tanta gente sembri esserne stupita. Per chiunque si occupi di conservazione della natura dopo una formazione da naturalista dovrebbe ormai essere palese che questo avviene ormai da decenni – il buono di questo studio è che finalmente dimostra, numeri alla mano, qualcosa che finora era evidente solo empiricamente. Invece molti, non solo tra il grande pubblico ma anche tra gli ‘addetti ai lavori’, sembrano avere occhi e orecchie foderati di salame proprio riguardo a questo argomento di estrema importanza. Ciò è molto grave, perché accorgersi di avere un problema sarebbe il primo passo per accettarlo, e accettarlo sarebbe il primo passo per cominciare a risolverlo. Ad ogni modo, questa notizia, condensata in un trafiletto pubblicato venerdì dal Giornale, è rimbalzata su gruppi Facebook naturalistici ed è stata molto discussa e commentata da utenti scandalizzati…che però per la maggior parte si sono scandalizzati per i motivi sbagliati, perché come sempre ognuno tende a guardare solo nel proprio orticello. Ho pensato quindi di rispondere qui ad alcuni dei principali commenti che ho letto sui social, in modo da evidenziare quelle pericolosissime limitazioni che sembrano governare l’opinione pubblica.
Teriologi & ornitologi: ai grandi vertebrati vanno la maggior parte dei fondi, ma mammiferi e uccelli di piccola taglia sono meno considerati. Erpetologi: ma i rettili sono ancora meno considerati. Batracologi: ma gli anfibi sono ancora meno considerati. Ittiologi: ma i pesci sono ancora meno considerati. Entomologi: ma gli invertebrati sono ancora meno considerati – a parte i pochi in Direttiva Habitat, che sono più appariscenti ma che comunque sono sempre meno considerati rispetto ai grandi vertebrati. Da che mondo è mondo c’è sempre chi ha qualcosa in più di cui lamentarsi, ma quello che emerge dalla stragrande maggioranza dei commenti è come anche chi prova ad interessarsi di conservazione dell’ambiente abbia spesso una visione estremamente miope. Tanto per cominciare, si parla sempre e solo di animali e quasi nessuno si cura delle specie non-animali: non solo piante vascolari quindi, che per lo meno hanno ancora qualche estimatore, ma anche funghi, licheni, muschi, eccetera. Già questo è grave. Ma c’è qualcosa di molto più grave, che ancora meno gente coglie. Eppure basterebbe riflettere un attimo sul fatto che attualmente la principale causa di estinzione e di minaccia di tutte le specie e a livello globale è la perdita di habitat. Ciò significa che il modo migliore di tutelare le specie sarebbe tutelarne gli habitat. Anche perché, a differenza che intervenendo sulla singola specie, il buon senso ci dice che intervenendo sull’habitat si genera un beneficio per tutte le specie che dipendono da quell’habitat. In realtà non è davvero così semplice, poiché anche all’interno di uno stesso habitat possono coesistere specie con necessità ecologiche leggermente diverse; ma il discorso vale per lo meno in linea generale. A questo punto dovrebbe emergere in modo drammatico il fatto che, mentre tutti si stracciano le vesti per il fatto che gli animali piccoli sono meno tutelati di quelli grossi e appariscenti, quasi nessuno se le straccia per il fatto che gli habitat, così fondamentali, ricevano un’attenzione quasi nulla.
Però puntare sulla conservazione di “specie carismatiche” che sono anche specie-ombrello va a vantaggio di tutto l’habitat, perché ripristinare le condizioni che favoriscono quella specie porta un beneficio anche al resto della comunità biotica. Per di più, se si tratta di una specie grande, dovrà anche avere una grande estensione l’area di intervento in cui ne verrà ripristinato l’habitat. Questa visione ha due fortissime carenze. La prima: questo ragionamento ha senso spesso (d’altronde è insito nel concetto di base di specie-ombrello), ma non sempre. Ogni ecosistema è complesso al punto che è impossibile prevedere in modo completamente affidabile tutte le conseguenze di una sua modificazione, anche se fatta con le migliori intenzioni. Per di più, anche specie adattate a vivere in uno stesso habitat possono avere un’ecologia differente. Per comprenderlo appieno è necessario scollegarsi dalla scala alla quale ragioniamo di solito e scendere ad un livello più piccolo: intendo i molti microhabitat presenti all’interno di ogni habitat, dove le variazioni ecologiche agiscono su una scala così piccola che molto spesso noi non le cogliamo…ma le colgono quegli organismi molto più piccoli di noi. Laddove dei grossi vertebrati o delle piante vascolari non notano il cambiamento (o addirittura possono venirne favoriti), questo potrebbe essere invece devastante per organismi più piccoli come artropodi, muschi e licheni. Perché la biodiversità è complessa e va sempre considerata in toto, non solo limitatamente a quegli organismi che ‘fanno scena’ sui dépliant divulgativi. Il ragionamento è quindi troppo superficiale: le valutazioni di questo tipo devono sempre essere onnicomprensive e tenere in considerazione tutti, o almeno la maggior parte degli organismi presenti [1]. A questo riguardo, un primo problema è dato dal fatto che c’è un’enorme disparità di conoscenze scientifiche tra i diversi gruppi di organismi, perché gli scienziati (e soprattutto chi li finanzia) sono anche loro umani, e quindi soggetti a tutti quegli errori di cui si parlava prima, che hanno portato ad accumulare studi su studi relativi alle “specie carismatiche”, e molte meno conoscenze sulle altre specie. Questo è legato anche al fatto che l’attuale sistema di valutazione della qualità scientifica dei ricercatori tende a premiare chi si occupa di argomenti mainstream, a discapito di chi studia habitat e specie che, pur essendo altrettanto meritevoli d’attenzione, suscitano meno interesse nel grande pubblico e, di conseguenza, in chi tiene in mano i cordoni della borsa. Ma il problema sta anche nella divulgazione. Pensate a quanto sarebbe diverso l’impatto se qualcuno vi parlasse di quanto sia importante tutelare un intero habitat, accennando solo alla fine a tutte le specie che trarrebbero vantaggio dalla tutela di quell’habitat, o se invece quel qualcuno vi parlasse di quanto sia rara e minacciata una singola specie, e solo alla fine accennasse al fatto che la aiuterebbe tutelarne l’habitat. La sostanza cambia forse di poco, ma il messaggio che passa è diversissimo, soprattutto per chi, come la maggior parte del grande pubblico, ha conoscenze solo superficiali sull’ecologia. Bene (anzi, male): purtroppo la maggior parte degli interventi (dirette, post, ecc.) che si vedono sui social da parte di naturalisti che godono di buon seguito sono del secondo tipo. Così non va bene. La seconda carenza, ancora più pesante: non tutti gli habitat possono avere la fortuna di ospitare delle “specie carismatiche” su cui puntare per ‘farsi pubblicità’ e ottenere attenzioni e fondi mirati alla conservazione. In questo caso che fare, lasciarli andare in malora?
Ci si può anche accontentare di conservare solo quelle specie che piacciono al grande pubblico, o in alternativa dire che i fondi vengono usati per quelle specie e poi invece usarli per misure di conservazione finalizzate anche ad altro. Tralasciamo l’aspetto etico secondo cui è inaccettabile in ogni caso mentire sul modo in cui vengono impiegati fondi pubblici, o, peggio ancora, fondi raccolti da privati usando qualcosa come pretesto per poi invece farne qualcos’altro. Questo è sicuramente l’errore più grosso che si possa fare, perché se si continua a ricorrere ad espedienti di questo tipo, non si riuscirà mai a far capire al grande pubblico i veri problemi, e di conseguenza questi rimarranno tali, continuando a fare danni e ad impedire un corretto approccio alla conservazione. Sotto questa prospettiva, la cosa fondamentale è fare corretta divulgazione. Solo in questo modo sarà possibile far capire davvero al grande pubblico quali sono i concetti corretti e perché. Ma ci vogliono tempo, fatica, e soprattutto ci vorrebbero (anche qui) dei fondi per corrispondere il giusto compenso a naturalisti ben preparati che dovrebbero occuparsene. Purtroppo sembra che nessuno sia ancora disposto ad investire queste tre risorse fondamentali in un’impresa del genere, nonostante sia sempre più disperatamente necessaria. Pare che i sotterfugi vengano ancora preferiti.
Tutti gli habitat naturali che vengono ripristinati con i fondi pubblici devono poi essere fruibili per le persone. NO. Ripeto: NO. È preciso dovere morale di tutti, dall’Unione Europea al singolo cittadino, contribuire a tutelare il patrimonio naturalistico del territorio. La tutela di aree alle quali venga interdetto l’ingresso è fondamentale per la preservazione di habitat particolarmente delicati e delle specie che li abitano, che possono risentire in modo sensibile anche di un disturbo che a noi sembra minimo. Chi grida allo scandalo se dei fondi pubblici vengono usati per ripristinare habitat naturali o reintrodurre specie minacciate in siti nei quali viene poi vietato l’accesso all’uomo, non ha capito assolutamente nulla di quello che è il senso della conservazione della natura: proteggere gli habitat (e le specie) per il loro bene e perché è giusto farlo, non perché ci si possa poi andare a fare la passeggiatina domenicale.
Concludendo... A mio avviso, i grandi problemi che impediscono l’affermarsi di una corretta visione – cioè una conservazione basata sugli habitat anziché sulle specie – sono tre: i gusti del grande pubblico, l’esagerato antropocentrismo che ancora domina la nostra società e la disinformazione. I primi due sono talmente radicati che è difficilissimo far cambiare l’atteggiamento, ma combattere nel modo corretto il terzo problema può essere d’aiuto per cominciare ad intaccare anche gli altri due. Divulgazione e sensibilizzazione, quindi, ma fatte a dovere. Restando nell’ambito dei progetti Life, un esempio virtuoso è secondo me il Life ASAP, incentrato sulla sensibilizzazione al problema delle specie invasive. Altro esempio – sono di parte, ma lavorandoci so che le cose vengono fatte a dovere – è il Life DRYLANDS, che, incentrato proprio sulla tutela degli habitat, parla anche di specie, ma sempre sottolineando che le specie traggono beneficio dal fatto che vengano mantenuti ben conservati i loro habitat. Insomma, buoni esempi ci sono. Vogliamo deciderci a seguirli!?
Note [1] Un esempio (non così lontano dal vero…): poniamo che in un appezzamento forestale di conifere lasciato indisturbato da più di un secolo si vada ad intervenire con dei tagli selettivi di alberi vecchi per aprire un po’ il bosco e generare legno morto, utile per alcune cosiddette “specie ombrello” carismatiche come il picchio nero e la Rosalia alpina. Alla fine del cosiddetto ‘miglioramento ambientale’, picchio nero, rosalia, e tutte le specie con la stessa ecologia forse staranno meglio; sicuramente non sarà così per tutte quelle specie molto meno ‘carismatiche’ (ma magari più rare!), come quelle piante vascolari, briofite e licheni che trovavano invece le caratteristiche adeguate del loro habitat proprio in appezzamenti forestali vecchi e densi, per i quali quindi il diradamento si rivelerà deleterio andando a scombinare completamente le condizioni ecologiche del microhabitat di cui quelle specie necessitavano.
Il 6 agosto 2019, Borgo San Paolo si risveglia attanagliato dal terrore. Un terremoto? Un bombardamento aereo? L’ennesima trovata male gestita di John Hammond? Il risveglio di Godzilla? Il ritorno di Sauron?
No, molto peggio: sono ricomparse le inquietanti libellule impazzite! In volo per le strade, attorno ai palazzi, sfrecciando davanti alle finestre, e poi osando addirittura posarsi sui balconi, sui muri e sui fili per stendere la biancheria per il riposo notturno, ampiamente meritato dopo una faticosa giornata trascorsa a fare incetta di moscerini e zanzare e a terrorizzare i passanti. “Molta la preoccupazione dei cittadini“, al punto che “i gruppi Facebook del quartiere vengono intasati da segnalazioni“, strilla infatti l’articolucolastro [1] sensazionalistico di turno.
A un anno da questo ennesimo, drammatico episodio di disagio, trovo finalmente la forza per tracciare un bilancio di quello stesso disagio. E mi riferisco a quello suscitato dai commenti lasciati sotto a questa notizia da improvvisati sapientoni o catastrofisti, non certo alle emozioni suscitate dagli sciami di libellule migranti.
Ma è mai possibile che ogni volta che a Torino passano le Anax ephippiger – perché proprio di questa ben precisa specie si tratta – io debba rimettermi a scrivere di quest’argomento!?
Non me lo chiede nessuno, è vero, anzi probabilmente le poche persone che mi leggono sono anche stufe che lo faccia; ma non riesco a farne a meno, perché ogni santa volta che succede – quindi ormai quasi ogni anno – fioccano gli articolucolastri che provvedono a fare dell’esemplare DIS-informazione in merito.
Il disagio viene ulteriormente esacerbato da quello che al giorno d’oggi la gente sa fare meglio di qualsiasi altra cosa: perdere l’occasione di tenere la bocca chiusa.
E così ecco che fioccano anche i commenti, uno più inutile ed ignorante dell’altro, di personaggi che si sentono in dovere di dire la loro su argomenti dei quali sanno meno che niente. Nulla di nuovo sotto il sole, ma, mentre non mi permetterei mai di dire la mia sulla politica internazionale o sulle scelte economiche dell’UE, almeno in questo caso sento di avere voce in capitolo. E quindi scrivo.
Perciò, (ri)eccomi qua.
Ho già detto tutto il dicibile sull’argomento (v. appendice), quindi questa volta intendo concentrarmi proprio sui commenti, o meglio sui tipi di commentatori di cui mi lamentavo qualche frase fa. Per vedere l’effetto che fa smontare le cavolate una ad una.
Peraltro questo è proprio il periodo in cui negli anni scorsi iniziavano ad arrivare le Anax ephippiger. Per ora, in questo strano 2020, ancora nessun accenno di una nuova ‘invasione’. Anche perché è un’estate piuttosto fresca rispetto alle precedenti, e finora gli sciami si sono visti in estati calde.
Tuttavia, in via preventiva, ho deciso di postare questo pezzo che avevo iniziato l’anno scorso e che poi avevo lasciato perdere. Così sarà qui, bello pronto, in caso servisse rimbrottare qualche commento cretino che sicuramente salterà fuori sui social se anche quest’anno – o nelle estati venture – avremo un passaggio così evidente di libellule migranti in qualche zona densamente popolata.
Much ado about nothing.
Il saccente a vanvera Uno dei tipi di commentatore più frequente è quello che vuol fare vedere che la sa lunga. Peccato che in genere non sappia proprio un bel niente.
“Le libellule sono state piuttosto limitate anche in passato […] vederne così tante in blocco significa che qualche equilibrio si è modificato“.
Non sai di cosa stai parlando (1): tanto per cominciare, ribadisco ancora una volta che di libellule ne esistono svariate specie, e ogni specie è un discorso a sè. In linea generale, comunque, l’abbondanza di individui sembra fosse davvero più elevata in passato (basta sentire i racconti sugli sciami di Sympetrum che circolavano nelle campagne fino agli anni ’70, nemmeno paragonabili alle quantità molto più esigue che se ne osservano oggi).
Non sai di cosa stai parlando (2): sempre per il fatto che di libellule ne esistono diverse specie, ognuna di queste specie ha dei comportamenti peculiari che possono essere diversi da quelli delle altre libellule. E così come non vedremo mai uno sciame di Ophiogomphus cecilia o di Oxygastra curtisii, è altrettanto noto che invece per Anax ephippiger – la specie in questione – è normale routine andarsene a spasso in sciami da centinaia di individui.
Potrebbe essere un buono spunto, ma comunque non sai di cosa stai parlando (3): oggi lo sanno anche i sassi – benché alcuni più duri dei sassi non lo capiscano, o non lo vogliano capire – che il cambiamento climatico sta modificando un numero incalcolabile di dinamiche a scala globale, quindi per darsi l’aria di sapientoni basta buttare lì a caso una mezza frase sugli ‘equilibri che stanno cambiando’ e via, sembra di aver detto qualcosa di brillante. Peccato che se poi arriva a leggere qualcuno che invece sa di cosa si sta parlando…
Ciliegina sulla torta: “non disdegnerei di pensare anche a qualche allevamento che le ha liberate“. Paradossalmente, questo ha quasi più senso del commento precedente: ormai si sta diffondendo l’usanza di allevare farfalle anche per liberarle in blocco ad eventi come matrimoni (…tralasciamo considerazioni sull’eticità di questa genialata…), quindi perché non pensare che qualcuno si metta ad allevare anche libellule. E che poi le liberi. Così, a casaccio.
Il saccente un po’ più informato I saccenti informati in genere non sono abbastanza informati da non dire almeno una cavolata qua e là, e si vede. A titolo di esempio ne riporto uno che mi ha particolarmente colpito, e che tra le altre cose recitava “Non sono libellule, sono damigelle, insetti molto simili. Li si riconosce perché quando si posano chiudono le ali. Le libellule le tengono aperte“. Peccato che le foto che corredavano l’articolo mostrassero chiaramente le Anax ephippiger posate con le ali ben spalancate, confermando che, sebbene il principio enunciato dal commento fosse esatto, chi l’aveva scritto non era stato molto accurato nell’osservare le foto.
Piccolo inciso: la regola generale così come enunciata è anche vera, ma ricordate sempre che le eccezioni possono capitare. Basti pensare alle Lestes, che sono damigelle (=Zigotteri) ma si posano con le ali semiaperte. E nulla vieta che in particolari condizioni (es. notti molto fredde) anche le libellule (=Anisotteri) possano restare posate con le ali semichiuse o chiuse.
Il saccente scettico (e borioso) Sono scoppiato a ridere leggendo un commento che, in risposta a uno precedente che sosteneva che fosse ‘perfettamente normale‘ vedere uno sciame di Anax ephippiger a Torino all’inizio di agosto, sentenziava: “Perfettamente normale? Negli scorsi anni a Torino è mai successa una cosa del genere? Se la risposta, come immagino, è no, allora non è ‘perfettamente normale’“.
Mio caro, immagini male: a parte che succedeva già nell’Ottocento (e proprio a Torino!), ma comunque negli ultimi anni è successo quasi ogni estate (v. appendice). Anche in questo caso come nei precedenti, prima informarsi e poi tacere sono due opzioni che andrebbero attentamente vagliate e, soprattutto, eseguite.
Il “di tutta l’erba un fascio” Come scrivo fin dalla prima puntata di questa serie di post sulle libellule migranti, l’equivoco più grosso – alimentato dagli articolucolastri e purtroppo ben radicato in molti non-addetti-ai-lavori – è la convinzione che “LA libellulA” sia un’unica specie animale. E così fioccano commenti generalisti come “anche dalle mie parti si ricomincia a vedere questo insetto che si nutre di zanzare, bentornata libellula!“.
L’altra cosa deprecabile – chi segue il blog da un po’ avrà già intuito dove sto per andare a parare – è questo modo di pensare tale per cui si saluta con gioia l’arrivo di un animale solo perché l’uomo ne trae un qualche vantaggio. ‘LA’ libellula mangia le zanzare? Evviva, benvenuta! Se invece che mangiarle si comportasse come loro, immagino che l’accoglienza sarebbe ben diversa (d’altronde insetti succhiasangue lunghi 7-8 cm metterebbero una certa inquietudine anche al sottoscritto).
Il catastrofista Su chi assimila gli sciami di libellule a quelli di cavallette come fossero una sorta di presagio nefasto o di castigo divino, nemmeno mi esprimo (salvo un caso in particolare nel paragrafo successivo).
C’è comunque una sfaccettatura catastrofistica ben più comprensibile, e in parte anche giustificata, cui accennavo anche prima: il cambiamento climatico. Come già detto, chi tira in ballo i cambiamenti climatici spesso lo fa a vanvera e per semplice sentito dire, ma in questo caso tutti i torti non li ha. È verissimo che le ‘invasioni’ di Anax ephippiger sono riportate fin dall’Ottocento e da allora si sono saltuariamente verificate (e solo perché non ne abbiamo una documentazione, non significa che non avvenissero anche prima). È però altrettanto vero che nell’ultimo decennio di sono verificate con una frequenza maggiore – quasi ogni anno – anche se non è chiaro se effettivamente sia aumentata la frequenza del fenomeno o se invece sia solo aumentata la frequenza delle persone che lo notano. Certo è però che l’anno scorso insieme alle ephippiger è arrivata anche Pantala flavescens: si tratta di una specie migratrice nota per essere quella che tra le libellule copre le distanze maggiori, un’autentica globe trotter, ma comunque legata a climi caldi; il fatto che nel suo girovagare sia capitata vicino a Torino [2] dovrebbe far riflettere ancora di più sul fatto che il riscaldamento globale è una realtà sempre più impellente.
Il “un insetto vale l’altro” In un mondo sempre più secolarizzato, gli echi di religiosa memoria ritornano solamente quando capita qualcosa un po’ fuori dal comune. Ecco quindi che un’invasione di insetti deve per forza riguardare le terribili cavallette da piaga biblica: in questo caso la fesseria l’ha detta non un commentatore ma direttamente la ‘testata giornalistica’ che ha riportato la notizia, che ha poi provveduto tempestivamente a correggere il titolo dell’articolucolastro dopo che alcuni commentatori avevano stigmatizzato l’errore…peccato che la prova sia rimasta nell’URL della pagina su cui si legge la notizia, che a differenza del titolo non era modificabile!
No, non lo linko: la mia politica è di non regalare ulteriori clic a qualcosa di tanto becero.
L’entusiasta È anche bello vedere che tra tutti gli sparatori di cavolate c’è per fortuna anche qualcuno che invece si dimostra ben contento dell’arrivo in massa delle libellule, e – cosa che io senz’altro apprezzo – lo fa con genuino amore per la natura senza nemmeno il pensiero utilitaristico della lotta alle zanzare. Alcuni auspicano “Spero che nessuno vorrà ingaggiare battaglia con insetticidi“, altri invitano chi si lamenta di un innocuo sciame di libellule a catturarle e liberarle da loro. Queste sono cose che è anche bello leggere.
Purtroppo, per quanto questa categoria abbia tutta la mia simpatia, le cavolate sono universali, e di conseguenza sparabili anche da chi è a favore di qualcosa invece che contro. Qui ricadiamo in genere in qualcosa di già sottolineato in uno dei casi precedenti, e il concetto, ormai ripetuto fino alla nausea (la mia!), è sempre lo stesso: NON-ESISTE-UNA-SOLA-SPECIE-DI-LIBELLULA-MA-TANTE-!
Perciò, uno sciame di Anax ephippiger che transita per Torino:
non vuol dire che tutte le libellule vivono bene in città,
non vuol dire che l’aria è meno inquinata,
non vuol dire che in agricoltura vengono usati meno pesticidi,
non vuol dire che le acque interne sono meno inquinate,
non vuol dire che il verde urbano è un habitat favorevole per gli animali selvatici,
non vuol dire che la natura si sta riappropriando delle città (tema super in voga quest’anno);
vuol dire semplicemente che uno sciame DI QUELLA BEN PRECISA SPECIE DI LIBELLULA sta transitando per Torino. FINE.
E scusate i maiuscoli.
Lo stigmatizzatore Ringrazio di cuore questa ultima categoria, che rimproverando (a piena ragione) questo modo di fare ‘giornalismo’ mi solleva dalla fatica di mettermi a farlo io stesso.
Due esempi:
“Aree “colpite”? Le parole non sono neutre, dovreste saperlo e usarle con più attenzione e precisione.”
“Mi domando e mi chiedo. In un periodo storico così tragico per il pianeta intero, dove l’intero sistema è sempre più compromesso, c’è tutto questo bisogno di fare clickbait con questi argomenti? ‘hanno colpito’, ‘una vera e propria invasione’… Mi piacerebbe che l’autore mi rispondesse e mi spiegasse il perchè di certi termini.”
Grazie, grazie, grazie.
[Ovviamente l’autore non risponde mai, probabilmente non per scortesia ma perché, poverino, è già impegnato a scrivere la successiva cretinata di 4 righe da postare il giorno dopo per l’ennesimo clickbait, peraltro una lunghezza infinita per qualcuno che scrive cose di questo livello]
*** Note *** [1] Indeciso tra ‘articolucolo’ e ‘articolastro’, ho optato per coniare questo alitterativo neologismo. Non me ne voglia l’Accademia della Crusca.
[2] Piretta L., Assandri G. 2019. First record of the migrant dragonfly Pantala flavescens for the mainland Italy (Insecta: Odonata). Fragmenta Entomologica 51 (2): 247-250.