Giuda is Carioca

A buon intenditore poche storie

La bellezza di essere te

Quando cresci da solo

e non parlo del fuori ma del dentro.

Quando ogni singolo sasso che lanci nell’acqua

deve percorrere la giusta traiettoria, velocità

capacità, resistenza, sopportazione e risultato

diventa complicato.

Complicato far finta di lanciare sassi a caso

sbagliare direzione, farlo lentamente, fingere che non t’importi la sua fine

perché la sua fine sei tu.

Quando cerchi di adattarti, di smettere panni indossati da sempre

che per sempre ti chiederanno di essere i migliori che indossi.

Quando cresci da solo

impari che il mondo non sarà mai profondo abbastanza per arrivare fino a te

che hai imparato a navigare il fondo per capire invece la profondità del mondo.

Quando cresci da solo

impari ad ascoltare il filo dei dettagli che incornicia situazioni

tra il vuoto e il pieno dei discorsi, delle ossessioni,

del dimenticarsi di ferire e di non ricucire.

Quando cresci da solo

comprendi disgrazia e bellezza di essere te.

se chiudi gli occhi un istante

La tenda bianca non era di tela
ma l’odore che fiutavo non mi faceva aver dubbi
cadendo ai lati della finestra aperta.

La luna vestita d’estate, e anch’io.
Un pigiamino di tela, la stessa
che calzava a pennello a me e alla finestra
io sdraiata e lei tutta dritta, a incorniciarla la notte.

Stesa come un serpente
scivolavo lontana dai fianchi di mia madre
e immobile navigavo sulle dune di cotone.
La tela serviva a me e alla finestra
perché la luna era calda e io andavo lontano,
tra palme di parquet e soffitti bianchi.

Una casa surrealista, il 2017
scavalchi tutto nero la porta finestra
e cammini su dune di cemento nella stanza
alte e fresche.

Sete! che si sa, nel deserto vien sete.

Il pigiamino non l’ho mai tolto
che non si sa mai di trovarsi lì di nuovo.
L’ho coperto con un vestito per l’occasione,
che ormai a 31 anni non ci si può perdere più.

Bevo! Che nero non era il vestito,
erano gli occhi tutti in fiore
che in pochi vedon da vicino
che mette via, nascosti per bene
che quando è lì
la tela non gli serve e nemmeno la luna

ma questo è prima e poi quando mi scrivi
che tolgo la cinta stretta e la camicia per bene.
Brilla tutto sotto coperta il mio pigiamino di tela
rido!

Apro gli occhi piano. Le tre
d’estate, d’autunno, d’inverno
Guarda la luna!

Ridi e chiudi gli occhi un istante

Tutti i petali cadono per terra,
mi ci siedo sudata, col mio pigiamino.
Ti guardo da giù a sù
fiuto l’aria e sei tu.

Maragata

Alla fine hai smesso.
All’inizio quello che non desideri affatto.
E il fatto è che lo schermo è troppo luminoso per non vedere ogni pensiero tra le undici e le dodici.

Canta il ritornello di una hit dell’estate da un altro continente.
Con l’Europa sotto i piedi, come i miti di occhi verdi lontanissimi.

Tredici, perché la protezione dall’amore è cresciuta ed è un uomo.
Tu che gli uomini proprio no.
Nome, Cognome, Maglione e Cappotto.
Che a tredici con i disegni sopra il banco era tutta libertà.
Senza uomini, cappotti, maglioni e hit da distrazione mondiale.

Verde la sola cosa importante, da disegnare, da mangiare.
Celeste mescolato tra i venti e i trenta, incastonato in orecchini di smeraldo.
Ma è a trenta che decidi.
I pendenti non pesano più e così via nella scatola, nel cassetto, giù in fondo.

Terzo trasloco.
Numero 14, scala A.
Non uno ma due.
Senza verde, celeste e smeraldo.
E’ che a 15 non li avresti mai tolti.

Per una testa

Sulla Luna non ci ho messo più piede
e mi dispero e piango da dentro a dentro
che nessuno sente
meglio di me
il meglio di te

Sono le notti
tutte che ti sogno
e ho strane sensazione che frullano insieme i miei occhi
destro e sinistro
e non vedo più

pensieri che sembrano fili
mi cuciono al letto
vestiti di meraviglia

non è più tardi
e nuda marcio al 9
e mi abituo al freddo

di sottecchi guardo affianco
tutta di fiori senza profumi
La primavera
aspetta insieme a me

“il 9?” “sì”

E al posto del carattere

 

Hanno bruciato un motorino sotto casa questa notte
davanti la vetrina di un negozio

un magma lavico a forma di catrame
sotto i meno due di Milano

Non pensavo finisse così,
come quel motorino
appoggiato a fioriere di cemento
di soli fili e scheletro

Tu sei ancora tutta intera
e dico
bruciare almeno!

Che si veda bene dentro che c’è
tra fili, tende e qualche soprammobile
un cuore, un fegato, i polmoni
nemmeno l’ombra?

Ma ehi, quale carcassa scintillante!

Svuotare è semplice
come non trovare un complice

 

Di poco si tratta

Il mare lo vedi da dentro mai da fuori.

I fiori crescono tra i capelli, sotto il sole.

Come le dita tra le corde, come i piedi tra le corse.

Senti il loro vibrare dall’incastro delle unghie, nel nodo delle stringhe.

Sono le schiene curve tra gli 88 tasti del pianoforte che di vertebre ondeggiano tra il bianco e il nero.

Sono le gocce che cadono dal bordo della tromba, che libera il mare in fiato e note.

E’ il tuo star dentro e mai fuori che ti rende padrone dei momenti migliori.

 

E’ come l’estate

“Sarà Giugno.” E le ciglia a corolla profumano l’aria di verde.
“Lo si capisce dai tuoi occhi d’estate, che sbirciano tra i riccioli caldi di sole questa mattina.”
Mi dici toccandomi i capelli, che sento miei quando le tue dita li fanno suonare piano.
“Io i ricci li porto per sentirti.” dico.
E una canzone vola tra il pentagramma che disegni tra Porta Venezia e il mare.
Quando mi pensi si apre il portone al 27 e il vestito a fiori che ho scelto per me fa da prato al nostro non incontro che hai scelto per te.
Un bacio cade sui petali blu vicino al collo, e immagini i fili rossi che lo incorniciano.
Pensa se fosse vero.
E’ come l’estate.
I bordi, i fili, i fiori, li cucio di notte perché vengono da te.
Li sbircio tra i riccioli freddi di luna e li vedo che filano via, dagli scolli alle maniche tra le strade e il tuo pianerottolo.
Li lasci entrare e baci il blu.
Lo mandi qui, lui si sdraia e io lo cucio.
“Sarà Agosto.” E mi asciugo la fronte con le mani.
“Lo si capisce dalla tua pelle pazza di caldo tra i miei pensieri, quando ti sogno e lo sai.”
Mi dici asciugandomi le mani sulla tua camicia azzurra senza bottoni. Niente da chiudere, niente da aprire.
“Io le mani le darei a te per non asciugarmi più.” penso.
E infili in tasca le mie dita e un mazzo di Surfinie.
“Crescono ora. E’ questo mese, il mese giusto.”

Le forbici in piscina

Il fatto che splenda sempre nello stesso modo non vuol dire che la si debba guardare con lo stesso occhio. Aperto il destro e chiuso il sinistro.
Ruota. E qui lo è per davvero, sempre bellissima. Il fatto è che a guardarla ci si crede e ci si inganna.
Che si perde il tempo e si sale su pensieri che paion scialuppe, mentre il foro lo si vede dal momento in cui si pensa di usarla. Navigarla.
Perché si preferisce annegare con proposito che accettare in regalo qualcosa di integro.
Perché scegliamo con cura le pene e quasi mai le felicità, dov’è più semplice patire che impazzire di gioie.
Le conserviamo tutte in cassetti ben chiusi, sia mai esser felici di portarli al collo e sentir brillare la gola e luccicar le dita. Via nelle tasche a cercar malanni, quelle mani; che piuttosto che darle a qualcuno si nascondono sotto la fodera bucata del paltò, tra biglietti e ricordi senza scambi.
A cercar forbici in regalo per tagliar fodere e scialuppe. A sfoderare diamanti e rubini. Da dentro. Dai fori. Eh si!
Smaglianti come linee di luna sul fondo della piscina, quella dove non ti piace respirare ma restare. E’ che lì non ci si inganna ad occhi aperti.

Zic/ Zac.
Anche sott’acqua si sente il rumore.

Mai visto il Mar Nero?

Cade la chioma indipendente dalla fortezza della spalla destra popolata da sirene, dall’incavo del collo alla spina della scapola. Le punte si accendono come lumini tra le ciglia sotto il sole del terzo giorno. Lo vede che nasconde le pupille funambole dietro gli occhiali scuri mentre lei si pulisce dalla sabbia e dalle code che impazzano sulle guance blu.

Non la tocca mai. Ahi!

Mette i piedi nelle stesse orme e le trova ancora fresche.
E’ fortunato, si dice a Nessebar. E’ destinato, nel centimetro tenero tra la sabbia umida e l’ultima onda.

Sponda sicura. Sicuro?

Lo sente arrivare e si gira di spalle. Un balzo, si sdraia sul tetto coperto di sabbia e di stelle. Si dice che appoggia sempre il gomito sulla sua ombra alla parete di fianco, annegando le sirene tra le canzoni senza favori che a lui piace cantarle.

A voce bassa. A testa alta.

Perché si sente meglio quando si sente solo. Quando guarda basso e come un sasso lancia le mani sul mare per farle saltare, almeno tre volte per dire /Ne sono capace!/ 
Muove le dita con calma a cercarla tra le onde di moti e di versi. 
Riversa gli occhi a fessura e abbassa le lenti: /E’ un peccato di occhi chiari in tempi scuri. Di occhi scuri in temi chiari./
E si strofina il naso per non vederla più, per sentirla ancor più sua. Dal mare alla fortezza. Dalla sabbia all’oceano di occhi.
Via gli occhiali.
Nel cassetto senza sole della scrivania.

Primasvolta

Stava imparando a immaginarlo come un uomo senza gambe, intento a guardare l’orizzonte su un vascello ocra e blu. Come la nave che costruì suo padre in dimensioni da scrivania, sciogliendole i capelli e l’immaginazione tra i ponti e le vele di dieci centimetri.
Li tiene sempre legati e tutto è più in ordine.
Lui: vento veloce, bandiere di terre vicine e dita lunghe sullo stomaco.

Ma le gambe! Eh le gambe.
Le aveva perse un giorno, senza accorgersene.
E’ che a lui bastava guardarlo il tramonto, dalla prua alla poppa.
Pensava che fosse bellissimo.
Pensava che fosse la fortuna a tenerlo lontano. Era una fortuna non avere le gambe!
Lei no. Voleva toccarla la linea tra il cielo e la terra. Tra le dita e il suo stomaco.
La differenza è la sostanza, quella che resta.
Le storie d’amore le piace ascoltarle navigare solo nei racconti di vecchi marinai in libri troppo nuovi per esser veri. In terre lontane e su onde del mare più che tra il fluttui della sua vasca da bagno.
Ci sale. Li slega. Solo sulla nave di suo padre. L’unica su cui lo vede.
Si tocca le gambe, sistema i capelli, stringe i braccialetti e porta la fortuna con lei, in un tuffo da meraviglie verso le nuvole e giù tra gli abissi.
Sa che sarà così. Toccherà la linea rossa del sole alle sette in punto mentre lui stringerà le dita sullo stomaco e lo vedrà sparire quieto tra le trame dei suoi capelli. Allunga una mano, raccoglie l’elastico e ci lega i suoi.

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