Viviamo

E’ un dato di fatto. Abbiamo coscienza di esistere, proviamo dolore, ricordiamo avvenimenti. Non riusciamo a conoscere la logica del nostro esistere, soffriamo l’assurdità del vivere e immaginiamo che la nostra presenza nel tempo si inserisca in un processo di crescita perenne e inarrestabile, ma temiamo anche che il nostro procedere non sia progressivo, ma casuale. Creiamo religioni e filosofie per giustificare il nostro percorso e la stessa realtà, ma nelle stesse religioni inseriamo momenti apocalittici, che testimoniano la nostra fondamentale insicurezza.

Scriviamo anche poesie e canzoni, che descrivono la nostra condizione, in cui allegria e tristezza coesistono e s’inseguono, canzoni come questa:

Viviamo, viviamo, ma che felicità! – Andiamo, andiamo, ma dove non si sa

Così, volando sopra il mondo, qualcosa sta morendo nel sogno dell’eternità

I giorni e le notti in un crescendo – s’inseguono danzando verso la morte delle età

Viviamo, viviamo, ma che felicità! – con la tristezza che ogni tanto si avanza

con la gente che impazzisce qua e là – e la tristezza viene a passo di danza

tutto è fatto e il gioco non si rifa.

Amiamo, sogniamo, ma che felicità! – Viviamo, viviamo, questa è la verità

Così, volando sopra il mondo, saremo in un momento davanti a chi c’inseguirà

Il tempo, che gioca a rimpiattino, – ha un riso da bambino; chissà che scherzo ci farà

Viviamo, viviamo, questa è la verità – con la tristezza che ogni tanto si avanza

col destino che ci porta qua e là – e la tristezza viene a passo di danza

tutto è fatto e il gioco non si rifa.

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I bei tempi

Pasolini

Al tempo di Calvino e Pasolini esistevano intellettuali e ideologie, oggi trovano spazio solo giornalisti e audience. Nemmeno allora però si viveva in un’età dell’oro. Molte sono le ombre politiche e culturali che ancora sovrastano quei tempi. Oggi assistiamo a una diffusione del discorso culturale che si è fatta dispersione. In assenza di figure di riferimento, di guru della cultura, gli intellettuali vibrano come particelle di un sistema quantistico, senza la possibilità di affermare un pensiero, accontentandosi di minuscoli spazi di manovra, senza nemmeno le armi dello scandalo, che allora consentiva agli happy few di affermarsi. Tanto oggi non ci si scandalizza più di niente: ci siamo assuefatti a tutto.

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Riconoscimenti

Per fortuna ci pensa Spotify a tributarmi qualche riconoscimento. In fondo ho scritto tante musiche, ed è un peccato che pochi le conoscano, soltanto perché non ho voluto intraprendere la carriera del compositore, occupandomi di altro. La mia disgrazia è stata forse quella di avere troppi interessi e troppe curiosità. Ero affascinato dalla scienza, dalla poesia, dall’arte, dalla musica, dal linguaggio e non riuscivo a scegliere. Ho finito per occuparmi di libri, per catalogarli e digitalizzarli, e sono riuscito ad assicurarmi una pensione; ma ho anche sentito il desiderio di scrivere e di pubblicare quello che scrivevo. Sono nati così articoli, racconti, romanzi, poesie, che in parte ho pubblicato, anche se la produzione più interessante rimane ancora inedita.

Nel frattempo non avevo trascurato la musica, che rimaneva sepolta, incisa com’era su vecchie cassette analogiche. Mi sono deciso a distribuire quei lavori, in massima parte di musica leggera, quando ho scoperto che esistevano distributori con cui si poteva lavorare da lontano, creando album distribuiti in tutto il mondo. Qualcosa poi è stata trasformata in video caricati su Youtube.

Le incisioni non sono professionali, provenendo da registrazioni di fortuna, fatte in casa; ma i brani in questo modo si sono salvati quasi tutti e qualcuno li ascolta, in qualche parte della Terra. Mi auguro che un giorno qualcuno li riprenda e li esegua, meglio di come ho potuto fare io, che non sono mai stato né un grande esecutore, né un grande cantante e che al massimo sono in grado di scrivere spartiti elementari per piano, non avendo mai frequentato un conservatorio. Purtroppo non si può fare tutto in una sola vita.

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Massaie da tartufo

Un giorno qualcuno pensò che per salvare il pianeta sarebbe stato necessario scaldarlo di meno, evitando il più possibile di usare petrolio, metano, carbone e simili. Questo avrebbe comportato un minore uso di riscaldamento invernale e di condizionatori d’estate. Per ridurre il fabbisogno di energia, senza far morire di caldo o di freddo i cittadini, si decise di isolare le abitazioni, attraverso cappotti termici e infissi termoisolanti. Molti si lasciarono convincere a riadattare le loro case, sedotti dall’illusione di una ristrutturazione gratuita.

In realtà il sistema avrebbe potuto funzionare, se non fossero scese in campo le massaie da tartufo.

Questo tipo di genere umano gode di un fiuto eccezionale, simile a quello di Gianna del compianto Rino Gaetano. Le suddette massaie sentono odori insopportabili in ogni parte della casa e, sostenute dai virologi sin dai tempi del covid, aprono compulsivamente le finestre per aerare la casa, sia d’estate che d’inverno, anche con -6 gradi C. In questo modo gli odori scompaiono, ma la temperatura ambientale si avvicina a quella dell’esterno, i virus risultano diluiti, ma gli abitatori della casa-igloo muoiono tranquillamente per broncopolmoniti tradizionali (non covidesche) da gelo. Allo stesso modo, d’estate, le case ristrutturate e termicamente isolate si trasformano in forni, a causa della frequente apertura delle finestre, causando frequenti decessi per colpi di calore.

Insomma, nella partita tra le massaie da tartufo, con la loro iperosmia, e gli ambientalisti europei, le prime stravincono, rendendo inutili i cappotti termici e le ingenti spese sostenute per risistemare migliaia di case.

Che dire? La politica green risulta spesso inapplicabile e controproducente, perché le case sigillate ermeticamente puzzano, di cibo, di tana, di fumo, e le sciure e sciurette da “che puzza, che puzza!” purtroppo se ne accorgono subito.

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Voglia di piangere

Qualche volta Daniele ha voglia di piangere. Dal letto della sua stanza, con lenzuola e coperte strappate come i tagli di Fontana, guarda il cielo lattiginoso della notte milanese, tagliato a riquadri rettangolari, con le luci intermittenti bianche e rosse. Si sente solo e ininfluente, abbandonato in questa vita, come una formica che assiste a un uragano dai bordi del formicaio.

Allora talvolta si alza, mentre Luisa dorme, guarda video colmi di dolore e ascolta qualche musica struggente per abbandonarsi al pianto.

Si abbandona al canto delle storie tristi, come Odessa dei Bee Gees, il racconto del capitano della nave scomparsa che invoca la sua cherubina, come l’andante del piano concerto n. 21 di Mozart usato nella colonna sonora del film sull’omicidio suicidio di Elvira Madigan. Pensa al mistero delle strane coincidenze storiche, alla misteriosa morte o scomparsa dei geni, delle figure che sono arrivate forse troppo vicine alla verità. Pensa a tutte le volte che lui stesso si è accostato alla conoscenza totale e se ne è allontanato col terrore di chi ha visto troppo da vicino qualcosa che brucia ed è fuggito prima di perdersi, prima del fulmine o dell’ustione totale. Meglio, molto meglio ritrovare la rassicurante presenza di quella realtà che ci ha accolto, per il tempo limitato e prescritto della nostra vita.

da Il viottolo di Daniele, 31-10-2025

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Non tutto è negativo

Non tutto è negativo. Il mio ultimo articolo “Tra impegno e fantasia” è uscito sul numero 26-27 di PreText; il report del distributore americano attesta che gli ascolti delle mie musiche sono in crescita. Con mia grande sorpresa, stavolta è un brano strumentale e improvvisato come Caucasica a prendere il volo, soprattutto negli States. Malgrado tutto però, continuo a rammaricarmi per le mie storie rimaste senza editore, dopo la scomparsa di Amande e Porto Seguro. Chissà perché è così difficile trovare spazio in editoria, senza avere dirette conoscenze con direttori editoriali e operatori del settore, in un mondo pieno di libri che nessuno legge!

Chissà se mai saranno pubblicati i miei Viaggi impossibili e i miei romanzi Guardando le scure colline, Sotterranei, Il viottolo di Daniele, La casa dalle farfalle di carta, i monologhi di Che ne dite di Nina, i racconti di Benvenuti a Ultimate e se mai torneranno in libreria Un giorno la nebbia, La casa dove gli angeli cantano, Uno strano regalo di Natale, Jorg: il reale impossibile, Il bacio della maschera bianca (di cui vorrei tanto scrivere il sequel), Viaggio nell’odio (il mio romanzo argentino).

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Baudo e Benigni

L’immagine, celebrata in tv, di Pippo Baudo assieme a Benigni, rappresenta il peggio che la nostra cultura popolare sia stata in grado di produrre, nel secondo Novecento e nei primi anni del Duemila.

Pippo e Benigni, insieme, sono la quintessenza di quel becero asservimento ai valori e ai miti fasulli della nostra cultura nazional-popolare.

Con loro si celebra l’Italia della finta trasgressione, l’Italia della finta lotta alla mafia, del finto contrasto alla droga.

Dicono che quell’Italia sia morta, finita, invece sta ancora qui, tra noi, viva e vegeta, l’Italia di Benigni, dei presidenti della repubblica, delle buone cose che i benpensanti vogliono ancora ascoltare per rassicurarsi, del buonismo programmatico, della costituzione più bella del mondo, anche se manifestamente datata e inapplicabile, del capitalismo dominante e ormai indiscusso, dell’orrore evocato e ridotto a narrazione, a spettacolo, nei talk show su delitti e nefandezze pubblici e privati.

Quell’Italia, questa Italia, è stata in grado di esorcizzare il diavolo del pensiero deviante e trasgressivo, di eliminare anche fisicamente le forme più o meno disturbanti di opposizione, attraverso l’assassinio o la criminalizzazione delle figure che infastidivano il Potere, attraverso il terrorismo, manovrato e infiltrato da servizi di varia origine geografica o ideologica.

La narrazione prevalente della verità di regime ha trovato poi un parafulmine nella parola “fascismo”, per allontanare dal Potere ogni responsabilità e assolvere amici e avversari presenti e reali. Lo stesso Pasolini si fece trascinare in quest’equivoco lessicale, contribuendo non poco alla semplificazione manichea di comodo, per cui anche oggi basta attribuire l’etichetta di fascista a tutto il male esistente nella società e nella politica, assolvendo i responsabili reali dei delitti e delle ingiustizie, che si salvano salendo sull’arca di un antifascismo di maniera.

Quanto siano stati esponenti e portabandiera di questa Italia ipocrita e semplificatrice, assolutoria e populista personaggi come Baudo o Costanzo e i loro seguaci e continuatori lo diranno gli storici, ammesso che una funzione critica ancora possa esistere in un futuro in cui le fila della vita economica e politica saranno presumibilmente tenute dal grande cervello artificiale che sostituirà il pensiero umano.

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Vecchie letture

Ho appena corretto le bozze del mio nuovo articolo su PreText, dedicato a un autore di bizzarri romanzi, nonché traduttore, enciclopedista e divulgatore scientifico, Almerico Ribera. Alcuni dei suoi libri furono proposti nel quadro della Collezione di romanzi fantastici dell’editore Francesco Vallardi. In questi giorni sto rileggendo, dopo 50 anni, i romanzi di Richard Marsh pubblicati sulla rivista Il romanzo mensile. In questa sorta di collezione apparivano spesso storie ibride, tra feuilleton, poliziesco e fantascienza, dal fascino rétro, degli autori di maggior successo che scrivevano tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del nuovo secolo.

Confesso che alcune delle mie storie, come Un giorno la nebbia o Jorg, oggi collocate nell’ambito del realismo magico o del postmoderno mediterraneo, costituiscono un omaggio al ricordo di quegli affascinanti romanzi, legati insieme da mio nonno con un robusto cordino di spago.

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Il sogno di un musical

Ero stato da poco a Londra ed ero rimasto affascinato da Canary Wharf.

Mi era venuta voglia di scrivere un romanzo su quel nuovo incredibile quartiere e avevo scritto una ventina di pagine. La trama era completa, ma nel tempo avevo preferito proseguire il lavoro su altri progetti, come Il viottolo di Daniele, Colline o come Viaggio nell’odio, che poi ho concluso e pubblicato. Il progetto su Daniele si è sviluppato bene, Colline è arrivato alla conclusione, con il nuovo probabile titolo Gli amanti della sera. Anche il progetto di romanzo italiano Dopo Carosello è rimasto in cammino, senza trovare però una struttura definitiva.

Un altro sogno era nato nel frattempo, quello di un musical che traesse spunto dalla storia di Canary Wharf. Era un sogno in senso proprio: avevo davvero sognato la trama, le scene, le immagini, ma poi avevo dimenticato tutto. Era rimasta nella mia mente solo la musica di una canzone, che doveva far parte dello spettacolo. La trama era diversa da quella del romanzo e non riesco più a recuperarla, la canzone invece è rimasta ed è entrata nel mio ultimo album, Notte italiana. Sarebbe bello se fosse cantata da un bravo e giovane cantante e suonata da una grande orchestra, mentre Carlo, il protagonista, balla in stile Lalaland, dopo essere stato lasciato da Maggie.

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Daniele avanza

Prosegue il progetto narrativo “Daniele”, un romanzo di formazione, che ha tra i modelli irraggiungibili Stoner di Williams e Ernesto di Saba. Il testo ha già raggiunto 174.111 caratteri. Il risultato è, finora, una storia antitetica a quelle, di successo, di autori come la Tomassini o come i vecchi Cannibali. Si può vivere una vita ai margini del mondo borghese e reale senza vivere esperienze trasgressive o criminali? Daniele è l’artista che ha rifiutato il ruolo che la natura gli proponeva per ingabbiarsi in una prigione di normalità e perbenismo. In questo mi assomiglia molto e io, con lui, mi chiedo se ho fatto la scelta giusta. Potrei dire con Flaubert “Daniel c’est moi”.

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