
Amo l’anonimato delle metropoli, il diritto di essere nessuno, di praticare virtù e vizi con grande facilità. Sugli zerbini c’è scritto “benvenuti”: sono pensati in entrata. Se fossero pensati anche in uscita, sugli zerbini di Roma ci sarebbe scritto “Ma ancora qui stai?”. Non siamo pastori né contadini e i sacri doveri dell’ospitalità ce li portiamo appresso appena, lontani retaggi di antenati burini, quasi perduti. Magari grande generosità, ma formalità pochissime. Almeno era così nella mia infanzia: una naturale tendenza alle sbornie e al comunismo (per dirla con Hrabal), ai toni alti, all’invadenza, alla lite e alla repentina riconciliazione. Una volta, alla fine di una rissa divampata all’improvviso – e si direbbe per futili motivi – un mio compagno, trovandosi fianco a fianco col tizio con il quale fino a un istante prima aveva scazzottato, versò il vino nei bicchieri d’entrambi sentenziando: “Ecco, è così che nascono le mejo amicizie”.
E allora via dagli zerbini, giù per funamboliche rampe, anguste di lavagna, splendenti di travertino, imbrattate di tag e cuoricini o finemente rifinite da cordoncini di passamaneria…com’è bella la città (E Gaber già lo disse). Via dagli appartamenti, c’è vita sui marciapiedi ingombri, pieni di gente.
Certe asperità sono difficili da capire e in effetti ci si potrebbe chiedere perché, a un estraneo, a un turista, a un pellegrino, a un deputato in gita premio settimanale, dovrebbe interessare comprendere questa mentalità. Tanto più che il confine è fragile e mal sorvegliato: purtroppo ormai sta crollando sotto il peso di una barbarie d’ignoranza, di violenza vera, di prepotenza, di miti sfarinati che provano ad attecchire. E allora non è più un gioco e non è più la città che conosco, quella acrobatica, capace di estremizzare lo scherzo e il sarcasmo, ma sempre diluiti in una grande umanità.
Quando intercetto certi sguardi per la strada, certi stronzetti che scansano la bruttezza o la diversità o la malattia e il suo dolore, o che schifano i segni della fatica, o dell’età, ecco allora sì, mi viene proprio da rincorrerli e ricambiare lo sguardo, replicando il rito che fu coatto fino alla nausea. “Mbe’? Ma che te guardi?”.
Ma chi sei o chi credi di essere, di sapere, di sperare. Credo che questo cupo rifiuto dell’altro abbia molto a che spartire con certi esercizi di prepotenza sanguinolenta e tatuata, di codardia organizzata in branchi. Stupidi come pesci, ecco che sono.
Nel bivacco di turisti
un agente in borghese
rincorre un cingalese
E sulla via dell’impero
la squadra speciale
di vigili urbani
disperde gli ambulanti
fino al foro di Traiano
dove il sole splende
Poi le guardie bevono il caffè
e i venditori ridono
ormai lontani
eccetto uno
preso
Con le mani sul cofano
tiene il peso del mondo
e reclama gratitudine
Ma nessuno ne concede
in questo spasso
di pomeriggio
per coppie e forestieri
che è così luminoso
e così breve
http://instagram.com/p/R-SKxYPprT/
Questo livoroso dazebao era appeso qualche giorno fa nel centro di Roma. Mi colpiscono molte cose. Su alcune non so prendere posizione. Il “cittadino onesto” firmatario dell’anatema mi sembra ammettere implicitamente di aver parcheggiato in divieto, ma si sarebbe aspettato che il vigile chiudesse un occhio davanti al cartello esposto sul cruscotto. Vista la carenza di parcheggi e l’insufficienza dei mezzi pubblici, forse la pretesa non è così assurda. Ma non è troppo ergerla a scandalo? Scrivere cartelloni, augurare disgrazie?
Dal canto suo, il vigile inflessibile propinatore di contravvenzioni non può non ricordarci la macchietta di Alberto Sordi (prima raccomandato e poi agente severissimo). In giro è pieno di questi cortocircuiti. E di macchine in doppia fila. E di multe. E di furori che esplodono fuori bersaglio. E di battaglie tra poveracci. La mia reazione, comunque, è stata di fare gli scongiuri. Non so contro chi o cosa. Così, chiamiamola guerra preventiva all’ariaccia che tira.
Viene il giorno in cui ti tasti le labbra e non ci sono più chiacchiere, dentro. Non minacce cagnesche, non molari che trinciano; incisivi meno che mai. Solo gengive e succhi di brodi, saliva, niente pronunce, niente proclami, niente di niente se non rimbombi che cercano una via, salgono alla gola e sono saporacci, battono sulle tempie, gonfiano le vene, ma non si riesce a proferire parola.
Perché succede? E a cosi tante persone, poi. Col grugno segnato da stilettate di maledizioni e bestemmie – tanti segmenti verticali, l’esercizio d’una paginetta, una foresta di simboli – i più demodé assistono e impotenti a format ormai al tramonto; i talk show: si accontentano di odiare Sallusti o Di Pietro, di insultare loro i morti coprendo gli improperi dei duellanti o l’arbitraggio rituale del conduttore. Altri, appena più moderni, sublimano l’ordalia, giocano con l’implicito e preferiscono l’inchiesta, ben fatta e talvolta pedante, tipo Report. Lì il processo è tutto tra il divano e lo schermo, è in casa nostra. Noi nel silenzio, quanto silenzio, consumiamo il diritto della Storia o almeno della cronaca a punire traditori della Patria, rubagalline e puttanieri.
I modernissimi hanno internet. Lì, ancora nel perfetto silenzio, interagisci (aoh, interagisci!) e anzi in caso di ultramodernismo beffi i vecchi antidemocratici spettacoli televisivi di cui sopra, perché su twitter esprimi la tua opinione, al volo, cotta e mangiata come un onorevole qualsiasi, sul tema della discussione. O altrimenti vai sui blog più trendy e commenti, in casi gravi apri un blog come questo: scrivo con la conseguenza che un tale di nome “Barabba Marlin”, mio amico su Facebook e del quale non conosco neanche il vero nome, mi manda un messaggio affermando che il post gli è piaciuto e io – lo dico in tutta onestà, senza ironia – mi sento meno solo al mondo.
Fuori c’è questa città pornografica, di una bellezza che non può non suscitare manie e ancora una volta un ritorno, un implosione. La guardo ancora e non so che farmene. Ho l’impressione che la maggior parte dei pendolari che vedo rincasare, ora, non appartenga a nessun pubblico, a nessun mezzo di comunicazione. Senza voci, senza denti, in cattività, sola, come preda d’un incanto, il silenzio, o al più la chiacchiera. E tutto il resto, tanto, mondi, meraviglie, ricacciato nella vergogna, nel vizio, nella sfiducia.
Ho visto una scritta su un muro e l’ho fotografata. Credo sia di un tale psicotico grafomane che imperversa da anni. Adenoidi = Tonsille. Non ritengo che noi viviamo nell’epoca della confusione e del caos. Molto è chiaro. Sono i denti, che mancano. Credo che in questa coda di automobili, di gente che torna a casa, si celi molta bellezza e molta violenza.
Si lamentano spesso, raramente si arricchiscono. Provano a pavoneggiarsi presso assessori, se del caso anche di piccoli comuni, esagerano con dirigenti radio tv. Raramente sanno guardare la città che hanno intorno, figurarsi il mondo. Li trovi ai tavolini dei bar intorno a viale Mazzini, criptoredattori, precarissimi dei giornali, della scuola, della Rai; talvolta fanno effetto alle presentazioni di liste civiche e in coda agli appelli per la liberazione di qualcuno o qualcosa. Il loro nome e, accanto, il premio, la definizione: scrittore.
Si tratta di un duro lavoro e nella maggior parte dei casi non basta a sfamarsi. Meglio nascere ricchi, per farlo. A volte mostrano un’adorabile cialtronaggine e un’opinione di sé così alta da invadere il campo del disturbo psichiatrico; questa sgangherata tenzone col meglio dell’umanità è molto divertente. Poi c’è il resto. L’invidia, lo sconforto. Anni di lavoro, due mesi in libreria, una recensione, due, tre, poi spazzati via, si ricomincia. Odiano gli uffici stampa, odiano editor ed editori, poi i presidenti di giuria, i librai, i lettori. E infine la moglie (o il marito) che non mostra più, all’ennesimo manoscritto, l’entusiasmo d’un tempo. Curiosamente sono a loro volta oggetto d’invidia di neofiti del vizio, o neopatentati.
Di sicuro a molti di loro farebbe bene lavorare un po’ in un supermercato, in un cantiere, in un ristorante; almeno lavorare. Tutta ispirazione perduta, peccato.
Alcuni sono molto bravi. Bisognerebbe solo che si rilassassero. Che avessero più fiducia nell’intelligenza delle persone, nei dolori e nei piaceri delle “masse”. E che convincessero gli editori, soprattutto, a non esagerare col pattume. Ci provano anche, a rifilare poemi, a mascherare romanzi sperimentali, ma è dura. Alla fine vince la tentazione: una copertina, il proprio nome, le bollette da pagare, qualcosa da dimostrare. E ogni tanto, qualche colpo riuscito, bisogna dirlo, un bel libro, che forse e raramente giustifica il resto.
Lo scrittore
Tu hai avuto sempre poco
sempre meno di quel che meritavi
e le parole dei tuoi contemporanei
sono pere acerbe
e ti si attaccano al palato
Le mordi ti disgusti insisti
finché è vuoto il cesto
per non negarti la missione
di riempirlo ancora
Fallita quell’infatuazione
te la prendi col mondo intero
ripeti che avrebbero dovuto dartelo
quel premio
Allora sì
tutto sarebbe stato diverso
E invece lo sai bene
che avresti continuato
con quel saporaccio
Sei un marinaio
che mastica tabacco
e sputa con se stesso
pezzo a pezzo
la devozione a un vizio
Ecco, ho scoperto un inghippo a cui pensavo da un po’ e ora so tutto quel che serve di sapere. Ho infilato una sonda nel corpo della tua, della nostra città e non ti dico dove di preciso, ma ho capito qual è la tua principale attività materiale. Si dà il caso che sia anche la sentinella più vigile alle tue calcagna. Tu aspetti, io aspetto, noi aspettiamo. Non facciamo altro che esercitare resistenza a questo vento contrario, molle e zozzo oppure possiamo voltarci e lasciare che ci sospinga chissà dove. Non c’è alternativa o riparo, non c’è diagonale, non c’è bolina. O nemico o amico, nessun altro patto possibile. Questa città in cui il traffico automobilistico celebra i suoi riti in balia di dispacci tv o psicosi di massa, non è più padrone di alcuna delle sue mosse. Se c’è pioggia le strade saranno intasate, ma se aggiungi lo sciopero dei mezzi pubblici forse la paura sarà tale che le consolari saranno meno incasinate del solito. Aspetta di sentire il gr, il tg, di guardare le previsioni sull’IPhone (incrociando le informazioni di due siti che offrono anche foto inedite di Belen).
Aspetta alla fermata della metropolitana e un cartello luminoso ti comunicherà quando arriva il prossimo treno; in centro anche la palina dell’autobus è interattiva e ti dirà tutto. Sarà tutto falso, amico mio. Recati presso gli uffici della Gerit, attendi in quei meandri che ti si comunichi il ritardo dei tuoi pagamenti. Ogni mese, ogni settimana ti si gonfia il conto, ti pignorano se ce l’hai l’appartamento, prenotano per sé – qualora mai l’avrai – il primo stipendio. Stai attento, non c’è problema, aspetta, pensa; le nuove automobili, se ne hai una, al semaforo tacciono e in quel delizioso momento puoi gettare un ponte tra te e l’universo, fare uno squillo al gestore della compagnia telefonica rivale della tua, che esattamente come la tua offre sconti sensazionali ai nuovi clienti. Tu attendi in linea chiamando la mia, io attendo in linea chiamando la tua, tra un’ora forse le avremo cambiate tutti e due e chiacchiereremo di inezie, di nuovo su compagnie rivali. Aspetta che presto, prestissimo la metropolitana sarà pronta, le linee aumenteranno come sezioni della succursale di un istituto tecnico, aspetta i lavori sulla A24; presto termineranno, presto. Sono in corso da sempre, perché appena si finisce di realizzare un progetto stilato anni prima esso si rivela, alla prova dei fatti, già insufficiente. E allora aspetta, ne facciamo un altro. Così gira l’economia, così si crea un futuro, altro che l’immobile moralismo della necessità. Un tuffo nel buio, un brivido di velleità, un’ansia di spreco, un motore turbo sotto al sedile e non per correre, ma per sapere di poterlo fare. Ma queste sono chiacchiere, d’accordo, ed ecco l’inghippo: la precipua funzione di tutto questo è l’oblio delle vere domande. Aspetti mille cose al giorno perché ti rifiuti di misurare il tempo al passo degli eventi più importanti della vita: scelte di libertà e quindi di lotta quotidiana, scelte di eroismo minimo o di massima rassegnazione. Sei nel posto giusto, nella città in cui si è compiuto tanto da poter credere in qualsiasi scenografia, in ogni rito di auto blu, porpore, bandiere. Ma attento. Tu forse non ti sei accorto che quel binario è molto fragile, è un set di carta a Cinecittà occupata, tutto polvere e paura. Se alzi lo sguardo dalle mille stupide artefatte attese che avvelenano le tue giornate e salvano la tua apparenza, allora vedi tutto. Attento, perché questa città tutto nasconde e tutto mostra. Ed ecco l’inghippo. Rischi di fermarti, un giorno qualunque, con un cono da un euro e cinquanta in mano (solo due gusti, per il barbaro uso importato dalle città del nord) a guardare il reticolo d’un muro antico, un cantiere allagato, un mendicante, una coppia di ventenni, una carrozza; magari il gelato ti si scioglie in mano e solo allora ti accorgi che cola, che la mano è fredda e sudicia. E capisci che cos’è il tempo.
L’ UOMO CHE ASPETTA
(Scritta quando mi consolavano ancora – fingendo di essermi odiosi – i riti dell’ansia. ANNO 2001)
Odio l’attesa
perché mi fa guardare
i cornicioni
e le suole delle scarpe
sbirciare nelle camicie
e ascoltare i discorsi
degli altri che aspettano
I cornicioni sono pieni di crepe
le suole scollate
nelle camicie ci sono mondi
tutti non miei
e i discorsi li distinguo
troppo bene:
che caldo, che caldo
che caldo.
Odio l’attesa
Poiché è ovvio che
chi muore è fermo
e io anche
e la somiglianza
non mi aggrada
cerco l’ombra
e l’ombra mi assale
Guardo i bastoni
degli ombrelloni
le bandiere degli alberghi
le fronde al vento
mi converto agli odori
Guardo l’orologio
guardo il telefono
è mi è sottratta
qualsiasi decisione
Odio l’attesa
perché è una religione
A chi appartiene Roma sotto il giogo di imperatori e diavolacci, anticicloni mostrificati dalle carenze di cronaca? Vizza, trascurata, ubriaca, non più deserta ma rallentata come se il motore di tutto grattasse a vuoto. Ritirata l’onda del suo delirio, sulla battigia rimangono sacchetti di nylon impigliati ai pini, villeggianti incarogniti che si prendono a pugni, lavoratori sudati che s’impongono un refrigerio fugace, nei dintorni della città.
Chi può è scappato e a ciascuno il suo: fosse anche la casetta della suocera al paesello, la multiproprietà della cognata accumulata in tempi di scialo o l’andirivieni verso il litorale, i parchi acquatici e il lunapark, che non a caso propongono slogan ben avvertiti sulla situazione: “Una vacanza di un giorno”. Tanto spetta ai più e tanto si vende.
Poi ci sono quelli che neanche la suocera, che manco la cognata, che una gita al luna park sì, ma una, e il resto a Roma, sempre più affannata, coi monumenti sempre più grandi, incombenti e malinconici, come gli occhi d’un corpo improvvisamente smagrito.
Ci sono quelli costretti a un letto, a una cella, a una camera d’ospedale, a una cura, a un terrore, a un mestiere, a una normalità che ha semplicemente abolito riti e pretese, estate, pasqua e natale.
Ecco, per due settimane, i padroni di Roma sono loro. Nelle ville i peruviani si ostinano alla pallavolo nonostante un’altezza media non proprio da granatieri. Saltano come gatti, arpionano la palla, la trattengono e la rilanciano oltre la rete regolamentare, troppo su. I pakistani giocano a cricket, uno sport che nessuno comprende. Portano i baffi e s’entusiasmano, cotti al sole. A Tor Bella Monaca c’è chi ha piazzato sdraio e sediole sotto pergolati in bilico e aspetta che i palazzi vincano il sole, alti come sono. Al parco giochi Adelandia i bambini sudano sui tappeti elastici e ridono e se ne infischiano del clima.
Presto, lunedì 27 agosto, come per una scossa alla pompa che dà i ritmi alla città, tutto subirà un’accelerazione, ci saranno gli album su facebook di vacanze sempre più striminzite, ma meglio di niente. Un gendarme di squalo ha già fatto capolino ad Ostia, a ricacciare tutti indietro. Poi ci sarà l’apertura delle scuole e il rodaggio sarà completato, il traffico di sempre, il caos, la puzza, la vita, le piccole meraviglie e le disperazioni quotidiane.
Ma ancora oggi Roma appartiene ai “cattivi”, reclusi, prede di anticicloni imperiali e satanici. Per dirla col Don Bastiano del marchese del Grillo: a voi, fratelli miei, che non siete padroni di un cazzo. C’è ancora una domenica per godersela. 
Anche i proverbi scadono e una gran pernacchia avvia l’eco al primo fiato del retore. Come certi vecchi encomi militari a prendere polvere sulle targhe degli eroi, come calzoni fuori moda. Buttarli via è troppo: nulla è mai definitivamente passato, né per furori bellici né per tagli sartoriali. Torneranno a sembrarci necessari. Oggi sappiamo bene, ad esempio, che il comandante la abbandona, la nave. Magari se la dà a gambe per primo.
Quest’evidenza ci disgusta come cogliendo un frutto marcio: oltre al sapore ci repelle la consapevolezza che si tratta solo di un pezzo tra molti altri, forse in parte ancora salvi, forse già bucati e vizzi, tutto zucchero non commestibile.
Conobbi due camionisti turchi presso l’area di servizio “Casilina” del Grande raccordo anulare. Succhiavano con gusto un intruglio da una gamella, seduti su sgabelli da campeggio. Avevano apparecchiato un piccolo rinfresco, all’ombra di un vecchio Iveco Eurocargo, con una focaccia e un barattolo d’olive. Mangiavano con quella soddisfazione che mette appetito. Li osservai per qualche secondo. Se ne accorsero subito, vecchi guardiani di traversate balcaniche, accorti piloti su dirupi, carovanieri. Sospesero il pasto, guardandomi. Poi uno alzò il pane per offrirmelo, l’altro sorrise e mi avvicinai. La motrice del camion era stata riverniciata da poco, di un rosso da competizione. Si accorsero anche che avevo notato questo particolare e ne furono fieri. La focaccia era buona. Proposi di offrire qualcosa al bar. Confabularono. Uno venne a prendere i caffè, parlammo appena e non so più in che lingua, dell’ovvia differenza tra il nostro e il loro. L’altro rimase a far da guardia all’Eurocargo riverniciato rosso fiammante. Andandomene pensai che il capitano non abbandona mai la sua nave; oggi quel pensiero è una targa alla memoria, o un paio di pantaloni a campana.
IL CAPITANO
Il capitano non abbandona mai la sua nave
non per disgrazie né per minimi intoppi
non per tuoni né per ruggine
La cura consuma proporzionalmente
i viventi e gli oggetti
il sale scortica
assorbe e conserva
il sale è diluito
trascina lontano
per ragionevoli correnti
l’età del marinaio
la sua carriera
di camicie sempre più
insopportabili
bianche poi appena lise
sostituibili
Il capitano sa che la nave è l’amore
perenne adolescente
ed è la regola
che non tolleri abbandoni