12 variazioni sul tema

la speranza

Questa mattina mi sono lasciato invadere dalla speranza,

è pericoloso di questi tempi in cui sembra tutto fatto,

e deciso nel peggio che non è proprio peggio,

eppure ti toglie il colore,

semina grigio nelle parole,

distribuisce i forse che sono già dei no,

ma stamattina le parole erano colorate,

il rosso della piccola passione da spendere ogni giorno,

il verde che non accetta l’ asfalto,

il giallo, cosi difficile con la pioggia sui vetri,

eppure c’era colore eil viola sposava il blu e parlava arancio.

Sembravano parole ed erano finestre

in un tempo di muri

mostravano che c’è aria da respirare

e quel sentimento insensato che si chiama speranza,

e spesso non ha un’ attesa precisa

ma si muove e tu sai che è vita.

precari equilibri

Ogni cosa trova equilibrio,
la disattenzione è ripagata,
il bello offerto viene corroso
e nulla serve riordinare le cose.
Se di ciò che serviva si è stati poco generosi,
e l’inutile invece si è profuso,
cosa resta dei nostri baricentri instabili,
delle attese violate,
di ogni parola non detta.
E dei sogni, delle convinzioni, che resterà
se anche il silenzio mente al desiderio,
e ogni cosa possibile è stata messa da parte:
resta solo il coraggio dell’addio,
il rimpianto di non essere stato.
E sono il punto che chiude la parola e genera il silenzio greve,
del come non fosse mai stato,
ciò che invece è stato.

del tuo amore asimmetrico

Del tuo amore asimmetrico la brioche s’è inzuppata,
quasi traboccava il cappuccino dalla tazza,
lacrime e briciole si sistemavano attorno.
È solo una faccenda di sesso, hai detto,
la voce era appena sussurrata
ma tutti si sono fermati
come attendessero il resto,
ed era evidente che l’amore tuo non aveva confine
Mi chiedevi che fare, ora che è inutile scappare,
ma da te non saresti mai fuggita
neppure quando avresti potuto.
Ti ho dato affetto, parole e silenzi
mentre tu, con la punta del dito alle briciole davi ordine
e cercavi il tuo cuore.

ritardi dell’anima

Sei sostanza e pensiero,
desiderio tenuto a bada, l’immaginazione sfrenata.
Sei la negazione educata,
la storia mai iniziata e presto finita.
Sei il non detto a tempo,
l’intuito sbagliato,
il sogno sognato, cercato
non a modo voluto.
Sei tu sconosciuta e mostrata,
indagata, appena rivelata
già scomparsa, sciolta nel ritardo dell’anima
che fa sentire la stupidità d’un sé
in ritardo negato.

ho pensato a noi

Ho pensato noi che camminiamo,
sullo sfondo d’azzurri monti,
mentre attorno il terreno è brullo d’erba secca,
chiazzata di neve, dura di ghiaccio rappreso.
Ho pensato a noi che andiamo,
cercando il calore nel passo,
mettendo i pensieri nella orizzontale luce,
e sappiamo che si torna sempre.
Non sui passi fatti,
non sui luoghi,
ma nel tempo in cui ciò accadde
e quel tempo è un motore che al contrario gira
e mette, aggiunge, accatasta ciò che si è vissuto.
A questo tornano i passi dispersi altrove,
all’interrotto e all’incompiuto,
perché questo è ciò che rimane
e non è rimpianto, neppure colpa
ma l’impossibile sogno di compiere le vite.

eppure ad amare s’impara

eppure ad amare s’impara,
così ci sembra oppure ci vien detto
ma poi è come guidare un carro senza freni
da cui a tempo s’intuisce il scendere
prima che la velocità provochi disastri,
eppure si rimane tra schegge che volano,
e occhi pieni d’acqua che si rifiuta di non scendere.
E il dolore del dopo, è quello rosso
che si spalma ovunque e non si scioglie,
storia che ripassa e si scrive sulla pelle,
tracciando svolazzi, macchie e parole senza limite
prima d’un punto in cui tutto s’oscura
e precipita nella notte del ricordo.
Eppure ad amare s’impara, dicono,
ma è il disarmare che non s’apprende.

piccoli atti d’attenzione

Persa tra gli anni la tua casa penso, il verde, la collina

la terra e il posto dell’orto.

La breve salita, gli alberi

il fiume da basso,

il tetto al bordo del campo.

E quel sentiero paziente di luce sul ciglio d’una arena di gessi,

nella sera, l’ombra e il freddo che regolano l’ora,

la stufa che attende e intanto riscalda.

È fedele la legna che arde,

le cose hanno un legame che sconfina nell’affetto.

Lo fa il soppalco, il letto,

l’armadio che aspetta d’essere rovistato,

il vestito prescelto.

In fondo le cose prefigurano i corpi,

le attese, persino negli spigoli abrasi ci sono le delusioni inattese.

Guardano le cose, con occhi di finestra,

la luce che s’abbassa,

tu che arrivi e attendono il gesto,

forse un pensiero che sia d’attenzione amorosa.

Sono curiose e discrete, le cose, non dicono e pensano,

tenerezze piccole, intense, come può fare un legno che arde per te,

un piumone che ti avvolge e veglia i tuoi sogni.

Hanno pensieri di cose, dove l’utile è un legame per te sola,

una forma che si compone e ti abbraccia,

senza altro chiedere che essere sé e molto per te.

lo so che non mi cercherai

Lo so che non mi cercherai,
e io neppure lo farò.
Mi metterai nel canto buio dove impallidiscono le storie,
dove il ricordo non s’annoda ai volti, ai corpi,
alle parole.
La polvere dei fraintesi si è mescolata con il nuovo,
fanno così le vite che si perdono,
hanno gli stessi occhi dell’anima,
ma vedono altri colori.
Non ti cercherò
e tu neppure lo farai,
resteremo desideri pensati,
diverse attenzioni
e lampi, in un cielo che ci ricomprende
ma non ci avvicina.
Così ricchi da buttar via tanto
e tenere il poco.

volavamo seguendo una canzone

Con ironia prendere sul serio ciò che avvince,
l’amore esagera sempre
genera il riso e il pianto
non tiene in buon conto il visto, l’amato, il fatto,
ma genera
e di ogni cellula sente il canto,
di quando eravamo uccelli
e volavamo seguendo una canzone.

non si sa mai come vanno le cose

Forse il dito s’era rotto dentro la scarpa,
oppure per un colpo uscendo dalla vasca.
Non si sa mai bene come vanno le cose,
voglio dire, l’attimo in cui accade,
ma anche ciò che accade dopo
tutti ne abbiamo percezione nell’amore.
E anche il perché ciò che accade accada
è incerto,
soverchiato dalla determinazione che a suo modo
ci racconta d’altro.
Quindi certamente c’era un altro pensiero,
forse neppure una distrazione,
il corpo è abituato a funzionare per proprio conto
e tace di questa fatica finché non protesta,
lo fa a suo modo, per attrarre un po’ d’amore,
gli manca la comunicazione che non accarezza.
Funziona così il male che è dolore
e poi passa, ma non è nato male,
il male è altra cosa,
questo è dolore, una richiesta d’attenzione
che sfocia in amore
se ad essa si dà bada.

non so che dirti di un addio

Non so che dirti di un addio,
se non che sempre scorda di ben chiudere la porta
e tutte le stagioni poi spiffereranno dentro, ciarliere di possibili passati,
e di futuri scintillanti di colori.
È la potenza di ciò che si perde,
immaginando ciò che si avrà dalla vita.
Quella stessa vita che ricorda, ma non è uguale,
e ricostruisce, stanze, passioni, baci e petali da rimettere nei fiori.
E non basta,
come non bastava allora
che ad ogni traboccare d’amore la mano raccoglieva
e lo portava al cuore.
Bisogna render grazie per la bellezza triste che ogni andare ci dona,
dire grazie all’amore che non si consuma nel gioire del bello
e sa essere dolce e sorridente,
mentre s’inerpica,
baciando con le lacrime, il cielo.

continuum

Fu attimo impercettibile e la tela dello spazio-tempo s’ increspò,

appena, ma tanto bastava perché una speranza sgusciasse bambina.

Tutt’attorno l’universo continuava la sua corsa, trascinando spirali, 

e case, pulviscoli di comete, orli di strisce pedonali, in attese di futuro,

ma nessuno, avvertì quel singulto di possibilità.

Due passioni sincrone per un momento avevano coinciso,

orologi fermi, due volte precisi nello stesso giorno s’erano messi in moto,

ma non avvenne nello stesso posto perché una lama pura d’energia, ne sarebbe scaturita illuminando l’universo.

Nessuno vide nulla ed un altrove generato dallo stesso pasticciare d’atomi e probabilità,

passò, era solo un’increspatura, non l’anticipo di ciò che tutti avrebbero voluto,

desiderato, vissuto senza follia d’impossibile pensiero.

Fu oscuramente chiaro mentre qualcuno portava una necessità a spasso con il cane,

altri guidando nella notte,

non pochi, perduti nei colori distratti dei televisori,

e quando tutti scivolarono nel sonno, il pensiero rimase lì, sul comodino, ad aspettare il giorno,

con la traccia d’increspatura nel telo d’universo già rinchiusa.

Per questo, quando dopo, nel bar, improvviso s’accese un cerino,

e nel vuoto  furono due boccate e mezzo sigaro di pensiero,

tutto senza pietà di simmetrie, fu rovesciato nel freddo di gennaio. 

Ecco, quello fu il momento in cui il tempo aveva ripreso il suo passato

nello stropicciar di carte

Nello stropicciar di carte,

pennini asciugano significati, s’intingono di lettere.

L’attesa aveva un senso, se può avere un senso l’attesa,

quand’era diluita in possibilità tessute di poca trama:

così si vanta l’intuito, senza dire,

del suo cervello tattile proteso

e della mia passione di sentir

capire il presente tra le dita.

Tutto vero,

anche del portare al fiuto il mescolar del mio e d’altro sentore,

del distendermi che divora sensi trasversali,

di questo ha intuito,

ancora.

Pile di fogli bianchi, fittamente ordinati,

in attesa,

non del caso e della sua arroganza,

ma di ciò che è stato, delle parole che non hai detto ancora mai,

e se al finir della luce ritrovo serenità

nel frusciar di fogli, senza lettura,

sono preso d’un bisogno d’altro respiro, mai provato.

l’ordine ha fretta

L’orlo dell’inquietudine è tagliente
e arduo,
come certe lettere dove scivola il pensiero,
mentre dicono cose grandi, immense
tanto da far chiudere gli occhi
e predisporre labbra e cuore.
Sta in equilibrio sull’a di amo e corre sino all’o
dove scivolare è facile,
vive dello sperare o dell’attendere,
e rivela che è l’ansia di perfezione,
che trascina nell’abisso il cuore inquieto.
Solo il disordine sa attendere,
e sorride nell’incompiuto spingendo il passo,
l’ordine ha fretta, dispone le cose
come dovesse partire verso un dove che non sa.
Quieto è dentro al cuore, l’incompiuto amore.

la corretta pronuncia dell’amore

Ortoepia  ovvero la corretta pronuncia delle parole, ma tu come pronunci la parola amore?

Tieni la a lievemente chiusa come fa il cuore che, prima di lasciarsi andare, ha un piccolo brivido di paura?

E la emme è tenuta a bada perché non raddoppi d’entusiasmo, perché non corra sulle sue gambine per abbracciare e farsi festa e poi distendersi. Al modo, e con la fiducia, dei gatti, che mostrano sì la pancia, ma non sono indifesi. E sono pieni d’aculei morbidi, di libertà amorose, ma anche di rabbia se vengono traditi. Allora decidi come sarà ma che non sia un glissar distratto verso la vocale.

E la  che segue, sarà una semplice vocale o un erotico bacio? Un soffio prensile, una meraviglia che si sorprende vogliosa e pronta e non lo sapeva. Ovvero, faceva finta di non saperlo, ma respingeva desideri e attese con lo stesso rastrello con cui li raccoglieva, indecisa e al tempo stesso tentata.

E la erre, s’arroterà come fosse una lingua che non s’accontenta, oppure indugerà nel suono che ha l’aspetto lieve del limone, un dissetarsi tra brividi e un chiudere e aprire come a cercar aria? Quell’aria che solo un certo alito possiede, un certo odore di pelle imprime ed anima un desiderio che già s’avverte nel dire. Ed è un dire muto che è già sentire e attendere il buono, il dolce, il sapido del dopo.

E la e finale sarà squillante oppure quasi afona, tronca come nel richiamo dei poeti? E come la porgerai mentre gli occhi sono attraversati da bagliori languidi, come la terrai per lunghezza di pronuncia? Lunga e dolce come i baci che non finiscono, o ancora breve come l’impazienza che esige d’esser completata?

Perché amore non è una parola che s’ esaurisce in un’unica pronuncia, ma è un filo lanciato per attrarre e unire. Non legare, unire, in interminabili accenti, in variazioni d’infinite semplici complessità e tutte con i loro pronunciare su cui non è necessario investigare ma è sufficiente ascoltare.

Un’infinita varietà dell’ascoltare ciò che quella parola dice e soprattutto, include. Perché l’amore unisce e include e solo questo può essere nella sua felice assurdità.

Esisterà allora una sua corretta ortoepia del dire e del sentire? Ci sarà modo di porre i giusti accenti e così compiere il piccolo miracolo che chi dice e ascolta siano per un infinito momento coincidenti?

La risposta è positiva se ami e non ti porrai problemi perché sai che solo questa è la corretta pronuncia dell’amore.

diventa esatto ciò che è stato

Nel muro, tra pietre, una è un ricciolo che s’aggroviglia,
fiore d’una mano antica che lo pose a rincorrere i fratelli,
un frontone, forse, o l’alzata d’un uscio.
Il limes del dentro e fuori la casa,
cioè il nulla che guarda
e ci lascia indenni, attraversando la soglia.
Dentro, il pensiero che prima spingeva,
si quieta, s’interroga o trema
mentre le parole diventano inesatte
o insufficienti a dire,
a raccontare, ciò che muta il cuore.
È sorprendente come ciò che è stato si ripeta
e ogni volta sia insoddisfatta l’attesa.
Le parole mutano e diventano esatte
dopo che il tempo è già stato.

sempre condividerò

Mi colpisce lo sciupio dell’amore sparso invano,
l’inutile compiere dei gesti dopo l’addio,
lo sguardo chino interessato al vuoto,
alla punta della scarpa e al sasso calpestato.
La mano estrae la punta arrugginita dall’intonaco crepato,
è stupita dal colore bruno del ferro arrugginito,
dall’ossido che si deposita strato su strato.
Guardo la carta gettata, il brulicare di formiche,
sento in loro le parole nella notte, allineate,.
Penso a chi se n’è andato il due d’agosto
nell’allegra luce di mattina,
da una stazione colma dei profumi del viaggiare
e che, nel momento precedente, ancora pensava al mare.
Sento l’odore del ferro che somiglia al sangue da dentro uscito,
alla paura che si rialza e diventa un fatto accaduto.
Penso alle notte con parole impigliate,
al tiepido attendere l’allodola, il canto suo, la luce.
Sento la tristezza di ciò che è stato e non è cresciuto,
l’odore dell’asfalto d’agosto,
il sapore dell’acqua di fiume,
e del confondersi d’amore.
Le parole balbettate, l’ultima speranza dell’affastellare,
Il tuo, il nostro, quel poco di mio, che ha senso,
in una notte stellata che oscura rende l’acqua della pozza,
inutile il lavatoio,
e scorre l’acqua, gorgoglia, nel pensiero, col desiderio usato dalla luce delle tue parole.
E allora s’illumina l’ oscuro dentro
e diventa fuoco che divora ogni essere stato.

inquietudine

L’inquietudine è questo uscir d’anni,

speranze e passioni,

come per pneumatici lisi da troppa strada.

E’ questa inquietudine che, da qualsiasi posto,

anzitempo mi porta via.

E’ il non essere appieno l’immaginato e il perseguito,

è l’attesa d’ una pioggia che non viene,

o il sole inquietante che raschia anima alle cose,

è la porta disegnata sul muro che non s’apre.

Sul cuscino qualche filo di riccio: anche stanotte i sogni eran brevi,

ma l’aria frizzante e poche stelle

hanno strappato un sorriso alla pelle nuda.

Sarà compreso l’abbraccio alle nuvole,

e il saltare da una macchia di sole a quella appresso?

le vite riescono sempre

Innamorarsi è disequilibrio,
è correre su un piano senza attrito,
scambiare il tempo con l’attesa,
acuire i sensi e il bello
d’ogni insieme.

Le vite riescono sempre,
spesso si accennano,
allora è il momento della scelta
mancata,
la quale la vita riprende,
non come prima,
come dopo, come può,
ricostruendo, alterando i ricordi,
trovando ragioni
e abbandonando presto,
preferendo il rinnovarsi
che il futuro muta
mentre il presente –
il passato diluisce.
Ciò che è stato eccezionale non lo era,
nel momento in cui è stato,
dopo lo divenne,
salvezza tra labirinti d’abitudine,
di consapevolezze senz’appello.
Il fallimento è compagno fedele,
molto capisce e non disdegna sedere
né con te a bere e ascoltare lamenti
mascherati d’ironia,
e sorriderti mentre s’alza e paga il conto.

12 variazioni sul tema

Il cuore ha una sintassi che si muove e sempre qualcosa sposta.
Scrive con pennini grossi o sottili
ciò che sente.
Lo mette in fila con i gesti e sorride per come conduce la vita.
Sorride anche quando piange,
e se si dispera lascia sempre un battito che apre un pertugio,
o una finestra non chiusa in cui s’ insinua luce.

Una parola m’è venuta d’ un tempo che c’è stato: unisono,
ed era un battere che coincideva con te,
illuminando angoli sconosciuti
in cui l’anima rideva.

quartetto

Non ho una poesia dell’alba,
o magari s’è consumata
appresso un’ umida notte d’amore.
La prima luce liberava,
nell’aria impregnata
di buio e calore mischiato,
il possibile tenero
nel primo accenno di chiaro.

Il mezzogiorno scivolava sul corpo,
Indagava distratto le curve, la pelle,
erano cose, come legno di barca,
colore da scrostare.
Sorrideva della sua forza,
del sudore radunato dall’aria
vapore d’acqua,
chiazze di sale.
La nudità si perdeva
nel biancore accecante,
nella luce diritta,
sui casti corpi offerti
al mezzogiorno
che succhiava i pensieri
dal nulla che dentro scioglieva.

L’ombra disegnava il pomeriggio,
seguivo il suo silenzio
preciso e mutevole,
che quietava l’ora del rimorso.
Il nulla seguiva il desiderio,
soddisfatto d’indicibili stranezze
era un cane affettuoso,
immagine d’un compiuto senso,
il mio, messo da parte.
Impotenza del giorno,
fumo e vino spanto,
dopo l’ansia di carezze,
e il travaso d’un nulla
nella luce spenta dalla notte.
Come i pomeriggi d’amore,
stropicciati dal sudore,
e inghiottiti dalla sera.
Gli umori erano equità divise,
spartite tra noi,
bevute con furia
e già senza traccia.
Cosi si spegnevano le ore,
ritardavo il passo, la casa, me.

Nella notte non credo più a niente,
nella notte ho paura
vedo i papaveri bruni nell’erba
Il rosso racconta il giorno
la notte dispera,
Attorno tutto è preciso,
le cose si ergono mute,
si spegne il clamore,
ciò che è fatto ha senso,
e ora chiede conto.
S’aggruma il nero,
gocce di mercurio i pensieri,
è umidità che scivola l’erba,
piega gli steli,
e raccoglie l’afrore di piante assetate.
Il mio è il sonno dei marinai,
che chiudono gli occhi
su amache vuote
che dondolano in attesa
di casa, d’un sogno sognato,
d’una carezza scordata.

i tuoi occhi

Il colore dei miei occhi era nei tuoi,

così si imbiondivano di giugno,

rosseggiavano nei tramonti,

avevano persino il rosa delle albe dopo il canto dell’allodola.

Il nero lo riservavano alla notte

e piccole luci s’accendevano ai lati delle pupille mai stanche di te.

Attendevano che ci fosse il rosso dei papaveri

e mostrare il tuo verde che fioriva.

Sentivano la vibrazione del desiderio nel blu che oscurava la luna

e, specchio dell’anima che vorrebbe ma non dice,

sceglievano il nocciola come colore che cela dietro ogni apparente durezza,

il dolce e l’agro dell’amore. 

(158) Hélène Grimaud: Bach – Chaconne from Partita No. 2 in D minor, BWV 1004 (arr. Ferruccio Busoni) – YouTube

scritture

Ci si convince, ma non è vero.
Ossia, lo è per noi e per quietare l’inutile che sale alla gola.
C’è chi è bravo in questo, chi in quest’altro e sembra basti.
È per poco, ma sembra basti.
Usciamo col dubbio,
con parapioggia colorati e insufficienti quando servono davvero.
Ci si bagna e la verità appare:
era nell’indifferenza,
nel sapere che ogni cosa ha un limite adeguato
e si è scelto di mettere l’asticella troppo in alto. Mentre l’indifferente non se ne cura.
E neppure salta.
Mi dicono, ma l’ho visto per davvero, che camminava,
pioveva forte, l’acqua correva lungo le ali del cappello,
gli colava dentro la camicia, e lui cantava,
sommessamente cantava come fanno i sovrapensiero
e non accelerava il passo.
Mi è sembrato sorridesse
ed io che non invidio, l’ho amato
in quella sua vita resa capolavoro.

c’è del presente e molto altro nel tempo

Di questo tempo asintotico al presente,
sghembo ad ogni racconto che non sia tiepido lamento
emerge il narrare di sé o d’altro,
non importa,
così come prima, di che, di cosa,
forse si parlerà di gatti, di cieli stellati
di malinconie sconosciute a chi non scrive,
di cos’è il giorno e la notte
del tempo che scorre a lato
o non scorre come vorremmo e per salvezza ci si rifugia nel ricordo
d’un prima che è accaduto ma è come non lo fosse.
Così si resta nudi di fronte al presente ch’era idolatrato
e ora che davvero solo tale si comprende la finzione:
non era presente quello di prima,
era uno schizzo sulla tela, un’abitudine mai investigata,
l’imposizione d’un despota senza nome,
illusionista lui e illusi noi,
non era il presente, era una sospensione d’un futuro,
un gioco d’equilibrismo senza il senso del ridicolo,
perché cieco di ciò che stava attorno,
ed oggi che vediamo, vorremmo che un sogno ci portasse oltre.

sulla riva del tempo

Semino piante odorose, verdi medicine,
fiori selvaggi e gentili,
arbusti che sognano, vorrebbero essere alberi grandi nella pianura
per vedere oltre le cose.
L’educazione della natura si fa lezione di vita
e attendo:
in qualche parte del mondo s’aggregherà il futuro,
quello in cui potrò immergere le mani e il pensiero.
Trasformare il ricordo in passato.
Sarà un piccolo assembramento di cose e di pensieri prima sparsi,
messi assieme per il caso che non è poi mai tale e da una fiamma nascerà la luce.
Ho il corpo, l’aria , il sole,
ma anche della notte il fresco.
Ho delle cose, molti libri e musica da udire,
ma ciò che fa differenza sono gli affetti
che colmano il mio tempo.
Si versano da una brocca nel mio calice d’assetato,
e bevo quel tempo così diverso
che ora scorre a lato.
Come ci fossimo seduti sulla riva
in una giornata già piena di primavera,
ad attendere.
Che cosa?
Che ci sia del nuovo che ci faccia immergere nel flusso,
quella fiamma che diventi luce.
E direzione a cui affidare il corpo e del vivere,  l’intuito.
E intanto, con pazienza, attendiamo,
mentre dietro noi c’è l’ombra d’alberi cresciuti, l’erba così alta e morbida,
e fiori e profumi troppo a lungo scordati
a catturare il volo delle api.
Forse per quello abbiamo seminato.
E nel chiarore che filtra tra le foglie e l’acqua,
con devota voce,
chiamare a raccolta l’elenco delle cose
mai fatte e desiderate
che ora attendono,
loro, noi, il nostro giungere
a scoprire la bellezza, finalmente conquistata.
Abbiamo il corpo, l’aria, la luce e terra ,
sabbia, acqua, rocce da percorrere
e mai come ora, è stata forte l’attesa
che il mondo ci prenda,
che l’uomo e le sue bellezze ci prendano,
per questo seminare piccoli fiori,
è allargare il cuore,
dare agli occhi e alla mente il suo ruolo, finalmente,
e allora nulla sarà come prima,
ma più bello, mai visto, mai vissuto.
Così si spegne l’abitudine
e nasce ora la libertà
di essere differenti per davvero.

oltre l’inverno, la primavera, le stagioni

Nel mattino lasciami vedere il tempo che rallenta e del suo procedere non darmi peso,
solleva la tua mano che mi piega il capo
trasformarla in carezza.
Ricordami che della nostra bellezza dobbiamo tener cura
darle il nutrimento che ci fa felici.
Rendimi sereno nelle lunghe giornate ricche di nervosi gesti
e aiutami a guardare dentro e fuori me,
le ragioni che mi rendono infelice.
Dammi il senso di ciò che sento come a chi è stanco e rischia d’affogare,
se non trova il filo che lo tiene assieme.
È accaduto ogni volta che infuriava la tempesta
e solo scartando a lato
la realtà s’è scomposta in piccoli frammenti,
ma ognuno rifletteva il cielo o un pezzo dell’attorno
prima occultato nel rumore:
così s’è ricomposto il mondo.

Reagisco con fastidio, nei miei gesti non c’é serenità,
accumulo cose che tacciono ogni mio fallimento.

Torna all’essenza, a voce bassa usa la parola,
con dolcezza suggile il nutrire, ridona ad essa la sua perfetta forma.
A questo serve raccontare la bellezza,
vista oltre l’evidenza, ora aiuta a capire
che l’essere sani è dentro noi
e ogni gesto d’amore s’intinge d’innocenza.
Solo allora non giudicherà la mente
e riconoscerà in sé la bellezza libera d’entrare,
nostra, finalmente, per davvero.

ouverture

‌Ho lasciato entrare la sera, i mobili si sono scuriti,
le cose hanno preso la confidenza del sussurro.
Così un bisbiglio è diventato racconto
e gli specchi hanno mostrato le brune macchie del tempo.
In quell’intravvedere c’era la folla ch’era passata,
ciò che era urgente ed è diventato ricordo.
Dei visi si sono scritti sul mio viso,
altri sono rimasti prigionieri dei fatti, delle sensazioni che furono sospese.
Ora chiedevano di proseguire vita e destino,
reclamavano i momenti che il cuore a loro doveva.
La finestra aperta risucchiava la luce,
leggevo, anche se gli occhi seguivano l’ombra:
da qualche parte il destino era proseguito,
aveva dato senso a un rifiuto
oppure era tornato a percorrere strade già usate.
Ora la notte rendeva morbide le cose,
avvolgeva i ricordi con l’attenzione delle commesse a natale,
e la carta ben tesa mostrava il colore cilestrino
nella misericordia d’essere stato.
Danzava il pensiero, s’abbandonava a onde di carezze gentili,
mentre un sogno già gocciolava sul limitare del giorno.

una selva di cuori spezzati

Della giovinezza una costante rimane
una selva di cuori spezzati,
di cocci mostrati impudichi al sole,
camicie azzurro pallido e candore sotto tailleur finto Chanel,
e polo e maglioni e jeans ed eskimo
e sciarpe d’autunno multicolori
e abbronzature salse di pelle e di mare.
E ancora una selva di cuori spezzati,
ricomposti, trepidanti, incollati.
Appesi ad un ramo, caduti, risorti, orgogliosamente svettanti,
graffianti nel cielo
e poi accoccolati, paurosi, dall’azzardo turbati,
ma dolcissimi
finché una canzone li avvolge
e cantando a squarciagola, rimangono teneri, ridenti e stonati.

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