E’ un dato di fatto. Abbiamo coscienza di esistere, proviamo dolore, ricordiamo avvenimenti. Non riusciamo a conoscere la logica del nostro esistere, soffriamo l’assurdità del vivere e immaginiamo che la nostra presenza nel tempo si inserisca in un processo di crescita perenne e inarrestabile, ma temiamo anche che il nostro procedere non sia progressivo, ma casuale. Creiamo religioni e filosofie per giustificare il nostro percorso e la stessa realtà, ma nelle stesse religioni inseriamo momenti apocalittici, che testimoniano la nostra fondamentale insicurezza.
Scriviamo anche poesie e canzoni, che descrivono la nostra condizione, in cui allegria e tristezza coesistono e s’inseguono, canzoni come questa:
Viviamo, viviamo, ma che felicità! – Andiamo, andiamo, ma dove non si sa
Così, volando sopra il mondo, qualcosa sta morendo nel sogno dell’eternità
I giorni e le notti in un crescendo – s’inseguono danzando verso la morte delle età
Viviamo, viviamo, ma che felicità! – con la tristezza che ogni tanto si avanza
con la gente che impazzisce qua e là – e la tristezza viene a passo di danza
tutto è fatto e il gioco non si rifa.
Amiamo, sogniamo, ma che felicità! – Viviamo, viviamo, questa è la verità
Così, volando sopra il mondo, saremo in un momento davanti a chi c’inseguirà
Il tempo, che gioca a rimpiattino, – ha un riso da bambino; chissà che scherzo ci farà
Viviamo, viviamo, questa è la verità – con la tristezza che ogni tanto si avanza
col destino che ci porta qua e là – e la tristezza viene a passo di danza
tutto è fatto e il gioco non si rifa.











.
. A
. Le mattine sono ancorate
.-
.–
..
…
A–
A—
a—
B
S
US
Z


Baudo e Benigni
L’immagine, celebrata in tv, di Pippo Baudo assieme a Benigni, rappresenta il peggio che la nostra cultura popolare sia stata in grado di produrre, nel secondo Novecento e nei primi anni del Duemila.
Pippo e Benigni, insieme, sono la quintessenza di quel becero asservimento ai valori e ai miti fasulli della nostra cultura nazional-popolare.
Con loro si celebra l’Italia della finta trasgressione, l’Italia della finta lotta alla mafia, del finto contrasto alla droga.
Dicono che quell’Italia sia morta, finita, invece sta ancora qui, tra noi, viva e vegeta, l’Italia di Benigni, dei presidenti della repubblica, delle buone cose che i benpensanti vogliono ancora ascoltare per rassicurarsi, del buonismo programmatico, della costituzione più bella del mondo, anche se manifestamente datata e inapplicabile, del capitalismo dominante e ormai indiscusso, dell’orrore evocato e ridotto a narrazione, a spettacolo, nei talk show su delitti e nefandezze pubblici e privati.
Quell’Italia, questa Italia, è stata in grado di esorcizzare il diavolo del pensiero deviante e trasgressivo, di eliminare anche fisicamente le forme più o meno disturbanti di opposizione, attraverso l’assassinio o la criminalizzazione delle figure che infastidivano il Potere, attraverso il terrorismo, manovrato e infiltrato da servizi di varia origine geografica o ideologica.
La narrazione prevalente della verità di regime ha trovato poi un parafulmine nella parola “fascismo”, per allontanare dal Potere ogni responsabilità e assolvere amici e avversari presenti e reali. Lo stesso Pasolini si fece trascinare in quest’equivoco lessicale, contribuendo non poco alla semplificazione manichea di comodo, per cui anche oggi basta attribuire l’etichetta di fascista a tutto il male esistente nella società e nella politica, assolvendo i responsabili reali dei delitti e delle ingiustizie, che si salvano salendo sull’arca di un antifascismo di maniera.
Quanto siano stati esponenti e portabandiera di questa Italia ipocrita e semplificatrice, assolutoria e populista personaggi come Baudo o Costanzo e i loro seguaci e continuatori lo diranno gli storici, ammesso che una funzione critica ancora possa esistere in un futuro in cui le fila della vita economica e politica saranno presumibilmente tenute dal grande cervello artificiale che sostituirà il pensiero umano.