la panchina

Pubblicato: 11 agosto 2013 in Uncategorized

panchinai sandali col calzino no, non li ho visti. non sono riuscito a capire se il calzino dalle scarpe si deve vedere oppure no. e i colletti della polo alzati quanti ne vuoi. i carrozzini sono sempre comunque uguali, sembrano le borse delle signore. marroni o giù di lì e con una sigla che vale un pacco di soldi. anche di soldi se ne vedono parecchi, ma solo in prossimità della gelateria. accanto, il povero venditore di vestiti per bambini fuma quasi quanto me, e credo che la differenza la faccia il numero di sigarette rimaste nel mio spiaccicato pacchetto. troppo poche. e il tabacchi… troppo lontano, almeno un isolato. no, non credo di farcela. fumo un po’ più lentamente.

prego, si accomodi. sì, sono anche io meridionale. no, italiamia2 non l’ho mai visto, ma lo cerco su youtube. mi dispiace, non c’è campo. lo vedo a casa, promesso. la signora russa? sì, nel senso della nazione, non del nitrire notturno. a lei, arrivederci, è stato un piacere.

poi la ragazza coi pantaloncini più corti della mia camel è già tre volte che passa. secondo me lo cerca e non lo trova. aveva belle idee per la serata. ma mi sa che niente.

ma certo, si accomodino. ma perché sua moglie scappa? la fobia felina davvero non l’avevo mai sentita. e sì, fa caldo, povero piccolo, forse è il caso di portarlo a casa. arrivederci a voi, buon proseguimento.

non mi pare di aver visto prima quella coppia, ma da come si scrutano sono lì almeno da venti minuti. mi avrà distratto il cantante neomelodico con la moglie russa, che ripassa e mi saluta con la mano.

prego, mi sposto. ma le dà fastidio il fumo? mi spiace. appena finisco questa non fumo più fino a quando non vi alzate. lo so, è la frittata di pasta che ammazza ogni bieco tentativo di apparire magra. poi, vabbè, signora mia, cinquant’anni e almeno il doppio dei chili… no, la frittata di pasta da sola non ce la fa. poi i bambini corrono, e lei continua, perché il caldo è troppo per la tiroide, e il rischio di ulcera alle gambe è dietro l’angolo. sarà per questo che il marito non dice una parola. o avrà i tappi? dieci giorni a Ischia? no, io solo tre. possono bastare. le salite mi uccidono. una volta sola sono arrivato in fondo, e al ritorno mi sono seduto qui. non sono pigro. ho solo un’altra idea di vacanza. e poi la panchina mi fa conoscere gente. tipo lei, signora. ma ora proprio devo andare. perché sì, sono pronto a tutto per presidiare la mia agognata panchina. ma tu, signora cinquanta per cento no, non puoi toccare il mio ginocchio e dirmi quanto siano importanti i massaggi drenanti.

no, cammino cento metri. camel light morbide. s’è fatta ora.

vuoi conoscere un popolo? aspettalo sulla panchina.

essere chiari

Pubblicato: 10 febbraio 2013 in numb

fumoappena sveglio no, ma poco dopo molto volentieri. l’attesa è il momento migliore. dopotutto l’attesa è desiderio, e non c’è migliore simbologia di qualcosa che si consuma, dettando il tempo. un attimo prima o dopo qualcosa. durante solo se richiede un particolare impegno. e poi c’è il rituale. non c’è miglior rituale che dedicarvi del tempo. per cui ha la mia totale attenzione. e nei momenti migliori riesco a sentire la carta che brucia in un sottilissimo crepitare. e il non poterla avere aumenta il desiderio. e vedere che qualcuno ce l’ha è ancora peggio. e sigilla un pasto copioso o lo sostituisce quando non c’è. mi piace farmi del male, e questo un modo piacevole, che mi riempie il gusto. e si sa che dove c’è gusto non c’è perdenza. ne pagherò le conseguenze? si, ma nel frattempo ci fumo su. e se ti dà fastidio non nascondo il sottile piacere di rincarare la dose. cara mia, non mi stanco di dirti che hai ragione, che fumare fa male e che molto spesso è anche maleducato. ma che ci vuoi fare. queste cose sono un incentivo. non mi lasciano indifferente, mi fomentano. voglio stancarmi di avere la gola secca, per poi berci su e fumarci ancora. voglio stare sulla soglia del locale a fare due chiacchiere con altri esiliati come me. voglio le dita amare e la maglia impregnata. voglio andare in ansia quando il pacchetto sta per finire. voglio, ti dirò, fin’anche scegliere di non fumare per fare altro. quello che sicuramente non voglio, è che tu continui a chiedermi perché fumo. sono cazzi miei.

non credo

Pubblicato: 17 Maggio 2012 in numb

non credo di avere molto tempo. non credo neanche di volerlo. poi quando scrivi di fretta scrivi male e ti perdi per lo più gli accenti e i congiuntivi. non credo di doverlo fare per forza, ma ti si muove tipo una cosa nella pancia per cui, sì, anche se non c’è niente, sì, fallo. e non come esclamazione rimodulata e accettabile dall’aristocrazia militare. proprio fallo nel senso di fare, produrre, creare, promuovere, generare. non succede spesso di generare tanto per farlo (fatte salve le quindicenni partorienti a seguito di rivolte contro austeri genitori salvo poi diventarlo a loro volta, austeri genitori), e quando lo fai è come una pippetta venuta male, dove il termine “venuta” mal cela un doppio senso. e allora perché? non credo sia per il banale e inequivocabile ego ipertrofico che mi accompagna. più per qualcosa che qualcuno mi ha detto tanto tempo fa. se sei ad un bivio, imboccalo. ci ho messo quindici anni a capirlo. non l’ho mai ringraziato. credo sia questo il motivo. e io l’ho fatto.

ti chiamerò nerd

Pubblicato: 22 febbraio 2012 in idiocracy

la competenza è un concetto sopravvalutato. l’ignoranza se la batte ma alla fine deve vincere. diciamo così, che la gente dabbène ha tempo, lo usa e ne gioisce come meglio crede. il concetto è alla fin fine semplice: c’è qualcosa che mi interessa, lo seguo, ne approfondisco gli aspetti nel dettaglio, e se mi va, ne parlo con le persone che mi circondano. ecco, quest’ultima magari la approfondiamo. se, mettiamo il caso, scopro con interesse che la fascia di kuiper è una regione del sistema solare che si estende dall’orbita di nettuno, vivrò con gioia la rivelazione del fatto che si tratta di una fascia di asteroidi esterna rispetto all’orbita dei pianeti maggiori. potrete ben intendere la sorpresa profonda nel conoscere eris, che è il più grande pianeta nano del sistema solare attualmente conosciuto, che ruota attorno al sole oltre l’orbita di nettuno e che si tratta di un oggetto ghiacciato orbitante nel sistema solare esterno. posso con facilità immaginare che già dalla prima volta che nominerò kuiper troverò il vuoto dello spazio cosmico negli occhi del mio interlocutore, che magari non avrà problemi a riconoscere, oltre che la sua ignoranza, un senso di fastidio per la nuova informazione che andrà per qualche secondo ad occupare spazio nella sua preziosa memoria a breve termine.

il mio rispetto nei confronti di tale individuo resterà massimo, fino a quando, nel passaggio successivo, di lì a pochi nanosecondi, mi proporrà come argomento di confronto l’eccezionale prestazione di valverde che, rientrato dopo la squalifica per doping, piazza uno spunto importante nella terza frazione della ruta del sol, precedendo nell’arrivo in salita menchov e taaramae e conquistando la maglia di leader.

mi preme servire vendetta calda, con il deserto più profondo che si presenta a lui attraverso il mio sguardo. dov’è il punto? il punto è che lui ride, e mi dà del matto per la mia inspiegabile inettitudine. oltre a non prendermi la briga di spiegare che non ho idea di chi sia l’allenatore del barcellona (men che meno un ciclista spagnolo), rido anche io. perché l’immagine che mi si paventa innanzi è quella del nerd dello sport. chiedetegli qualunque cosa abbia a che fare con l’attività agonistica a qualsiasi livello, potrà senza fallo sciorinare tonnellate e tonnellate di dati. che io continuerò ad ignorare. e forse saprà dopo quanti minuti deve scolare gli spaghetti. ma non saprà mai perché.

the toilet saga

Pubblicato: 13 gennaio 2012 in idiocracy

banalmente la cerniera si muove coadiuvata dalla forza di gravità, e a seconda della resistenza dell’elastico del boxer in contrapposizione alla pancia, con l’aiuto di una o più dita, si può comodamente e seguendo l’inerzia dell’essere fermi sul posto, cominciare la minzione (concentrando la propria attenzione sulla piccola pozza d’acqua e provando magari a sviluppare la creatività con allegri ghirigori nell’acqua stessa e tutto intorno), finita la quale ci si esibisce nel più classico dei movimenti ondulatori e sussultori. i puristi possono servirsi di carta ad hoc, ma non è usuale, poiché la cosa richiede una flessione verso il rotolo, che generalmente è a un metro da terra, e dunque richiede appunto un movimento supplementare.

di contro ci si può porre di spalle, sganciare cinta e bottone, oltre alla cerniera, calare giù braghe e tutto il resto, quindi accomodarsi con sforzo addominale, rinunciando all’osservare quel che si produce. la parte difficile viene a questo punto, quando si richiede ai quadricipiti femorali uno sforzo sovraumano atto a risollevare stanche membra. dopo di ciò si completa il processo invertendo l’ordine di avvio (braghe – cerniera – bottone – cinta).

ora, alla luce di tanto, (consapevole che alla maggioranza silenziosa la cosa potrebbe non interessare) sgretolo un luogo comune e sostengo fermamente e a gran voce: il vero pigro piscia in piedi.
that’s all.

flash mob

Pubblicato: 7 dicembre 2011 in numb

il concetto era chiaro. cogli l’attimo. non c’è una seconda occasione per quegli eventi che sono fuori dall’ordinario, e spesso anche per tutti gli altri. da quando quel gruppo di nerd ha lacrimato in piedi su una sedia idolatrando il prof, mentre io i miei li odiavo tutti, non ho fatto altro che considerare le circostanze strane non solo strane, ma un’occasione da cogliere al volo.

come quando stai fermo al semaforo e ti batte sul vetro un ditino che nulla ha a che fare col lerciume del mio parabrezza e dunque invece del solito sguardo duroancheserispettoiltuolavoro mi vedo costretto a strabuzzare gli occhi ottenendo la tipica espressione eadessochevuolequestadame. l’equivocabile gesto delle mani chiuse quasi a pugno che si muovono contemporaneamente dall’alto verso il basso mi fa pensare che la giovane dal cappuccio blu e i ricci che spuntano dappertutto mi stia chiedendo di girare l’insalata insieme a lei. o più probabilmente che le si è fermata l’auto e dunque se ho dei cavetti per la batteria. considero la seconda opzione la più probabile, sia perché non mi pare abbia un’insalatiera con sé, sia perché mi sembra la più verosimile all’angolo di un semaforo. il fatto che io possedessi in macchina i cavetti fa di questo accadimento un segno del cielo. premetto che ho omesso alla fanciulla che non avevo mai usato l’ardita strumentazione. anche perché sono noto per le mie arti oratorie, non certo per il mio pragmatismo. non potendo però non considerare un segno di tale portata un evento non straordinario, quasi inevitabilmente si scatena in me il turbinio delle fantasie, che vanno dall’immaginarmi con la canottiera sporca di olio del motore che con soddisfazione affermo “è tutto a posto” agitando una chiave inglese con un plateale gesto che manifesta lo splendore dei miei bicipiti, fino all’invito a ricambiare la cortesia offrendomi un drink a casa sua e il consequenziale attorcigliamento e… il seguito lo lascio alla fantasia di chi legge. salvo scoprire che il rosso va sul rosso e il nero sul nero, che l’uso dei cavetti richiede la stessa forza e intelligenza di una lucertola che osserva la sua coda staccata da sé che si muove ancora, che la giovane ringrazia come se le avessi girato l’insalata e ridimensionando definitivamente e del tutto le mie aspettative. ok, una buona azione in più. senza patos, senza flirt di alcun genere, e la telefonata “amore, tutto a posto, mi ha aiutato un signore” che uccide definitivamente la mia fantasia. ero pronto a cogliere l’attimo.

poi sono solo arrivato in ritardo. capitano, mio capitano. fottiti.

god bless me

Pubblicato: 30 ottobre 2011 in dietrology

certe sere le riconosci perché sei sicuro solo di una cosa. nel momento esatto in cui arrivi nel posto designato, sai che dovevi essere altrove. ovunque ma non lì.

ma giacché la pazienza ha sempre esaltato un lato del tuo carattere, quello che ti fa amare dalle mamme e odiare dagli ex fidanzati, deridere dagli amici e invidiare dai nemici, affronti il tuo destino. hai detto sì a una serata di beneficenza. nutrendo profonda fiducia in ètienne liebig e nel suo “come sedurre la cattolica sul cammino di compostela”, certo che dove esiste un posto che raccoglie fondi per il congo, là troverai un numero imprecisato di giovani fanciulle che provano a sublimare con la beneficienza l’intrinseco e profondo desiderio di svelare quanto si dice circa l’africa e agli uomini che la popolano (e più è nera l’africa, più occorre sublimare), hai detto sì.

primo errore: fiducia in un dio giusto e generoso, quando ti ha dato più volte prova della sua cinica ironia. secondo errore: metterti nella condizione dell’impossibilità della scelta. terzo errore: possedere il dono della parola.

sul primo poco da fare. ti illudi di sovrastarlo, di ignorarlo, di venerarlo, di rispettarlo, ma non c’è niente da fare. siccome dio sa tutto, sa anche che non ti piace, e di conseguenza tu non piaci a lui. ma potrebbe anche essere vero invertendo l’ordine delle cose. dopotutto è nato prima lui, quindi quasi certamente ha cominciato lui.

rispetto al secondo errore, forse si tratta solo di una pecca di superbia. arrivi dopo, fai l’entrata scenica, hai il quadro completo della situazione, e, furbescamente, ti metti nella condizione di scegliere. tranne quando si tratta di una cena, e quindi ti tocca sederti laddove c’è posto. se, quindi, eri in cerca della suddetta cattolica fuori dal cammino di compostela (per altro presente solo in maniera approssimativa nella sala, portandoti alla considerazione che forse l’africa ha perso appeal), arrivare per ultimo sacrifica ogni speranza di una, non dico figa, ma quantomeno decente vicina di desco.

il primo e il secondo errore entrerebbero di diritto nel calderone delle infinite situazioni in cui ti sei massacrato a colpi di mazza da baseball il prezioso scroto.

dopo circa due ore sai che la bionda (tinta) seduta accanto a te è una piacente ex infermiera, separata e con due figli di trentasette e trentacinque anni. vive di pensione e del vitalizio che le ha lasciato l’ex marito, ed ha sessantasette anni. due ore, il tempo necessario per comprendere che nel convitto di una chiesa il tuo sarcasmo non è ben accetto. stai pur certo che la vecchia seduta accanto a te ti crederà quando, di fronte alla bella catechista che porta via il piatto che hai appena vuotato senza neanche guardarti in faccia, tu blandirai un laconico “il signore dà, il signore toglie”.

postalmarket i love you

Pubblicato: 2 agosto 2011 in dietrology

non sarà certo la tondeggiante forma di anguria che nascondo sotto la camicia, né l’assenza di quella che può definirsi italian style nell’abbigliarmi per le notti brave. per non parlare del mio taglio all’italiana, che sposa una religione che non crede all’esistenza di gel e affini. il pacchetto di sigarette poi, è rigorosamente morbido, per non segnare dei jeans già consumati dall’età e dall’abuso, per cui invito chiunque a offrire una sigaretta con una certa grazia. no. la vera ragione per cui non ho mai rimorchiato quando vado a ballare è puro e semplice timore. moltissime sono le serate in cui non nascondo di non aver avuto paura di esprimere il mio charme elementare e virtuoso, la mia arte pura, fatta di dialogo altisonante e attenzione al commensale. e se la mia arma migliore è la parola, la musica sfondatimpanitumtumtum non è certo il mio miglior territorio. non lo è mai stato e alla luce delle nuove considerazioni che vado a fare, sono fieramente certo che non lo sarà mai. la realtà che mi sconvolge è la naturalezza con cui intorno a me, nelle dette serate, si possano muovere corpi incandescenti e sudati di quel sudore erotico alla basic istinct (dunque che non genera quella ovvia reazione repulsiva), con abiti che inspiegabilmente sulla salaria vengono considerati offesa alla pubblica decenza, tacchi da cui si può tranquillamente perdere l’equilibrio, tra l’altro generando quel livello di tensione glutea tale per cui può essere rivista la stessa origine della parola “marmo”. ecco. questo quadro genera in me una sindrome nota come “l’esterrefatto da toilette”, ovvero l’ingenua sorpresa del giovine virgulto prossimo alla prima esperienza onanista quando con incauta superficialità scopre abbandonato sul termosifone il più famoso dei cataloghi di acquisti per corrispondenza (ucciso in maniera ingrata e deliberata da youporn) alla ormai leggendaria pagina dell’intimo.

quella faccia mi ha annientato, ha annullato ogni mia alzata narcisista, ha infuocato i miei incubi e distrutto tutte le mie, seppur non numerosissime, dignitose esperienze di correlazione col gentil sesso.

ora io mi chiedo: tu, che con fare svelto, sorriso penetrante, bretellina umida e voce suadente, mi chiedi rispettosamente una sigaretta a meno di tre centimetri dalla mia bocca, avresti voglia e coraggio di venire a cena con me? no, perché, sai com’è, posso giurare sulla testa di santa edwige fenech, che in un nano secondo sarei in grado di trovare il ritmo delle parole, l’argomentazione, l’estro che potrebbe far sì che tu ti sciolga lì davanti a me, sentendoti improvvisamente l’unica donna sulla terra nell’ultimo giorno dell’umanità. e riusciresti anche a trovarmi gradevole. forse senza questa sindrome avrei reagito, avrei detto qualcosa di sensato, qualcosa anche di non utile al fine ultimo della conservazione della specie. qualunque cosa, prima di vederti andar via, lasciandomi immobile, con il suddetto sguardo ebete, a un passo dalla felicità. ci ho messo due giorni. la mia risposta è “sì”.

goodfellow

Pubblicato: 2 luglio 2011 in dietrology

quando tua madre ti ha detto di dare un bacio alla zia. quando ti ha insegnato a ricordare i compleanni dei cugini. quando hai visto tuo padre svuotare il posacenere per non insozzare l’aria. caricarsi di pacchi di cose che non userà mai. quando non ha fumato in macchina per sei ore per non dare fastidio. e il tuo compagno di banco ti ha detto che non si copia. e la maestra che il buongiorno si dà con il segno della croce. e quella croce ti ha mostrato la bellezza della sofferenza. poi, che la verità è un concetto sopravvalutato forse l’hai scoperto quando, esagerando, hai cominciato a perdere pezzi, amici, donne, tutto perché, cazzo, la verità è la tranquillità di avere ragione. e poi? poi, mentre ripensi a tutte le volte in cui hai offerto da bere, hai ascoltato i pianti, hai fatto l’amico, hai porto il fianco, hai illuminato con intelligenza il vuoto profondo per far risplendere una stella, hai ceduto il passo facendo spazio con le mani, hai brindato alla fortuna altrui, è lì che pensi: e ora?

alle volte il segreto è nell’accento.

è ora! è ora di far stridere il gesso sulla lavagna. è ora di andare a dormire alle cinque, e non ricordarti come hai fatto a fare quell’ora. è ora di sprecare parole per sedurre una donna. è ora di mentire per ridere col cuore. è ora di far paura a chi ti vuole bene.

perchè per chi ti sta intorno la paura di perderti deve essere un dolore lancinante, tenebre inattese come un’eclissi non annunciata.

e la tua assenza saranno budella attorcigliate, momenti di vuoto pensiero.

e non dare alcuna spiegazione. è ora di non essere solo.

rigor mortis

Pubblicato: 15 giugno 2011 in numb

considerate se questo è un uomo. scaltro un tempo e oggi così lento, da impaurire i suoi pari per l’eleganza con cui, muovendosi all’ombra della sua donna, lascia detonare l’esplosione che ha dentro in un rigurgito di cazzate, dette delicatezze. considerate se sarà possibile avvicinarlo ancora, con quelle sue movenze edotte ai salotti bene, al punto da rifiutare noi stessi l’appellativo di amici, per la vergogna che ci procura lo stare assieme a lui, almeno quanto lui la prova nello stare con noi. è per questo che non c’è più, che ha smesso i panni dell’adolescente, del ribelle. ha messo la testa a posto, e non solo quella, lavandosi con cura delle idiozie del nostro far niente, così inconcludente da renderci immaritabili. e se tra mille anni ci sarà modo di riconfrontare le esperienze, le vite nostre e la sua, auspico la ragione della scelta.

il rigore in tutti i campi, dalle finestre alla camera da letto, ti avrà dato ragione. e noi, miseri e tapini, leggeremo nel tuo splendido tacere la verità che tanto ci fa arretrare. sarai tu a irriderci e gioire. per ora brindiamo, noi che ancora le mani le abbiamo libere.

[e che cazzo!]