L’incontro

Standard

Questo locale non lo conosci di sicuro. Non è la tua zona, è la mia. Abbiamo sempre discusso su chi abitava più vicino al centro: io dicevo che Città Studi è nel cuore di Milano, tu replicavi che da casa tua si arriva in Duomo in un quarto d’ora. Ho sempre trovato ridicola questa tua convinzione, ma d’altra parte il “quarto d’ora” era il tuo metro di misura per qualunque distanza, ovunque tu fossi. “15 minuti e arrivo”, anche se magari nemmeno eri salita in macchina, e per arrivare da me ci vuole almeno mezz’ora. L’eterna ritardataria: era una delle cose che più detestavo di te, insieme al vizio del fumo. Chissà se almeno oggi arriverai puntuale. Io aspetto un po’, poi me ne vado. Mezz’ora, non di più.

Scommetto che che indosserai un cappello. Ne portavi uno, tipo Borsalino. E avrai i tacchi alti, degli stivali o stivaletti (fa freddo per le scarpe). Sicuramente sarai vestita di nero, con qualcosa di bianco, magari. E una collana, sicuramente degli orecchini. Mi chiedo che fine abbiano fatto tutte le collane, gli orecchini e le scarpe che ti ho regalato. Te ne sarai liberata? Li avrai tenuti per affetto, o forse semplicemente perché ti piacevano?

Il problema più grande è che non so cosa dirti. Ho voluto questo incontro, è vero, ma non ti ho ancora davvero perdonata, non ci riesco. Non capisco cosa sia successo, perché sei sparita così, senza una parola di più. Per tutto questo tempo ho pensato che non saresti riuscita a spiegarmelo, perché una ragione plausibile non c’è mai stata. Sono passati tre anni. La rabbia e il dolore si sono trasformati, ma quell’incredulità iniziale è rimasta intatta. L’ultima volta che ti ho scritto, ho detto che una notte avevo sognato di picchiarti. Sì, la frustrazione era tanta che avrei voluto farlo davvero. Venire sotto casa tua, citofonarti, insultarti e poi andarmene. Volevo fartela pagare, sbatterti contro un muro e metterti davanti alla realtà. Non è stato facile superare l’enorme delusione. Ma ora sono qui e ti aspetto. Aspetto che tu mi stupisca. Le nostre vite sono andate avanti, separatamente, ma ho questa stupida convinzione che, insieme, sarebbe stato meglio. Chissà se ci hai pensato anche tu.

Mentre fisso un punto a caso oltre la vetrata del bar, una macchina scura si affianca e si ferma. Sei tu, ma non è la tua auto. Guida un uomo dai capelli grigi, non riesco a vedere molto altro. Non mi stupisco, i corteggiatori non ti sono mai mancati. Questo è più vecchio, però. Vi scambiate un bacio veloce sulle labbra, lui dice qualcosa, tu scendi, lui riparte. Con una mano tieni il cappello, l’altra la passi tra i capelli scuri, ancora lunghi oltre le spalle. Non sei molto diversa da tre anni fa.

Entri e il barista ti viene incontro. Tu sorridi, dicevi che sorridendo si aprono tutte le porte. Poi ti giri e mi vedi.

“Ciao”, dici.

“Ciao”, dico.

Adesso il sorriso è forzato. Tre anni sono tanti. Ma sono tre anni di racconti con cui riempire il vuoto, tre anni di evoluzione, tre anni in più che entrambe abbiamo sul volto e nel cuore. E forse, dopo tre anni, le spiegazioni non servono più.

L’unica cosa che vorrei, lo sento forte ora, mentre il mio viso si scioglie, è ricominciare a camminare insieme, da amiche.

Frammenti invisibili

Standard

Ci sono pezzetti di noi nelle persone che ci hanno amati, che nessun altro possiede.
Riflessi di luce hanno svelato lati più o meno nascosti, inediti, o magari solo in stato di grazia.
Piccoli gesti estemporanei e incancellabili.
Forse sono illusioni, proiezioni del mondo dell’altro: è il modo in cui ci hanno vissuti. O forse siamo noi anche quelli, attimi di verità.
Sono visioni uniche e irripetibili. Frammenti di vita che in certe memorie continuano a vivere, di cui forse non sapremo mai nulla.

L’antidoto

Standard

15 giorni fa, adesso, era già troppo tardi per tornare indietro.

Nella colazione che stavo preparando per due, con tanta cura (yogurt, banana, frutti di bosco), per poi servirla sul terrazzo, c’era già una parte di me.

Quel ragazzone con le spalle larghe, beatamente addormentato nel mio letto di vacanza, si era fatto strada nel mio cuore a suon di parole e di baci. Maledetto. Sono partita con le migliori intenzioni: bella esperienza, nessuna aspettativa. Mi son detta “ce la posso fare”. Mentivo a me stessa, naturalmente, oppure mi illudevo.

Adesso rivoglio quella tranquillità, quella calma piatta di 16 giorni fa, che non sapevo fosse così preziosa. Quando non contavo le ore e non aspettavo sue notizie. Quando il momento in cui mi ha delusa non era ancora arrivato. Quando non mi svegliavo in piena notte e mi veniva in mente lui. Un’altra volta la stessa storia, no, non deve succedere.

Così ho architettato questo piano: ripensare a R. Come quando si crea l’antidoto col veleno stesso. Me la sono inventata, questa cosa? Si parte dal veleno e si trova la cura. Devo averlo visto in qualche film americano. Sono simili, i due. Infanzia difficile, egocentrismo, idee confuse, grande tenerezza latente, capacità di rovinare le cose alla velocità della luce (e dire che il secondo, in base al suo cognome, dovrebbe trasformare in oro tutto ciò che tocca. Ma se non ricordo male la favola, quella era un’atroce maledizione).

Io di R. mi sono già liberata, mi sono già curata, quindi dovrei esserne immune (hahahahah!). Vabbeh, comunque non è più nella mia testa, anche se rimane nei miei ricordi. Quella era la vera passione. Il resto era tutto sballato, ma le scintille, beh… inutile rivangare.

Fermi tutti: non ho ALCUNA intenzione di chiamarlo, di cercarlo. Si, un aperitivo con lui non mi spiacerebbe, come amici. Ma forse non funzionerebbe, quindi meglio evitare. È solo un “cartonato” che uso per difendermi.

Quindi ho trascorso tre giorni (3) a chiedermi come si chiamava il suo cane. Il mio principale antagonista, che nemmeno un figlio. Ben prima della “finta malata terminale” e della “pazza”.  Quel pastore tedesco incrociato a un husky, l’unico essere vivente a cui ho sentito dire da R. “Sei l’amore della mia vita”. Io che quella volta, al telefono, non ci potevo credere e mi veniva da ridere. Che situazione  tragicomica.

Non lo ricordavo proprio. Tarcisio? Ridicolo. No, era un nome più altisonante. Spartaco? Ma vah, nonostante la sua ossessione per gli imperatori romani. Mi sono preoccupata: che la mia memoria sia così messa male? Oppure, come in Inside out, degli esserini improbabili stanno facendo pulizia delle informazioni che ormai non mi servono più?

Poi, ieri notte, alla fine mi è tornato in mente: Narciso. Eccola lì, l’essenza di tutto, la parola chiave. Di nuovo catturata da un fiore bello e vanitoso.

Sogni

Standard

31/5
Pioggia pazzesca, io che giro da sola di notte, torno e la casa allagata, mia mamma nell’acqua fino ai fianchi, tranquilla. Pesci Rossi che fluttuano nell’aria. Un cane che aspetta ansioso il suo amico cane. Io in pasticceria, al sud, dove ti regalano un dolce all’entrata. Però scopro tanti enormi scarafaggi (x i proprietari era normale) e li uccido con lo spray. Aspetto che si svegli Giovanna x fare una riunione con lei e altri. Presenze fisse lei e mia mamma.

1/6
Un viaggio con mio padre, attraverso strade impervie, tipo risalendo un piccolo torrente con la macchina. Mi sveglio presto la mattina – orario inusuale – in un posto sconosciuto, vedo un paesaggio incredibile che cerco di immortalare con l’iphone: tre casette immerse nel verde o nel mare, con due arcobaleni sopra ognuna.

Passiamo da un villaggio sperduto in un paesaggio roccioso e bianco, dove cerco di convincere mio padre a comprare del cibo caratteristico, prodotti del posto, tipo i formaggi.
Durante lo stesso viaggio, mi ritrovo in un vagone con gente povera. Regalo del riso (avanzo di riso cucinato in tre modi diversi) a una barbona mal messa, le dico dove trovare le posate e l’olio, e spero che usi il piatto e non lo mangi nel sacchetto di carta che le ho dato.
In un altro momento entro in un teatro per uno spettacolo che però non trovo. Vago per un grande cortile con negozietti e spazi vari (e cadenti), senza trovare quello che cerco.

Io e mio fratello ricordiamo un vecchissimo show case con Michael Jackson, solo per giornalisti, e dicevamo “io c’ero”.

C’è un ragazzo a casa mia (sta lavando i piatti) e i miei vicini vogliono salutarlo. Apro la porta ed è come se le nostre due case fossero comunicanti (nella realtà li ho a destra). Mi fanno vedere che hanno “inventato” una porta scorrevole (dall’alto in basso) per il balcone, che non è niente di che. Rimango un po’ con loro a parlare, di solito non ne ho voglia ma stavolta mi fanno sentire rilassata.

Il corpo parla (sempre)

Standard

Sensazioni fisiche: mi manca il respiro. Mi fanno male le braccia. A volte la testa.

Sono tornata. Da te. Forse è troppo presto, probabilmente è troppo presto. Io credevo (m’illudo) di stare meglio, specie adesso che ti ho rivisto. Adesso che ti ho parlato. E mi sono illusa che anche tu stessi meglio, ma forse non è vero. Perdi tempo in cazzate, come cercare la foto giusta per Whatsapp e cambiare le frasi dello status. Bevi tanto, spesso. Frequenti gli “amici” (e questo è un bene, rispetto a un tempo, in cui sembrava non esistessero). Vuoi farti un tatuaggio (!) con la scritta SPQR e la testa del tuo cane. Ostenti, scrivi che la vita è MERAVIGLIOSA, lo scrivi spesso. Non riesci a comunicare con me. Non mi dici più che mi vuoi. Sto facendo qualunque cosa pur di farmi vedere da te. Pur di farmi notare. Pur di dirti “sono qui, prendimi”. Ma non funziona, tu non cogli. Sei distratto. Sei altrove. Dopo quel nostro scriverci struggente, di desiderio forte, del tuo “non possiamo vederci, poi staresti peggio”, è successo, e sembravi tranquillo. Io lo ero. Abbiamo condiviso cose semplici, come mai è capitato: portare fuori i cani e, dopo tanto tempo, bere qualcosa insieme. Il sesso è stato il meno. È stato più bello stare abbracciati sul letto, con “Caruso” di Dalla in sottofondo, e tu che mi accarezzavi la spalla, cogli occhi chiusi. Chissà a che pensavi. Mi sta venendo il sospetto che tu non voglia “fare l’amore”. Sarà una sensazione, ma credo che tu voglia scopare. Soltanto scopare, sfogarti, fare tutto quello che ti viene in mente. E che io non sia la persona giusta, perché sai che non lo voglio. Per questo non mi cerchi. Chiamalo intuito femminile.

Ho l’impressione che tu non mi senta. Che tu non ci sia. Ogni giorno penso che dovrei sparire, darti spazio, tempo, lasciarti andare, invece dopo un’ora sono lì a inventarmi qualcosa da scriverti.

Dovrei sparire e dare spazio e tempo a me, ritrovarmi. Smettere di chiedermi come stai. Smettere di umiliarmi, di sbracciarmi per farmi notare. Cominciare seriamente a occuparmi di come sto io. Lo sto facendo, ho cominciato, mi sto facendo aiutare. Deve funzionare per forza.

La verità

Standard

Ora me lo hai detto chiaro.

La ami da 27 anni, c’è sempre stata. La vostra storia avrà avuto mille interruzioni, non è mai stata serena, lei te ne ha fatte di tutti i colori, eppure il tuo cuore è sempre stato suo. Anche quando stavi con altre. Anche quando eri con me. Per questo non ti sei mai lasciato avvicinare, per questo mi hai tenuta nascosta una parte importante di te, quella che sa provare dei sentimenti forti, che sa lasciarsi andare. Perché non era “cosa mia”, era un campo in cui non potevo entrare, né io né altre (e la malata?). Perché “mi avresti resa infelice” e non potevi darmi quello che davi a lei (ma io SONO infelice, lo sono stata comunque!). Hai aggiunto che non sei pronto per una relazione, che non vuoi fare solo sesso, e che speri che ti passi, prima o poi. Ma poi, nella stessa sera, hai guidato sotto l’effetto dell’alcool e morto di sonno. Hai chiesto “E se mi schianto? Qualcuno sarà felice”. È stato tremendo “sentirti” così. Avrei voluto scriverti, “io no”, ma tu lo sai bene. Ormai te l’ho detto, che ti amo.

 

L’unica consolazione è che se c’ero io, lei non c’era. E con me facevi l’amore, non “scopavi”. Ma è stato uno strazio, è stato più doloroso del necessario, tutte le volte che andavi via. Oppure lo sarebbe stato anche peggio, forse è stato meglio non saperlo. Forse ti avrei amato comunque. Però ora so che non c’è nulla di sbagliato in me, so che non mi hai scelta perché avevi già scelto lei. Ho dovuto sentirmelo dire per rendermene conto. Ho creduto che tu fossi un “uomo briciola”, che non potessi dare nulla, che non fossi capace. Ho cercato qualunque spiegazione pur di toglierti dalla testa, pur di capire perché ti allontanassi da me. Mi hai detto che ti piaceva stare solo, ma non era vero. Non sei quel misantropo stronzo ed egoista che hai descritto (forse un po’ sì). Narciso? Ora non lo so più.

Che differenza c’è tra l’intuire la verità e averne la conferma?  Servirà, se non a darmi la pace, a darmi la forza di iniziare a cercarla?

 

 

 

Senza punto

Standard

“Ti ho amato, e non saprei immaginare come si possa amare di più. Avevo una vita, che mi rendeva felice, ed ho lasciato che andasse in pezzi pur di stare con te. Non ti ho amato per noia, o per solitudine, o per capriccio. Ti ho amato perché il desiderio di te era più forte di qualsiasi felicità. E lo sapevo che poi la vita non è abbastanza grande per tenere insieme tutto quello che riesce a immaginarsi il desiderio. Ma non ho cercato di fermarmi, né di fermarti”

****2024 Fermi tutti. Non so perché all’epoca non mi venne in mente di usare Google. Perché? Avrei scoperto che non era la sua vera vita, ma che era una citazione. Una frase rubata dal libro Oceano mare di Baricco. Che figurati se lui lo ha letto, ma vah, avrà rubato la frase per fare scena. Ma che cretina, io. *****

Lo riscrivo così, senza correzioni, questo pensiero privo di un punto finale, come se volesse andare avanti ma non sapesse che altro aggiungere. Come se desiderasse un perdono, dandosi una giustificazione.

Ogni volta che penso che nulla possa più ferirmi oltre, vengo smentita. Ogni volta che mi ripeto che non dovrebbe importarmi, sento sbriciolarsi qualcosa dentro. Cadono frammenti dalla crepa.

Questa “vita felice”, che vita era? Io c’ero? Ma non faceva altro che lavorare e stare col suo cane? Eppure qui dentro c’è tutto. C’è la consapevolezza della follia, della scelta, del disastro. Lasciarsi andare con un sorriso di felicità verso il baratro.

Non posso rimanere indifferente di fronte a questo trasporto, non ci riesco. Dov’erano questi pensieri, prima? Non sapeva parlare, non sapeva aprirsi. E ora che ha perso TUTTO,  sputa fuori la sua anima. Doveva arrivare a stare così, per farlo? Gliele ha mai dette prima, queste parole? Ovvio che no.

Sapessi quante cose vorrei dirti. Io ti capisco meglio di quanto non ti capisca tu, e questo è un dramma, perché nonostante tutto il dolore e la rabbia che mi provochi e che ignori, vorrei tenderti la mano. Ma so che quella mano mi trascinerebbe in un inferno ancora più terribile di quello in cui sono stata. La tua incapacità di esprimerti, di guardarti dentro in modo consapevole e maturo, è una condanna per tutti, te compreso. Quindi, meglio starti lontana. 

Sogni

Standard

Alle 2.30 di notte chiudo il Mac con cui sto leggendo l’ebook di Fausto Brizzi. Lascio l’iPhone 3 acceso tutta la notte su quello che io chiamo comodino. Così, se si connette, rimane traccia dell’orario. Sì, è decisamente morboso. La notte dormo male, mi sveglio alle 6, vedo che alle 4,37 le ha lasciato un messaggio. Neppure lui riesce a riposare. “Tanto sono il solito stronzo… Devo toglierti dal cuore, poi riuscirò più facilmente a toglierti dalla testa”.
Lo sogno due volte. Nel primo eravamo in un parco e c’era anche una mia amica che non si vedeva mai. Ho avuto la sensazione che fosse la stronza. Dovevamo fare una gara su un mezzo molto veloce, su una strada dal terreno impervio che ci faceva curvare e ci spingeva lontano. Quando tornavo da lui, se n’era andato. In piedi, di fianco a una panchina, appariva la mia amica Cinzia con dei bigliettini in mano. Foglietti quadrati di carta termica in cui stampati c’erano messaggi per lei da parte di lui: degli sms analogici. In uno c’era scritto: “Vado a Firenze”. Nel secondo, “Vieni con me…”. Che c’entrava Cinzia, con lui? Non si sono mai conosciuti! Si scatena mia disperazione per essere stata esclusa, ancora una volta, dalla sua vita. Nell’altro sogno, io lo seguo (non richiesta) attraverso cunicoli sotterranei. C’è poca luce, sembrano cantine lunghe e strette, ingombre di oggetti e mobili, che hanno l’aria di non essere del tutto abbandonati (fantasmi di ricordi che non riesce a lasciar andare?). Gli parlo, ma lui si allontana senza ascoltarmi, come non fossi lì. Cammina guardandosi intorno, in cerca di chissà cosa. A un angolo incontriamo una signora che ci chiede cosa vogliamo. Poi sembra capirlo da sola e, senza aspettare risposta, fa segno di seguirla. Non capisco se l’invito è rivolto anche a me, ma non li mollo. Arriviamo a un’apertura cubica verso l’alto, con una scala impervia, in cui per salire devi appoggiare la schiena sulla parete e poi spingerti con le gambe. Almeno, così faccio io: lui sembra essere salito senza difficoltà, in un baleno. Sbuchiamo dentro a una stanza che ha l’aria di una cucina abitabile, arredata modestamente ma luminosa. È la “stanza segreta” della signora, che poi si dilegua. Lui si siede al tavolo e comincia a mangiare con voracità, come un uomo stanco che non vede un pasto caldo da un po’. Lo vedo solo di schiena. Ha dei pantaloni bianchi ed è visibilmente dimagrito, non ha più un filo di pancia. I capelli sono trascurati, tirati indietro col gel, il taglio è irregolare e il colore è strano. Si vede che non va dal parrucchiere da un po’ (anche nella realtà). Ho una voglia pazzesca di toccarlo, ma mi sento invisibile.

Apro gli occhi e mi chiedo che sto facendo. Sto seguendo passo passo i tormenti di una persona che mi ha cancellata. Che non si è preoccupata (ancora una volta) di capire cosa sto provando. Una persona per cui non esisto più. Perché?

Oggi ho camminato da sola per il parco. Ho indossato il competo che uso in palestra, le scarpe da ginnastica e ho fatto il giro largo, sei volte. Genny dice che sono più di 10 km. Ho camminato finché le gambe non mi hanno detto basta, ascoltando nelle cuffie i miei amici della radio, sempre con l’altro telefono in mano per non perdere un suo pensiero. Sulle panchine, personaggi d’ogni genere: giovani e meno giovani da soli, con un libro o il cellulare in mano. Giovani coppiette avvinghiate, stese anche sull’erba. Donne incinte. Padri separati coi bimbi per mano. Derelitti e ubriaconi, un barbone che spingeva a stento una valigia. Amiche con figli. Coppie improbabili con abbigliamento fuori tema, un tizio con giacca gessata e catena d’oro, lei con tacchi alti, un bell’abito di simil pizzo (più adatto a un cocktail o una festa) e lunghi capelli neri e immobili, poggiati sulle spalle. E gente che mi superava correndo (che ammirazione). Voglio continuare a farlo perché è come una cura omeopatica. Dopo ogni volta mi sento fragile ma più forte.

Favole, ancora favole (5/4, notte)

Standard

Le sue apparizioni, negli ultimi due giorni, sono sporadiche. È scollegato per la maggior parte del tempo. Stamattina, verso mezzogiorno, ha pubblicato una foto di quattro ragazzi piuttosto giovani, sotto i 30, riuniti a un tavolo con pizze e birre. Accompagnandola con la frase “Svegliarsi col mal di testa? Succede, dopo una serata coi pazzi della valle”. Voleva far vedere che si era divertito. Forse per una questione di privacy l’ha cancellata poco dopo.

All’ora di cena ha ribadito che sì, bella serata, ma “mancava una persona, si sarebbe divertita. Ma mi odia con tutto il cuore…”. Parla di Lei in terza persona, come se parlasse a se stesso. È talmente evidente che quei puntini di sospensione sono la sua speranza di essere smentito. Ma le frasi spariscono così velocemente che dubito lei le colga. Dubito lei gli presti attenzione. Eppure lui continua a sprofondare. Come faccio io ogni volta che ho la consapevolezza di non esistere affatto, nel suo piccolo mondo. Di non essere nemmeno un’ombra.

Poi, alle undici.

“Sarebbe stata un’ottima cena, poi bere qualcosa nel nostro locale in terrazza e l’amore… ma le faceva schifo anche quello, con me”.

È la solita pugnalata, e questa forse è anche peggio. Quanta condivisione c’è in questa scena, quanta quotidianità. Quante cose che non mi ha mai concesso. Come nella scena di un film americano, li immagino insieme, sereni, mentre sorseggiano vino (ma lui non era diventato quasi astemio?) e chiacchierano, e ridono. Non posso immaginarli, invece, fare l’amore. Non voglio. Quanto era bello fare l’amore con lui. E quanto sarà stato più bello, per lei, dal momento che lui ne era pazzo. Se avessi avuto la sua dedizione, oltre che il suo desiderio, sarei stata in paradiso.

Lo vedo mentre cerca di fare qualcosa per sé, eppure non riesce a smettere di pensarla e desiderate di averla con sé. Non si rassegna. Non trova consolazione. Per tanto, tanto tempo, quando si è stati in due si continua a concepire il proprio mondo in due. Si continua a far la spesa come si fosse con l’altro, a guidare con l’idea dell’altro sul sedile del passeggero, a guardare la tv, mangiare, dormire, respirare con la percezione dell’altro a fianco. Ogni gesto della giornata, a ogni passo, ci si sente mutilati, tagliati a metà. Somiglia alla sindrome dell’arto fantasma*, e le spiegazioni scientifiche servono a poco. Semplicemente, non si accetta la perdita. Non c’è alcuna cura.

Il suo pensiero sparisce nel giro di un minuto, lui si sconnette e torna nel buio. Poi ricompare per qualche secondo, il tempo di lasciare un’altra dedica nell’avatar, scritta a computer e fotografata.

“Quando Ami e in cambio ricevi controlli, offese, minacce, accuse di stalking immaginarie e odio… Forse quella che pensavi fosse la Donna della vita, la Fata tanto attesa, era il lupo travestito. Ma non voglio credere a questa favola. Voglio credere che sia insicura, che abbia avuto paura, che forse una storia vera e un Uomo che aveva occhi solo per Lei erano troppo impegnativi”.

Quanta ostinazione nel credere di non aver sbagliato nulla: come sprecare un’occasione che la vita ti dà per conoscerti meglio. La “Fata tanto attesa”, chissà che intendeva. Attesa da 27 anni? Da tutta la vita? Cosa sono state le sue relazioni prima di ora? Queste povere donne (con la D minuscola) cosa hanno contato? Cosa hanno sopportato?

Vorrei dirgli: rassegnati, l’amore è una fregatura. Non è colpa mia se l’hai capito tardi.

Lo ammetto con poche persone, quelle che possono capirmi, quindi solo due o tre amiche: nella zona più perversa e ambigua del mio cervello (evidentemente un’area abbandonata e non bonificata), si annida l’idea che quando, un giorno, si sarà allontanato abbastanza da lei, forse tornerà a cercarmi. Si ricorderà della mia esistenza, di quello che poteva avere a costo zero e senza sforzo, e si rifarà vivo. Quando questa idea malata e autolesionista esce dai confini della zona X e cerca una via d’uscita nella logica, realizzo che non ci sarebbero parole per elaborare una risposta a un suo messaggio. Non posso perdonarlo. Non devo perdonarlo.

*La sindrome dell’arto fantasma è la sensazione anomala di persistenza di un arto dopo la sua amputazione o dopo che questo sia diventato insensibile: il soggetto affetto da questa patologia ne avverte la posizione, accusa sensazioni moleste e spesso doloroseaddirittura di movimenti come se questo fosse ancora presente.
 

Oggi sono andata a pranzo con Genny e suo figlio più grande (8 anni), lentigginoso, capelli lunghi biondi e dentini ancora radi. Ho scoperto che è timido, molto timido, per questo non mi si è mai avvicinato quando andavo a trovarli a casa. E comunque è un po’ colpa mia, sono sempre distratta dal feeling che ho con quella piccola belva di suo fratello. Siamo andati tutti e tre a una mostra piuttosto forte, dell’artista Regina José Galindo, poi al parco dietro al Pac. Ci siamo seduti sull’erba e abbiamo giocato a pallone. Fion voleva tirare la palla solo a me, mi guardava incuriosito e sorridente, poi mi ha chiesto quanti anni ho. Sua madre gli ha chiesto “Quanti gliene dai?”. Lui ha detto “39”. Trentanove va bene, per me, ma io quando ero piccola non avevo alcuna percezione dell’età. Ero convinta che avrei fatto un figlio a 27 anni, ed ero talmente terrorizzata dal dolore che facevo il countdown ogni anno.

Tornata a casa ho fatto un’altra rata del cambio di stagione, ho sistemato le tre pile di jeans, sono stata più di un’ora al telefono con l’amica che più adesso sta soffrendo per una separazione. Ho acceso la tv, ad Amici c’era ospite De Niro. Nell’ultima edizione c’era stato Al Pacino, me ne accorsi girando per caso sul 5: mi ricordo che glielo scrissi, quella sera dell’anno scorso, chattando. Diventò il suo modo di prendermi in giro, il sabato sera: “dai, tanto lo so che guardi Amici!”. Abbiamo avuto così poco, che anche questo diventa un ricordo.

La nostalgia è una gran fregatura

Standard

Poi, anche se ti sentirai guarita, anche se la tristezza ti sembrerà evaporata, anche se in fondo avrai voglia di “nuovo”, lui ti mancherà. Perché i ricordi sono una brutta bestia, s’incrostano alle pareti dell’anima e ne alterano la stabilità, la funzionalità, la solidità. E perché sei una femmina, quindi la speranza di poterlo “salvare” ce l’hai nel sangue. Purtroppo. Con quella voglia di riscattarlo, di fargli aprire gli occhi e lasciar esplodere il buono che è in lui. Dimostrando al mondo che avevi ragione, ci avevi visto lungo.
Sarebbe bello ma… lascia perdere. Bisogna essere sicure che ci sia davero un grande Uomo dietro quell’essere confuso e inadeguato, prima d’investire altro tempo ed energie. È vero che alcuni maschi speciali sarebbero caduti e scomparsi tra la polvere, senza una Donna a sostenerli, ma sono elementi molto rari. Se anche quella vocina che senti avesse ragione, sappi che il cammino da intraprendere sarebbe molto più duro di quanto ti aspetti e, soprattutto, potrebbe non valerne la pena.

Lui è offline. L’unica frase della mattinata, rimasta pochi secondi, è l’ennesima citazione da una canzone di Antonacci. Deve averlo ascoltato tutto. Esistono maschi etero di 42 anni che acquistano gli album di Antonacci? (O avrà imparato a scaricare illegalmente?) Penso alla prossima donna che entrerà nella sua auto, e nel cruscotto troverà quel disco. “Non c’è pioggia che guasta e tutto quello che esce da me si chiama VITA”. Non sono d’accordo, ma tant’è. Quello che esce da lui a volte sono rabbia repressa e frustrazione. Il suo amore irrealizzato lo sta mandando allo sbando, ma va avanti a testa bassa, come il Toro che è, senza riflettere sui suoi sbagli. Parlo io, che sono un’Ariete.