Questo locale non lo conosci di sicuro. Non è la tua zona, è la mia. Abbiamo sempre discusso su chi abitava più vicino al centro: io dicevo che Città Studi è nel cuore di Milano, tu replicavi che da casa tua si arriva in Duomo in un quarto d’ora. Ho sempre trovato ridicola questa tua convinzione, ma d’altra parte il “quarto d’ora” era il tuo metro di misura per qualunque distanza, ovunque tu fossi. “15 minuti e arrivo”, anche se magari nemmeno eri salita in macchina, e per arrivare da me ci vuole almeno mezz’ora. L’eterna ritardataria: era una delle cose che più detestavo di te, insieme al vizio del fumo. Chissà se almeno oggi arriverai puntuale. Io aspetto un po’, poi me ne vado. Mezz’ora, non di più.
Scommetto che che indosserai un cappello. Ne portavi uno, tipo Borsalino. E avrai i tacchi alti, degli stivali o stivaletti (fa freddo per le scarpe). Sicuramente sarai vestita di nero, con qualcosa di bianco, magari. E una collana, sicuramente degli orecchini. Mi chiedo che fine abbiano fatto tutte le collane, gli orecchini e le scarpe che ti ho regalato. Te ne sarai liberata? Li avrai tenuti per affetto, o forse semplicemente perché ti piacevano?
Il problema più grande è che non so cosa dirti. Ho voluto questo incontro, è vero, ma non ti ho ancora davvero perdonata, non ci riesco. Non capisco cosa sia successo, perché sei sparita così, senza una parola di più. Per tutto questo tempo ho pensato che non saresti riuscita a spiegarmelo, perché una ragione plausibile non c’è mai stata. Sono passati tre anni. La rabbia e il dolore si sono trasformati, ma quell’incredulità iniziale è rimasta intatta. L’ultima volta che ti ho scritto, ho detto che una notte avevo sognato di picchiarti. Sì, la frustrazione era tanta che avrei voluto farlo davvero. Venire sotto casa tua, citofonarti, insultarti e poi andarmene. Volevo fartela pagare, sbatterti contro un muro e metterti davanti alla realtà. Non è stato facile superare l’enorme delusione. Ma ora sono qui e ti aspetto. Aspetto che tu mi stupisca. Le nostre vite sono andate avanti, separatamente, ma ho questa stupida convinzione che, insieme, sarebbe stato meglio. Chissà se ci hai pensato anche tu.
Mentre fisso un punto a caso oltre la vetrata del bar, una macchina scura si affianca e si ferma. Sei tu, ma non è la tua auto. Guida un uomo dai capelli grigi, non riesco a vedere molto altro. Non mi stupisco, i corteggiatori non ti sono mai mancati. Questo è più vecchio, però. Vi scambiate un bacio veloce sulle labbra, lui dice qualcosa, tu scendi, lui riparte. Con una mano tieni il cappello, l’altra la passi tra i capelli scuri, ancora lunghi oltre le spalle. Non sei molto diversa da tre anni fa.
Entri e il barista ti viene incontro. Tu sorridi, dicevi che sorridendo si aprono tutte le porte. Poi ti giri e mi vedi.
“Ciao”, dici.
“Ciao”, dico.
Adesso il sorriso è forzato. Tre anni sono tanti. Ma sono tre anni di racconti con cui riempire il vuoto, tre anni di evoluzione, tre anni in più che entrambe abbiamo sul volto e nel cuore. E forse, dopo tre anni, le spiegazioni non servono più.
L’unica cosa che vorrei, lo sento forte ora, mentre il mio viso si scioglie, è ricominciare a camminare insieme, da amiche.