Ieri mi è arrivata una segnalazione per BUTAC: il sito Dionidream rilancia la vecchia testimonianza (2012) di un signore che avrebbe curato l’astrocitoma anaplastico di sua moglie con un mix di terapie alternative, tra cui Di Bella.
Nel corso dell’articolo – un pezzo del Giornale scritto da una fervida sostenitrice di Vannoni e Di Bella – si capisce che la signora non è guarita completamente e che il cancro non è avanzato né migliorato, ma tutto viene sbandierato come una specie di vittoria. Lo stesso signore si vanta ora di dare consulenze a titolo gratuito – ed è un mero odontoiatra.
Ripercorrendo la traccia storica, appena uscito il pezzo fece il suo giro e finì nelle mani delle pagine a sostegno del metodo-fuffa. Investigando, incappo nei commenti di una pagina in cui una degli utenti, che chiameremo A., si sarebbe messa in contatto con il tale dell’intervista. La speranza era quella di poter curare sua figlia, affetta dallo stesso male. Poche battute dopo e A. sostiene di aver avuto un contatto, e che avrebbe aggiornato tutti a riguardo. Siccome né il pezzo di Dionidream, né quello de il Giornale rivelano il cognome dell’odontoiatra, ho voluto investigare sul profilo di A.
La signora era divenuta col tempo una fervida sostenitrice delle cure alternative e si era avvicinata al regime vegano durante la malattia della figlia. Aveva postato molta roba sui “progressi della medicina alternativa”, aveva diffuso la presunta importanza dell’assunzione della vitamina C per la prevenzione dei tumori. Aveva creduto alla profezia Maya. Il profilo faceva vedere poco riguardo al resto; del tizio in questione, nessuna traccia.
L’ultimo post di dicembre 2012 non lasciava dubbi.
Una foto di A. e della figlia. Insieme, in una località forse straniera, a darsi un tenero bacetto sulla guancia. E la didascalia con su scritto “Buon Natale anche a te, che non ci sei più”.
Mi sono alzato dalla sedia. Mi sono allontanato. Ho trovato un angolo dove chiudermi. E ho pianto.
Non so dire se quella ragazza è morta per le cure alternative, o per l’irrecuperabilità dello stadio in cui si trovava il tumore. Quello che so dire è solo ciò che ho provato: un lungo rantolio funebre, desolante come il cupo tocco di una campana. Un urlo che rieccheggia da un profilo al limite del parossismo, mani a schiacciare guance nel tentativo di strozzare il pianto. Lo strazio di una madre non ha eguali, specialmente quando egoisticamente crede di illudere la Morte con la promessa di un miracolo dietro l’angolo. Specialmente quando quel miracolo non arriva.
Quattro mesi e mezzo dopo la fine della guerra di secessione, Abramo Lincoln fu presente all’inaugurazione di un cimitero memoriale dei caduti di guerra. Era il 19 Novembre 1863 e Gettysburg aveva bevuto il sangue di Nord e Sud. La Storia avrebbe ricordato i primi, la pigrizia dell’uomo solo la sua futilità. Forse Lincoln aveva in mente questo, quando pronunciò il suo celebre discorso.
The world will little note, nor long remember what we say here, but it can never forget what they did here. It is for us the living, rather, to be dedicated here to the unfinished work which they who fought here have thus far so nobly advanced. It is rather for us to be here dedicated to the great task remaining before us — that from these honored dead we take increased devotion to that cause for which they gave the last full measure of devotion — that we here highly resolve that these dead shall not have died in vain — that this nation, under God, shall have a new birth of freedom — and that government of the people, by the people, for the people, shall not perish from the earth.
Il mondo noterà appena, né a lungo ricorderà ciò che qui diciamo, ma mai potrà dimenticare ciò che essi qui fecero. Sta a noi viventi, piuttosto, il votarci qui al lavoro incompiuto, finora così nobilmente portato avanti da coloro che qui combatterono.
Sta piuttosto a noi il votarci qui al grande compito che ci è dinnanzi: che da questi morti onorati ci venga un’accresciuta devozione a quella causa per la quale essi diedero, della devozione, l’ultima piena misura; che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano (per nulla); che questa nazione, guidata da Dio, abbia una rinascita di libertà; e che l’idea di un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire dalla terra. (Wikipedia)
Mi permetto di parafrasare quanto disse Lincoln: a noi vivi spetta il compito di vegliare sui venditori di fumo. A noi vivi – che siamo sopravvissuti ai nostri cari colpiti da mali innominabili, o meno, poco importa – spetta il compito di onorare qualunque morto, a prescindere quale sia stata la causa, “cura alternativa” o meno. E il compito lo si svolge solo, paradossalmente, avvertendo gli altri dei rischi che la libertà di scelta comporta.
La responsabilità.
Il Ninth