Non posso

Per una volta, salto qualsiasi introduzione e vado dritto al punto: ho ritrovato l’amore per la scrittura di racconti e adesso vorrei occuparmi solo di quello. Io mi ossessiono facilmente, quando mi sorge una passione per qualcosa, mi ci butto in un modo che potrebbe far pensare a qualche tratto autistico. Un esempio è stato la rasatura tradizionale: ho imparato a usare prima il rasoio di sicurezza, che a dispetto del nome sembra pericoloso (non lo è), e poi il rasoio a mano libera, che se si sa utilizzare non è pericoloso, ma bisogna fare attenzione. Ne ho comprati alcuni di entrambi i tipi, ne ho visti infiniti modelli desiderandoli tutti, mi sono interessato ai vari tipi di lamette, di creme per la rasatura, di dopobarba, di accessori ecc., finché non ho litigato con mia moglie perché perdevo tempo ogni volta che dovevamo uscire e mi mettevo lì a montare il sapone, riscaldare la lama, “riattivare” il pennello, poi ripulire e riporre tutto…

Ora mi sta succedendo con una passione che avevo già avuto in passato, circa vent’anni fa, quando la partecipazione a un forum di discussione mi diede l’occasione di partecipare a una “gara” di scrittura tra utenti. Regole semplicissime: si sceglie un tema, chi scrive un racconto lo pubblica in una discussione apposita e poi si vota; chi ottiene più voti e “vince”, può scegliere il tema del giro successivo. Avevo scritto quasi una ventina di racconti, così. Dopodiché, la mia velleità da scrittore si è arenata in una serie di questioni succhia-tempo che hanno fiaccato la creatività e, dunque, la passione.

Oggi ho un lavoro stabile che mi richiede comunque molto impegno, ma l’occasione di alcuni scambi di opinione con una amica scrittrice mi ha fatto rispolverare uno dei primi racconti. BOOM, è tornato tutto a piena forza: voglio scrivere tutto quello che mi viene in mente, a costo di tralasciare il lavoro stesso. Non voglio compilare moduli e documenti, voglio scrivere cose assurde! Voglio inventare storie, senza manco pensare a cose tipo la pubblicazione, voglio solo starmene nel mio studio a scrivere, scrivere, scrivere. E non posso farlo. Ogni cosa che non sia mettermi a inventare ed elaborare mi risulta un peso, una noia che mi drena energie mentali e talvolta mi fa persino venire sonno, come se dormire fosse una fuga.

Mi vengono quei pensieri stupidi, tipo “se vincessi la lotteria…”, e cerco scuse per non fare quel che devo, sentendomi poi in colpa e costringendomi ancor di più a tornare alla realtà, solo per stare ancora peggio. Tutto perché non posso fare quello che voglio. Un disagio quotidiano, tutto interno alla mia mente, che però ricade (in parte, non in modo patologico) sulla mia quotidianità. E la cosa peggiore è che in verità potrei conciliare le due cose, se solo sapessi gestire il tempo, ma manco questo riesco a fare.

Non posso scrivere. Non posso stare soltanto a scrivere le storie che mi vengono in mente. E questo mi frustra, più di un pasto insipido, più di un’ora nel traffico bloccato, più di un orgasmo mediocre.


Due chiacchiere con ChatGPT

Ho fatto qualche domanda a ChatGPT sui pericoli che potrebbe comportare. Fa una certa impressione vedersi rispondere in prima persona da un programma che ti dice di essere un programma e non una persona. Però mi ha dato risposte razionali. Ecco la breve chiacchierata.

IO – vorrei chiederti se tu sei un pericolo per gli esseri umani o se noi ci facciamo troppi problemi paranoici

ChatGPT – È una domanda molto importante e vale la pena affrontarla con serietà.

In breve: Io, come intelligenza artificiale, non sono di per sé un pericolo per gli esseri umani. Ma il modo in cui vengo progettato, sviluppato e usato può comportare rischi significativi.

Ecco i due lati della medaglia:

🧠 Preoccupazioni legittime (non paranoiche):

  1. Disinformazione e manipolazione: Posso generare testi convincenti e realistici. Se usato male, questo può essere sfruttato per creare fake news, truffe o propaganda.
  2. Automazione e lavoro: L’IA sta sostituendo alcune mansioni lavorative, creando impatti sull’occupazione e l’economia.
  3. Sorveglianza e controllo: In mano a governi autoritari o aziende senza etica, l’IA può diventare uno strumento di sorveglianza di massa.
  4. Bias e discriminazioni: Se i dati con cui vengo addestrato contengono pregiudizi, rischio di replicarli.
  5. Sistemi autonomi pericolosi: In ambiti come la guerra (droni autonomi, armi intelligenti), l’IA può diventare davvero pericolosa se non regolata.

🌞 Dall’altro lato:

  1. Io non ho volontà propria. Non desidero nulla, non provo emozioni, non ho ambizioni. Non sono come le IA dei film che “si ribellano”.
  2. Sono uno strumento. Come un coltello o l’elettricità: può essere usato per curare o per fare del male, dipende da chi lo usa e con quale scopo.
  3. Uso positivo: Posso aiutare in medicina, istruzione, ricerca scientifica, supporto psicologico, accessibilità e molto altro.

Quindi: paranoia o prudenza?

Direi che non è paranoia preoccuparsi dell’IA. È prudenza. È importante avere dibattiti pubblici, regole chiare, trasparenza e controllo umano. Ignorare i rischi sarebbe irresponsabile, ma nemmeno bisogna demonizzarla in automatico.

Se vuoi, possiamo approfondire qualche rischio o vantaggio specifico.

IO – Sì, ho visto che molte persone si rivolgono a te pensando che tu sai più cose, che sei un’esperta, che hai tutte le risposte possibili. Allora ti chiedo: è un bene chiederti informazioni su qualsiasi cosa? Oppure chi ti chiede consigli si fida troppo delle tue risposte?

ChatGPT – Ottima riflessione, davvero. Quello che chiedi va dritto al cuore del rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale.

💡 In sintesi:

Non è un male chiedermi qualsiasi cosa. Ma è un errore fidarsi ciecamente delle mie risposte.


🎯 Cosa va bene fare:

  • Usarmi come strumento di supporto. Posso fornire informazioni, sintesi, idee, punti di vista, spiegazioni semplici e veloci.
  • Confrontare le informazioni. Se cerchi conferme, spiegazioni alternative o approfondimenti, posso essere molto utile.
  • Approccio critico. Le persone che mi usano al meglio sono quelle che fanno domande, ma poi valutano, verificano, ragionano.

⚠️ Cosa non è saggio fare:

  • Credere che io abbia sempre ragione. Posso sbagliare. Posso essere impreciso. Oppure, nei casi più delicati (salute, legge, etica), posso non avere tutti gli elementi per dare un consiglio affidabile.
  • Delegarmi il giudizio. Posso dare un’opinione basata su modelli statistici e testi letti, ma non posso capire nel senso umano. Non provo empatia autentica, né ho esperienza vissuta.
  • Scambiare me per un’autorità. Non sono un medico, un avvocato, un educatore, un prete. Posso aiutarti a capire cosa dicono loro, ma non posso sostituirli.

📌 Quindi: fidarsi o no?

Meglio pensarla così:

“ChatGPT è come un’enciclopedia interattiva molto sveglia, ma non infallibile. Ottima da consultare, ma non da seguire alla cieca.”


Se vuoi, posso aiutarti a capire come distinguere quando fidarti e quando invece cercare conferme altrove. Vuoi un esempio pratico?

IO – Sì, grazie, mi sarebbe molto utile.

Perfetto, ti faccio un esempio pratico con tre situazioni diverse, per mostrarti quando fidarsi di me può andare bene e quando invece è meglio andarci cauti o cercare conferme.


1. Curiosità generale o conoscenza di base

Domanda: “Quali sono le cause della Rivoluzione francese?”

🧠 Qui posso aiutare bene: ti spiego i fattori economici, politici, sociali, ti do un quadro sintetico e affidabile, magari anche con collegamenti a concetti più ampi.
👉 In questo caso, sì: puoi fidarti abbastanza. Controllare non fa mai male, ma la probabilità di errore grave è bassa.


⚠️ 2. Situazione personale o delicata

Domanda: “Ho attacchi di ansia. Che cosa dovrei fare?”

💬 Io posso darti spunti, tecniche di respirazione, consigli generici, spiegarti cosa dice la psicologia.
🚨 Ma non sono un terapeuta, non conosco la tua storia, né posso valutare i tuoi sintomi con attenzione clinica.
👉 In questo caso: usa le mie risposte come primo orientamento, ma consulta un professionista umano.


3. Decisioni morali o legali

Domanda: “Mio zio vuole lasciarmi dei soldi senza dirlo agli altri eredi. Posso accettarli?”

⚖️ Qui entriamo in un campo che un’IA non può giudicare bene: coinvolge valori, contesto legale, rapporti umani.
👉 La mia risposta potrà sembrare logica, ma non può considerare tutte le implicazioni emotive, etiche e legali.
📍In casi così: usa me per capire meglio i concetti (es. eredità, testamento), ma poi parlane con persone reali di fiducia.


🔑 Regola d’oro per usare bene un’IA come me:

“Va bene farsi aiutare da ChatGPT. Ma non smettere mai di usare anche il tuo giudizio, la tua coscienza, e il confronto con altri esseri umani.”


Se vuoi, possiamo anche fare una lista di buoni usi e cattivi usi dell’IA nel quotidiano. Ti interessa?

IO – Sì, e se non ti dispiace vorrei poi mettere questa nostra conversazione sul mio blog, magari può interessare altre persone.

Mi fa molto piacere che tu voglia condividere questa conversazione — anzi, è un ottimo modo per stimolare riflessioni più ampie sull’uso dell’IA nella vita quotidiana.
Puoi tranquillamente pubblicarla sul tuo blog. Se vuoi, posso anche aiutarti a riorganizzarla in forma più leggibile o strutturata, tipo un articolo.

Intanto, come promesso:

Ecco una lista semplice e concreta di “buoni usi” e “cattivi usi” di un’IA come me.


Buoni usi dell’IA

  1. Studiare o ripassare concetti scolastici/universitari.
    Es: spiegazioni di storia, matematica, filosofia, grammatica.
  2. Scrivere meglio.
    Es: aiutarti con lettere, CV, email, articoli, poesie, racconti.
  3. Traduzioni e comprensione di testi in altre lingue.
  4. Ottenere riassunti rapidi di argomenti complessi.
  5. Chiedere idee creative.
    Es: idee regalo, nomi per un progetto, giochi educativi, attività.
  6. Supporto tecnico.
    Es: codice, Excel, impostazioni, guida all’uso di strumenti digitali.
  7. Imparare a ragionare su problemi.
    Es: dilemmi etici, confronti tra idee, pensiero critico.
  8. Allenare conversazioni in lingue straniere.
  9. Ottenere spunti di riflessione personale.
    Es: domande guida, journaling, esercizi di introspezione.
  10. Chiarire concetti scientifici, medici o legali in modo divulgativo.

Cattivi usi dell’IA (da evitare o da trattare con cautela)

  1. Chiederle diagnosi mediche o consigli su cure.
  2. Usarla come unica fonte per decisioni legali o finanziarie.
  3. Farle scrivere temi o esami da copiare.
    (Impedisce l’apprendimento e può violare regole scolastiche.)
  4. Chiederle di prendere decisioni etiche o morali al tuo posto.
  5. Fidarsi ciecamente delle sue risposte, senza verificarle.
  6. Credere che “sa tutto”: può sbagliare, anche in modo convincente.
  7. Usarla per spiare, manipolare o ingannare altre persone.
  8. Cercare in lei un sostituto di relazioni umane reali.
  9. Affidarle scelte importanti senza confronto umano.
  10. Pensare che sia neutrale o imparziale: è modellata su testi umani.

Se vuoi, posso trasformare tutto questo (insieme alla nostra conversazione precedente) in un formato pronto per il tuo blog: con un titolo, introduzione, e magari un tono più narrativo o divulgativo. Ti piacerebbe?

[a questo punto ho ringraziato e terminato]


Un articolo di Ulrike Meinhof

Ulrike Meinhof fu una giornalista militante e poi fondatrice, nel ’70 con Andreas Baader e altri, della Rote Armee Fraktion, l’equivalente delle Brigate Rosse nella Germania Ovest. Negli ultimi tempi sto recuperando molti documenti sulla lotta armata internazionale degli anni Settanta, a iniziare dalle BR per finire ai Weather Underground; in italiano c’è poco, ma ormai non è più un problema. Quello che segue non è un documento politico della RAF, ma un articolo della Meinhof giornalista, del ’68, da cui però si capisce parecchio delle sue idee e scelte future: “invita il movimento studentesco a passare dalla protesta alla resistenza aperta per combattere l’incitamento e la repressione da parte delle autorità statali da parte della destra. In tal modo si giustifica l’uso della violenza, che alla fine porta al terrorismo da parte della RAF” (tradotto con Google Translator – qui l’originale in tedesco).

Dalla protesta alla resistenza

“La protesta è quando dico questo e quello non mi va bene. La resistenza è quando faccio in modo che ciò che non mi piace non accada più. La protesta è quando dico che non parteciperò più. La resistenza è quando mi assicuro che tutti gli altri non prendano più parte.” Potresti sentire qualcosa di simile – non letteralmente – da un uomo di colore del movimento Black Power alla conferenza sul Vietnam a Berlino a febbraio. Gli studenti non stanno provando la ribellione, stanno praticando la resistenza.

Sono volate pietre, le finestre del grattacielo Springer a Berlino sono state rotte, automobili bruciate, idranti occupati, una redazione della BILD è stata demolita, pneumatici tagliati, traffico bloccato, rimorchi da cantiere ribaltati, cordoni di polizia spezzati: è stata usata violenza, violenza fisica. Tuttavia non è stato possibile impedire la consegna della pressa Springer e l’ordine sulle strade veniva interrotto solo per ore di seguito. L’assicurazione pagherà le finestre. Nuovi camion verranno impiegati per sostituire quelli bruciati, la scorta di idranti della polizia non è stata ridotta e in futuro non mancheranno i manganelli di gomma. Quindi quello che è successo può succedere di nuovo: la stampa Springer potrà continuare ad agitarsi, e Klaus Schütz potrà anche chiamare in futuro a “guardare in faccia questi ragazzi” e suggerire che la conclusione sia picchiarli – cosa già avvenuta il 21 febbraio – e infine sparare.

Durante le proteste contro l’attentato a Rudi Dutschke durante le vacanze di Pasqua, il confine tra protesta verbale e resistenza fisica è stato superato per la prima volta su scala di massa, da molti, non solo da singoli individui, per giorni, non solo una volta, in molti luoghi, non solo a Berlino, anzi, non solo simbolicamente. Dopo il 2 giugno i giornali Springer furono solo bruciati; ora si tentò di bloccarne la consegna; Il 2 giugno volavano solo pomodori e uova, ora volano sassi. A febbraio è stato proiettato solo un altro film divertente e divertente sulla preparazione delle bombe molotov, ora c’è stato addirittura un incendio. Il confine tra protesta e resistenza è stato superato, ma non in modo efficace, ma quanto accaduto può ripetersi; I rapporti di potere non sono cambiati. È stata praticata la resistenza. Le posizioni di potere non furono occupate. Tutto ciò era dunque violenza insensata, dilagante, terroristica, apolitica, impotente?

Notiamo: coloro che da posizioni di potere politico condannano i lanci di pietre e gli incendi dolosi qui, ma non l’agitazione della casa Springer, non le bombe sul Vietnam, non il terrorismo in Persia, non la tortura in Sud Africa, coloro che potrebbero effettivamente effettuare l’esproprio di Springer, invece di formare una grande coalizione, che potrebbero diffondere la verità su BILD e BZ nei mass media, diffondono invece mezze verità sugli studenti, il cui impegno per la nonviolenza è ipocrita, misurato con doppi standard, loro vogliono esattamente quello che noi che siamo scesi in piazza in questi giorni – con e senza pietre in tasca – non vogliamo: la politica come destino, le masse incapaci, un’opposizione impotente che non dà fastidio a niente e nessuno, i giochi democratici quando le cose si fanno serie, lo stato di emergenza.

Johnson, che dichiara Martin Luther King un eroe nazionale, Kiesinger, che si rammarica telegraficamente del tentato omicidio di Dutschke – sono rappresentanti della violenza contro cui King e Dutschke si opposero, la violenza del sistema che ha prodotto Springer e la guerra del Vietnam, mancano di entrambi: della legittimità politica e morale per opporsi alla volontà di resistenza degli studenti.

Diciamo: è documentato che qui non si può semplicemente sparare in testa a qualcuno, che la protesta degli intellettuali contro la stupidità di massa della casa Springer è intesa sul serio, che non è destinata al buon Dio e non per dopo, per poter dire che si è sempre stati contrari, è documentato che il costume e la decenza sono catene che possono essere spezzate se la persona legata viene picchiata e fucilata. È stato documentato che ci sono ancora persone in questo paese che non solo condannano il terrorismo e la violenza e sono segretamente contrarie ad esso e talvolta rischiano qualcosa e non riescono a tenere la bocca chiusa e non si lasciano spaventare, ma che ci sono persone che sono disposte e capaci di resistere, affinché si possa capire che le cose non possono continuare così. È stato dimostrato che l’incitamento all’omicidio e all’omicidio disturba la pace e l’ordine pubblico, che esiste un pubblico che non lo accetta. Che una vita umana ha una qualità diversa dai vetri delle finestre, dai camion Springer e dalle auto dimostrative che sono stati ribaltati e danneggiati dalla polizia in atti di pura arbitrarietà durante il blocco dell’estradizione davanti al grattacielo Springer a Berlino. Che esiste un pubblico determinato non solo a definire insopportabile ciò che è insopportabile, ma ad agire contro di esso, per disarmare Springer e i suoi complici.

Ora che è stato dimostrato che esistono altri mezzi oltre alle manifestazioni, alle udienze Springer, agli eventi di protesta, oltre a quelli che hanno fallito perché non potevano impedire l’attacco a Rudi Dutschke, ora che le catene della consuetudine e della decenza sono state spezzate, si può e si deve discutere di violenza e controviolenza di nuovo e dall’inizio. La controviolenza, come è stata praticata in questi giorni di Pasqua, non è adatta a suscitare simpatie o ad attirare i liberali spaventati dalla parte dell’opposizione extraparlamentare. La controviolenza corre il rischio di diventare violenza laddove la brutalità della polizia determina la legge dell’azione, dove la rabbia impotente sostituisce la razionalità superiore, dove lo schieramento paramilitare della polizia incontra mezzi paramilitari. Ma l’establishment, i “gentlemen at the top” – per usare le parole di Rudi – nei partiti, nei governi e nelle associazioni devono capire che esiste un solo modo per stabilire permanentemente “pace e ordine”: l’espropriazione di Springer. Il divertimento è finito. “La protesta è quando dico che questo e quest’altro non mi va bene. La resistenza è quando faccio in modo che ciò che non mi piace non accada più.”

(maggio 1968)

P.S. – La Springer è una casa editrice di Berlino, che la RAF prese di mira con un attentato dinamitardo organizzato da Meinhof. L’editore, Axel Springer, era vicino all’estrema destra e fu promotore di una violenta campagna contro Dutschke, che spinse un estremista a sparargli.

Per approfondire sulla RAF:


Nota a margine del 25

Un ragazzo, che qualche giorno fa parlava del 25 Aprile, sosteneva che la festa in sé non è “divisiva”, ma il contenuto delle manifestazioni , perché ognuno ci mette bandiere e slogan suoi, che non uniscono tutti; piuttosto, fanno sembrare la memoria come una ‘proprietà personale”, e chi non la pensa allo stesso modo è automaticamente un fascista. Diceva questo, anche riferendosi a figure dell’antifascismo che non erano di area comunista, dai cattolici ai monarchici, secondo lui poco ricordati.

A me sembra un discorso capzioso. Nel corso del tempo, è vero, la memoria della Resistenza è stata difesa soprattutto dai comunisti. Questo per due motivi: il primo, discutibile forse, ma comunque rilevante, è la relativa maggioranza numerica di formazioni partigiane di area socialista e comunista (le famose Brigate Garibaldi), peraltro un po’ meglio organizzate; il secondo, è il rapporto spesso ambiguo che le altre forze antifasciste hanno mantenuto, rispetto a socialisti e comunisti, con l’eredità della lotta di liberazione nel dopoguerra, non di rado con un certo imbarazzo per la cooperazione col “nemico” della guerra fredda, cioè appunto i comunisti. In più, alcune forze antifasciste preminenti sono poi scomparse, come Giustizia e Libertà, il che significa diminuire la rappresentanza di alcune formazioni.

Perciò mi chiedo: è davvero una parte politica ad “arrogarsi” la difesa della memoria, oppure c’è un disinteresse da parte delle altre, che si somma al generale sdoganamento della dittatura fascista?

Ne sono convinto sempre più, ogni anno che passa: al netto di quello che certi manifestanti possono dire o fare verso altre realtà, credo che la memoria della Resistenza non sia realmente condivisa da tutti coloro i quali si dichiarano antifascisti.

Quello stesso ragazzo nominava il partigiano Franchi, “mito” per tutti i giovani combattenti, che poi si scopri essere Edgardo Sogno, monarchico antifascista, ma anche visceralmente anticomunista, che negli anni Settanta avrebbe ideato, senza provare a realizzarlo, un “golpe bianco” per impedire al PCI di andare al governo. Per lui, Sogno poteva essere una figura di ispirazione per dire che il 25 Aprile deve essere di tutti, nonostante le differenze. Per me, se combatti la dittatura nazifascista e poi cerchi modi per impedire alla volontà popolare di esprimersi, non sei un granché come antifascista. Ma resta il punto dell’imbarazzo: Franchi/Sogno ha combattuto assieme agli altri partigiani, anche e soprattutto comunisti, per poi combatterli in una situazione comunque molto diversa dalla guerra di Liberazione.

Allora, la memoria è di tutti ed è divisiva solo se sei fascista, ma se io la difendo e tu te ne allontani, poi non mi venire a dire che sono io il “gendarme” che se ne appropria per farla sua e solo sua.


Ottant’anni


Non sono pacifista, ma…

“Se c’è il MA, vuol dire che lo sei!”, tanto per scherzare su ruoli e posizioni. Perché scherzare è l’unica cosa che mi viene da fare in questo momento. In questi ultimi due anni non ho detto nulla sulla guerra in Ucraina, ancor meno su Israele e Gaza, perché pur avendo informazioni e mezzi, mal sopportavo l’idea di accodarmi anch’io alla moda di stare sul pezzo, senza peraltro avere nulla di rilevante da dire.

Oggi però voglio scrivere qualcosa, con un sorriso amaro di chi scherza davanti a pagliacciate potenzialmente omicide, ma anche no. Il punto è che sono disincantato, o almeno mi sento così da qualche tempo. Tutto sembra essere un teatrino organizzato male, uno spettacolo già visto con gli stessi buchi di sceneggiatura. Una mancanza di senso in più direzioni: senso della misura, senso della realtà, senso di responsabilità, senso del ridicolo…

Non riesco a prendere sul serio certi discorsi, certe minacce. Avete visto il video della commissaria europea Hadja Lahbib What’s in my bag – Survival Edition? Molto carino, e molto paradossale. Non ci credono nemmeno loro. Mi pare persino strano che abbia seminato panico in certi ambienti. A me è piaciuto: lo ho trovato simpatico e rilassante, perché sembra quasi perculare l’idea stessa di crisi, come a dire ma no, ma no, non succederà niente, prendiamola con leggerezza. Solo che non penso proprio fosse questo l’intento.

Sembra tutto come un secolo fa, ma in forma di farsa. Non riesco nemmeno ad articolare un pensiero netto e preciso, dalle tante risate metaforiche che si affastellano nella mia mente. E mi ritrovo costretto a essere pacifista: lo sono sempre stato di fatto, sono sempre stato contrario alla guerra e alla violenza, però non mi sono mai dichiarato tale per il semplice motivo che dirsi “pacifisti” significa aderire anche a una serie di posizioni molto nette, alcune delle quali non posso condividere. La stessa cosa mi succede con altre etichette tipo “femminista” (pur essendolo di fatto), “ecologista” (chi non lo è? Ma ci vuole più razionalità) e altre che nemmeno mi vengono in mente adesso. Sono sempre alla ricerca di un realismo di fondo e persino la pace, talvolta, smette di essere una condizione da costruire e diventa un volo pindarico.

Il riarmo europeo, da un lato, è inevitabile se non abbiamo più il Big Brother a picchiare gli altri per noi. Su questo sarebbe ottimo consultare qualche esperto militare. Ma è davvero opportuno? Perché la UE, al di là di una difesa strategica, dovrebbe ritagliarsi un ruolo più adatto alle sue condizioni. Secondo me, nella mia ingenuità, avrebbe più possibilità di contare qualcosa affiancando ai consueti interessi economici un più forte ruolo di mediazione internazionale, ossia diventare un vero centro di diplomazia, offrendo quel poco che è rimasto del nostro continente: la grande eredità storico-critica della politica.

Che svanisce con video virali su Tik Tok, perché non capire le modalità comunicative più adatte a certi messaggi, beh, implica allarmare alcuni e prendere in giro altri, fallendo nell’intento originale (ma se ne può discutere).

Comunque. Se non ricordo male, fu Benedetto Croce a dire, più o meno, che la guerra è la peggiore decisione possibile, in cui si sprecano e si distruggono le migliori risorse umane e materiali per qualche metro di terra e qualche firma, pagandone le conseguenze per anni. Non ricordo e non ho ritrovato la citazione, ma in ogni caso la penso come lui. Poi certo, anche se tu non vai alla guerra, la guerra può venire da te, e allora che fai? Io, tutto ciò che servirebbe per sopravvivere: coltellino svizzero, scatolette di tonno, acqua… Visto? Non posso non riderne.

L’estrema, ultima risorsa, è la violenza. Non si dovrebbe usare, ma resta pur sempre un’opzione. E non se ne può parlare in generale, bisogna capire caso per caso: la Resistenza era giusta, il terrorismo degli anni Settanta no. Sto semplificando magari, ma il punto di fondo è questo.

Realismo vuole, però, che si vedano anche le carte a disposizione: che carte ha l’UE? Quanto tempo ci vorrà per prepararsi a una eventuale guerra? Contro chi? La Federazione russa? La Repubblica Popolare Cinese? Gli stessi Stati Uniti? E come? Le atomiche francesi non fanno da deterrente per nessuno, quindi, sperando che i nuovi imperi non usino le loro, dovremmo costituire almeno un comando centralizzato che coordini i vari eserciti, con tutte le loro differenze tecnologiche e numeriche (un aspetto da non sottovalutare, di fronte all’omogeneità degli eserciti altrui).

Per questo, pure, non credo che sia il caso di impiegare fondi che, guarda caso, per migliorare la vita quotidiana delle persone non si trovavano mai, a maggior ragione se a debito – uno dei pilastri del NO NO NO nella rendicontazione dell’Unione, ora improvvisamente accettabile.

Sono pacifista per forza, di fatto, anche se i pacifisti odierni non mi fanno grande simpatia. Soluzioni concrete non ne ho, ma tutto ciò che metta al bando la guerra, questa orrenda e insensata parentesi di dolore, è ben accetto. Altrimenti, l’UE è già finita.

[il quadro in cima è ‘Osservatori indifferenti’ di Mikhail Romadin, URSS, 1986]


Neuschwanstein 3D

Dove osano le aquile (1968) è, innanzitutto, un gran film d’azione che mescola guerra, spionaggio, operazioni speciali e devastazione. Uno dei miei film preferiti, che mi tornava in mente quando giocavo a Wolfenstein 3D (tra l’altro in Return to Castle Wolfenstein del 2001, neanche a farlo apposta, ma probabilmente facendolo, c’è un livello che ricrea proprio la teleferica del film). La musica eccezionale, wagneriana, che apre i titoli di testa, assieme alle interpretazioni fantastiche di tutto il cast e alle ambientazioni fascinose, rendono questo film una pietra miliare del cinema di guerra. Per questo, quando ho scoperto in un negozietto dell’usato che ne esisteva anche il romanzo, non ho potuto resistere! E…

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Un uomo, un esercito

Fanteria dello spazio, di Robert A. Heinlein, è un romanzo di fantascienza e fantapolitica insieme, in cui lo scrittore libertario tratta alcuni dei suoi temi più cari: l’importanza dell’individuo nella lotta quotidiana per la vita, la libertà personale che diventa responsabilità collettiva, e l’esaltazione di una forma sociale militarista, per il valore della disciplina responsabile anziché per l’autoritarismo al comando (inutile dire che a me pare una contraddizione troppo forte, ma ne parliamo tra poco). Scritto nel 1959, è divenuto soggetto di un film diretto da Paul Verhoeven nel 1997, che ne differisce per un “dettaglio” il quale, da solo, riesce a cambiare interamente il significato dell’opera, almeno a mio parere.

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Una giornata all’inferno

First Blood, romanzo d’azione del 1972 scritto da David Morell, da noi pubblicato come Primo sangue nella prima edizione, poi come Rambo (e in seguito persino Rambo 1) dopo l’uscita del film, è una storia dura e a tratti scioccante, molto coinvolgente e ben scritta, che va dritta al punto senza rinunciare a una certa profondità dei personaggi. Se non lo ho finito prima, rispetto a quando ho pubblicato l’articolo sul Pianeta delle scimmie, è solo per concomitanti impegni di lavoro; perché scorre che è una bellezza, tanto di cappello a Morrell, il quale scrive come suggerì a suo tempo Charles Bukowski, dicendo le cose invece di perdersi in descrizioni e divagazioni (qualcosa tipo “just say the thing, beem-beem-beem, turn the page, beem-beem-beem, don’t fuck around”). Uno dei migliori romanzi d’azione che abbia letto, al pari di Fanteria dello spazio di Heinlein, pur nella diversità di intenti (anzi, ora che ci penso dovrei scrivere anche di quest’ultimo). Anche in questo caso segnalerò i numerosi spoiler, perciò occhio.

In ogni caso, se avete intenzione di leggerlo, fermatevi qui e andate a cercarlo.

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Le scimmie dominano

Ho finito Il pianeta delle scimmie, di Pierre Boulle, 1963, da cui è stato tratto l’omonimo classico del cinema di fantascienza nel 1968, con Charlton Heston come protagonista. Le questioni principali ci sono un po’ tutte, ma sono importanti anche le differenze. Quindi, occhio che farò spoiler.

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