HyperHouse
NeXT Hyper ObscureDepeche Mode “Stripped” Festival di Sanremo – Italy – Single Release 10/2/1986
Uno dei brani che amo di più dei DepecheMode, in una versione semilive che mi sa nemmeno conoscevo, nell’86: wow!
Mai raffinati
Una sciatta difesa dei tuoi immaginari rende il contabile continuum un palcoscenico di frattali mai raffinati.
Vivo fino a
L’affondo è un luogo di rimaneggiamento estatico delle note di servizio, vino fino a quando tu non riesca a smentire il tuo evento interiore con fatti immaginifici e sinestetici.
M. John Harrison: worldbuilding tra Viriconium e Kefahuchi | FantasyMagazine
Su FantasyMagazine una scheda approfondita sull’autore M. John Harrison, che detto tra noi amo alla follia; un estratto che coinvolge alcuni dei suoi romanzi e saghe più celebri:
Nato nel 1945, M. John Harrison è un autore britannico che si è sempre mosso tra fantascienza, fantasy, letteratura semi biografica, critica e recensioni. Appassionato fin da piccolo del bizzarro e dell’insolito, nel 1968 divenne editor della rivista New Worlds. Nel 1971 ha iniziato la saga di Viriconium (che è andata avanti per quasi un decennio) e nel 2002 quella del Kefahuchi Tract; nel 2020 è uscito il suo ultimo romanzo Riaffiorano le terre inabissate (The Sunken Land Begins to Rise Again).
Oltre ad aver contribuito alla corrente letteraria New Wave con il suo lavoro presso New Worlds, ha coniato il termine New Weird nella sua introduzione a The Tain di China Miéville nel 2002.La Trilogia dello Spazio Vuoto
La Trilogia dello Spazio Vuoto o del Kefahuchi Tract è l’evoluzione del worldbuilding e della narrativa di Harrison. Si tratta di tre romanzi, Luce dell’Universo (Light, 2002), Nova Swing (Nova Swing, 2006) e Lo Spazio Deserto (Empty Space, 2012), che seguono le vicende di alcuni personaggi in diverse epoche storiche (1999 e 2400), e che hanno in comune la presenza del Tratto di Kefahuchi, un’anomalia spaziale grande alcuni anni-luce che è alla base di una serie di misteri epistemologici e ontologici studiati da specie aliene per milioni di anni e negli ultimi due secoli dagli esseri umani.
La trilogia è una Space Opera influenzata sia dalla New Wave che dal New Weird. L’elemento di fantascienza hard lascia il posto per gli aspetti più psicologici e metaforici: lo spazio cosmico diventa una manifestazione dello spazio interiore. Riprende le lezioni imparate nelle sue opere precedenti, specialmente il ruolo del lettore nel (ri)creare il mondo narrativo assieme all’autore. C’è un punto di vista quantistico in questa opera. Come nella scatola dell’esperimento di Schroedinger, anche qui ogni volta che un lettore apre il libro rischia di trovarsi di fronte a un’opera diversa. La trilogia è una black box di infinite possibilità, tutte sovrapposte a livello teorico, che aspettano un osservatore per “fissarsi” sulla pagina. Libro e lettore si riflettono: la lettura del primo cambia la mente del secondo, che ora rilegge il testo con occhi nuovi, in un continuo riflettersi, uno specchio di fronte a uno specchio.
La loro scienza era in uno stato disastroso. Ogni razza che incontrarono procedendo verso il Nucleo aveva un volo interstellare basato su una teoria diversa dalle altre. Tutte quelle teorie funzionavano, anche quando escludevano gli assunti basilari delle altre. Si cominciò a pensare che si potesse viaggiare tra le stelle partendo da qualunque presupposto. Se la tua teoria ti dava uno spazio schiumoso sul quale lavorare, se dovevi cavalcare un’onda, la cosa non impediva che un altro propulsore, agendo su una superficie einsteiniana perfettamente liscia, percorresse la stessa fetta di spazio vuoto. Era persino possibile costruire propulsori sulla base di teorie in stile superstringhe, che, nonostante le loro promesse, quattrocento anni prima non avevano mai realmente funzionato.Il Tratto viene definito come una singolarità senza orizzonte degli eventi. In questo caso l’informazione non va perduta (come temeva Stephen Hawking) ma ritorna; soprattutto, ogni evento e ogni luogo e tempo possono essere influenzati dal Tratto. Nulla viene dimenticato, e questo spiega la “fontana” spaziale di antichi oggetti:
“Poi si vedevano oggetti lanciati in aria, all’apparenza a centinaia di chilometri di distanza. Era impossibile avere scala e prospettiva, perché quegli oggetti (rovesciandosi in continuazione come al rallentatore, o così gli occhi presumevano) erano cose domestiche cento volte troppo grandi e di un’altra epoca, assi da stiro, bottiglie di latte, bicchieri e piattini di plastica. Erano troppo grandi e troppo grafici, disegnati in piatti colori pastello con una minima indicazione di forma, capaci di trasformarsi in liquidi mentre li si osservava […] Tutto in uno stile diverso di meditazione. Tutto che generava una breve norma e ridefiniva tutto il resto. In quel momento, in quell’istante di osservazione e ascolto, in un attimo selvaggiamente e perfettamente impassibile di interpretazione, erano tutte le cose che volano via da una vita, forse la tua, forse quella di qualcun altro che stavi osservando. Di giorno in giorno si poteva avere una sensazione più intensa o debole che gli oggetti che vedevi fossero descrivibili come “reali”. Di fatto non era una distinzione che fosse necessario fare, finché non si entrava all’interno”.
Un famoso antenato | SherlockMagazine
Su SherlockMagazine un paradosso che coinvolge il canone di SherlockHolmes e quello di StarTrek, nella figura di Spock; eccolo:
I fan di Star Trek sanno che Spock ha più di un legame superficiale con Sherlock Holmes. Già in Star Trek VI: Rotta verso l’ignoto (1991), Spock dice all’equipaggio dell’Enterprise: «Un mio antenato sosteneva che, eliminato l’impossibile, qualunque cosa rimanga – per quanto improbabile – deve essere la verità». Da tempo si presume quindi che Spock fosse un parente di Sherlock Holmes. Tuttavia, in un episodio della nuova serie Strange New Worlds, viene confermato che è in realtà imparentato con il creatore di Holmes.
Nell’episodio 4 della terza stagione, Spock e La’An Noonien-Singh si ritrovano coinvolti in un mistero di omicidio. All’inizio dell’indagine, Spock dice a La’An: «Come avrebbe scritto il mio antenato Sir Arthur Conan Doyle: il gioco è iniziato». Questa rivelazione ha scosso le teorie secondo cui Holmes sarebbe una persona reale nell’universo di Star Trek. Tuttavia, il mistero si infittisce perché, in risposta a un post sull’episodio, uno spettatore ha osservato: «Non era il vero Spock a dirlo sull’olodeck. Era lo Spock olografico, il cui unico scopo era fuorviare La’An e impedirle di risolvere un mistero di omicidio molto “holmesiano”. Quindi non sono sicuro al 100% che sia canonico e non solo un divertente omaggio al genere dell’holonovel e ai precedenti riferimenti a Sherlock Holmes in altri film e serie di Star Trek.»
La Città di Acqua e Vetro | FantasyMagazine
Su FantasyMagazine la recensione a La Città di Acqua e Vetro, romanzo tra Fantasy e Steampunk di Linda Ghio, che suscita interesse ed è uscito per Oscar Mondadori; di cosa parliamo?
Venezia è divisa in due: Venezia alta, dimora dell’aristocrazia, sfarzosa e impossibile da raggiungere per la gente comune, vive su un piano sopraelevato, libero dall’inquinamento e lo squallore che caratterizzano invece Venezia Bassa, dove vive la massa della “gente di Sotto”, costituente la gran maggioranza della popolazione di Venezia. Le condizioni di vita di Venezia Bassa sono tremende: i canali luridi, dall’acqua fangosa, una perenne nebbia, dovuta ai fumi delle fabbriche dove fin troppi operai sono rimasti mutilati e gli alloggi ricavati in ogni centimetro di spazio disponibile sono la quotidianità per la “gente di sotto”. Ma quando questa quotidianità viene spezzata da una serie di omicidi terrificanti, la già precaria situazione di Venezia Bassa sembra essere sull’orlo del baratro e la giovane Cornelia Furlan deve sobbarcarsi il peso della sicurezza cittadina per portare alla luce l’assassino, insieme a un aiutante inaspettato: il Signore di Notte Stefano Rosin.
La Città di Acqua e Vetro è il romanzo d’esordio di Linda Ghio che nelle sue pagine ci racconta di una Venezia spaccata, dipinta in una luce steampunk che ribolle di elementi mitologici e alchemici. Venezia Alta e Venezia Bassa sono come due mondi distinti, che raramente si mischiano: da una parte la ricchezza e l’aria pulita, dall’altra la povertà e l’acqua sporca. È su questo palcoscenico che operano i protagonisti, Cornelia e Stefano, divisi tra la ricerca dell’efferato assassino che sta agendo nell’ombra delle strette calli di Venezia Bassa e le ricerche sul flogisto. Il flogisto è l’elemento alchemico che permea qualsiasi essere vivente e che il padre adottivo di Cornelia, il nano inventore Giuseppe, cerca di imbrigliare come propellente per delle protesi all’avanguardia; il problema è che il flogisto è estremamente sfuggevole, quasi impossibile da contenere e difficile da estrarre in quantità utili, rendendo le ricerche di Giuseppe estremamente complicate da portare avanti. Nonostante ciò, qualcuno che a quanto pare è riuscito laddove tutti gli altri hanno fallito c’è: lo strambo, e un po’ timido, professor Vàclav sembra aver avuto successo nell’animare la materia inanimata e, durante una conferenza sull’argomento, dimostra proprio di poter animare una mano meccanica tramite l’uso del flogisto, suscitando lo stupore dei presenti.
Questo sfuggevole elemento è uno dei punti chiave del romanzo, accompagnando il lettore per tutta l’indagine, mentre se ne scoprono le applicazioni e i limiti. Tra scienziati visionari e creature mitologiche provenienti dalla Grecia, il flogisto sembra essere onnipresente a Venezia, permeando visceralmente le storie dei suoi cittadini che, tuttavia, ne sono per lo più ignari. E forse, tra le verità nascoste tra gli invisibili rivoli di questo “elemento solforoso” potrebbe celarsi anche la pista giusta, ma la sfida per Cornelia e Stefano sarà proprio riconoscerla.
Tra metodi decisamente poco convenzionali, passaggi segreti e realtà sconosciute persino all’incredibile rete di spie del Consiglio e al temutissimo Fante de’ Cai, i due protagonisti si ritroveranno in un vortice di scoperte e vicoli ciechi, un groviglio di intrighi che li porteranno dai canali fangosi agli altissimi tetti di Venezia, finanche all’isola di Murano, la prigione dorata per i mastri vetrai, dove nessuno entra o esce senza l’esplicito permesso del Consiglio, nessuno che voglia passare per vie legali perlomeno. Ghio ci trasporta così in una Venezia sia familiare che aliena, in cui alchimia e scienza si fondono in una spirale strettissima e centrale all’intera vicenda, dove l’impossibile diventa dolorosamente possibile e dove le cose, e le persone, non sempre sono quel che sembrano. L’autrice riesce a immettere elementi mitologici di tradizioni lontane fra loro e amalgamarli in maniera del tutto naturale, presentandoci un racconto che scorre veloce e avvincente capitolo dopo capitolo.
Sherlock, Delos e Antonino Fazio | SherlockMagazine
Su SherlockMagazine la segnalazione di Sette personaggi iconici del canone sherlockiano, di Antonino Fazio, in uscita per DelosDigital; la quarta e poi, sull’articolo, una breve intervista all’autore:
I più simbolici personaggi che ruotano attorno a Holmes e Watson. L’universo narrativo di Sherlock Holmes è abitato da personaggi secondari che sono penetrati a fondo nell’immaginario dei lettori. Si tratta di figure che a volte sono presenti con una certa continuità, ma che in altri casi compaiono in una singola storia, e tuttavia hanno lasciato il segno. Per ciascuno di loro, si cerca qui di capire quali siano i motivi che li hanno resi particolarmente significativi. Questi personaggi, in numero di sette, vengono presentati in ordine alfabetico.


