28 CinemAmbiente: “Blame” di Christian Frei

Nella quarta giornata del 28° CinemAmbienteBlame – Bats, politics and a Planet out of Balance, diretto dal regista svizzero Christian Frei, in Concorso Documentari (vincitore del Premio IREN del pubblico per il miglior documentario in gara nel Concorso internazionale), è una riflessione sul rapporto tra scienza, politica e media.

Il documentario segue tre scienziati che nel 2003 iniziano a studiare la connessione tra virus della Sars e pipistrelli di una grotta nella provincia dello Yunnan.

Un gruppo di ricercatori cattura pipistrelli all’uscita dalla caverna Khao Chong Pran Cave.
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Da 50 milioni di anni I pipistrelli non sono solo gli unici mammiferi volanti, ma animali immuni alle infezioni, quindi vettori perfetti per i virus.

La scoperta anticipa le ipotesi secondo cui anche il Covid-19 fosse originato dai pipistrelli, ma le previsioni dei tre scienziati sull’arrivo di una nuova pandemia restano inascoltate. Fino al 2020, quando il professore di SIngapore Linfa Wang, la virologa cinese Zhengli Shi del laboratorio di Wuhan e lo zoologo inglese Peter Daszak, presidente della no-profit Eco Health Alliance, diventano l’epicentro di un terremoto mediatico che li vede accusati dai politici della destra piu becera e ignorante di coprire la grande “verità” nascosta dai “poteri forti” che il virus sia stato creato in laboratorio.

Blame è un documentario inquietante e per certi versi agghiacciante, che si muove tra un Presidente “che non legge o non capisce che cosa legge e non si cura delle persone“, futuri ministri americani della Salute che ammettono di non avere prove delle tesi antiscientifiche che sostengono e “mercanti di dubbi” ovvero tutti coloro che senza alcuna preparazione scientifica cavalcano tesi complottiste che non hanno alcun fondamento: improvvisati podcaster, influencer, blogger.

È anche la storia di una ricercatrice cinese che inizia a diffondere notizie complottiste, viene invitata negli Stati Uniti e istruita per indirizzare la narrativa sull’origine del virus in interviste ai media; Blame mostra e descrive le audizioni in cui uno scienziato – Peter Daszak, appunto –  viene zittito da arroganti e  ignoranti politici.

Il regista di Blame, Christian Frei, La direttrice di CinemAmbiente, Lia Furxhi, la giornalista investigativa Jane Qiu e il virologo Guido Furno dell’Accademia dei Lincei al termine della proiezione di Blame – Bats, politics and a Planet out of Balance.
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La battaglia della comunita scientifica e di questi tre scienziati non è solo quella contro il virus, ma contro la disinformazione, le teorie complottiste e il biasimo politico che travolge i tre scienziati, stravolgendo le loro vite.

Blame è documentario importante perche da un lato descrive il metodo scientifico e dall’altro esplora e cerca di comprendere perché noi esseri umani siamo cosi sensibili e attratti dalle teorie sensazionalistiche e dalla semplificazione o perché si sia arrivati alla sfiducia nella scienza. La giornalista Jane Qiu (tra i protagonisti del film), presente in sala con il regista svizzero Christian Frei a fine proiezione, ha ricordato che negli ultimi anni ha intervistato oltre 200 scienziati, che sono concordi sull’origine naturale del virus, ma si guardano bene dall’esprimersi pubblicamente in un ambiente diventato ormai tossico, e talvolta pericoloso per l’incolumità fisica degli scienziati.

Non è nemmeno più importante sapere se sia vero o falso che il virus sia naturale o meno – ha sottolineato l’immunologo  Guido Forni dell”Accademia dei Lincei – perché ormai perfino il sito ufficiale governativo USA sul Covid riferisce le teorie complottiste come vere, cavalcando l’ipotesi – ormai smentita dalla comunità scientifica – dell’origine del virus in laboratorio. La cosa più grave è che la grave disinformazione è un serio e reale ostacolo per la prevenzione della prossima pandemia“.

Un documentario necessario e difficile da digerire, da cui si esce arrabbiati e delusi da una politica – Frei non fa sconti né ai Repubblicani, né ai Democratici – che non tiene conto delle persone, manipola l’informazione, crea le condizioni per un’altra pandemia tagliando i fondi federali a chi lavora per la prevenzione.

Un mondo in cui la complessità soccombe al cospirazionismo.

Blame – Bats, politics and a Planet out of Balance
Regia: Christian Frei
Protagonisti: Linfa Wang, Zhengli Shi, Peter Daszak. Guest in the silent Lab Jane Qiu end Philipp Markolin.
Durata: 122 minuti
Sito Ufficiale: https://www.blame-documentary.com/





Cape to Cape:

Cento chilometri, sette giorni, canguri, un piccolo serpente. I miei meravigliosi sette giorni sul Cape to Cape, uno dei sentieri costieri più belli al mondo.

We were very tired, we were very merry (cit. Recuerdo by Edna St. Vincent Millay).
Molto stanchi, molto felici, è la sintesi perfetta di questa settimana sul Cape to Cape.

Il Cape to Cape trail, nel Sud-Ovest del Western Australia, è un sentiero che parte dal faro di Cape Naturaliste, costruito nel 1904 dopo una serie di naufragi, e dopo 123 chilometri raggiunge Cape Leuuwin, faro tuttora funzionante, costruito nel punto più a Sud-Ovest del Western Australia, costruito nel 1895. Dietro al faro, su un piccolo belvedere, si può vedere nettamente il punto in cui si incontrano i due Oceani, l’Oceano Indiano e l’Oceano del Sud. Si vede perché le onde vanno in direzioni diverse, come se nel mezzo ci fosse una linea immaginaria.

Armati di un paio di mesi di allenamento – molto in palestra, a causa delle temperature estive – e supportati da un tour operator locale per poter dormire in un letto anziché in tenda alla fine di una gironata di cammino, all’inizio dell’autunno (australiano) abbiamo iniziato la nostra piccola avventura a piedi.

Per me non era la prima volta, avendo già fatto qualche multiday sul Bibbulmun Track con 12 chili di zaino, ma per mio marito era il primo trekking di più giorni.

Il C2C viene considerato uno dei più spettacolari sentieri costieri al mondo per la varietà dei paesaggi e la diversità di ambienti: si passa dal bush al sentiero mezzacosta con vista su spiagge incontaminate, dalla foresta di Boranup (con alberi centenari che si trovano solo in questo angolo di mondo) ai sette chilometri di spiaggia (con sabbia supersoffice, sob!), dal saliscendi di dune alle scale (molte e lunghe) al rock hopping (non so come si dica in italiano, quando si salta da una roccia all’altra)

Questa è la spiaggia di Boranup, 7 chilometri su soft sand, il nemico numero uno di polpacci non allenati

A nostro onore non abbiamo mai detto “ma chi ce l’ha fatto fare“, aiutati anche dall’entusiasmo di alcuni atleticissimi incontrati lungo il percorso, che lo fanno tutto di corsa e quando tu arranchi sugli scogli ti sorridono e freschi come si fossero appena alzati dal letto ti dicono “dopo è meglio” (non sempre è vero, però). Solidarietà tra camminatori, insomma.

Nella Boranup Forest: mentre sulla costa si sente il rumore delle onde, qui sono i rumori della foresta – le foglie degli alberi, gli uccelli.

Gli indimenticabili di questo cammino:
– la foresta di Boranup dove gli alberi di Karri possono raggiungere i 60 metri di altezza. Dopo alcune spiagge e le dune, camminare – ancorché con una leggera costante salita di qualche chilometro, all’ombra di questi magnifici e anziani – alcuni hanno centinaia di anni – giganti e’ stato meravigliosamente rilassante.
– i 21 km da Gracetown a Prevelly, per la maggior parte a mezzacosta, con vista su angoli di rocce e spiagge con colori incredibili.
– la spiaggia di Boranup, che con i suoi quasi sette chilometri – e una ripidissima duna alla fine con cui litigare per tornare sul sentiero – è senz’altro uno dei tratti più faticosi ma più affascinanti
– Conto’s Beach, dove non siamo riusciti a fotografare uno squalo che si aggirava tra gli scogli.
– alcune spiagge da surfisti dove nei primi due giorni c’erano le onde giuste e io quando vedo i surfisti grido sempre affascinata al miracolo.

Ci sono moltissime risorse in rete per chi voglia camminare il Cape to Cape (video su YouTube e questa pagina dei Cape to Cape Friends da cui partire), ma una cosa è importantissima: la preparazione. Non solo essere preparati a camminare per venti chilometri ogni giorno per più giorni di seguito, ma anche saper affrontare un terreno che cambia continuamente sotto i piedi. Malgrado i nostri due mesi di esercizi e di camminate e l’uso dei bastoncini, per esempio, la sabbia soffice è un vero killer per i polpacci. E alcune brevi ma ripide salite sulle dune di sabbia e sotto il sole – ancorché autunnale – ti fanno arrivare in cima senza fiato (huffing and puffing, dicono qui, che rende benissimo il rumore emesso dai nostri polmoni…). Ricompensàti, sempre, da viste mozzafiato.

Conto’s Beach

I recognise and acknowledge Wardandi people as the Traditional Owners of Leeuwin-Naturaliste National Park where I walked the Cape to Cape


Zibaldone nr. 2

Sto leggendo:
Durante le mie molteplici notti insonni o di sonno interrotto, di solito leggo le notizie del Guardian o del New York Times. Durante la giornata, invece, da pensionata con tempo a disposizione, preferisco un buon libro. Questa piccola premessa per spiegare che dato che i primi titoli dei due autorevoli giornali anglosassoni sono dedicati, giocoforza, alle quotidiane mirabolanti imprese del Presidente degli Stati Uniti, la lettura in parallelo di M. Il figlio del Secolo di Antonio Scurati diventa il trait d’union tra la storia di 100 anni fa e quello che sta accadendo al di là dell’Atlantico.

M. Il figlio del secolo è stato pubblicato nel 2018 da Bompiani e ha vinto il Premio Strega nel 2019. La versione cartacea ha 852 pagine che raccontano l’ascesa al potere di Benito Mussolini dal 1919 fino all’omicidio di Giacomo Matteotti (1924). Fa parte di una quadrilogia di cui si pososno vedere gli altri titoli qui .

Confesso che senza l’arrivo della serie su Netflix in cui Mussolini è interpretato magistralmente da Luca Marinelli, forse non avrei affrontato le 800 pagine. E male avrei fatto. Perche è un libro più che mai indispensabile per capire come nasce un regime autoritario, come l’insieme di ignavia e accidia politica, di furbizia, di bugie mai smascherate – o smascherate da troppo pochi – e la sfrontatezza, insieme alla capacità di percepire la “pancia” delle persone siano gli ingredienti per la tempesta perfetta. Come disse Margaret Atwood parlando del suo libro Il Racconto dell’Ancella, “Mi sono data una regola, non includere nulla che gli esseri umani non abbiano già fatto in qualche luogo e in qualche epoca storica.” (da Rivista Studio).

Ecco: quello che racconta Scurati nel suo libro e quello che ogni giorno leggiamo è già accaduto, da qualche parte e in qualche luogo.

Nota a margine: la serie su Netflix, diretta da Joe Wright (e scritta da Stefano Bises e Davide Serino) è avvincente e ben fatta, ma leggere il libro è emozionante come leggere un giallo o come ristudiare una lezione di storia spiegata da un professore innamorato della sua materia.

La serie dell’anno
Non lo dico solo io che sono rimasta folgorata per 2+2 ore (evito di fare binge watching). Adolescence è finora – ma probabilmente lo resterà come Succession fu per il 2018 e anni successivi – la serie del 2025. Dietro alla storia del tredicenne Jamie (ma quanto è bravo Owen Cooper?)accusato dell’omicidio di una sua compagna di scuola ci sono nomi che da soli sarebbero una garanzia: la sceneggiatura è scritta da Jack Thorne con Steven Graham, attore e regista britannico che qui interpreta Eddie, il padre del giovane protagonista. Quattro puntate, quattro ore girate in presa diretta per la regia di Philip Barantini (che si era fatto le ossa con la tecnica della presa diretta nell’interessante Boiling Point (2021), sempre con Steven Graham), ognuna racconta in tempo reale un capitolo di questa strana storia, dalla prospettiva della famiglia, della scuola, della psichiatra a cui e’ stato assegnato il caso, del ragazzino stesso. Un affresco terrificante sui disastrosi effetti dei social media su ragazzini in formazione, sul bullismo nelle scuole, sul mondo degli incel e della misoginia, anzi della manosfera (o maschiosfera). Ci sono articoli a palate dovunque su questa serie, specialmente sulla tecnica utilizzata (per esempio su Wired, occhio agli spoiler, anche se tutto abbastanza chiaro fin dalla prima puntata), e malgrado mi sembri impossibile che in Inghilterra sia necessaria una serie TV per far scoprire quello che si vede in Adolescence e stimolare la conversazione anche fuori dai social media, è chiaro che spesso noi genitori facciamo fatica a spingerci oltre all’affermazione “he is a good kid“.

La terza puntata, una seduta di psicoterapia tra la psicologa (Erin Doherty) e il piccolo Jamie è un piccolo capolavoro, ma tuttala serie vi farà pensare, molto, anche dopo che avrete lasciato il divano.

La Newsletter
Io ancora non capisco, credo sia un problema legato all’eta, la differenza tra influencer e content creator e piu in generale questo cosiddetto “mondo dei contenuti” che quasi sempre contenuti non sono.

Insomma, la penso un po’ come tal Jason Bailey, che ha scritto questo: “Content Creator neatly accomplishes two things at once: It lets people who make garbage think they are making art, and tells people who make art that they are making garbage“. Ora mi perdonino tutti coloro che fanno parte della categoria, ma per esempio quando vedo gli influencer scrivere che un film è amazing, solo perche si sono portati a casa una borsa piena di gadget o descrivere come delicious un piatto di un ristorante solo perche non hanno pagato. Questa premessa per dire che vorrei capire e in questo un po’ mi aiuta Scrolling Infinito, la newletter di Andrea Girolami, che è un po’ una bussola per orientarsi nel vasto “nel mondo dei contenuti, delle piattaforme e dei creator“. Si legge con piacere, è scritta bene e comprensibile perfino per me. E il 18 marzo ha pubblicato una “Guida pratica all’intelligenza artificiale perchi non ha tempo da perdere”. Molto utile.


Zibaldone nr. 1

Ho imparato:
sanewashing = the act of minimizing the perceival radical aspects of a person or idea in order to make them appear more acceptable to a wider audience (da WIkipedia – Il Webster non l’ha ancora inserita nel suo dizionario)
In pratica quello che sta succedendo con l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump e dei suoi accoliti. Anche autorevoli quotidiani come il New York Times cercano di spiegare quello che succede, cercando delle motivazioni. In realta’ le reazioni e le decisioni sembrano piu frutto di impulsi e assai meno di un coportamento razionale.

Ho visto:
Black Bag diretto da Steven Soderbergh con Cate Blanchett e Michael Fassbender. Soderbergh e’ sempre un po’ una sorpresa. Dopo Presence, che e’ uscito solo un mese fa e che mi e’ piaciuto molto, qui ritorna allo spionaggio, agli intrighi e a un cast diretto con abilita’ (Thom Burke, Marisa Abela e Pierce Brosnan) con una sceneggiatura essenziale e compatta scritta da David Koepp.
Blanchett e Fassbender sono Kathryn e George, una coppia di superspie che anche tra di loro comunicano – a volte – con un linguaggio da spie. Black Bag e il modo di dire che un cosa è cosi top secret da non poter essere condivisa nemmeno con il proprio marito. Kathryn potrebbe essere in procinto di tradire il proprio paese, e l’incarico di scoprire la verita e, forse, di eliminarla, spetta proprio a George. Per fortuna siamo lontanissimi dal noioso Mr e Mrs Smith (diretto da Doug Liman nel 2005) grazie appunto ai dialoghi, alle ambientazioni eleganti – forse un po’ troppo, ma è un piacere vedere sale da pranzo e uffici ipertecnologici, tutti fotografati nei toni freddi sempre da Soderbergh. Pieno di piccoli colpi di scena ma – per fortuna – senza sparatorie, esplosioni e sangue, Black Bag sa come catturare l’attenzione dello spettatore. Come sempre ho la fortuna / sfortuna di vedere i film in lingua originale, al cinema e senza sottotitoli. Fortuna perché la lingua originale e le voci degli attori sono parte integrante di ogni film. Sfortuna perche a volte cogliere tutte le sfumature di una seconda lingua non è facile, almeno per me. Comunque i vantaggi superano gli svantaggi, quindi il trailer e’ in lingua originale.

Ho letto:
Anne Fine, Lo diciamo a Liddy, Adelphi 1999. Sottotitolo: Una commedia agra (titolo originale: Telling Liddy – A sour comedy).

L’ho trovato su un tavolino a casa di mia madre. Confesso che l’ho preso perché provo un piacere quasi fisico a tenere in mano i libri Adelphi (e i Sellerio) E’ il primo romanzo che leggo di Anne Fine, scrittrice inglese nata a Leicester e autrice di numerosi romanzi per bambini (tra cui Mrs. Doubtfire, da cui il film con Robin Williams).

La trama

Quattro sorelle molto legate e un segreto che potrebbe significare buttare all’aria un matrimonio imminente. Quello di Liddy, che dopo varie irrequietezze ha trovato quello giusto (forse). Svelare o meno il segreto? Tra pettegolezzi, rimuginamenti, cose dette e non dette, la Fine setaccia un grumo famigliare in cui emergono sopiti rancori tra momenti divertenti e altri decisamente più drammatici. Non il libro della vita, ma interessante per come i caratteri delle quattro sorelle vengono svelati a poco a poco.


“La Zona di Interesse – The Zone of Interest” di Jonathan Glazer

Una famiglia sta piacevolmente trascorrendo una giornata in riva a un lago, prima di tornare alla loro bella casa, circondata da un giardino pieno di fiori colorati e alberi da frutto. Ma questa non è una famiglia come le altre: il padre è Rudolf Höss, comandante del campo di sterminio di Auschwitz, e il muro che circonda la casa è il confine tra la normalità e l’orrore. 

The Zone of InterestInteressengebiet in tedesco – è l’area di 40 chilometri quadrati che circondava il campo di sterminio di Auschwitz, a Oswiecim, in Polonia. E’ anche il titolo di un romanzo di finzione di Martin Amis, pubblicato nel 2014 da Einaudi. Da quel romanzo parte l’idea del regista inglese Jonathan Glazer di raccontare – dopo lunghe ricerche storiche – una storia che parli del periodo più terribile della storia del Novecento attraverso personaggi che rifiutano di vedere se stessi e ciò che li circonda.

Rudolf (Christian Friedel) e Hedwig Höss (Sandra Hüller) sono una coppia che insegue una sorta di sogno germanico: vivere in campagna, far crescere i loro cinque bambini nella natura. Sono felici, Hedwig è una giardiniera capace e si prende cura con passione e meticolosità del giardino. Rudolf Ha un lavoro importante, è un capace organizzatore, apprezzato dai suoi sottoposti e dai superiori. La loro è una vita apparentemente normale e scorre tra gite, pranzi, cene, feste, passeggiate a cavallo. Rudolf e Hedwig ridono a letto, una sera, pensando di tornare a viaggiare in Italia una volta finita la guerra. E quando lui viene promosso e trasferito nuovamente a Berlino, Hedwig decide di rimanere con i figli in questa casa, che rappresenta per lei il sogno inseguito da sempre. Sono, in fondo, come qualsiasi altra famiglia. 

Gli Ebrei sono al di là del muro”: dice Hedwig a un certo punto alla madre in visita. Ed è in questa frase l’essenza del film di Glazer: la negazione completa di ciò che sta accadendo oltre quel muro. Non si vedono atrocita’ nel film diretto da Jonathan Glazer, non si vede nulla di quanto succede nel campo, se non pennacchi di fumo da alti camini dei forni crematori, ma durante le feste per i bambini e soprattutto di notte Le nostre orecchie, a differenza di quelle indifferenti della famiglia Hoss, sono colpite per 106 minuti dai cani che abbaiano, dai soldati che berciano ordini, dalle raffiche di colpi, dalle urla dei prigionieri. 

Non vediamo mai le atrocità sui prigionieri, ma c’è, costante, una agghiacciante violenza sottotraccia che accompagna tutto il film e che spinge lo spettatore oltre i limiti dell’umana comprensione. 

Ogni scena del film è illuminata solo dalla luce naturale, non ci sono luci di scena e la scelta di filmare in contemporanea nelle varie camere i momenti di vita che si svolgono nella casa – Hedwig che prende il caffè in cucina, mentre il marito discute l’acquisto di un ultimo modello di forno crematorio e le domestiche corrono da una stanza all’altra – ha permesso agli attori , soprattutto Sandra Huller e Christian Friedel, di concentrarsi sul personaggio, e di muoversi in totale libertà, senza distrazioni.  Un plauso al production designer Chris Oddy che ha costruito il giardino con un meticoloso lavoro durato quattro mesi nella casa che si trova realmente in Polonia,  nell’area denominata Zone of Interest. 

L’orrore evocato attraverso l’assenza di esso, la negazione di guardare se stessi perché riconoscere cosa sta accadendo li farebbe impazzire. Questo viaggio terribile nella banalità del male (il libro  di Hannah Arendt è purtroppo sempre attuale) non si interrompe nemmeno per quello che sembra un breve momento di cedimento di Rudolf – assalito dalla nausea dopo una riunione sulla soluzione finale – non deve trarre in inganno. Subito dopo Glazer ci mostra Auschwitz oggi, con le  prove di ciò che accadde. 

La Zona di interesse – The zone of interest colpisce al cuore e allo stomaco con una tale forza da lasciare senza fiato. Gran Prix Speciale della Giuria a Cannes, è candidato a cinque premi Oscar (tra cui Miglior Film e Miglior Film Internazionale) con buone probabilita’ di portare a casa almeno una delle due statuette.

Titolo originale: The Zone of Interest
Regia: Jonathan Glazer
Interpreti: Sandra Hüller, Christian Friedel, Ralph Herforth
Durata: 106 minuti
Nazione: Stati Uniti, Regno Unito, Polonia,
Produzione: A24, Extreme Emotions, Film4, House Productions, JW Films
Distribuzione Italia: I wonder Pictures
Sito Ufficiale: https://a24films.com/films/the-zone-of-interest
Uscita Italia (Cinema) : 22 febbraio 2024


Earth Day (in ritardo)

Ieri, 22 aprile, Earth Day.

Oggi prima di ritornare a dimenticarci quanto sia grave la situazione, ecco qua un elenco delle foreste più minacciate del pianeta, raccolte dal National Geographic.

(grazie a Tirebouchon per averlo segnalato)


Dal greenwashing all’astroturfing

Sto cercando informazioni sul greenwashing che è ormai talmente diffuso da farci sperare di leggere su qualche imballo “io inquino così” e magari qualche dato. Sarebbe apprezzabile anche solo per l’onestà, invece di questa fastidiosa melassa di falso buonismo verde per cui come consumatore devo sempre andare a cercare dove sta l’inghippo, perdendo un sacco di tempo.

Comunque. Cercando cercando, mi sono imbattuta in questa pagina di Wikipedia sull’astroturfing. Conoscevo la pratica, che viene descritta molto bene nel libro di Giuseppe Altamore I padroni delle notizie, in particolare nel secondo  capitolo dedicato alle agenzie di pubbliche relazioni. Però non sapevo che si chiamasse così  e soprattutto che avesse avuto, ahimé, così tanti risvolti.


“Diaz. Non pulite questo sangue” di Daniele Vicari

“I FATTI NARRATI IN QUESTO FILM SONO TRATTI DAGLI ATTI PROCESSUALI E DALLE SENTENZE DELLA CORTE D’APPELLO DI GENOVA DEL 5/3/2010 E DEL 19/5/2010”

E‘ inutile girarci tanto intorno. Diaz di Daniele Vicari deve essere visto. Perché si basa sulle circa diecimila pagine di atti processuali del processo Diaz. Perché quello che è successo alla scuola Diaz di Genova durante il G8 nel luglio 2001 non è solo ” la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”: Qui i diritti fondamentali sono stati frantumati, polverizzati.

Daniele Vicari ha avuto un bel coraggio. Le scene dei nove minuti di delirio alla Diaz sono piuttosto crude. Anche se l’angoscia e l’annientamento sistematico delle persone nella  ricostruzione del dopo-Diaz alla caserma Bolzaneto sono forse peggio.

Tutto ciò che accade sullo schermo è vero. Documentato con il rigore del documentario, ma senza la distanza  del documentario. Molto bravi gli oltre 130 attori provenienti da tutta Europa, capitanati da Elio Germano, Claudio Santamaria e da Jennifer Ulrich.

Sceneggiatura di Daniele Vicari con Laura Paolucci. Fotografia di Gherardo Gossi, musica di Teho Teardo.

Standing ovation a Berlino, dove è stato presentato nella sezione Panorama.

Qui c’è il trailer:


C’è del legno illegale nella carta prodotta da APP

Questo è il rapporto di Greenpeace sulla deforestazione a Sumatra e in generale in Indonesia, ad opera della App (Asia Pulp and Paper).

Tema che l’edizione 2011 di CinemAmbiente (quest’anno dal 31 maggio al 5 giugno) aveva anticipato con la commovente storia delle ultime ore di vita di una femmina di orango, Green.

Questi sono tre dei 48 minuti del documentario


I 6 migliori film travel-inspiring (secondo Budget Travel)

Il magazine  online Budget Travel ha pubblicato l’elenco dei sei migliori film del 2011 a cui ispirarsi per un viaggio.

Eccoli:

The Descendant (Paradiso Amaro). Nel caso qualcuno abbia ancora qualche dubbio se regalarsi, budget permettendo, un viaggio alle Hawaii (purtroppo George Clooney NON è incluso nel viaggio)

The Way (uscita non ancora prevista in Italia). Di Emilio Estevez, interpretato dal papà Martin Sheen. Perchè nella vita almeno per una volta bisogna trasformarsi in pellegrini sul Camino di Santiago, in Spagna.

The Hangover II (Una notte da leoni 2). Film assai dimenticabile, ma Bangkok , Thailandia, è una città affascinante.

War Horse. La campagna inglese del Devon delle prime inquadrature, che più verde non si può,  è pura emozione.

Rio. I colori e la musica del Carnevale più bello del mondo, quello di Rio de Janeiro, Brasile

Midnight in Paris. La Parigi sospesa tra nostalgia e presente secondo Woody Allen. Come resistere?

Io ci aggiungerei

Mission Impossible The Ghost Protocol, per andare a dare un’occhiatina a Dubai.

Io sono Li. La storia è triste, ma Venezia è sempre meravigliosa, anche con la nebbia.

 


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