la speranza
Questa mattina mi sono lasciato invadere dalla speranza,
è pericoloso di questi tempi in cui sembra tutto fatto,
e deciso nel peggio che non è proprio peggio,
eppure ti toglie il colore,
semina grigio nelle parole,
distribuisce i forse che sono già dei no,
ma stamattina le parole erano colorate,
il rosso della piccola passione da spendere ogni giorno,
il verde che non accetta l’ asfalto,
il giallo, cosi difficile con la pioggia sui vetri,
eppure c’era colore eil viola sposava il blu e parlava arancio.
Sembravano parole ed erano finestre
in un tempo di muri
mostravano che c’è aria da respirare
e quel sentimento insensato che si chiama speranza,
e spesso non ha un’ attesa precisa
ma si muove e tu sai che è vita.
precari equilibri
Ogni cosa trova equilibrio,
la disattenzione è ripagata,
il bello offerto viene corroso
e nulla serve riordinare le cose.
Se di ciò che serviva si è stati poco generosi,
e l’inutile invece si è profuso,
cosa resta dei nostri baricentri instabili,
delle attese violate,
di ogni parola non detta.
E dei sogni, delle convinzioni, che resterà
se anche il silenzio mente al desiderio,
e ogni cosa possibile è stata messa da parte:
resta solo il coraggio dell’addio,
il rimpianto di non essere stato.
E sono il punto che chiude la parola e genera il silenzio greve,
del come non fosse mai stato,
ciò che invece è stato.
del tuo amore asimmetrico
Del tuo amore asimmetrico la brioche s’è inzuppata,
quasi traboccava il cappuccino dalla tazza,
lacrime e briciole si sistemavano attorno.
È solo una faccenda di sesso, hai detto,
la voce era appena sussurrata
ma tutti si sono fermati
come attendessero il resto,
ed era evidente che l’amore tuo non aveva confine
Mi chiedevi che fare, ora che è inutile scappare,
ma da te non saresti mai fuggita
neppure quando avresti potuto.
Ti ho dato affetto, parole e silenzi
mentre tu, con la punta del dito alle briciole davi ordine
e cercavi il tuo cuore.
ritardi dell’anima
Sei sostanza e pensiero,
desiderio tenuto a bada, l’immaginazione sfrenata.
Sei la negazione educata,
la storia mai iniziata e presto finita.
Sei il non detto a tempo,
l’intuito sbagliato,
il sogno sognato, cercato
non a modo voluto.
Sei tu sconosciuta e mostrata,
indagata, appena rivelata
già scomparsa, sciolta nel ritardo dell’anima
che fa sentire la stupidità d’un sé
in ritardo negato.
ho pensato a noi
Ho pensato noi che camminiamo,
sullo sfondo d’azzurri monti,
mentre attorno il terreno è brullo d’erba secca,
chiazzata di neve, dura di ghiaccio rappreso.
Ho pensato a noi che andiamo,
cercando il calore nel passo,
mettendo i pensieri nella orizzontale luce,
e sappiamo che si torna sempre.
Non sui passi fatti,
non sui luoghi,
ma nel tempo in cui ciò accadde
e quel tempo è un motore che al contrario gira
e mette, aggiunge, accatasta ciò che si è vissuto.
A questo tornano i passi dispersi altrove,
all’interrotto e all’incompiuto,
perché questo è ciò che rimane
e non è rimpianto, neppure colpa
ma l’impossibile sogno di compiere le vite.
eppure ad amare s’impara
eppure ad amare s’impara,
così ci sembra oppure ci vien detto
ma poi è come guidare un carro senza freni
da cui a tempo s’intuisce il scendere
prima che la velocità provochi disastri,
eppure si rimane tra schegge che volano,
e occhi pieni d’acqua che si rifiuta di non scendere.
E il dolore del dopo, è quello rosso
che si spalma ovunque e non si scioglie,
storia che ripassa e si scrive sulla pelle,
tracciando svolazzi, macchie e parole senza limite
prima d’un punto in cui tutto s’oscura
e precipita nella notte del ricordo.
Eppure ad amare s’impara, dicono,
ma è il disarmare che non s’apprende.
piccoli atti d’attenzione
Persa tra gli anni la tua casa penso, il verde, la collina
la terra e il posto dell’orto.
La breve salita, gli alberi
il fiume da basso,
il tetto al bordo del campo.
E quel sentiero paziente di luce sul ciglio d’una arena di gessi,
nella sera, l’ombra e il freddo che regolano l’ora,
la stufa che attende e intanto riscalda.
È fedele la legna che arde,
le cose hanno un legame che sconfina nell’affetto.
Lo fa il soppalco, il letto,
l’armadio che aspetta d’essere rovistato,
il vestito prescelto.
In fondo le cose prefigurano i corpi,
le attese, persino negli spigoli abrasi ci sono le delusioni inattese.
Guardano le cose, con occhi di finestra,
la luce che s’abbassa,
tu che arrivi e attendono il gesto,
forse un pensiero che sia d’attenzione amorosa.
Sono curiose e discrete, le cose, non dicono e pensano,
tenerezze piccole, intense, come può fare un legno che arde per te,
un piumone che ti avvolge e veglia i tuoi sogni.
Hanno pensieri di cose, dove l’utile è un legame per te sola,
una forma che si compone e ti abbraccia,
senza altro chiedere che essere sé e molto per te.
lo so che non mi cercherai
Lo so che non mi cercherai,
e io neppure lo farò.
Mi metterai nel canto buio dove impallidiscono le storie,
dove il ricordo non s’annoda ai volti, ai corpi,
alle parole.
La polvere dei fraintesi si è mescolata con il nuovo,
fanno così le vite che si perdono,
hanno gli stessi occhi dell’anima,
ma vedono altri colori.
Non ti cercherò
e tu neppure lo farai,
resteremo desideri pensati,
diverse attenzioni
e lampi, in un cielo che ci ricomprende
ma non ci avvicina.
Così ricchi da buttar via tanto
e tenere il poco.
volavamo seguendo una canzone
Con ironia prendere sul serio ciò che avvince,
l’amore esagera sempre
genera il riso e il pianto
non tiene in buon conto il visto, l’amato, il fatto,
ma genera
e di ogni cellula sente il canto,
di quando eravamo uccelli
e volavamo seguendo una canzone.
non si sa mai come vanno le cose
Forse il dito s’era rotto dentro la scarpa,
oppure per un colpo uscendo dalla vasca.
Non si sa mai bene come vanno le cose,
voglio dire, l’attimo in cui accade,
ma anche ciò che accade dopo
tutti ne abbiamo percezione nell’amore.
E anche il perché ciò che accade accada
è incerto,
soverchiato dalla determinazione che a suo modo
ci racconta d’altro.
Quindi certamente c’era un altro pensiero,
forse neppure una distrazione,
il corpo è abituato a funzionare per proprio conto
e tace di questa fatica finché non protesta,
lo fa a suo modo, per attrarre un po’ d’amore,
gli manca la comunicazione che non accarezza.
Funziona così il male che è dolore
e poi passa, ma non è nato male,
il male è altra cosa,
questo è dolore, una richiesta d’attenzione
che sfocia in amore
se ad essa si dà bada.
non so che dirti di un addio
Non so che dirti di un addio,
se non che sempre scorda di ben chiudere la porta
e tutte le stagioni poi spiffereranno dentro, ciarliere di possibili passati,
e di futuri scintillanti di colori.
È la potenza di ciò che si perde,
immaginando ciò che si avrà dalla vita.
Quella stessa vita che ricorda, ma non è uguale,
e ricostruisce, stanze, passioni, baci e petali da rimettere nei fiori.
E non basta,
come non bastava allora
che ad ogni traboccare d’amore la mano raccoglieva
e lo portava al cuore.
Bisogna render grazie per la bellezza triste che ogni andare ci dona,
dire grazie all’amore che non si consuma nel gioire del bello
e sa essere dolce e sorridente,
mentre s’inerpica,
baciando con le lacrime, il cielo.
continuum
Fu attimo impercettibile e la tela dello spazio-tempo s’ increspò,
appena, ma tanto bastava perché una speranza sgusciasse bambina.
Tutt’attorno l’universo continuava la sua corsa, trascinando spirali,
e case, pulviscoli di comete, orli di strisce pedonali, in attese di futuro,
ma nessuno, avvertì quel singulto di possibilità.
Due passioni sincrone per un momento avevano coinciso,
orologi fermi, due volte precisi nello stesso giorno s’erano messi in moto,
ma non avvenne nello stesso posto perché una lama pura d’energia, ne sarebbe scaturita illuminando l’universo.
Nessuno vide nulla ed un altrove generato dallo stesso pasticciare d’atomi e probabilità,
passò, era solo un’increspatura, non l’anticipo di ciò che tutti avrebbero voluto,
desiderato, vissuto senza follia d’impossibile pensiero.
Fu oscuramente chiaro mentre qualcuno portava una necessità a spasso con il cane,
altri guidando nella notte,
non pochi, perduti nei colori distratti dei televisori,
e quando tutti scivolarono nel sonno, il pensiero rimase lì, sul comodino, ad aspettare il giorno,
con la traccia d’increspatura nel telo d’universo già rinchiusa.
Per questo, quando dopo, nel bar, improvviso s’accese un cerino,
e nel vuoto furono due boccate e mezzo sigaro di pensiero,
tutto senza pietà di simmetrie, fu rovesciato nel freddo di gennaio.
Ecco, quello fu il momento in cui il tempo aveva ripreso il suo passato
nello stropicciar di carte
Nello stropicciar di carte,
pennini asciugano significati, s’intingono di lettere.
L’attesa aveva un senso, se può avere un senso l’attesa,
quand’era diluita in possibilità tessute di poca trama:
così si vanta l’intuito, senza dire,
del suo cervello tattile proteso
e della mia passione di sentir
capire il presente tra le dita.
Tutto vero,
anche del portare al fiuto il mescolar del mio e d’altro sentore,
del distendermi che divora sensi trasversali,
di questo ha intuito,
ancora.
Pile di fogli bianchi, fittamente ordinati,
in attesa,
non del caso e della sua arroganza,
ma di ciò che è stato, delle parole che non hai detto ancora mai,
e se al finir della luce ritrovo serenità
nel frusciar di fogli, senza lettura,
sono preso d’un bisogno d’altro respiro, mai provato.
l’ordine ha fretta

L’orlo dell’inquietudine è tagliente
e arduo,
come certe lettere dove scivola il pensiero,
mentre dicono cose grandi, immense
tanto da far chiudere gli occhi
e predisporre labbra e cuore.
Sta in equilibrio sull’a di amo e corre sino all’o
dove scivolare è facile,
vive dello sperare o dell’attendere,
e rivela che è l’ansia di perfezione,
che trascina nell’abisso il cuore inquieto.
Solo il disordine sa attendere,
e sorride nell’incompiuto spingendo il passo,
l’ordine ha fretta, dispone le cose
come dovesse partire verso un dove che non sa.
Quieto è dentro al cuore, l’incompiuto amore.
la corretta pronuncia dell’amore
Ortoepia ovvero la corretta pronuncia delle parole, ma tu come pronunci la parola amore?
Tieni la a lievemente chiusa come fa il cuore che, prima di lasciarsi andare, ha un piccolo brivido di paura?
E la emme è tenuta a bada perché non raddoppi d’entusiasmo, perché non corra sulle sue gambine per abbracciare e farsi festa e poi distendersi. Al modo, e con la fiducia, dei gatti, che mostrano sì la pancia, ma non sono indifesi. E sono pieni d’aculei morbidi, di libertà amorose, ma anche di rabbia se vengono traditi. Allora decidi come sarà ma che non sia un glissar distratto verso la vocale.
E la o che segue, sarà una semplice vocale o un erotico bacio? Un soffio prensile, una meraviglia che si sorprende vogliosa e pronta e non lo sapeva. Ovvero, faceva finta di non saperlo, ma respingeva desideri e attese con lo stesso rastrello con cui li raccoglieva, indecisa e al tempo stesso tentata.
E la erre, s’arroterà come fosse una lingua che non s’accontenta, oppure indugerà nel suono che ha l’aspetto lieve del limone, un dissetarsi tra brividi e un chiudere e aprire come a cercar aria? Quell’aria che solo un certo alito possiede, un certo odore di pelle imprime ed anima un desiderio che già s’avverte nel dire. Ed è un dire muto che è già sentire e attendere il buono, il dolce, il sapido del dopo.
E la e finale sarà squillante oppure quasi afona, tronca come nel richiamo dei poeti? E come la porgerai mentre gli occhi sono attraversati da bagliori languidi, come la terrai per lunghezza di pronuncia? Lunga e dolce come i baci che non finiscono, o ancora breve come l’impazienza che esige d’esser completata?
Perché amore non è una parola che s’ esaurisce in un’unica pronuncia, ma è un filo lanciato per attrarre e unire. Non legare, unire, in interminabili accenti, in variazioni d’infinite semplici complessità e tutte con i loro pronunciare su cui non è necessario investigare ma è sufficiente ascoltare.
Un’infinita varietà dell’ascoltare ciò che quella parola dice e soprattutto, include. Perché l’amore unisce e include e solo questo può essere nella sua felice assurdità.
Esisterà allora una sua corretta ortoepia del dire e del sentire? Ci sarà modo di porre i giusti accenti e così compiere il piccolo miracolo che chi dice e ascolta siano per un infinito momento coincidenti?
La risposta è positiva se ami e non ti porrai problemi perché sai che solo questa è la corretta pronuncia dell’amore.
diventa esatto ciò che è stato
Nel muro, tra pietre, una è un ricciolo che s’aggroviglia,
fiore d’una mano antica che lo pose a rincorrere i fratelli,
un frontone, forse, o l’alzata d’un uscio.
Il limes del dentro e fuori la casa,
cioè il nulla che guarda
e ci lascia indenni, attraversando la soglia.
Dentro, il pensiero che prima spingeva,
si quieta, s’interroga o trema
mentre le parole diventano inesatte
o insufficienti a dire,
a raccontare, ciò che muta il cuore.
È sorprendente come ciò che è stato si ripeta
e ogni volta sia insoddisfatta l’attesa.
Le parole mutano e diventano esatte
dopo che il tempo è già stato.
sempre condividerò

Mi colpisce lo sciupio dell’amore sparso invano,
l’inutile compiere dei gesti dopo l’addio,
lo sguardo chino interessato al vuoto,
alla punta della scarpa e al sasso calpestato.
La mano estrae la punta arrugginita dall’intonaco crepato,
è stupita dal colore bruno del ferro arrugginito,
dall’ossido che si deposita strato su strato.
Guardo la carta gettata, il brulicare di formiche,
sento in loro le parole nella notte, allineate,.
Penso a chi se n’è andato il due d’agosto
nell’allegra luce di mattina,
da una stazione colma dei profumi del viaggiare
e che, nel momento precedente, ancora pensava al mare.
Sento l’odore del ferro che somiglia al sangue da dentro uscito,
alla paura che si rialza e diventa un fatto accaduto.
Penso alle notte con parole impigliate,
al tiepido attendere l’allodola, il canto suo, la luce.
Sento la tristezza di ciò che è stato e non è cresciuto,
l’odore dell’asfalto d’agosto,
il sapore dell’acqua di fiume,
e del confondersi d’amore.
Le parole balbettate, l’ultima speranza dell’affastellare,
Il tuo, il nostro, quel poco di mio, che ha senso,
in una notte stellata che oscura rende l’acqua della pozza,
inutile il lavatoio,
e scorre l’acqua, gorgoglia, nel pensiero, col desiderio usato dalla luce delle tue parole.
E allora s’illumina l’ oscuro dentro
e diventa fuoco che divora ogni essere stato.
inquietudine
L’inquietudine è questo uscir d’anni,
speranze e passioni,
come per pneumatici lisi da troppa strada.
E’ questa inquietudine che, da qualsiasi posto,
anzitempo mi porta via.
E’ il non essere appieno l’immaginato e il perseguito,
è l’attesa d’ una pioggia che non viene,
o il sole inquietante che raschia anima alle cose,
è la porta disegnata sul muro che non s’apre.
Sul cuscino qualche filo di riccio: anche stanotte i sogni eran brevi,
ma l’aria frizzante e poche stelle
hanno strappato un sorriso alla pelle nuda.
Sarà compreso l’abbraccio alle nuvole,
e il saltare da una macchia di sole a quella appresso?
le vite riescono sempre
Innamorarsi è disequilibrio,
è correre su un piano senza attrito,
scambiare il tempo con l’attesa,
acuire i sensi e il bello
d’ogni insieme.
Le vite riescono sempre,
spesso si accennano,
allora è il momento della scelta
mancata,
la quale la vita riprende,
non come prima,
come dopo, come può,
ricostruendo, alterando i ricordi,
trovando ragioni
e abbandonando presto,
preferendo il rinnovarsi
che il futuro muta
mentre il presente –
il passato diluisce.
Ciò che è stato eccezionale non lo era,
nel momento in cui è stato,
dopo lo divenne,
salvezza tra labirinti d’abitudine,
di consapevolezze senz’appello.
Il fallimento è compagno fedele,
molto capisce e non disdegna sedere
né con te a bere e ascoltare lamenti
mascherati d’ironia,
e sorriderti mentre s’alza e paga il conto.


